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N. 1 - A GIUSEPPINA BERTOLDI
ACR, A, c. 14/1

Verona, 27 dicembre 1850
Stimatissima Signorina,

Non può certo comprendere quanto sia spiacente per non aver fatto ciò che era mio vivo desiderio, cioè restituire al più presto il libro che lei mi ha fatto l'onore di prestarmi. Sì, signorina, il giorno stesso in cui suo fratello mi portò il secondo volume delle lettere scelte di M.e de Sévigné, io avevo preparato il primo, con un breve scritto, per rimandarlo; ma vedendo intanto che lei mi aveva prevenuto, mi sento obbligato a chiederle perdono della mia negligenza, certo che la sua bontà generosa vorrà accordarmelo. Io le sono molto riconoscente per il grande piacere che m'ha fatto e vedendomi notevolmente favorito al di sopra dei miei meriti e nel medesimo tempo onorato per una nuova prova del suo buon cuore, la prego di ricevere l'offerta del mio che è veramente colmo di riconoscenza verso la sua distinta persona, ossia la prego di accettare i più sinceri ringraziamenti che porgo a colei che si degna generosamente di moltiplicare i suoi gentili favori per colui che le sarà sempre riconoscente.
Ho letto, quasi per intero, il primo volume delle lettere francesi e ho trovato di che inebriare notevolmente il mio spirito con un inesprimibile piacere al di sopra delle mie attese, perché quantunque si debba preferire la lingua della propria Patria, piuttosto di quelle straniere, tuttavia in fatto di lettere sono obbligato ad ammettere che non ho trovato mai una penna italiana che mi sia stata così deliziosa quanto quella francese della quale a lei è piaciuto onorarmi. Per questo, essendo la lingua francese molto importante soprattutto per chi deve fare figura in brillanti conversazioni e più ancora per la nobile eleganza che è propria di questa lingua, accetti che l'esorti a perfezionarsi molto nella conoscenza della medesima, essendo oggi lo studio delle lingue una parte necessaria in una distinta educazione. E' questo perciò che le suggerisce il suo devoto servitore e, nel tempo stesso, per essere favorito da lei in questa occasione, la supplico di accettare i più sinceri sentimenti di riconoscenza che, dal primo momento in cui ebbi l'onore di parlarle mi preoccupavo assai di esprimerle, pieno di speranza di rinnovarglieli la prima volta in cui avrei avuto l'onore di vedere la sua degna persona.
Tuttavia mi conceda il favore di presentare i miei ossequi più distinti a suo padre mentre, reiterando le mie istanze, mi trovo nella felice occasione di testimoniarle i miei rispettosi sentimenti di stima e di alta considerazione con i quali io sarò per tutta la vita

il suo umile servitore
Daniele Comboni, sacerdote

Traduzione dal francese.





1 8 5 1

N. 2 (1191)
FIRMA SU REGISTRO DELLA PARROCCHIA DI LIMONE
APL (Arch. Parr. Limone)


1 8 5 4

N. 3 (1192) - ALLA CURIA VESCOVILE DI VERONA
ASCV, Patrimoni (1854) Comboni

Istanza alla Curia Vescovile per ottenere il patrimonio ecclesiastico.


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N. 4 (2) - A PIO IX
RICHIESTA DI FACOLTÀ
PER LEGGERE LIBRI ALL'INDICE
ACR, A, c.21/18 n.6

N. 5 (3) - FIRME DELLE MESSE CELEBRATE
IN S. STEFANO, VERONA
ASSV

N. 6 (4) - FIRME DELLE MESSE CELEBRATE
IN S. GIOV. BATTISTA IN SACCO, VERONA
AMV


1 8 5 6

N. 7 (5) - FIRME DELLE MESSE CELEBRATE
IN S. STEFANO, VERONA
ASSV

N. 8 (6) - FIRME DELLE MESSE CELEBRATE
IN S. GIOV. BATTISTA IN SACCO, VERONA
AMV





1 8 5 7

N. 9 (7) - DON PIETRO GRANA
ACR, A, c.15/36

Verona, 4 luglio 1857
Molto Rev.do ed amat.mo Sig.re!

La sua lettera confidente mi sprona a farle conoscere lo stato genuino in cui mi trovo; anzi m'è di grande sollievo svelarle il turbamento che agita ora il mio animo. Come qualche volta parmi avergli detto, io inclino a percorrere la carriera quantunque ardua delle Missioni, e precisamente da ben otto anni quelle dell'Africa Centrale, al quale scopo diressi parte de' miei studi. Il Superiore conscio delle mie intenzioni, ha sempre fatto calcolo di me, per adoperarmi nella fondazione della sua Missione in quelle deserte ed infuocate solitudini; ed a tale scopo fin dallo scorso anno egli ha deciso di spedirmi colà nella prossima spedizione che avrà luogo agli ultimi del prossimo agosto o a' primi di settembre, purché sempre possa combinare molti affari della Missione con Roma e con Vienna. Per ambe queste parti ha già quasi terminato ogni cosa; onde fino dal mio ritorno da Limone m'ha già dato avviso di apparecchiarmi all'impresa, e quindi combini gli affari di famiglia, ed ogni cosa che mi spetta. Questo momento era già sospirato da gran tempo da me, con maggior calore, di quello che due fervidi amanti sospirano il momento delle nozze. Se non che due gravi difficoltà mi spaventano, senza delle quali io certo non mi risolvo alla Missione, e tutte e due formidabili.
La prima è il pensiero di abbandonare due poveri genitori che in questa terra non hanno altro conforto che quello d'un unico figlio: ma questa spererei di superarla, perché la nostra Missione è di tal natura che, attesa la ferocità del clima e gli affari che la legano coll'Europa, ci sforza ogni anno, od al più ogni due di venir qui; e per conseguenza non sarebbe totale abbandono; ma sarebbe come se stessi un anno o due senza vederli, quantunque la continua relazione potrebbe addolcire ogni lontananza: e questo, come dicea, non mi dà tanto sgomento, molto più che essi m'hanno già scritto d'essere disposti alla Provvidenza, e di assoggettarsi, con dolore sì, alla momentanea separazione. L'altra difficoltà è che voglio pria di partire che sia assicurata una comoda esistenza a' medesimi; la quale io ottengo colla liberazione totale da ogni debito.
Io credo che quando il mio campicello sia libero affatto da ogni peso che le passate luttuose circostanze hanvi recato, col primo salario, col ricavato del campicello, e con quelle messe che io potrò celebrare in Missione secondo l'intenzione di un Tizio che consegnerà le rispettive elemosine a' miei genitori (e spero anche fra i viaggi di poterne celebrare 200 all'anno), essi potranno vivere comodamente.
Ma per ora come fare ad ottener ciò? Io per ora non ho mezzi, né questi voglio procacciarli con vili o ardimentose maniere. Per conseguenza io non so che cosa ne sarà l'effetto. Certo è che senza aver fatto tutto questo io non voglio partire per la Missione Africana. Ma al mio caso trovasi anche D. Melotto. Onde non si sa cosa succederà. Certo è che questa incertezza, e molto più per me il pensiero di allontanarmi anche momentaneamente da' genitori, costituiti nelle attuali familiari circostanze come sa, e specialmente pensando alla madre, mi porta un grande sconcerto.
Sciolto però ch'io abbia le due sovraccennate difficoltà, io ho deciso di partire; ma il pensiero della discordia de' genitori, dell'isolamento in che si troveranno, ecco ciò che mi conturba. Io né della vita, né delle difficoltà della Missione, né di nessuna cosa ho timore: ma quel che risguarda i miei due vecchi, mi fa assai tremare. Egli è per questo che in tale incertezza e costernazione dell'animo mio ho deciso di fare gli esercizi per implorare l'aiuto del Cielo. S'io abbandono l'idea di consecrarmi alle Missioni straniere, sono martire per tutta la vita d'un desiderio che cominciò nel mio spirito da ben 14 anni, e sempre crebbe, a misura che conobbi l'altezza del-l'apostolato.
S'io abbraccio l'idea delle Missioni, fo martiri due poveri genitori. Né vale il pensiero che morti i genitori, allora penserò alle missioni; perocché devo io allora desiderar la morte a' medesimi? Questa idea non è da cristiano e da sacerdote, ma da vandalo, e da cannibale; ed ho sempre desiderato e sempre desidererò di morir prima io che essi. D'altra parte se nelle missioni non si va sotto i trent'anni, è meglio abbandonare il pensiero, perché avanzata un po' l'età, né si potrà apprendere le diverse lingue ancora sconosciute delle tribù d'Africa, ove noi andremo, e perché l'esperienza assicura che il cimentarsi in quelle regioni in unÕetà più avanzata della sopraddetta, porta seco una subita morte.
Dunque niente di certo e di determinato io so dirle: di certo è che io sono ora inquieto ora speranzoso, ora mi pasco di vaghe idee, ora di sconsolanti. Se consulto chi sempre diresse la mia coscienza, sono spronato a decidermi alla partenza; se guardo alla famiglia, rimango atterrito; se penso al mondo, risolvendomi all'impresa, debbo aspettarmi la maledizione di chi sa le mie circostanze di famiglia e la pensa col mondo; se penso al mio cuore, esso mi suggerisce di sacrificare ogni cosa, e volare alle Missioni, e disprezzare ogni diceria. Immagini la tempesta del mio animo, il combattimento, il conflitto che mi conturba.
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Sennonché in mezzo a questo universale contrasto delle mie idee, trovo opportuno il progetto di fare gli esercizi, di consultare la Religione e Dio; e Egli, che è giusto e che governa ogni cosa, saprà trarmi da questo impaccio, combinare ogni cosa e consolare i miei genitori, se mi chiama a dar la vita sotto il vessillo della Croce nell'Africa; oppure se non mi chiama, saprà mettere tali ostacoli che mi sia impossibile la realizzazione de' miei disegni. Perciò meglio è esclamare con Samuele: loquere Domine, quia audit servus tuus: e sciolta ogni cosa conforme al divin beneplacito, ripetere con Giobbe: sicut placuit D.no, ita factum est: sit nomen D.ni benedictum.
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Mi dispiace per una parte che non sia passato per Toscolano: ma d'altra parte per Limone è molto meglio, che intanto questo paese partecipa de' benefici influssi della sua presenza. Il ritratto del superiore è ancora sotto opera: o per meglio dire è più di un mese che ne io, né i compagni sacerdoti ne hanno notizia. Appena messo a disposizione dell'Ist.o sarà primo mio officio mandargliene una copia. Del Margotti, fin da quando arrivai in Verona erano già esaurite le stampe, per cui si intraprese già un'altra edizione milanese, che di giorno in giorno uscirà alla luce: appena venuta fuori gliela manderò. Per quel che riguarda il mio Breviario, alla prima mia venuta a Limone, glielo porterò.
Ecco la sostanza del conflitto che ora s'agita nel mio cuore. Io non so a qual partito appigliarmi: se la Provvidenza sorrriderà benignamente a' miei desideri, combinata ogni cosa, assicurato un futuro comodo sostentamento a' miei genitori, volerò lieto alla grande impresa: se Dio non vorrà da me quest'opera, chinerò la fronte, e benedirò dolorosamente la mano del Cielo. Sed hoc sub sigillo secreti, inter nos, la prego: ma mi scriva qualche cosa di bello, consoli destramente i miei poveri genitori, e consoli anche me: mi scriva. Oh, come sono cari gli accenti d'un amico lontano!!! Anche qui nell'Ist.o non oso parlare chiaro che con due o tre cari amici! essi mi consolano e m'avviliscono! quel però che mi porge conforto è nell'avere un compagno impacciato nelle mie medesime circostanze: è D. Melotto. Questi ha i miei medesimi desideri: peraltro meno ferventi, perchè vi è naturalmente più fuoco in Lombardia, che nella provincia veneta ..... lo trovo più rassegnato di me. Laonde ho bisogno di essere ricordato nel gran Sacrifizio, quando sotto gli scrosci di Limone nella chiesa di S.Benedetto innalza l'ostia pacifica della consolazione.
Spero peraltro entro la metà di agosto di darle notizie determinate. Venga quel che Dio vuole; bisogna in tutto adattarsi [......]. Beltrame ha già scritto il suo viaggio sul Bahar-el-Azek: è un tomo come quel del Tiboni, e verrà subito stampato in [.......] dal Comitato delle Missioni in Vienna: poi in Verona.
Frattanto riceva i saluti di tutti i fratelli sacerdoti e specialmente quelli del conturbato
Suo affez.mo am. e s.
Daniele Comboni Sac.
N.B. Il quinto foglio della lettera è un po' strappato.

N. 10 (8) - A DON PIETRO GRANA
ACR, A, c.15/41

Verona, 13 agosto 1857
Reverendo mio D. Pietro!

Ho finito finalmente i santi esercizi; e dopo essermi consigliato e con Dio, e cogli uomini, n'ebbi che l'idea delle Missioni è la mia vera vocazione: anzi il successore del gran Servo di Dio D. Bertoni, il Padre Marani, mi rispose, che fattosi egli un quadro della mia vita, e delle circostanze passate, e presenti, m'assicura che la mia vocazione alle Missioni dell'Africa è delle più chiare, e patenti; e quindi, ad onta delle circostanze de' miei genitori che in questa occasione candidamente le ho presentate, mi disse: "vada, ch'io gli do la mia benedizione, e confidi nella Provvidenza, che il Signore, che gli in-spirò il magnanimo disegno, saprà consolare e custodire i suoi genitori" Per la qual cosa ho deciso assolutamente di partire nel prossimo Settembre.
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Il sovraccitato Superiore delle Stimmate mi disse, che facessi ben comprendere a' miei genitori la natura del Disegno del nostro Superiore, che cioè: 1¼. si va e si viene (si non moriemur - sile); 2¼. che per ora si prova e si tenta se può riuscire; altrimenti si ritorna subito. Ora lo prego caldamente ad usare tutte le industrie per disporre con tutta l'arte, e più coll'aiuto di Dio, e di Maria, i desolati miei genitori, cogliendo l'ora, il momento, in una, o due volte, sinchè si rassegnino alla volontà del Signore.
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O quanto mi affligge il sacrifizio che questi due poveretti fanno per separarsi da me! A quali sacrifizi assoggetta il Signore questa vocazione! Ma fummi assicurato che Dio mi chiama; ed io vo sicuro. So che m'attirerò la maledizione, e le imprecazioni di molti, che veggono più in l men d'una spanna; ma per questo io non voglio lasciare di seguire la mia vocazione. Adunque io confido in Dio, nella Vergine Immacolata, e nella sua sollecitudine, Sig.r Rettore; e n'avrà larga mercede.
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Il progetto di spedirci a Bologna, venne annullato dal Superiore non so perchè: fiat voluntas Dei: così pagherò la mia loquacità nel parlare e nel dir quattro, prima che entrino in sacco. Spero martedì, o mercoledì, di venire a Limone. Il progetto di condurre a Venezia i miei genitori, mi fa spavento, perchè i miei compagni, e specialmente D. Beltrame, m'assicurano che sarebbe più doloroso per loro e per me: quindi mi persuadono a seguire il suo consiglio che mi diede a Limone, di non pensare a Venezia.
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Non so come fare ad accomiatarmi l'ultima volta da loro. Io mi fermerò a Limone fino a' quattro, od ai cinque al più di settembre. Ora sto apparecchiando i trecento talleri pe' miei genitori, temo assai di venire a Limone senza denari: ma in caso, lascio a Verona chi fa le mie veci, perché pe' primi del mese voglio aver pagato tutti i miei debiti: altrimenti non penso all'Africa.
Intanto la riverisco; preghi il Signore per me, e mi creda di cuore

Aff.mo servo ed amico
Daniele C.

Stamane abbiamo celebrata la solennità delle partenze per l'Africa coll'accomiatarci dai varii corpi dell'Ist.o D. Beltrame cantò messa, D. Melotto fece da diacono, io da suddiacono, D. Dalbosco da cerimoniere, e D. Oliboni fece il discorso: fu una provata solennità, che mosse le lagrime a tutti, ed anche ad alcuni amici dell'Istituto, che v'intervennero.



N. 11 (9) - A DON NICOLA MAZZA
AMV, Cart. "Missione Africana"
Verona, 4 settembre 1857
Amat.mo Sig.r Superiore!

Allo scopo di seguire la mia vocazione delle sante Missioni, essendomi necessari N¼. 75 settantacinque pezzi da 20 franchi pe' bisogni della mia famiglia, Ella si compiacque di supplirvi per titolo di dono gratuito, col darmi ora N¼. 50 cinquanta pezzi da venti franchi, riservandosi di far trasmettere gli altri venticinque pezzi a mio padre, od a mia madre in Limone pr.a Brescia entro un anno. Offerendole i più cordiali ringraziamenti, e pronto a farle una legal ricevuta qualora l'esigesse, mi protesto
di Lei ubbid.mo figlio
Daniele Comboni Sac.


N. 12 (10) - AL DOTT. BENEDETTO PATUZZI
ACR, A, c.15/167
Alessandria d'Egitto, 20 sett.bre 1857

Mio cariss.mo Dottore!

Quantunque fino ad ora non abbia raccolto veruna positiva notizia di quanto riguarda il Sig.r Gio. Batta Massimiliano Arvedi, nulladimeno godo molto d'approfittare della posta corrente per non render digiuno di mie novelle l'amatissimo mio compare ed amico, col qua-le, e colla cui famiglia, strinsi una sì affettuosa amistà e si intima fratellanza, che appena avrà suo fine temporale sull'orlo del sepolcro. Ecco impertanto le pratiche da me prese per riuscire a conoscere qualche cosa del defunto Arvedi.
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Qui in Alessandria che conoscano gli affari del Conte Scopoli, credo che si contino sulle dita: egli è un fetido aristocratico, che non fa sapere i suoi interessi a nessuno; conversa sempre con persone di alto rango, ma nemmen queste san nulla: tale lo conobbi nel viaggio da Trieste ad Alessandria: egli è peraltro persona stimata per giusto e di grande consiglio; ed è appunto in questo esercizio, che in Alessandria egli guadagna più che un negoziante.
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Ora le persone che circondano il Conte Scopoli, per quanto intesi, ed io credo, sono: il Sig.r Ferrighi Ingegnere, l'I. R. Console Generale Austriaco; Fran.co Gronchi lo conosce intimamente; il Conte Ignazio Frisch credo che lo conosca molto davvicino, perché è una cosa sola col Console; il P. Cipriano, che fu quegli che lo assistè continuamente nella sua malattia. Ve n'ha qualche altro; ma se vi fu qualche dolo, credo che sarà difficile a scoprirlo; due medici che assistettero più costantemente il defunto non possono che esagerare la loro assistenza fattagli; e quindi nulla per noi.
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Ora dal Conte Scopoli non potei cavar nulla, quantunque ogni giorno sul piroscafo io parlassi molto con lui: dal Console Austriaco, a dire il vero, quando conobbi che era intrinseco del Conte, mi cadde l'animo di fargli veruna interrogazione: il Ferrighi poi, come colui che ebbe da Scopoli un orologio d'oro in dono, in premio della sua assistenza prestata al defunto, non può che tener protetto il Sig.r Conte Francesco Gronchi, con cui noi Missionari abbiamo tutta la confidenza, come quegli che tanto s'adopera per la nostra Missione, mi disse che sull'affare d'Arvedi, sui suoi accordi col conte Scopoli, non sa nulla. Col Conte Ignazio non potei ancora parlare su questo punto, perché fummo occupati molto con lui per la nostra Missione, essendo il nostro Procuratore in Egitto: domani parlerò molto con lui sull'Arvedi.
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Coi medici poi non potei ancora abboccarmi, perchè nei pochi momenti che ho in libertà, o non li trovo, od altro: il Padre Francescano che lo assistè mi assicurò che ebbe una malattia di più d'un mese, che ebbe una servitù, ed un'assistenza da non desiderarsi maggiore, che ricevè tutti i Sacramenti, e morì con una cristiana
rassegnazione, veramente edificante; e che finalmente il Conte Scopoli gli fece fare un funerale suntuoso, a cui intervennero molti frati, e secolari. Ecco quello che io posso sapere dell'Arvedi: in Alessandria peraltro io resto tutto questo mese, ed avrò agio di prendere forse qualche più esatta informazione. Certo è che il Conte Scopoli mi fu detto essere una persona di grande stima, probità, e giustizia: non ho quindi argomenti troppo sicuri da credere che vi sia stato dolo in lui: certo che è Avvocato, od una specie di avvocato; e quindi se avrà speso od in un modo, o nell'altro un centesimo per Arvedi, l'avrà messo in conto a carico dei fratelli. Ma veniamo a noi.
Il mio viaggio da Trieste ad Alessandria fu felicissimo: solo da Trieste a Corfù avemmo un fortissimo vento contrario, che fece star male malissimo quasi tutti i forestieri a bordo. Il resto dopo le isole Ionie fu deliziosissimo. Io rimasi stupito nel vagheggiare la bellezza delle ridenti Isole della Grecia, Cefalonia, Zante, Itaca, Candia, e le mille dell'Arcipelago; e molto più riflettendo alle grandi memorie che rappresentano.
La mia meraviglia poi crebbe a dismisura quando giunsi nella portentosa città d'Alessandria, patria di tanti eroi, terra che ricorda tante vetuste memorie. Io avrei mille cose da dire sulla mia dimora in Alessandria; sul costume del musulmano, del Greco, del Beduino, del Copto, e di tante altre emigrazioni che popolano Alessandria e suoi dintorni etc. etc. Ma affari ed occupazioni mi chiamano all'opera: gli scriverò alcun che su' miei viaggi dal Gran Cairo, d'Assuan, da Khartun, dal Bahar-el-Abiad. Mi scriva, e mi consoli colle sue notizie: dia per me un bacio alla carissima mia comare Annetta, che ho sempre nel cuore, a Vittorio, a Gaetano, ed agli altri figli e figlie: mi riverisca D. Battistino, e D. Bortolo, e mi creda di tutto cuore

Affez.mo comp.o ed amico
Comb. Daniele
Io sono di perfetta salute; nel mare non ebbi il minimo incomodo; io mi trovo più sano che in Europa, quant.e caldo.



N. 13 (11) - AI SUOI GENITORI
ACR, A, c. 14/115 n. 1

Cariss.mi Genitori!
Gerusalemme, 12 ottobre 1857

Eccomi a darvi una breve relazione del mio viaggio nella Palestina, ove dimorai per due settimane incirca. Voi non eravate col corpo ad accompagnarmi in questi sacri luoghi; ma io era sempre con voi collo spirito, sicché non avanzai passo senza ch'io non m'immaginassi di trovarmi con voi in questa mia religiosa pellegrinazione. Come sapete, partiti da Alessandria d'Egitto il 29 p.p., attraversando il mare che separa l'Asia dall'Africa a settentrione dell'Egitto, e toccando Cesarea, giungemmo felicemente in Iaffa, che è porto importante dell'Asia, e il primo passo in Palestina, ov'è annessa indulgenza plenaria.
Ringraziato il Signore noi sedici religiosi nella Chiesa di S. Pietro col canto del Te Deum entrammo nel Convento dei Francescani, che ci diedero caritatevole ospitalità. Questa ospitalità si accorda indistintamente a tutti gli Europei sì cattolici come eterodossi, ed a tutti gli ortodossi orientali di qualunque rito: per cui in questi conventi fan capo i principi e poveri, e secolari e regolari, non essendovi in Terra Santa verun albergo e luogo sicuro, per ricovrare i viaggiatori: è tutto frutto delle pie oblazioni dei cattolici d'Europa che si raccolgono nella settimana santa.
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Mentre i Padri Francescani erano occupati nel trovarci un mezzo di trasporto per la Santa città, io andava meditando fra me stesso gli eventi che rendono celebre questa città, che è l'antica Iobbe della Scrittura; poiché qui era dove Salomone facea sbarcare dalle zattere i cedri del Libano, che doveano servire per la fabbrica del tempio: qui dove il profeta Iona s'imbarcò per Tarso invece di andare a Ninive a predicarvi la penitenza; qui S. Pietro ebbe la celebre misteriosa visione del lenzuolo; qui risuscitò la caritatevole Tabita; qui ricevette gli ambasciatori di Cornelio, che l'invitavano a Cesarea per battezzare lui e tutta la sua famiglia: qui s'imbarcò la Madonna con S. Giovanni, quando navigò in Efeso dopo la morte di G. C.; qui dimorò per qualche tempo S. Luigi Re di Francia: qui approdarono tante migliaia di Santi, che andavano a venerare i luoghi Santi.
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Dopo il pranzo, dato un addio a quei Missionari che restavano in Iaffa, ad un principe polacco, che trovammo in vapore con cui pranzammo, noi in compagnia di un Missionario della Cina, un altro delle Indie orientali, due Missionari della Compagnia di Gesù, e Mons.r Ratisbonne di Parigi, che convertito per opera del sommo Pontefice in Roma dal giudaismo alla nostra fede si reca in Gerusalemme a fondarvi un istituto gratuito di educazione cristiana, alle due partimmo alla volta di Ramle coll'idea di recarci a cavallo per la sera del giorno dopo a Gerusalemme. Io fui maravigliato nel pensare che la prima volta ch'io viaggio a cavallo, mi tocca di scorrere i monti della Giudea; laonde come malpratico di cavalcare, domandai il cavallo più vecchio che corre meno, e subito fui esaudito.
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All'uscire da Iaffa si cammina ora per istrade fiancheggiate qua e là da fitte siepi di fichi di Faraone, che racchiudono dei boschi di aranci, di limoni, di meligranati, di banani, di albicocchi ed altri alberi fruttiferi, ora per campagne senza alcuna vegetazione, ora sopra collinette che sono vestite di qualche ulivo mezzo abbruciato dal sole, sempre però sotto un cielo che, durante il giorno cuoce col suo calore il povero viandante. Traversati questi luoghi ci trovammo dinanzi alle sterminate lande dei Filistei, dalle quali avemmo agio di vagheggiare i monti della Giudea, che vanno a congiungersi a sinistra con quelli della Samaria, i quali offrono melanconico aspetto a chi si pensava di viaggiare nella terra Promessa che scorre latte e miele.
Avanti notte nel mezzo della pianura, fummo sopraffatti da due beduini a cavallo armati di lancia e di pistole: ma appena vedutici in numero maggiore, non fecero alcuna offesa; e interrogati da noi quali erano le loro intenzioni, risposero che stavano scortando la via per ordine del governo turco, affine di assicurare il passaggio ai pellegrini.
M.r Ratisbonne impaurito, procurò di raddolcirli con un generoso bacshiss (mancia) di 20 Piastre. A notte avanzata giungemmo in Ramle, secondo S. Girolamo, l'Arimatea del Vangelo, patria di Giuseppe d'Arimatea, cioè di quel decurione, che impetrò da Pilato il crocifisso corpo di G. C. e lo seppellì in un monumento nuovo incavato nel vivo masso, che avea preparato per se stesso in un orto che possedeva sul Golgota. Questa fu la prima città conquistata dai Crociati in Palestina; era fortissima: ora non si veggono che torri atterrate e avanzi d'antichità, fra le quali primeggia la torre dei 40 Martiri di Sebaste, e la casa di Nicodemo, nella quale conto di dir messa al mio ritorno da Gerusalemme.
Ricevuta generosa ospitalità, la mattina dopo alle 4 circa partimmo da Rama, e traversata la bellissima e fertile pianura di Saron giungemmo alle falde delle montagne della Giudea, a traversare le quali impiegammo tutto il giorno sotto un sole cocentissimo. Questo viaggio è assai faticoso, sì perché quelle montagne erte e scoscese essendo sterili, il sole sferza continuamente senza potersi difendere sotto l'ombra di qualche albero, sì perché la strada è pessima, ed ingrombrata ogni momento di ciottoli, e sparsa qua e là di rocce.
Il pensiero però che andava a Gerusalemme m'apprestava le ali ai piedi ed al cuore, e non mi facea sentire lo strapazzo del viaggio. In mezzo al cammino s'incontrano il castello del buon ladrone, di colui cioè che meritò il paradiso quando ebbe compassione di G. C. in croce; il deserto di Abu-Gosci, cioè d'un assassino, che in questo luogo fè tante vittime, e finalmente venne ammazzato; la Chiesa di Geremia; la cima della valle di Terebinto; la città di Colonia, e gli avanzi di molti luoghi celebri nelle scritture. Finalmente sul far della sera traversate cinque catene di monti, giungemmo a vista di Gerusalemme. Allora M.r Ratisbonne ci fa tutti smontar da cavallo, e prostratisi a terra, adorammo il Signore, e venerammo quei santi luoghi tante volte calcati da G. C., e lasciati i cavalli in balia dei Miior, o conduttori, discendemmo alla santa città.
Oh la grande impressione, che mi fece Gerusalemme! il pensiero che ogni palmo di quel sacro terreno segna un mistero, mi facea tremare il piede, e mi metteva a mente questi sentimenti; qui forse sarà stato G. C.; qui Maria Vergine; di qui passarono gli apostoli etc. Dopo fatti i doveri col Reverend.mo di Terra Santa, col Console francese ed austriaco, ci ritirammo nel convento, ove prendemmo riposo. A dirvi la verità eravamo ammazzati tutti dal viaggio. Io mi faceva meraviglia degli altri Missionari, ch'erano avvezzi alla fatica: per me me l'aspettava perché non ho mai cavalcato; e la prima volta ch'io cavalcai m'è toccato di viaggiare un giorno e mezzo continuo per le pianure dei Filistei, e per le montagne di Giudea.
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La mattina veniente, giorno 3 corr.te cominciai la visita dei santi luoghi; primo dei quali fu il tempio del Santo Sepolcro. Questo tempio, fabbricato da S. Elena, madre di Costantino, è il primo santuario del mondo, perché racchiude in se stesso, il S. Sepolcro di G. C. ed il monte Calvario, su cui morì: pieno di queste idee religiose restai meravigliato quando vidi l'atrio di questo tempio occupato dai turchi, che fanno mercato, la porta e il primo quadro custodito dai turchi che fumano, mangiano, e si strapazzano a vicenda, i greci scismatici, e gli armeni scismatici che gridano, si strapazzano, si battono, e vi fanno mille irriverenze.
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Il tempio del santo Sepolcro comprende: 1¼. il Santo sepolcro. 2¼. La colonna della flagellazione, che dalla casa di Pilato fu qui trasportata 3¼. La cappella di S. Elena. 4¼. La cappella dell'invenzion della Croce, ove, cioè, fu trovata la Croce, e trascelta fra quelle dei due ladri crocifissi con G. C. mediante il miracolo della risurrezione d'un morto. 5¼. La pietra dell'Unzione, ove cioè da Giuseppe e Nicodemo fu unto e imbalsamato il corpo di G. C. prima di metterlo nel S. Sepolcro. 6¼. La cappella ove fu crocifisso G. C. 7¼. Il luogo ove fu innalzata la croce, nel quale v'è ancora la buca, che ricevette la S. Croce, a baciare la quale, come tutti questi luoghi, che furono eretti in cappelle v'è indulgenza plenaria. 8¼. Il luogo, o cappella, ove stava M. Vergine quando G. C. stette in Croce, e ricevette fra le sue braccia il morto suo divin figlio. 9¼. La cappella ove stava M. V. quando G. C. fu inchiodato in Croce; 10¼. la carcere, ove stette G. C. la notte antecedente alla sua morte. 11¼. La cappella della division delle vesti. 12. La colonna degli improperi, ove G. C. fu sputacchiato, percosso etc. prima d'essere condannato a morte, ch'era nel palazzo di Caifasso e poscia fu trasportata qui 13. La cappella dell'apparizione a S. Maria Maddalena. 14. La cappella ov'è tradizione che G. C. risorto sia apparso a Maria Vergine, come dice S. Girolamo. In questi luoghi v'è indulgenza plenaria ogni volta che si visitano.
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Questo magnifico tempio abbraccia tutto il monte Calvario, a cui v'è annesso il sepolcro di S. Nicodemo, che si fece incavare, dopo aver ceduto il suo a G. C. Io non posso a parole esprimere la grande impressione, i sentimenti che mi destarono tutti questi preziosi santuari che ricordano la Passione e la morte di G. C. Il Santo sepolcro, mi fece rimanere estatico, e diceva fra me stesso: qui dunque stette 40 ore Gesù Cristo? questa dunque è la sacra tomba che ebbe la sorte di chiudere in se stessa il creatore del cielo e della terra, il redentore del mondo? questa è quella tomba, che baciarono tanti santi, innanzi alla quale si prostrarono tanti Monarchi, tanti Principi e vescovi in tutti i secoli dopo la morte di G. C.?
Io baciai e ribaciai più volte quella sacra tomba, mi prostrai più volte ad adorarla, e su quella tomba pregai, indegnamente sì, per voi, e pei nostri amati parenti, ed amici, ed ebbi la consolazione di celebrarvi due messe, l'una per me, per voi, e per la mia missione; l'altra per voi due, carissimi genitori.
Dopo questa visita che fu breve la prima volta, perché fui cacciato fuori da un greco scismatico, ascesi sul monte Calvario 30 passi più sopra dal S. Sepolcro: baciai quella terra sulla quale si posò la croce, sopra cui venne disteso ed inchiodato G.C.: mi richiamai alla mente il momento doloroso, in cui in questo luogo, segnato da una lastra di marmo a mosaico, a G.C. vennero tirate le braccia e slogate perché le mani giungessero al foro dei chiodi, in cui qui fu crocifisso, e rimasi tocco nel cuore da molti sentimenti di compassione e di affetto etc.
Ad un passo e mezzo dal luogo della crocifissione a sinistra, v'è il luogo ove stette M. Vergine, quando G. C. gemeva in Croce: anche questo mi fece grande impressione: quando poi a due passi di distanza da questo luogo fui sopra il luogo ove fu inalberata la croce, e che dal Superiore dei Francescani del S. Sepolcro mi fu detto questa è la buca in cui fu piantata la croce, mi gettai in un dirotto pianto, e per un poco m'allontanai: poscia, dopo che baciarono gli altri, m'accostai io pure, e la baciai più volte quella buca benedetta; e mi si risvegliarono questi pensieri: Questo è dunque il Calvario?
Ah ecco il monte della mirra, ecco l'altare della Croce ove si consumò il gran sacrificio. Io mi trovo sulla cima del Golgota nel luogo stesso dove fu crocifisso l'Unigenito Figliuolo di Dio: qui fu compito l'umano riscatto; qui fu soggiogata la morte, qui fu vinto l'inferno, qui io sono stato redento. Questo monte, questo luogo rosseggiò del sangue di G. C.: queste rupi udirono le sue estreme parole: quest'aura accolse il suo ultimo fiato: alla sua morte si dischiusero i sepolcri, si spezzarono i monti: e distante pochi passi dal luogo ove fu inalberata la Croce si mostra un'enorme spaccatura d'una profondità incalcolabile, la quale è costante tradizione che sia avvenuta alla morte di G. C.
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Venerai parimenti la colonna della flagellazione; la Pietra del-l'unzione; la Carcere di G. C.; la Colonna degli Improperi; la cap-pella dell'invenzion della Croce etc. E per dirvi qualche cosa del tem-pio del Santo Sepolcro, esso è in mano dei Turchi, dei Greci Sci-smatici, degli Armeni Scismatici, e dei Padri Osservanti Francescani.
I Turchi hanno le chiavi del tempio, che aprono dietro richiesta del dragomanno europeo in servizio dei Cattolici e Scismatici due volte al giorno, cioè alle 6 di mattina, e resta aperto fino alle 11, e alle 3, e resta aperto fino alle 6; e per farlo aprire bisogna ogni volta sborsare al portiere turco per ordine del governo turco, due piastre che corrispondono a 60 centesimi. Il Turco non ha altra ispezione che la guar-dia e le chiavi del tempio. Il santo Sepolcro è in mano dei greci scismatici, e degli armeni acismatici; i Cattolici non vi possono dire che tre messe, una delle quali è cantata; e queste dalle 4 alle 6. Se entro le 6 non è finita la messa cantata entrano nel Sepolcro i greci, e con pugni e con bastoni cacciano via il Sacerdote celebrante, abbia finita, o no, la messa, ragione per cui tante volte sul Santo Sepolcro vennero feriti ed anche uccisi i Preti Cattolici.
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Sul Calvario, la cappella ove fu inalberata la Croce è in mano esclusiva dei Greci Scismatici, e là nessun Cattolico vi può celebrar messa pena la morte; il Luogo, ove stette Maria Vergine che è due passi a sinistra della buca, e il luogo della Crocifissione che è un passo e mezzo istante dalla cap.a della Madonna, a tre passi e mezzo dalla S.a buca, sono in mano esclusiva dei Cattolici, e qui celebrai due messe; la 1. al luogo dove la Madonna stette nelle tre ore dell'agonia, celebrai per voi, mamma cariss.ma; la 2. al luogo della Crocifissione, celebrai per voi, papà carissimo.
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Alla cappella, ove Maria stette quando G. C. veniva disteso ed inchiodato in Croce, che è 5 passi a sinistra della buca della croce, celebrai pell'Eustachio, zio Giuseppe, Cesare, Pietro e tutta la loro famiglia, specialmente per l'Eugenio, perché M. S.ma lo protegga nella sua perigliosa educazione. Tutti gli altri luoghi sono in mano dei cattolici. Tutti però sono aperti alla venerazione e dei Greci, e dei Cattolici; perciò i PP.dri Francescani ogni sera alle 4 fanno processione, recitano preghiere pubbliche e incensano nel Santo Sepolcro, sul Calvario, ed in tutti i luoghi sovraccennati; ed a questa processione intervenni io pure, e come sacerdote mi si porse la candela del Santo Sepolcro; la quale io vi mando divisa in tre parti, come vi dirò più sopra.
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Per celebrar messa nel S. Sepolcro restai chiuso entro il tempio due notti intere, per essere pronto alle 4 ad andar fuori colla Messa; ed in queste due notti godetti molto, perché ebbi agio di venerare tutti i Santuari di questo Santo tempio, e di effondere preghiere, indegne assai, ma ferventi per la mia missione per voi e per tutti quelli che per qualche titolo mi sono congiunti.
Egli è vero che si va soggetti a qualche insulto specialmente per parte dei Greci, che a noi son più nemici dei Turchi; ma che è mai qualunque insulto in questo luogo, ove G. C. ne ricevè tanti e fu crocifisso? Dico però che il tempio del S. Sepolcro, che è il primo Santuario del mondo, è il tempio più profanato del mondo; qui ogni anno succedono ferite ed uccisioni; ogni giorno si grida si chiassa e si percuote, e fin anche dai Greci, i cui preti sono maritati, consumano vicino al Sepolcro e Calvario il matrimonio, e commettono le più enormi irriverenze, che io taccio per pudore, e che non posso esprimere a parole, di cui nessuno può avere idea senza aver veduto coi propri occhi. Ma basta.
Visitato il S. Sepolcro e Calvario, mio primo pensiero fu di percorrere e visitare la Via dolorosa che comincia dal Pretorio di Pilato e finisce al Calvario: questa è quella via che fece G. C. dopo che fu condannato a morte e portò la Croce sul Golgota; in questa feci la Via Crucis, fermandomi a recitare le stazioni, come sono in quella che comincia colla parola Crucifigatur, nei luoghi appunto ove si adempirono i 14 misteri che si contemplano nella Via Crucis: essa è lunga 820 passi circa. Il Pretorio di Pilato, che è posto sul monte Acra, fu convertito in una Chiesa dapprima poscia in un quartiere di soldati, al cui oggetto serve anche adesso; mediante una mancia alla guardia si può visitare: in questo Pretorio io vidi il luogo ove G. C. fu condannato a morte; il luogo ove G. C. fu flagellato; e qui celebrai messa per la mia Missione, per me, per voi, e pei nostri parenti, al quale scopo applicai tutte le altre messe celebrate in Terra Santa.
Vidi il Lithostrotos, e tutti quei luoghi che in questo palazzo soffrì G. C. Esso è ora diviso nelle seguenti parti: 1¼. nel luogo ove fu sentenziato a morte G. C. 2¼. Nella Sala degli Improperi, nella quale G. C. venne accusato come bestemmiatore, facinoroso, ribelle a Cesare, usurpatore del nome di Dio: quante accuse, ignominie, calunnie, umiliazioni, vituperi, insulti e tormenti non sostenne qui G. C.! qui gli fu imbrattato il volto di sputi, spogliato delle proprie vesti, rivestito di un lacero cencio di porpora; qui fu condannato ai più aspri flagelli, fu coronato di pungentissime spine, gli fu posta fra le mani una canna palustre in luogo d'uno scettro reale, fu salutato come Re di burla, e fu posposto a Barabba. 3¼. Il palazzo di Pilato comprende la Chiesa della Flagellazione, cioè il luogo ove il Signore fu legato ad una colonna e vi fu crudelmente flagellato. 4¼. Il Lithostrotos, cioè la loggia, dalla quale Pilato presentò al Popolo Gesù coronato di spine, e coperto di un lacero cencio di porpora, proferendo le parole: Ecce homo: questa loggia ora traversa la via dolorosa a guisa di ponte, ed è ridotta ad un quartier di soldati. Da questo palazzo io partii per fare la via Crucis: si discende da qui nella strada, ove si fa la 2. stazione, cioè quando G. C. ricevette la Croce sulle spalle: la scala che dal Pretorio di Pilato mette nella strada venne trasportata a Roma.
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Continuando la via dolorosa si arriva al luogo della 1.a caduta, che è segnata da due colonne distese in terra: più avanti due passi v'è la Chiesa dello Spasimo, la quale è fabbricata in quel punto dove la B. V. incontrò il suo divin Figliuolo colla Croce sulle spalle. I Turchi l'hanno convertita in un bagno. Fino a qui la strada è piana: comincia poi ad essere erta nel luogo ove G. C. fu aiutato dal Cireneo a portar la Croce.
La casa della Veronica è indicata per una porta, che mette in una stalla. Dicesi che è il luogo della sua abitazione: ma i più critici scrittori dicono che è il luogo, ove la Veronica rasciugò il volto a Gesù: andando un po' avanti si giunge alla porta giudiciaria che mette al monte Calvario, il quale a' tempi di Xto era 400 passi circa fuori di Gerusalemme, mentre ora è dentro. Per questa porta passò G. C. quando andò a morire per noi; e si dice appunto giudiciaria, perché per questa passavano i giustiziati a morte; a questa medesima porta fu affissa la sentenza di morte emanata contro di lui da Ponzio Pilato: è stata più volta abbattuta; nulladimeno è qui ancora conservata una colonna, che è ritta in piedi due braccia a fianco della porta, alla quale è tradizione che sia affissa l'iniqua sentenza.
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Il luogo della 2. caduta non si sa precisamente: perciò si fa questa stazione della via crucis fra la porta giudiciaria, ed il luogo, ove incontrò le donne di Gerusalemme che è 100 passi lontano dalla porta giudiciaria; la 3. caduta successe 10 passi prima del luogo della Crocifissione, ed è segnato da un masso della roccia del Calvario, il quale è sputacchiato per disprezzo dei cristiani dai musulmani.
Le altre stazioni si fanno entro il tempio sul Calvario, come potete arguire da ciò che vi dissi del Calvario. Questa via Crucis, mi fu detto in Gerusalemme dai P.i Francescani, la fece l'Arciduca Massimiliano, Governatore del Regno Lombardo-Veneto; e la fece in ginocchio versando lagrime di tenerezza con edificazione di tutta Gerusalemme.
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Visitata la Via dolorosa andammo a visitare il monte di Sion, sul quale si trova il santo Cenacolo. Quanto non è mai sublime il monte di Sion! sublime per la sua eccelsa posizione; sublime pei suoi profondi misteri: è posto al sud-ovest di Gerusalemme, e domina la Valle Gehenna, l'Aceldama, e la valle dei Giganti. Fu sopra il monte di Sion che Davidde trasportò l'Arca del Testamento dalla casa di Obededon: qui fu sepolto il medesimo Davidde; qui G. C. celebrò la sua ultima Pasqua, lavò i piedi ai suoi apostoli, istituì il Santissimo sacramento dell'Eucarestia; qui ordinò i primi sacerdoti e i primi vescovi della sua Chiesa.
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Era su questo monte che si trovava il palazzo di Caifas, dove fu condotto Gesù nella notte della sua cattura; qui Pietro rinnegò tre volte il suo divino Maestro, si riscosse al canto del gallo, pianse amaramente il suo fallo; qui il Signore passò la sua ultima notte nel fondo d'una prigione; qui fu accusato da' falsi testimoni, tacciato da bestemmiatore, sputacchiato in volto, e schiaffeggiato, e giudicato reo di morte; ed essendo stato quindi crocifisso, qui apparve per la prima volta dopo la sua Risurrezione agli Apostoli congregati nel Cenacolo, e conferì loro la potestà di rimettere i peccati, istituendo il Sacr.to della Penitenza; qui riapparve loro a porte chiuse dopo otto giorni, e fè toccare le sue sacratissime piaghe all'incredulo Tommaso; qui fece la sua ultima apparizione sulla terra prima di salire al cielo nel dì dell'Ascensione.
Fu sul monte di Sion che ritornarono i discepoli dopo che lo aveano accompagnato in quel suo glorioso viaggio fino alla cima dell'Oliveto; qui perseverarono di concordia nell'orazione per ben dieci giorni per prepararsi degnamente a ricevere il Divin Paracleto, lo Sp. Santo; qui fu aggregato Mattia al collegio ap.lico in luogo di Giuda traditore; qui sul finire dei giorni della Pentecoste discese sopra di loro lo Spirito Santo in forma di lingue di fuoco; qui furono eletti i primi sette diaconi; qui si tenne il primo Concilio della Chiesa presieduto da S. Pietro; qui fu nominato S. Giacomo minore primo Vescovo di Gerusalemme; qui gli Apostoli si divisero fra loro il mondo, che doveano evangelizzare; qui, secondo la più accreditata opinione, ebbe luogo il transito della Madonna da questa all'altra vita; qui riposarono per lungo tempo le ossa del Protomartire S. Stefano; qui dormono finalmente il sonno di morte tanti Cristiani di Gerusalemme, e tanti martiri della Chiesa, che in questo luogo testimoniarono col loro sangue la divinità di nostra Religione.
Visitai quasi tutti i luoghi rimarchevoli che sono sul monte di Sion, e primo di tutti fu il Sacrosanto Cenacolo, ove instituì G. C. il Sacramento dell'Eucarestia: esso è vicino alla tomba di Davidde la quale colla sua sommità riferisce nel Cenacolo; questo sublime Santuario è ora da tre secoli in potere dei Musulmani, che vi tengono il dormitorio pei soldati: non si può entrarvi, ma noi colla bella maniera, e con generoso bacsish vi entrammo con un Missionario di Terra santa; ed io potei adorare quel sacro avanzo dell'antichità, senza però calare sotto del medesimo a vedere la tomba di Davidde, perché v'è pena la morte a chi v'entra: non potei però celebrarvi la messa, per non correre il pericolo di ricevere il grazioso bacio di qualche pistolettata musulmana, che mi sarebbe stata tanto grata. V'è indulgenza plenaria nel Cenacolo.
Altre indulgenze si acquistano in altri luoghi del medesimo Cenacolo e fuori; cioè dove fu preparato l'agnello pasquale per la Cena del Signore; dove G. C. lavò i piedi ai suoi Apostoli; dove scese lo Spirito santo sovra gli ap.li; nella sommità del Sepolcro di Davidde che risponde nel Cenacolo; nel luogo dove cadde la sorte sopra S. Mattia; dove S. Giacomo Ap.lo fu eletto vescovo di Gerusalemme; dove successe la divisione degli Apostoli per predicar l'Evangelo per tutto il mondo. Tutto questo si acquista nel Cenacolo.
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Visitai pure il palazzo di Caifasso quasi affatto diroccato, e, rifatto dai Turchi; e qui sonvi quattro indulgenze, cioè; nel luogo dove il Signore passò in carcere la sua ultima notte, dove Pietro lo rinnegò, dove il medesimo Ap.lo udì il canto del gallo, e dove si trattenne la Madonna dopo che intese la cattura del suo divin Figliuolo. Oh quanti insulti ed ignominie non sostenne G. C. in questo palazzo! oltre all'essere stato negato da Pietro, sputacchiato, bendato negli occhi etc.; qui quelli che lo aveano percosso lo eccitavano ad indovinare chi di loro fosse stato chi lo avesse percosso etc. etc.
Dal palazzo di Caifas si va al luogo ove fu trasferito il corpo di S. Stefano, al luogo ove è tradizione che S. Giovanni Ev.a celebrasse il sacrifizio della Messa alla presenza della Vergine, al luogo ove abitò la Madonna per qualche tempo dopo la Ascensione di G. C. al cielo, v'è indulgenza plenaria, ed ove ritornata da Efeso con S. Giovanni, e qui morta, gli Ebrei tentarono di prenderne il corpo mentre si andava a seppellire. Dopo pochi passi viene il palazzo di Anna, ove G. C. ricevette quel terribile schiaffo da una mano armata di ferro.
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Quali sentimenti m'abbian destato questi sacri luoghi, ed ora cotanto profanati, Dio solo e coloro che visitano Gerusalemme ponno comprenderlo. Trovasi ancora in Gerusalemme la chiesa di S. Salvatore ove abitano i PP. Francescani, la quale comprende tre antichissime pale che dal Cenacolo furono qui trasportate dopo che il santo cenacolo diventò caserma dei turchi.
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Il palazzo di Erode è sul monte Abisade; quantunque quasi distrutto lo vidi volentieri perché ricorda la Passione di nostro Signore. Oltre a questi luoghi in Gerusalemme visitai la prigione ove fu posto S. Paolo, quando s'appellò a Cesare; la Chiesa di S. Giacomo che è una delle più magnifiche di Gerusalemme: è in potere degli Armeni Scismatici, ed in essa mi fu mostrato il luogo ove l'Apostolo fu decollato per ordine del Re Agrippa. Così pure la casa di Maria madre di Giovanni Marco, che è in potere dei Soriani Scismatici, la quale è celebre perché si venera il luogo in essa, ove S. Pietro andò a bussare quando fu liberato dalla prigione dall'Angelo.
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Entrai ancora nella carcere, ove S. Pietro venne rinchiuso per ordine del re Agrippa; e fu appunto qui che nel profondo silenzio della notte venne liberato dall'Angelo. I Cristiani dei primi secoli l'aveano eretta in una chiesa. Ora vi si vedono considerabili avanzi, che servono di laboratorio ad alcuni conciatori di pelli, e manda un fetore, che non vi vuole che lo spirito della religione per entrarvi. La casa del Fariseo è posta sul monte Abisade: consiste nelle mura di una Chiesa dedicata a S. Maria Maddalena in memoria della sua conversione, che ebbe luogo in questa casa: ora sta in potere dei turchi.
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Il tempio della Presentazione della Madonna era stato fabbricato in memoria di questo mistero nel luogo dove Salomone avea fatto fabbricare il palazzo delle foreste del Libano: ora è ridotto in moschea. Ma che dirò del tempio del Signore? Esso fu fabbricato nel luogo medesimo del tempio di Salomone, e di questo non rimane nemmeno un sassolino: si addita peraltro il luogo medesimo ov'era, e v'è indulgenza plenaria. Sopra quello fu fabbricato un magnifico tempio dal Califfo Omar, secondo successore di Maometto, dopo la conquista di Gerusalemme. I Crociati nel secolo 11¼ lo convertirono in una chiesa; ma Saladino lo dichiarò di nuovo Moschea (tempio di Maometto); e tale è ancora oggidì. E' il più maestoso edifizio che si trovi in Gerusalemme, ed è di stile moresco. E' proibito l'entrarvi sotto pena di morte, perché oltre di essere tempio di Maometto, racchiude ancora il serraglio delle concubine del Pascià di Gerusa-lemme.
A me però riuscì di passar tutto l'atrio con due Padri Missionari della Compagnia di Gesù; ma ci demmo subito alla fuga quando vedemmo i soldati armati, non ostante un potente musulmano che fiancheggiava i nostri passi. Sotto al luogo del tempio di Salomone v'è la probatica piscina che è uno degli avanzi più antichi che esistano in Gerusalemme: data nientemeno che dai tempi di Salomone: è in uno stato assai cattivo, ma basta il suo semplice nome per ricordare la prodigiosa guarigione di quel Paralitico, che giaceva già da 38 anni infermo, e che quivi fu sanato dal Redentore.
Anticamente serviva per lavarvi le vittime, che si doveano offerire nel tempio. Al presente vi crescono alti i fichi di Faraone, ed altri arbusti. Essa comunica col tempio della Presentazione della Madonna, che vi citai di sopra; nel quale sonvi delle pietre di smisurata dimensione che servirono certamente, secondo eruditi scrittori della Terra Santa, per le mura dell'antica Gerusalemme. Attorno a queste pietre gli Ebrei vanno a piangere ogni venerdì verso il tramonto del sole; il che è uno spettacolo degno a vedersi.
Questi sono i luoghi rimarchevoli da me visitati in Gerusalemme, ve ne sono molti altri: ma ad alcuni molti reverendi devotuli [bigotti ?] vi vogliono applicare celebrità, ma siccome non ci credo, perché non conobbi troppo fondamento, così li passo sotto silenzio: a quelli che vi descrissi, e che vi descriverò, presto tutta la fede, perché constatati dalla più antica tradizione riconosciuta dai più grandi scrittori e dall'oracolo della Chiesa che vi appone indulgenza plenaria ogni volta che si visitano.
Ora usciamo di Gerusalemme, e contemplate meco i luoghi degni della considerazione di un Cristiano. E prima uscendo da porta di S. Stefano all'oriente di Gerusalemme, si lascia 40 passi a destra la porta Aurea, che è chiusa con muro. Si chiama la porta Aurea per eccellenza in memoria del solenne ingresso che fece per essa G. C. nel dì delle Palme.
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Anche Eraclio dopo vinto Cosroe Re di Persia entrò col conquistato legno della Croce per questa porta: è la più bella ed architettonica che esista in Gerusalemme; né io giammai ne vidi una migliore: ma i Turchi l'hanno chiusa e murata, perché esiste fra loro un'antica tradizione che i Franchi (così si chiamano in Oriente gli Europei) conquisterebbero Gerusalemme ed entrerebbero trionfanti per questa porta. Poi scendendo nella valle (di Iosafat) per la china del monte Moria, prima di giungere al termine della discesa v'è una roccia assai informe, ove fu lapidato S. Stefano: più sopra tredici passi v'è il luogo ove stava Saulo (che poscia fu l'Ap.lo S. Paolo) a custodia delle vesti dei lapidatori; ed a mano manca si mostra il luogo, ove l'Imperatrice Eudocia fece edificare un tempio al glorioso Protomartire. Giunto in fondo alla valle si passa il torrente di Cedron che divide la valle di Iosafat e si entra nel Getsemani.
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Io diedi uno sguardo a questa valle, la passai pel lungo e pel largo più volte; e sarà egli qui, dicea fra me stesso, ove sarò giudicato un dì dall'eterno Giudice? qui si congregheranno tutti i popoli della terra nel giorno finale? qui si emanerà l'inappellabile sentenza di eterna vita, o di eterna morte per tutti quelli che furono, sono, e saranno! qui la terra spalancherà le sue profonde voragini per ingoiarvi i reprobi nell'inferno, da qui voleranno gli eletti al cielo?
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Oh valle! terribilissima valle! Essa scorre fra l'Oliveto ed il Moria, e non ha neppure un quarto d'ora di lunghezza: essa comincia dal Sepolcro della Madonna, e va a terminare alla tomba di Iosafat Re di Giuda, che si conserva intatto perché incavato nel vivo masso: la valle di Iosafat è intersecata dal torrente ora asciutto di Cedron, ed è tutta piena delle rovine di Gerusalemme. La sua larghezza maggiore è pressappoco un tiro di schioppo a palla.
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A settentrione di questa valle v'è il sepolcro della Madonna che fa parte del Getsemani, il qual sepolcro è un tempio quasi tutto sotto terra, in cui si discende per un maestoso scalone di 47 gradini. In questo sepolcro stette Maria Vergine tre giorni, prima che col corpo fosse assunta in cielo: sapete il fatto degli Apostoli e di Tommaso, che non ebbe la grazia di veder morta Maria: esso sepolcro è come quello di G. C. presso a poco, ed è posseduto dai Greci Scismatici, che vi fanno ogni giorno lunghe funzioni. In questo medesimo tempio sotterraneo vi sono ancora i sepolcri di S. Giuseppe, di S. Anna, e di S. Gioachino, a' quali è apposta indulgenza parziale a chi li bacia, mentre a quello della Madonna v'è indulgenza plenaria.
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Passato questo, ed addentrandosi nel Getsemani, trovasi la grotta dell'agonia, così detta, perché ivi si ritirò il Signore a pregare l'Eterno Padre nella notte che precedette la sua morte, e si sentì oppresso da sì mortale tristezza, che entrò in agonia e sudò sangue vivo. Distante un tiro di sasso da questa grotta evvi l'Orto di Getsemani propriamente detto: tanto la grotta dell'Agonia come il Sepolcro della Madonna, ed altro luogo che vi dirò, è tutto Getsemani; ma i frati hanno chiuso con muro parte del Getsemani, che essi chiamano l'orto di Getsemani, per difendervi 8 ulivi antichissimi, i cui tronchi è tradizione che esistessero ai tempi di G. C. Io non so se ciò sia vero: certo è che hanno una zocca più [......] volte maggiore dei nostri olivi.
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Il luogo dove il Signore si separò da' suoi Apostoli viene indicato fuori della cerchia del Getsemani propriamente detto; così pure a sette passi distante v'è il luogo ove G. C. fu tradito da Giuda con un bacio. Ritornando poscia nella valle, quasi in fondo, e camminando sulle sponde del disseccato torrente di Cedron v'è un'orma di un ginocchio impressa sopra un duro macigno nel mezzo del letto del torrente. Quest'orma vuolsi che l'imprimesse G. C. nella notte della sua cattura, quando preso nell'orto di Getsemani, e spinto dagli urti dei soldati cadde in detto luogo: a chi bacia quest'orma del ginocchio di G. C. v'è indulgenza plenaria, come pure è plenaria all'Orto di Getsemani ed alla Grotta dell'Agonia, ove io celebrai Messa nel luogo veramente ove G. C. sudò Sangue, ov'è un bellissimo altare, ed è in mano dei Cattolici.
Pochi passi distante dall'orma del Ginocchio di Gesù Cristo v'è l'antro vastissimo, ove si ritirò S. Giacomo Apostolo dopo la morte del divino maestro col fermo proposito di non più mangiare né bere fino a tanto che non lo avesse veduto risorto. Prima di giungere a quest'antro v'è il sepolcro di Giosafat re che è di un sol pezzo, ed è come la chiesa di S. Rocco in Limone: parimenti il monumento del ribelle Assalonne che si fece fare mentr'era in vita, colla speranza di entrarvi morto; ma si ingannò: è una maraviglia: io v'entrai nel mezzo: viene poi l'urna di Zaccaria, e mille lapidi sepolcrali, che racchiudono le ceneri di quegli infelici Giudei, che da tutte le parti del mondo vennero a chiudere i loro giorni in Gerosolima, affinché le loro ossa riposassero all'ombra di quel tempio che non è, né sarà mai più se non nella loro immaginazione.
Tutte queste cose sono nella valle di Giosafat, che è alle falde del monte Oliveto. Oh il caro monte che è mai l'Oliveto! quanto non è vaga la veduta da quella eccelsa vetta si gode! quanto sono consolanti i misteri ond'è tutto contrassegnato! questo monte fu l'oratorio del Signore, la cattedra de' suoi divini insegnamenti, il testimonio de' suoi oracoli sopra Gerusalemme; e gli servì di scala per salire al cielo. Ora io vi condurrò quasi per mano a vagheggiarlo colla vostra immaginazione, che è degno della contemplazione di un fervente Cristiano.
Ai suoi genitori - 12.10.1857
Sorge l'Oliveto all'oriente di Gerusalemme dirimpetto al Moria, da cui il divide la valle di Giosafat. Valicato adunque il torrente di Cedron presso il Sepolcro della Madonna, e rasentato a settentrione l'orto di Getsemani, s'incontra al principio della salita un masso durissimo, il quale rammenta il luogo dove sedea cogitabondo e mesto l'inconsolabile Tommaso, quando la divina madre già assunta in cielo gli mise giù il suo cingolo, come narrano, fra gli altri, Niceforo, e Giovenale Vescovo di Gerusalemme.
Giunto alla metà del monte e volto a man destra un tiro di fucile si arriva sopra il luogo ove G. C. pianse sopra Gerusalemme, che è contrassegnato da una torre diroccata ch'era un tempo il campanile d'un gran tempio qui fabbricato in memoria del pianto che qui versò G. C. sopra la prevaricatrice città. Da questo luogo si vede tutta Gerusalemme: io la mirai; oh come mi parve desolata, e spirante melanconia questa città ch'era la più celebre del mondo! Oh come questa figlia di Sion perdè la sua beltà! ella è caduta in tanta desolazione che muove alle lagrime i cuori più duri, pensando a quel che era ai tempi della Redenzione.
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Poco in su vi è una caverna praticata nel masso entro le viscere dell'Oliveto, che serve come di vestibolo ad una fuga di sotterranei sepolcri che si chiamano dei profeti. Sopra questi sepolcri vi è il luogo, ove stava a sedere G. C. quando predisse a' suoi discepoli le molte tribolazioni, le sanguinose guerre, le persecuzioni d'ogni maniera, e l'abbominazione e la desolazione, che avrebbe preceduto l'estremo dì del Giudizio Universale. Qui m'arrestai per un istante, e all'aspetto della sottoposta valle di Giosafat, mi immaginai l'imponente spettacolo che presenterà tutto il genere mano in uno raccolto in quella valle per riceverne la finale sentenza. Cinquanta passi circa prima di giungere sulla cima v'è il luogo, ove si ritirarono gli Apostoli per comporre il Credo prima di spargersi pel mondo: questo luogo è contrassegnato da una cisterna, entro cui erano incavate 12 nicchie, in memoria dei 12 Apostoli congregati.
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Poco distante trovasi il luogo ove G. C. insegnò il Pater noster ai 12 Apostoli, nel qual luogo eravi un tempo una chiesa. Finalmente eccomi sulla cima dell'Oliveto: ma ov'è il luogo, da cui G. C. salì al cielo? sonvi qui molti poveri casolari ed in mezzo un tempio abbastanza ben conservato. In mezzo a questo tempio è il luogo dell'Ascensione.
Un santone turco, mediante generosa mancia ci aprì la porta di un cortile, nel cui mezzo v'è questo tempio senza porte. Sul pavimento vidi un piccolo quadrato formato di pietra, che racchiude un duro macigno, su cui trovasi impressa la pianta sinistra del piede di un uomo che guarda l'occidente: quest'orma ove la piantò G. C. quan-do salì al cielo. Io baciai e ribaciai riverentemente quest'ultima vestigia che impresse sulla terra il divin Redentore, per acquistare l'indulgenza plenaria che v'è annessa. A 70 passi da questo luogo, camminando per la cima dell'Oliveto visitai il luogo detto Viri Galilei, che segna quel luogo ove stavano gli Apostoli quando ritornando dall'Oliveto e stando estatici a guardare in cielo, apparve loro un Angelo.
78
Dall'altra parte a dritta v'è Betfage villaggio diroccato, che sorge in quel luogo, donde il Signore mandò i suoi discepoli a sciogliere il puledro che stava legato vicino ad un castello vicino per fare il suo trionfale ingresso in Gerosolima nel dì delle Palme. Da qui si vagheggia benissimo il monte ove G. C. digiunò 40 giorni, la pianura vastissima di Galgala, il fiume Giordano, il mar morto, ove sorgea la Pentapoli, il monte dei Franchi, le alture di Ramatzaim Sophim (Gerico), e molti altri luoghi celebri nella Scrittura, che poi visitai più davvicino.
Volea mandarvi una bottiglia di acqua del Giordano colle co-
rone, ma siccome non vi arrivano queste che un mese dopo Pasqua, come vi dirò più sopra, e si marcirebbe, così tralascio, e la porto invece in Alessandria ad uno, che me ne raccomandò una piccola bottiglia.
Prendendo ora il cammino del sepolcro di Giosafat verso il sud di Gerusalemme si va alla Natatoria di Siloe, celebre perché G. C. gua-rì in questa il cieco nato: io bevvi di quell'acqua, e ammirai il flusso e riflusso delle sue acque senza punto saper ispiegarne il perché. Non molto distante dalla Natatoria di Siloe montai le falde di un antichissimo gelso in mezzo alla via, che indica il luogo dove fu segato per mezzo il profeta Isaia con una sega di legno d'ordine del Re Manasse.
Sotto a questo 20 passi, v'è il pozzo di Neemia fondo più di 300 piedi, che contiene acqua freschissima, così detto da ciò che Neemia dopo la schiavitù di Babilonia fece estrarre da questo pozzo dell'acqua densa, con cui ne asperse le legna e le vittime già poste sull'altare pel Sacrifizio, le quali si accesero prodigiosamente all'apparire del sole, come dice la Scrittura.
In questo pozzo era stato nascosto dai Sacerdoti il fuoco sacro nella distruzione della Santa Città sotto Nabucodonosor. A questo luogo la Valle di Siloe si unisce colla valle di Ennon, che è la Geenna del Vangelo: essa è cupa, profonda, solitaria, triste melanconica, spaventevole, che Gesù Cristo la fè simbolo dell'Inferno, io la percorsi tutta, e vidi il luogo ove fu eretto quell'idolo Moloc di bronzo che sulla cima aveva un buco, da dove si gettavano i fanciulli vivi per essere abbruciati in onore di Moloc. In questa valle sonvi delle celle incavate nel vivo masso, ove si nascosero gli Apostoli, dopo che videro il loro divino Maestro fatto prigioniero nell'orto di Getsemani.
Ai suoi genitori - 12.10.1857
Più sopra andai nell'Aceldama, che è quel campo che fu comperato col prezzo del sangue di G. C. Esso comprende lo spazio in cui possono stare 2 olivi. Uscendo dalla porta di Efraim si trova la grotta di Geremia, ove si ritirò l'addolorato Profeta dopo la distruzione di Gerusalemme fatta da Nabucodonosor a piangere sulle palpitanti ceneri della sua prediletta città, e piangendo compose quei patetici treni e Profezie che si leggono nella settimana Santa.
Sotto a questa v'è il carcere del medesimo Geremia, che è una cisterna, dove è tradizione che fosse gettato il Profeta per ordine del Re Sedecia in pena di aver parlato liberamente al popolo d'Israele da parte di Dio. Volgendo ad occidente salii il monte Gion, memorabile perché sovra di esso fu unto e consacrato Re Salomone. Discendendo poi dietro le mura di Gerusalemme si vede una grandissima e magnifica vasca di 240 passi di lunghezza, 105 di larghezza, 50 di profondità tutta incavata nel vivo masso: essa si chiama ancora Piscina di Bersabea, perché Salomone la costrusse per servizio ed in onore di essa.
84
Molte altre cose io vi potrei dire di Gerusalemme e suoi contorni, ma basta, perché sono stanco di scrivere; v'ho citate solo alcune memorie religiose autenticate e confermate dalla Chiesa, che vi appose in tutte quelle che vi descrissi, indulgenze le più ampie. Gerusalemme ora non è che della grandezza di due volte Brescia; le sue strade sono strette, erte sucide, che fanno pietà; essa è sede di molti Vescovi Scismatici, di un Pascià turco, e del Patriarca, che ci accolse assai gentilmente; essa è fortificata più che Verona, e presenta una grande idea di quella che un tempo fu.
85
Vi sono 80 Missionari cattolici, e più di 100 fra greci ed armeni scismatici. Ora i russi protestanti, e gli ebrei si sono introdotti, anzi i primi hanno un vescovo. In mezzo a questa confusione di culti non si può far nulla per la conversione, perché pe' Turchi v'è pena la morte a chi tratta di convertirsi; e gli altri eretici colla profusione del denaro impediscono che i loro seguaci si facciano cattolici; per cui succede che alcuni tristi cattolici, quando on possono avere dai Missionari quel denaro o mantenimento che vogliono, trattano di farsi protestanti, come successe quest'anno.
Tutti i Cattolici della Palestina sono poveri; e la maggior parte vengono mantenuti dai Conventi dei Francescani. Vi dirò poi di alcuni altri luoghi da me visitati nella Palestina, che meritano la vostra attenzione, e considerazione.

(D. Daniele Comboni)



N. 14 (12) - A EUSTACHIO COMBONI
AFC

Gerusalemme, 12/10 = 57
Mio caro cugino!

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Oh parmi mill'anni, che non parlo, non ragiono con voi, di voi, d'Eugenio, e de' miei carissimi cugini! quante volte fra il fremere dei venti, ed il fluttuar dell'onde, non mi batte al cuore il peso di tanta separazione che ho fatta anche di voi: quante volte mentre ascendeva le scoscese e ripide montagne della Giudea, mi correva il pensiero quando con voi, col carissimo Eugenio ed Erminio etc. ascendevamo per le salite di Dalco, e per le amene rocce di Prealzo! Ora mi trovo nella santa città; ma dico fra me stesso! O avessi qui quei cari che stretti mi sono coi vincoli più sacri del sangue! Ad Eugenio però, quanto scrivete, non dimenticatevi di raccomandargli quel che gli dissi prima della mia partenza; se mi rimane il tempo, voglio scrivergli.
Sappiate ora che sul monte Calvario ho applicato messa per voi, per Eugenio, pello Zio e per tutta la famiglia che s'intitola: Fratelli Comboni, e la dissi in quel luogo ove stava Maria Vergine quando il suo divin Figlio veniva disteso, ed inchiodato in Croce; così pure mi fu dolce il fare il Memento per voi tutti, e specialmente pell'Eugenio in tutti i Santuari di Gerusalemme e di Betlemme, ed in ogni luogo della Terra Santa, per cui non posso più dimenticarmi in avvenire ogni giorno quando celebro: questo vel dico non già perché voi dobbiate far tanto conto delle mie preghiere, perché sapete ch'io son povero poverissimo al cospetto del Signore; ma vel dico per obbligarvi a dirmi qualche Ave Maria, e specialmente pel buon esito della mia Missione. Riceverete dopo Pasqua da Gerusalemme qualche ricordo che destinai per voi per l'Erminia e per tutti voi.
A Eustachio Comboni - 12.10.1857
Ora che dovrò io dirvi? E' mio gran desiderio, o carissimo ed amabile mio Eustachio, che voi, e tutti i miei cugini etc. v'abbiate a salvar l'anima. Dio vi largì la sua benedizione col prosperare le vostre faccende domestiche; Dio v'ha posto nelle mani altresì un buon numero di figli da educare, e mettere sul sentiero della virtù; Dio parimenti vi diede una madre, la mia carissima defunta Zia Paola, che fin dalla nascita v'instillò buoni principi religiosi, per cui fra i negozianti, vi distinguete nell'onestà e nella giustizia e rettitudine.
Ma lasciate che ve lo dica, da vero fratello; lodo la vostra sollecitudine per acquistare ed assicurare sempre più il miglioramento della vostra condizione, perché si tratta di numerosa famiglia; ma parmi questa sollecitudine troppo eccessiva: avete prima un'anima ancora da assicurare, la quale perde molto nella soverchia agitazione pel secolo; avete una salute corporale da conservare, la quale è ancora troppo preziosa pel bene dei vostri figli; dunque moderazione nel vostro traffico, e non altro domando da voi: sì, che desidererei che aveste tutti e tre sempre scolpito nella memoria che se salvate l'anima, avete salvato tutto, e se la perdete, avete perduto tutto, che fra poco ci troveremo davanti al tribunale di Dio, al più tardi entro il breve momento di cinquant'anni; ma son certo che lo farete.
Un'altra cosa vi raccomando; ed è i miei poveri genitori: voi avete sempre beneficato la mia povera famiglia; e di ciò vi sarò grato fino alla morte, e non vorrei rammemorarvi ciò che siete sempre disposto a fare senza bisogno delle mie raccomandazioni; ma è l'espressione dell'affetto, che mi mette in bocca questa raccomandazione; e voi che siete figlio e padre, me la perdonerete: dunque grazie di tutto; vi raccomando i miei genitori. Dio farà sì che partecipiate voi pure del bene che Egli si degnerà di far provenire dalla nostra grande Missione. Vi prego ancora di scrivermi, e spesso, come farò io pure; e ragguagliarmi de' miei genitori, dell'Eugenio, dell'Erminia, del buon Enrico, del Cesare, Pietro, Zio e tutti voi, come vanno i vostri negozi etc. etc.
Salutatemeli tutti quei cari oggetti del mio affetto, e mentre vi dono il mio affett.so bacio mi dichiaro di tutto cuore
Vostro affez.mo cugino
Daniele C.
A Don Pietro Grana - 12.10.1857

N. 15 (13) - A DON PIETRO GRANA
ACR, A, c. 15/37

Cariss.mo ed amabile mio D. Pietro!
Gerusalemme lì 12/10 = 57

91
Non voglio partire dalla santa città, senza farle conoscere che io serbo dolce e cara memoria di chi pasce con tanta industria le multiformi pecorelle di Limone, e m'ha tanto beneficato. Forse giunto in Cairo non avrò tempo di scrivere. Deve dunque sapere che tre di noi siamo qui venuti a baciare prostrati a terra la tomba del Salvatore e venerare i luoghi della sua nascita, della sua vita e della sua morte, mentre D. Beltrame e D. Oliboni sono andati al Cairo a preparare le molte cose che non acquistammo in Alessandria.
92
D'Alessandria partimmo alla volta di Iaffa, fra cui v'ha il tratto di 42 ore di piroscafo. Dalle rovine dell'Antica Ioppe partimmo alla volta di Gerusalemme, impiegando una giornata e mezza di cavallo, e passando per montagne che niente hanno a che fare colle nostre di Limone, mentre in alcuni luoghi sono più ripide e scoscese, e bisogna passarci a cavallo. Qui poi in Gerusalemme, a dirle il vero, se vi entra collo spirito di vedere l'antica Gerusalemme, con animo di ammirarvi i monumenti profani, certo rimane uccellato: chi v'entra poi coll'animo di venerare i più preziosi monumenti e luoghi in cui si compirono i più grandi avvenimenti della Redenzione, allora l'assicuro che vi trova la sua soddisfazione, e tale che nessuno può immaginare, perché ogni passo segna un mistero.
93
Fra le altre cose osservai in questa santa e maledetta città complice anzi autrice del più grande dei delitti, una mestizia, una taciturnità; avvilisce l'animo quando si entra: il turco, il greco, l'armeno, il cop-to mentre nell'altre città, ed in Egitto specialmente, mena grande ru-more, grida, schiamazza, qui invece ognuno tende a sé, lavora, ven-de, fa tutto senza quasi parlare; insomma questa città pare che ancora senta il grande rimorso di aver condannato e messo a morte un Dio.
94
Non così però Betlemme, la quale spira una indicibile gioia a chi v'entra. Si può dire che ancora si conservino quasi tutti i monumenti di nostra religione, e que' che più non vi sono, si conoscono assai bene i luoghi, sì perché in tutti questi fino dalla predicazione degli Ap.li furono innalzate chiese, santuari, monumenti; e questi distrutti, furon di bel nuovo riedificati; e sì perché qui è grande argomento la tradizione dei Maomettani, degli Ebrei, dei Greci, e degli indigeni, i quali si può dire che sieno le prime cose che imparano, per mostrarle poi ed informarne i pellegrini e viaggiatori, che qui affluiscono a migliaia ch'è una cosa incredibile.
Avrei voluto farle una piccola descrizione di ciò che vidi ed osservai; ma gliene farò cenno dall'Egitto, quando sarò più in libertà. Come sta frattanto il mio carissimo Rettore? Spero di trovare in Cairo qualche sua desiderata letterina. S'intende che io come lei dobbiamo star puntuali a quanto reciprocamente ci promettemmo. Le desidero ogni felicità; le raccomando i miei poveri vecchi, a' quali nessun argomento fa eco fuorché la Religione. Qui in Gerusalemme lasciai una piccola memorietta per lei, per sua mamma, sua sorella, pel Sig.r Pietro e suo zio Sig.r B.o Carboni, consistente in una corona di Gerusalemme, benedetta sulla tomba di N. S. e sul Calvario, a cui v'è annessa indulgenza plenaria ogni volta che si recita, ed al rispettivo crocifissetto indulgenza plen.a ogni volta che si bacia.
Intanto io la saluto di cuore; offra i miei saluti più sinceri, all'amabile Sig.r Pierino, al Sig.r Giuseppe e Giulia Carettoni, al vecchio D. Ognibene, alla fam.a del Sig.r L. Patuzzi, e molto al Sig.r Arciprete pel quale pure v'è la medesima corona.
Accetti i saluti ed i sentimenti più vivi d'affetto
dal suo aff. D. Daniele
Al Dott. Benedetto Patuzzi - 12.10.1857
La salutano tutti i miei compagni.


N. 16 (14) - AL DOTT. BENEDETTO PATUZZI
ACR, A, c. 15/168

Mio cariss.mo ed amabile Dottore!
Gerusalemme, 12/10 = 57

E ch'io lasci Gerusalemme, senza scrivere una linea, e far conoscere i sentimenti della mia affezione verso la diletta sua famiglia? Non sarà mai vero. Ma prima facciamo una digressione.
Del def.o G. B. Massim.o Arvedi le scrissi qualche cosa da Alessandria; or ecco che le manifesto quello che ancora raccolsi. La sua malattia fu di più di un mese; e prima di questa, che fu l'ultima, ne avea fatta un'altra che l'avea portato sull'orlo della tomba: in ambe queste malattie, fu assistito con una premura e sollecitudine direi quasi eroica; tanto che il P. Cipriano, che lo assistè per lungo tempo fino alla morte, mi assicurò d'essere stato meravigliato, e mi disse: allora conobbi che i veri italiani, sono veri fratelli. La rassegnazione poi nel ricevere da Dio la morte, fu ammirabile; perché mi dice il medesimo P. Cipriano, che in tanti anni che è Missionario in Egitto, non mai provò tanta consolazione, come in assistere costui, che prima credeva un po' fuori di strada.
98
Le condizioni dell'accordo fatto col Conte Scopoli, sono ignote; so che era semplice agente di casa, non di commercio, perché il C.e Scopoli non fa il negoziante, ma piuttosto esercita il legale solo sulla buona fede che tutta Alessandria ha di lui.
Sono peraltro nella ferma opinione che tutte quelle spese che il C.e Scopoli ha presentato in Verona al fratello del defunto, sieno vere; anzi secondo quel che posso arguire, sono di meno ancora di quelle che ha sborsate; perché in più di due mesi di malattia, ci ha fatto il C.te Scopoli un'assistenza più che da fratello, e non pensò a qualunque spesa. In Alessandria costa una medicina quattro volte di più di quello che sia in Europa: il ghiaccio solo, che vien portato in bastimenti dalla Grecia e dall'Inghilterra costa tre franchi ogni oca, che è poco più di tre libbre; e di quello ve ne volevano molte oche ogni giorno; ebbe a consulto molti medici, insomma nessuno può calcolare quanto costa una malattia in Alessandria, ove tutti corrono per far fortuna, e quindi tutto adoperano per far danaro.
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Al Dott. Benedetto Patuzzi - 12.10.1857
Quindi io sarei per consigliare il fratello del def.o Arvedi a vivere in pace senz'altro indagare, che possa accorgersi lo Scopoli della sua segreta diffidenza; perché se trattasse o per via di ufficio, o peraltro mezzo governativo di farsi render conto d'ogni cosa, la sgarra certo, perché il governo non può usare verun mezzo che il Console Generale, il quale ha per primo Consigliere il Conte Scopoli; ché non si raduna sessione, senza che vi sia il C.te Scopoli, come vidi nei 15 giorni che fui in Alessandria. Anche un suo amico, che ogni giorno visitava l'Arvedi, e che è piuttosto contrario al C.e Scopoli, perché il Console si serve più del Conte che di lui, mi assicurò che in tanti anni che lo conosce ha i più solidi argomenti per provare la sua onestà e giustizia; anzi molte cose, come la visita frequente a quell'ammalato, le facea per sentimento di religione, e per far piacere al Cont.e Scopoli, il quale fece veramente da padre. Su ciò altro non gli dico, perché quando fui assicurato su quello che gli esposi, io non mi diedi tanto pensiero di indagare le altre cose che sono espresse nella carta che mi consegnò l'Arvedi, cose difficili a sapersi senza parlare in termini tecnici.
100
Ma basta veniamo a noi. Avrei voluto farle una piccola descrizione del mio viaggio in Palestina; ma ora non ho tempo. Qui in Gerusalemme ho lasciato qualche piccola memoria per la sua famiglia e pei suoi zii Preti, e Luigi, e per la Sig.ra Faccioli, Salvotti etc.; ma glieli indicherò in altra mia dalle sponde del Nilo: già fin dopo Pasqua non arrivano queste piccole memorie consistenti in qualche corona e crocifisso benedetto sul Santo Sepolcro. Mi saluti tanto la dilettissima mia Sig.ra Annetta, Vittoria, Gaetano, D. Battistino, D. Bortolo, Sig.r Luigi e famiglia, mentre con tutto l'affetto mi segno

D. Daniele
N. 17 (15) - AI SUOI GENITORI
ACR, A, c. 14/115 n. 2

Carissimi Genitori!
A bordo del Marsey, vapore francese, che mi
traghetta da Iaffa ad Alessandria d'Egitto
lì 16 Ott.e 1857

Ai suoi genitori - 16.10.1857
In Gerusalemme io rimasi sette giorni circa; gli altri impiegai nel viaggiare per diverse parti della Giudea sempre a cavallo, generalmente sotto un sole cocente, per cui riuscì un viaggio faticosissimo. Visitai molti luoghi: ma i più importanti e di edificazione son questi. Intanto di Emmaus non esiste che il luogo, senza però il castello, in cui entrò G. C. dopo la risurrezione, e si fè conoscere a' due discepoli sotto la frazione del Pane.
Una gita feci in Betania, per andare alla quale andammo fuori da porta S. Stefano; e traversata la Valle di Giosafat al sud, andammo al monte dello scandalo, ove si appiccò lo sciagurato Giuda dopo che ebbe venduto il suo divino Maestro. Dicesi monte dello scandalo dai gravissimi scandali che diede sopra di esso Salomone al suo popolo, erigendovi degli altari a tutti gli idoli delle sue mogli straniere: questo monte che ricorda l'apostasia del più sapiente degli uomini sorge di-rimpetto al tempio di Gerusalemme; e Salomone scelse questo monte appunto rimpetto al tempio quasi per paragonare la sua adorazione verso gli idoli a quella che prestava al Dio venerato nel tempio.
Poco dopo in un piccolo campicello si trova il luogo della ficaia che G. C. maledisse, perché non avea frutti, ma sole foglie. In questi contorni, come in quei di Betlemme non vi sono che fichi, la metà grandi de' nostri. Ma eccoci finalmente in Betania. Della casa di Marta, di Maria Maddalena e di Simone il lebbroso non esistono nemmen le rovine; solo v'è l'avanzo d'un magnifico monastero di Benedettine che qui vissero molto tempo in onore di S. Maria Maddalena.
Il sepolcro di Lazzaro risuscitato consiste in una profonda caverna, nella quale discendemmo per mezzo di 28 gradini: è divisa in due cellette nella prima delle quali si fermò G. C. quando disse: Lazare veni foras; l'altra poi è il sepolcro propriamente detto. Noi vi entrammo tutti al lume della candela; leggemmo il Vangelo di S. Giovanni, che parla della risurrezione di Lazzaro, e lo trovammo tanto identico, che se non fossimo stati sicuri dalla tradizione di tutti i secoli e dagli scrittori, e dalla Chiesa che largisce indulgenza plenaria a chi lo visita, noi avremmo scorto la verità del fatto dall'averlo veduto. Di questo sepolcro riceverete un sasso, come pure un pezzo di quella pietra, discosta dal sepolcro di Lazzaro circa 200 passi, ove si fermò G. C. prima di entrare in Betania, e dove furono ad incontrarlo Marta e S. Maria Maddalena, quando andava a risuscitare Lazzaro. Betania ora non conta che 200 abitanti.
105
Da Betania scendemmo a vedere il Giordano ed il Mar Morto: ma a quest'ultimo non siamo pervenuti perché pieno di arabi Beduini, che spogliano ed uccidono quasi sempre, e fra gli altri poco tempo fa hanno spogliato una carovana francese ed inglese, e v'hanno ucciso fra gli altri due missionari francesi, e ad un inglese, dopo averlo spogliato, avendo conosciuto un beduino che aveva due denti posticci d'oro, lo distese per terra, ed avendogli aperta la bocca glieli cavò, pregiudicando ancora gli altri, per vedere se ne trovassero degli altri. Ho parlato in Gerusalemme col capo dei Beduini; e si esibì per 100 piastre (30 svanziche) a testa di condurci al Mar morto, senza pericolo, ma aveva un paio d'occhi, che mi piacevano poco, e gli rispondemmo che ritornasse dopo quindici giorni, che forse forse faremmo qualche cosa; ma dopo 15 giorni io sarò al Gran Cairo.
106
Un'altra gita feci a Betlemme, nella quale impiegai 2 giorni. Uscendo da Gerusalemme per la porta di Betlemme giungemmo nella valle della voragine, celebre perché quivi furono uccisi dall'Angelo 185000 soldati di Senaccheribbo. In cima a questa valle, prima di discendervi v'è il monte del mal consiglio, così detto, perché ivi congregaronsi i principi dei sacerdoti coi seniori del popolo, e vi decretarono la morte di Gesù. Dalle falde di questo monticello comincia una spaziosa pianura detta nelle sacre pagine la valle di Rafaim, o dei Giganti. Fu in questa valle, che si accamparono due volte i Filistei provocando a battaglia Davidde, il quale, consultato il Signore li sconfisse. A un miglio di distanza v'è un albero di terebinto, che segna il luogo, ove riposò la Sacra Famiglia andando a Gerusalemme: ma qui non v'è annessa indulgenza.
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Dopo altri 100 passi trovasi la cisterna dei Tre Magi, in memoria di quei tre Re che furono i primi fra i gentili che an-darono ad adorare il Bambino Gesù; i quali giunti in questo luogo, videro comparire sopra di essi quella fulgida stella, che avea loro servito di guida nel loro viaggio fino a Gerusalemme ed era scomparsa. In questa cisterna come in tutti i luoghi che son per dirvi, v'è indulgenza quasi sempre plenaria. Dopo 4 miglia v'è il monastero dedicato a S. Elia Profeta: è in mano dei greci.
108
Ai suoi genitori - 16.10.1857
A destra di questa circa mezzo miglia v'è la rovina di un'antica chiesa, che fu fabbricata nel luogo, dove si trovava il Profeta Abacuc, quando un Angelo lo prese pei capelli, e lo trasportò in Babilonia sopra la fossa dei leoni, entro cui stava rinchiuso Daniele, e quindi lo riportò in questo medesimo luogo. Più avanti una mezz'ora trovansi le ruine di un'antica torre, chiamata di Giacobbe, dove attendossi questo Patriarca reduce dalla Mesopotamia.
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Ivi pure stette Abramo ed Isacco; anzi mi dimenticai di dirvi che sul Moria si mostra il luogo ove Abramo ebbe ordine da Dio di sacrificare il suo figlio Isacco. A un'ora prima andare a Betlemme vidi il sepolcro di Rachele, nel quale si tengono ora i buoi dai paesani. Visitai poi vicino a Betlemme la cisterna di Davidde, delle cui acque ebbe sete quel Re, quando confinato nella spelonca di Odolla desiderava un bicchier di quella cisterna che stava sulle porte di Betlemme; ed avutala, veggendo assetati i suoi soldati volle gettarla via per essere a parte della loro penuria; qui vidi pure i fondamenti della casa di Iesse padre di Davidde, e i luoghi, ove Davidde menò la sua gioventù facendo il pastore.
Prima di andare a Betlemme andammo pure nella città di Betgialla per far visita al Patriarca di Gerusalemme, che sta qui nel suo Seminario a passarvi un po' d'Autunno. Ci accolse graziosamente, e voleva trattenerci con lui per qualche giorno: ma noi essendo in 8 rifiutammo. Fra le altre cose mi disse di conoscere molto il Vescovo di Brescia, insieme col quale venne ordinato Vescovo a Roma nel 50.
Ai suoi genitori - 16.10.1857
Finalmente giungemmo alla sera tardi in Betlemme. Mio Dio! ove mai volle nascere G. C.? Ancora quella sera volli discendere alla Grotta fortunata, che vide nascere il Creatore del mondo. Vi entrai, e quantunque la nascita sia più gioconda della morte, nulladimeno restai più commosso che sul Calvario, nel pensare alla degnazione di un Dio che si esinanì fino a nascere in quella stalla. La grotta di Betlemme, ove nacque G. C. è lunga circa 10 passi, e metà è larga come il corridoio, ove voi abitate; l'altra metà e come la vostra cucina. Vi sono tre altari: l'uno ove Maria Vergine partorì il divino Infante, e questo è in mano degli Armeni e Greci Scismatici; l'altro due passi più sotto è il luogo del S. Presepio, ove Maria Vergine reclinò il bambino, e questo è in man dei Cattolici; l'altro a un passo di distanza è il luogo ove stavano inginocchiati ad adorarlo i tre Re Magi, e questo è pure in mano dei Frati.
Io vi celebrai Messa la notte seguente; e mi fu caro di trattenermi fino alla mattina in questa beata grotta, che forma la delizia del cielo. Oh in questa grotta nel silenzio della notte godetti di ripetere più volte quell'orazione, che compose S. Girolamo, e qui recitava sovente: "O anima mia, ecco che in questa piccola buca della terra nacque colui che fabbricò il cielo; qui fu involto in poveri panni; qui fu adagiato sopra un po' di paglia in una mangiatoia d'animali; qui vagì Bambinello nel rigore dell'invernale stagione: qui fu riscaldato dal bue e dell'asinello: qui fu trovato dai vigilanti pastori; qui fu indicato dalla stella; qui fu adorato dai Magi; qui cantarono primieramente gli Angeli: Gloria in excelsis Deo, et in terra pax hominibus bonae voluntatis.
O mille volte beata te, che quantunque miserabile peccatore, sei stato fatto degno di vedere ciò che desiderarono ardentemente e non videro i Patriarchi e Profeti, e contempli cogli occhi tuoi questo ineffabile luogo, che non è concesso di vedere a tante anime giuste, che si trovano ora nel mondo etc.". Così S. Girolamo. Tra il luogo dei Magi, e il luogo del Presepio (che è a Roma) v'è il luogo ove sedeva Maria Vergine dopo che adagiò il Bambino nel presepio. Io mi sedetti pure, e poi baciai mille volte quel luogo. Baciai quasi tutta la grotta; né sapea distaccarmi, perché veramente faceami risvegliare quel beato momento in cui ebbero luogo in questa grotta i misteri della natività di N. S. G. C.
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La Grotta di Betlemme, per mezzo di un piccolo pertugio continua in altra lunghissima grotta, in fondo alla quale termina colla grotta di S. Girolamo, che si dice Oratorio di S. Girolamo, che è il luogo ove spiegava la Scrittura e facea penitenza battendosi il petto con un sasso: in essa io dissi messa, e recitai l'ufficio di notte. Fra la grotta di S. Girolamo, e quella di G. C. lungo una specie di corridoio v'è l'altare di S. Giuseppe, ove stava il santo, mentre M. V. partoriva G. C.; il sepolcro degli innocenti; ove stanno le ossa di que' bambini che furono fatti morire in Betlemme per ordine di Erode; il sepolcro di S. Eusebio; quello di S. Paola e di S. Eustochio, il sepolcro di S. Girolamo.
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Ai suoi genitori - 16.10.1857
Sonvi altre due Chiese grandissime vicino alla grotta, ma in mano degli Scismatici: poi v'è la scuola di S. Girolamo 20 passi lungi dalla grotta, nella quale stanno i cavalli dei Turchi. La città di Betlemme non fa che 4000 anime, 2000 sono cattolici; è la cristianità più numerosa della Palestina. Gerusalemme in 50000 abitanti circa, vi sono circa 1000 cattolici soltanto. Betlemme è sempre tempestata da beduini, i quali vogliono, pena la morte, quelle provvigioni che esigono: succedono sempre ammazzamenti. Non rispettano che i frati, uno dei quali è loro giudice: guai se si parla loro di obbedienza al Sultano, od al Pascià; muoiono piuttosto di rispettare nemmeno il portinaio. La notte, in cui noi arrivammo in Betlemme fu ucciso un greco da un beduino.
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Il giorno dopo visitammo i luoghi rimarchevoli fuori della mura, cioè 1¼. la grotta del latte, ridotta in una chiesa, nella qual grotta stette ed allattò il Bambino fuggendo in Egitto: qui aggiungono ancora che M. V. mentre allattava il Bambino Gesù in questa grotta, le cadde in terra una goccia di latte; e quella terra serve assai bene ai circonvicini per far venir latte a quelle donne, che ne son senza. 2¼. la casa di S. Giuseppe, di cui non si veggono che le fondamenta. 3¼. distante una mezz'ora il villaggio dei pastori, che adorarono il neonato Redentore. 4¼. Il vasto campo di Booz, dove la Moabitide Ruth andava dietro le pedate dei mietitori di quel ricco proprietario raccogliendo le spighe: in questo campo, v'era anticamente la torre del gregge, dove Giacobbe figlio d'Isacco adescato dall'abbondanza del pascolo piantò i suoi padiglioni dopo la morte della bella Rachele.
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In mezzo a questo campo v'è la grotta, ove si trovavano quei vigilanti pastori, che stavan di notte facendo la ronda al loro gregge, quando apparve loro l'Angelo del Signore, ed abbagliandoli di celeste splendore, annunziò loro la lieta notizia, che era nato il sospirato Messia. Io baciai il luogo ov'apparve l'Angelo, e il luogo ove erano i Pastori, a cui v'è annessa ind.a plen.a: in questi luoghi sonvi due altari, e questi, come la chiave della Grotta è in mano dei Greci scismatici. Sotto alla Grotta dei Pastori evvi la spelonca di Engaddi che ricorda il fatto ivi accaduto fra Davidde e Saulle.
A destra 1 ora di cammino a cavallo v'è il monte dei Franchi, su cui sorgeva il castello Erodion fabbricatovi da Erode il grande, che servì poi di luogo di sua sepoltura, e dove nel 1200 si trovarono 400 Crociati, e si mantennero per 40 anni inespugnabili contro tutti gli sforzi dei Saraceni per farneli snidare.
Alla sera tornammo affaticati a Betlemme, ove progettammo il viaggio del giorno seguente. Ribaciata e venerata la santa Grotta, partimmo all'alba del 10 alla volta di Ain-el-Qarem, che è S. Giovanni in Montana, per visitarvi i santuari del Precursore, nel qual viaggio col ritorno a Gerusalemme impiegammo due giorni.
Ai suoi genitori - 16.10.1857
Il primo luogo rimarchevole che incontrammo e percorremmo tutto, fu l'Orto rinchiuso, di cui si parla nel Cantico dei Cantici, e dove si educavano i giovani arboscelli per esser quindi trapiantati in altri luoghi: orto veramente rinchiuso dalla natura fra due monti, e simbolo e figura della gran Vergine Madre, cui è dalla Chiesa appropriato. È una meraviglia di vegetazione; è lungo due miglia; l'ha comperato un protestante. Vengono appresso le famose Vasche di Salomone, che sono in capo all'Orto Rinchiuso e sono 570 passi di lunghezza e d'un enorme profondità. Più sopra v'è il Fonte Sigillato, il fons signatus della Cantica, simbolo e figura della Madonna, come vuole la Chiesa, le cui acque si versano nelle Vasche sopraddette fabbricate da Salomone; e queste acque s'incanalano in un acquedotto, che le conduceva anticamente fino al tempio di Salomone in Gerusalemme, cioè a distanza di 50 miglia. Dicesi fonte sigillato da ciò che si suggellava col sigillo del Re.
Poi dopo traversate tre montagne, giungemmo alle 2 pom.e al fonte di S. Filippo, dove il diacono S. Filippo battezzò l'Eunuco della Regina Candace. A questa fonte ci fermammo a prendervi ristoro consistente in pane e frutta, con acqua. Seduti su questo celebre fonte evangelico cominciammo a parlare di Dio, e di G. C. ad una turba di musulmani che ci circondava: ascoltavano con avidità, ma favellato ad uno di bere un po' di vino che avevamo in una bottiglia, rispose di non volerne bere perché temeva di Maometto; gli altri ne avrebbero bevuto un barile, quantunque dalla loro Religione proibito.
Alla sera giungemmo alla patria di S. Gio. Battista, detta dai Turchi Ain-Qarem. Alla mattina celebrai Messa alla camera sotterranea ove nacque, la quale è una meraviglia pe' tesori che contiene, offerti in tutti i secoli dai regnanti e ricchi che frequentarono la Palestina. Dieci minuti distante dal luogo della nascita v'è la Casa di S. Elisabetta e S. Zaccaria, genitori del Precursore, nella quale ricevettero Maria Vergine, quando andò a visitarli, e stette con essi tre mesi. Fu qui appunto, ove fu composto il Magnificat, ed il Benedictus; e qui sul luogo medesimo ove fu composto, lo recitammo.
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Dopo la messa poi andammo al deserto di S. Giovanni; dista dalla città tre ore di cavallo: dopo un'ora di cammino trovasi una rupe lungo la via, sulla quale saliva il Battista a pregare il regno dei cieli, e il battesimo di penitenza alle turbe che si affollavano intorno a lui: baciai questa rupe, la quale da nessuno fu mai potuto rompere. Per disprezzo un turco essendo riuscito a batterne fuori un pezzo, gittollo in una calchiera per fare calcina, ma esso rimase sempre intatto, e si conserva vicino al tempio della nascita, ch'io parimenti baciai.
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Ai suoi genitori - 16.10.1857
Poi scendendo attraverso dei monti giungemmo al fondo di una valle intersecata di erbe aromatiche e bronchi. Nel fondo di quel deserto tutto spira silenzio, raccoglimento, penitenza. Un antro irregolarmente incavato in una durissima rupe, cui si ha accesso per mezzo di una piccola scala praticata nello stesso masso, ed una limpida sorgente che scaturisce dalle spaccature di una scogliera, e si versa entro una piccola vaschetta formata di terra ai piedi di quel solitario recesso, ci annunziava di esser giunti sul limitare della porta dell'abitato di colui che fu Precursore di Cristo. Noi vi entrammo arrampicandoci e che vi trovammo?
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Un nudo banco di pietra, che serviva di letto al penitente abitatore dei deserti, ed un piccolo foro, che veglia nella sottoposta valle di Terebinto, ecco tutto ciò che trovammo in quella spelonca. Ma quelle spine, quelle acque, quelle rupi, quell'orrore, oh! quante sublimi idee non mi risvegliarono alla mente! Pareami proprio di vedere S. Gio. Battista vestito di pelo di cammello con una cinta di cuoio ai lombi, che si pascesse di miele e di locuste; e mi sembrava di udire la sua voce, che predicava nel deserto, ed esclamasse "preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieriÓ. Più in su vidi i sepolcri di S. Elisabetta e S. Zaccaria; parimenti vidi gli avanzi del castello di Modin che fu patria dei valorosi Maccabei.
Poi ritornammo per la valle di Terebinto, celebre perché in essa fu ucciso dal pastorello Davidde l'orgoglioso gigante Golia; vidi ov'era accampato Saule, ed i filistei, la valle dove Davidde prese le sette pietre; e c'immaginammo, passo più passo meno, il luogo, ove cadde Golia.
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Alla sera tornammo a Gerusalemme per S. Croce che è una chiesa fabbricata in quel luogo, ove fu tagliato l'albero della Croce per farvi morir G. C. V'è un magnifico Monastero e Noviziato dei Greci Scismatici, che visitammo tutto: è come tre volte il palazzo Bettoni: vi sono tutti i comodi possibili, per facilitare il cammino a casa del diavolo a quegli empi sciagurati. Ed eccoci per l'ultima volta a Gerusalemme. Quivi assettati tutti i nostri affari, dato l'ultimo saluto ai sacri luoghi, agli amici, ai Superiori, e a tutti coloro che ci hanno in qualche modo beneficato partimmo ai 13 da Gerusalemme e sotto pizzicanti sferzate del sole potemmo a mezzanotte trovarci più morti che vivi a Rama. La mattina per tempissimo detta la messa nella camera di S. Nicodemo, partimmo attraverso la pianura di Saron e giungemmo a Iaffa prima ancor del mezzogiorno, nel qual viaggio m'addestrai sufficientemente a cavalcare; mentre toccatomi accidentalmente un cavallo che aveva del matto, mi apprese a mie spese a ben cavalcarlo, sì che con D. Dalbosco, bravo cavalcatore, giungemmo a Iaffa un'ora prima degli altri.

Quivi visitata la Chiesa, ov'ebbe S. Pietro la visione del lenzuolo, salimmo il Marsey il quale ci porta ora in Alessandria e già vi siamo dirimpetto. Il mare che avemmo, quantunque non fosse burrascoso, nulladimeno è stato tristissimo, specialmente in faccia alle bocche del Nilo.

Ma prima di lasciare il pensiero della Palestina che ho visitata, voglio dirvi che questa era la terra promessa come sapete dalla Scrittura, e certo anticamente era la più fertile parte dell'Asia; ora, eccettuato l'Orto Concluso, la Valle di Terebinto, e la vasta pianura di Saron, la Palestina è ridotta la terra della desolazione, tutto sassi, cenere e spine, e non dico uno sproposito se affermo essere ora la parte più sterile dell'Asia, dopo la Siberia.

Voglio dirvi ancora la cara amicizia che strinsi con Monsignor Ratisbonne: quest'anima veramente angelica fu convertito alla fede dalla Religione giudaica dal S. Padre; e siccome è uomo facoltoso perché milionario e più, diede ora fondamento ad un istituto di Monache in Gerusalemme, che le chiamò le Suore del Monte Sion, su cui trovasi l'istituto.

Ai suoi genitori - 16.10.1857
Il suo scopo è la conversione degli ebrei, dei greci protestanti, armeni scismatici e tutti gli acattolici dell'Oriente: egli riceve queste da ragazze, le mantiene e le fa istruire gratuitamente, e s'adopera d'istallar loro i sentimenti di religione per tempo. Ora ha già sessanta soggetti bene avviati: egli è tanto innamorato della nostra Missione dell'Africa Centrale che volle stabilire con noi perpetua relazione reciproca, e dal punto della nostra partenza da Gerusalemme ci assicurò che fervide preghiere sarebbero state innalzate dal monte Sion a Dio per noi e per la nostra Missione dalle sue Monache, alle quali l'avrebbe imposto come regola ed a tre di noi lasciò per memoria un raro crocifisso, di squisito lavoro, che benedetto sopra il Santo Sepolcro l'ho stabilito il mio crocifisso da Missionario. Pregate per la sua opera che è di gran gloria di Dio. Stabilì qual protettrice della sua opera la principessa Dalla Torre, colla quale abbiamo pranzato insieme a Iaffa.
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Or eccomi arrivato al Cairo. Partii ieri mattina da Alessandria, ed a mezzogiorno giungemmo al Nilo colla strada di ferro che va velocissima: passammo il Nilo col piroscafo, e montammo di nuovo la strada di ferro, e ier sera ben abbrustoliti giungemmo in Cairo; ivi abbracciammo felicemente i nostri cari compagni D. Oliboni e D. Beltrame, che per non perdere tempo hanno sacrificato il viaggio di Gerusalemme; e siamo andati invece noi tre, cioè D. Dalbosco, D. Angelo, ed io.
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Frattanto addio, miei carissimi genitori: questo è l'essenziale pressappoco del mio viaggio in Terra Santa. Esso è una confu-sione, ed è scritto assai male: ma immaginate la fretta con cui è scritto, sempre di notte, quando avea bisogno di riposo, ed in mare in mezzo al fremere dell'onde: nulladimeno spero che cogli occhiali ce ne andrete fuori. È troppo lungo, ma è appunto quando si ha fretta, che non riesce che brodo lungo. Ad eccezione dei santuari del S. Sepolcro e Calvario, Betlemme e S. Giovanni in Montana di cui v'ho fatto qualche cenno, non vi ho detto quasi niente del resto per cui dopo che avete letto questo viaggio, dite che ho veduto 10 volte di più di quel che vi scrissi, e più ancora.
Accettate il più affettuoso bacio dal

Vostro affz.mo figlio
Daniele Sac. Comboni
N.B. Non ho più tempo di rivederla e rileggerla questa lettera: sarà piena di spropositi; ma scusatemeli; sono in troppo urgenza.

Daniele"

A suo padre - 19.10.1857

N. 18 (16) - A SUO PADRE
AFC

Cariss.mo Padre!
Cairo, 19/10 = 57

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In Alessandria ho trovato una vostra lettera con inclusavi una della mamma, le quali mi hanno discretamente consolato: dico discretamente perché trovo che voi siete molto addolorati per la mia separazione. E non sapete che non faccio passo senza ch'io v'abbia nel cuore? Se scrivo, se cammino, se passeggio, se mangio, parmi sempre di essere al vostro fianco; e mi ci vuole una riflessione per credere ch'io sono materialmente separato da voi. Oh dunque coraggio! il gran colpo è passato; ora non avete che a dire al Sig.re: ho fatto il gran sacrifizio, e voi dovete sempre mantenermi con quei sentimenti con cui era in quel momento in cui vi consegnai mio figlio. Siate forte adunque: sul Calvario ho celebrato per voi, come in tanti altri luoghi. Mi dispiace della morte della Marietta: [........]
[qui vi sono alcune parole cancellate]
In Cairo poi ho trovate quelle in data 23 sett.e le quali sonmi più consolanti. Aspetto notizie del prodotto di quest'anno.
Posdomani partiamo da Cairo alla volta di Korosco. In questo viaggio impiegheremo un mese sul Nilo. A Korosco comincia il gran Deserto di Nubia che passeremo in 16 giorni; poi in 13 giorni arriveremo a Khartum: in questo viaggio io coglierò ogni occasione di scrivervi, ma sappiate che generalmente è difficile: dunque non temete di noi. Se non v'arrivano lettere entro questo tempo, non dubitate, perché la causa è che mancano occasioni.
Noi siamo tutti di perfetta salute; i disagi sofferti per terra nel mio viaggio in Terra Santa, che non furono pochi, m'hanno grandemente fortificato. Speriamo sempre nel Signore: se Ei vuole che io muoia, fiat voluntas Dei. In ogni evento diciamo sempre: sia benedetto il Signore. Ed allora che cosa è il mondo per l'uomo giusto?
Frattanto in Gerusalemme ho consegnato ad un Frate i seguenti oggetti da spedirvi. Essi non vi capiteranno che un mese dopo Pasqua, perché vengono per mezzo del conduttore Francescano di Venezia, che porta ogni anno le elemosine in Gerusalemme, e questo Padre le consegnerà a D. Mazza, il quale poi le manderà a Voi. Ecco gli oggetti
A suo padre - 19.10.1857

1¼. Due corone grandi incatenate per voi due;
2¼. Due Crocifissi di legno del Getsemani, i quali di dietro hanno le 14 stazioni per la Via Crucis, della medesima materia di luoghi delle stazioni: p.e. la stazione, in cui G. C. fu aiutato dal Cireneo, e contrassegnata da un pezzo di terra del luogo, ove il Cireneo aiutò G. C. a portar la Croce. Gli altri due li darete 1 a M.r Tiboni, l'altro allo Zio Giuseppe.
3¼. Due Crocifissi di metallo per voi due, benedetti in Articulo mortis, coi quali potete far la Via Crucis ed acquistate ogni volta indulgenza plenaria: così pure ogni volta che si baciano v'è indulgenza plenaria.
N.B. A tutte le corone che vi mando anche per gli altri, v'è annessa indulgenza plenaria ogni volta che si dicono; così pure ai Crocifissi di madreperla ed a quei di metallo, v'è indulgenza plenaria: ditelo a tutti coloro a cui ne mando qualcheduna.

Ad eccezione delle vostre due corone, le altre son tutte da incatenare, ed alcune senza medaglia. Prima di consegnarle avrei piacere che le faceste incatenare, che si spende una miseria, perché allora il ricordo è più compito.
4¼ Una corona ad Eugenio, 1 allo zio Giuseppe (nelle quali è notato il nome nel fardello, come in tanti altri) 8 a ciascuno de' nostri Parenti Comboni, 1 grande al Sig.r Rettore, 1 all'Arciprete di Tremosine 2 al Sig.r Giacomo e Teresa Ferrari ex-nostri padroni, 4 a Teresa maggiordonna del Sig.r Giac. Ferrari, alla Meneghina serva dei nostri, al Minico e Maria a Riva. 2 al Sig.r Pietro Ragusini e Sig.r Bortolo Carboni (siamo intesi di farle incatenare) (Siccome vi sono pochi crocifissi, così fate che prima sieno attaccati alle corone dei nostri parenti Comboni, poi a chi è più conveniente come Rag. etc. 3 a D. Giordani, D. Fogolari, e Luigi Prati inglese (queste tre si sped.o a D. Giordani). 7 fra Biset e sua moglie Nina, suo Padre e sua Madre, Martino Fedrici e sua moglie, e il Battista da Odol. 1.a al Caporale: 1.a alla Sig.ra Minica 1.a a Virginia, l'altra a sua sorella Moneghina bresciana, 1.a a D. Rovetta: 2.e allo zio Luigi e Pietro; Ve ne sono alcune altre, che potrete disporre a vostro piacere, p.e. a' parenti di Bogliaco, e qualche altro ch'io non mi ricordo....
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A suo padre - 19.10.1857
Ne ho spedito parecchie al D.r Benedetto insieme colle vostre, il quale le spedirà poi, dopo averle incatenate ai Preti Patuzzi, al Sig.r Luigi G. Carettoni etc. A tutte queste corone è annessa indulgenza Plenaria ogni volta che si recitano: furono tutte benedette, come i Crocifissi sopra il S. Sepolcro, sono state calate nella buca, ove fu inalberata la Croce sul Calvario etc. etc. Le corone poi che mando per voi, quella dello Zio Giuseppe, i Crocifissi, e quel fazzoletto bianco che involge tutto ciò che mando a voi, il quale è ben cucito, (e di ciò mi risponderete) hanno toccato oltre il S. Sepolcro il Calvario, la buca, tutti gli altri Santuari e luoghi di venerazione della Terra Santa che furono visitati da me; così pure la corona del Sig.r Rettore e quella dell'Eugenio.
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Le candeline che son tre pezzi, le quali provengono da Betlemme, mi furono date per la processione, che ogni giorno si fa al Presepio etc. hanno toccato tutti i luoghi di Betlemme, e benedette nel luogo ove fu partorito G. C. Queste le mando ai nostri cugini, affinché le accendano quando le loro mogli mie cugine partoriscono. Le altre tre poi del S. Sepolcro, hanno toccato il S. Sepolcro, il Calvario l'Oliveto, il Getsemani etc. io le mando a voi, una alla mamma, e l'altra allo zio Giuseppe, affinché quando siete in agonia sul letto di morte, e quando morirà lo zio Giuseppe (il che succederà prima di 100 anni) le abbiate ad accendere. S'io muoio, niente di nuovo, ma se torno in Europa dopo qualche anno, e che Dio vi mantenga tutti e tre in vita, ve ne porterò io stesso delle altre da Gerusalemme.
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Una corona poi grande la darete ad uno dei nostri padroni. Forse non si farà loro piacere.... di quella fate quel che volete, regolatevi come vi piace. Vi sono poi alcuni sassolini della Valle di Iosafat, del sepolcro di Lazzaro, della grotta degli Ap.li etc. Delle medaglie di madreperla fate quel che volete.
Qui c'è una vera confusione: vi scriverò più chiaro da Khartum, perché già prima ch'io arrivi a Khartum, non le ricevete le corone. Scusate, non ho tempo.
Scrivetemi, ma lungo; quantunque non vi sarebbe che un volume per esprimere i sentimenti del vostro cuore verso di me. Caro padre, vi comprendo; non temete di me; io v'amo in modo indicibile; fate lo stesso voi verso il vostro aff. f.
D. Daniele


N. 19 (17) - A EUGENIO COMBONI
AFC

Cariss.mo mio Eugenio!
Gran Cairo, 22 8bre 1857

A Eugenio Comboni - 22.10.1857
Tu sarai ora in Innsbruck, ed avrai già dato principio all'anno scolastico. Oh la importante impresa incominciasti! L'impresa di farti uomo. Forse non comprenderai nella sua estensione questa gran cosa; ma il tuo sviluppo te n'avrà fatto conoscere gran parte. Se tu ti diporti bene, e corrispondi alle speranze che tutti hanno di te, devi fare un'ottima riuscita, ma se ti lasci avviluppare dall'andazzo della moderna gioventù, che cosa sarà di te? La carriera degli studi è una grande avventura per chi sa bene approfittarne, ma per chi è negli studi, e tende solo al piacere al divertimento senza punto o poco attendere ai propri doveri, lo studio è di rovina.
Io penso sovente a te; e mi compiaccio d'aver in un mio caro cugino un soggetto che promette molto, ma mi fai timore d'altra parte veggendoti gittato quasi in braccio a te medesimo senza la scorta incessante d'una cristiana sorveglianza e temo non che tu medesimo corri incontro alla sfrenatezza e corruzione della moderna gioventù, ma che questa a poco a poco ti trascini miseramente ne' suoi lacci.
Or dunque che dovrai fare, o mio Eugenio, per difenderti e rimanere illeso da tanto male? Ti devi ricordare gli avvertimenti che due giorni prima della mia partenza da Limone ti diedi. Tu dei tra-scegliere il Professor S. Pider a tuo spirituale Direttore, il quale son certo ti farà da padre, da consigliere, da tutto: basta che diffidi di te stesso, e non ti permetta di nulla intraprendere senza il suo consiglio od assenso. Salutalo da mia parte, e digli che anch'io ti raccomando; io non lo conosco, ma basta per me che sia amico del venerando Mitterrutzner per averne tutta la stima. Ricordati di frequentare i sacramenti; che sono il più gran mezzo per serbarti illeso dalla moderna corruzione; fuggi i cattivi compagni, che sono la peste dei buoni, e ricordati anche di me d'una qualche Ave Maria, ch'io feci altrettanto per te specialmente nel mio viaggio in Palestina, Gerusalemme etc.
Rinnovandoti le mie raccomandazioni, mi dichiaro

Tutto tuo cug.
D.n Daniele Comboni
Missionario Apostolico dell'Africa Centrale



N. 20 (18) - AI SUOI GENITORI
AFC

Carissimi Genitori!
Siut, 30 8bre 1857

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Ai suoi genitori - 30.10.1857
Come già vi scrissi partimmo dal gran Cairo la sera del 22; e dopo felicissima navigazione giungemmo stasera alla capitale dell'Alto Egitto, ove contiamo di fermarci mezza giornata per poscia ripartire alla volta d'Assuan. Ma prima di lasciare questa amenissima città, voglio citarvi una scena ch'ebbe luogo nella gigantesca capitale di tutto l'Egitto, il Cairo.
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Ogni anno i gran ministri della religion musulmana a nome del governo d'Egitto, sogliono mandare alla Mecca un gran velo del più fino damasco ricamato in oro e gemme, affinché tocchi la santa tomba di Maometto. Questo velo rimane alla Mecca per un anno, finché l'anno veniente si manda colà da Cairo un altro velo per ritirarvi quello, che venne toccato dalla sacra tomba, la quale, come sapete, dicono i musulmani che è sospesa in aria nel gran tempio della Mecca, nel quale v'è pena la morte a chi v'entra che non sia musulmano.
Chi conduce il velo santificato, generalmente è un distinto personaggio. In quest'anno toccò alla sorella del Re d'Egitto, la quale tornava in gran treno il giorno dopo appunto ch'io arrivava al Cairo. Or ecco la scena che ebbe luogo nei tre giorni posteriori al mio arrivo, e ch'io fui testimonio.
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Questo velo vien portato da un cammello, il quale diventa subito santo, e santo in modo che diventano felici coloro che lo toccano. Il primo giorno dell'arrivo il velo viene esposto nel tempio, che è il più grande e devoto del Cairo, nel quale io entrai con D. Angelo ed Alessandro, ma dopo esserci fatti legare i piedi con sandali di tela bianchissima, previo il generoso bachsis a chi presiede alle porte; questo velo vien baciato e toccato dai grandi prima, e poi dal popolo; il terzo giorno poi il cammello santificato per aver portato dalla Mecca il velo, vien condotto in bardatura d'oro nella gran piazza del Cairo, detta Esbichièh, e coloro che vogliono diventar santi sapete che fanno? Si distendono nudi in mezzo alla piazza bocconi o supini per terra, ed il cammello per tre ore continue passeggia sopra questi corpi vivi e nudi, e a chi rompe un braccio, a chi un occhio, chi rimane schiacciato, chi una gamba etc. ed è una meraviglia vedere le bastonate e percosse che si danno, e le risse che succedono, perché tutti vorrebbero essere ammessi al grande onore di essere calpestati dal cammello santificato.
Dopo questa scena di tre ore, i poveri feriti, che diventano santi, vengono condotti in processione al Qalaa che è la Moschea del re, e qui vengono ricolmi di onori da un popolo esultante, e questi poi sono come oracoli presso il popolo.. (A qual segno arriva il fanatismo!!)
Ai suoi genitori - 30.10.1857
Il cammello poi vien nutrito e conservato con tutta sollecitudine; e v'è pena la morte a chi l'adopera a qualche uso, per quanto nobile sia. Per sette giorni durò la festa del Ritorno della sorella del gran Pascià dalla Mecca. Solo di polvere, e lavori, fuochi, artificiali etc. si calcola un milione di franchi di spese, senza computare la lautezza dei conviti, che abbracciano spese considerabili, perché presso gli orientali non v'ha limite. Nei cinque giorni che rimasi in Cairo, visitai il palazzo del Gran Pascià, ed il tempio del Qalaa edificato da Mahhamed-Aly, di cui non posso esprimere lo sfarzo e la ricchezza: è tutto di alabastro: le perle sono innumerevoli, gli ori, le gemme: è un vaso di moschea grande come due volte sole il duomo di Brescia: ma la sua preziosità, la sua forma, che è una sola cupola ed una sola rotonda m'ha fatto impressione maggiore che i templi di Firenze, Venezia, e Gerusalemme.
Il Cairo, secondo la statistica dell'anno scorso, comprende 1 milione e più d'anime: ha quattrocento e cinquanta superbe moschee (templi maomettani) con altrettanti elegantissimi minareti (specie di torri) molti dei quali superano in altezza la torre di Verona; e fra queste soltanto sonvi (mi duole il dirlo) circa 4000 cattolici, e tre chiese cristiane, nelle quali fanno le loro funzioni i maroniti, i copti, i greci, gli armeni, sicché in due specialmente di queste nasce una vera Babilonia.
Visitammo più volte il Vescovo del Cairo, il quale abita nel Convento dei Francescani, ove noi alloggiammo, e fu grazioso nel darci un bravissimo giovane nato da una concubina mora e da un adultero bianco toscano. Questo giovane lo conduciamo con noi nelle regioni incognite, e promette grande riuscita malgrado la malizia in cui nacque e venne educato. Non vi parlo degli scandali che nascono sulle pubbliche piazza, lungo le vie, negli stessi bazàr (mercati) perché non voglio insozzare la penna in descrivere tante pubbliche offese di Dio. Ma voglio lasciare questa malaugurata città, che secondo il detto d'uno scrittore, è la vera Babilonia moderna: essa ha 27 miglia di circonferenza; ed eccomi sulle nostre dahhabie (barche).
I cinque artieri sono sopra la prima e più grande e la più ricca di pidocchi. I cinque Missionari, il bravo giovanetto, ed il nostro servo nativo della Nubia, sono sulla più piccola, più elegante della prima, meno ricca di pidocchi, ma zeppa di sorci e cimici e mosche pungentissime, le quali ed i quali ci fanno allegra e talvolta triste compagnia. Il nostro viaggio sul Nilo è deliziosissimo; le sue sponde sono ricche di palme di zucchero, di dattili, banani etc. e le sue campagne circonvicine sono fertili di durah e granaglie. Ad ogni tratto sonvi paesi e villaggi, tutti alti meno di un uomo, fatti di terra cotta al sole, che con un pugno si atterrano. I fanciulli i giovani, e la maggior parte degli uomini sono nudi, e lavorano nudi sotto il sole. Ogni giorno per qualche quarto d'ora smontiamo a terra per provvedere colla caccia tortore, colombi, piccioni, e pitti [= tacchini], che vi sono a migliaia.
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Ai suoi genitori - 30.10.1857
Sapete che cacciatore sia io; eppure io fo trista caccia, quando arrivo ad uccidere un solo piccione o tortorella con una schioppettata. Quante volte, a stare in barca atterriamo dei dindi e pitti ed anitre del peso di 16 ed anche 20 libbre l'una, le quali sono squisite al pari di quelle d'Europa; queste si cacciano a dieci a cento sopra la nuda sabbia di qualche isolotto; e al suono d'una schioppettata, molte di quelle che non cadono, restano là ferme, sicché si giunge a termine di caricare lo schioppo, e ucciderne delle altre. Vienmi in mente quando coll'Eustachio eravamo felici a Dalco quando potevamo mangiare quattro o cinque tordi uccisi collo schioppo (da lui, non da me!!).
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Ma basta: qual'è la vita che noi conduciamo in barca?? Prima di tutto dovete sapere che ora noi navighiamo contro il Nilo, è il Nilo parte dal centro dell'Africa e si scarica vicino ad Alessandria nel Mediterraneo; eppure andiamo a gonfie vele colla velocità, con cui corrono le nostre barche sul Garda quando vanno a vela che appena può sostenersi intera. Il Nilo è largo come due volte il Po, e talvolta come da Reamolo a Navene, ed è profondissimo in certi luoghi, in altri assai basso da arenare la barca; noi ci arenammo tre volte, ed una ier sera che a mala pena dopo due ore di fatica ci riuscì d'uscirne.
[vi sono alcune parole cancellate]
152
[........] ma ecco la nostra vita: a mattina all'alba ci leviamo; non già da letto, che il nostro letto consiste nel mettersi sotto alla testa un fardello di robe da lavarsi o un vestito e coricarsi sopra le asse della barca! Quante volte mi vengono in mente le sollecitudini della mamma nel voler farmi un letto molle; io acconsentiva per non esserle dispiacente, e per apprezzare la sua illimitata premura, ma lo desiderava duro per avvezzarmi. Ora sono avvezzato, ma siccome ogni mattina ci leviamo colle coste come peste dal bastone, D. Giovanni pensò di munirci di un cuscino per coricare il capo, affine di sottoporre alla vita quello che prima si sottoponeva alla testa; ed ecco infatti, che arrivati in Minieh città commerciante, a' 28 comprammo della tela, e giunti in barca ci siamo tutti cinque tagliati fuori la nostra parte di tela, e ci siamo fatti un cuscino. Ho lavorato mezzo giorno a cucire ed oh le risa che facemmo. Dicevamo a D. Checco che era Professore al Liceo di Verona: se vi vedessero i vostri scolari a far da sartore?
A me veniva in mente la mia buona mamma, che in un'ora avrebbe fatto chetamente quel che io feci a grande fatica in mezza giornata. Fra il giorno poi, dopo eseguiti i nostri doveri di religione in comune, cioè la meditazione, l'ufficio, l'orazione vocale, la lezione spirituale, l'esame di coscienza, il rosario, ci mettiamo a discorrere delle cose d'Europa, e scrivere memorie sul proprio giornale, ad osservare la sempre crescente bellezza delle sponde del Nilo, a schioppettare qualche piccione etc. Ci occorre alle volte che ci compariscono a bordo nuotando degli uomini ignudi i quali hanno raso il capo, fuorché una gran coda nel mezzo, i quali con un piagnisteo che muove a compassione ed a schifo, ci domandano del pane, e denaro, che poscia mettono in bocca, e tanto insistono anche dopo ricevuta l'elemosina, che bisogna cacciarli spesso col bastone: sapete chi sono? Son monaci e sacerdoti cristiani-copti scismatici, che abitano le vicine montagne e vivono d'elemosina: e quando passiamo vicino a qualche grotta, essi si spiccano dalla cima alta come la chiesa di Limone, e più e saltano in barca nudi affatto, e si dipartono poi saltando nel fiume e nuotando.
Ai suoi genitori - 30.10.1857
La sera poi fino alle 11 circa la passiamo nel cantare discorrere specialmente della nostra Missione, e sul modo d'introdurci la prima volta nelle Regioni Incognite dell'Africa Centrale. A dirvi la verità si soffre ma si gode altresì, pensando che andiamo a propagare il Regno di Xto. Io son più sano e robusto di quando era in Europa. Noi siamo allegri e tranquilli e qualche volta ridiamo a spalle vostre rammentando aneddoti che toccaronmi con voi: coraggio dunque, o carissimi; orazione, e rassegnazione alla volontà di Dio.
Scusate se non vi posso dir tutto quel che passo, che veggo etc. A scrivere è unÕimpresa qui sulla barca che vacilla; e se vedete tristo carattere, rammentatevi che non vi son più i tavolini di S. Carlo, o Limone; si tratta di scrivere o sulla valigia, o sul ginocchio, o sdraiato per terra, e poi a scrivervi tutto ci vorrebbe un libro ogni volta. Ora specialmente, che siamo per entrare nel porto di Siut, le onde sono fortissime.
Il Nilo è zeppo di barche più che il mare nella sua proporzione; ogni giorno s'incontrano più di 120 barche senza vela e tante volte quelle che vanno in su come la nostra s'uniscono e si squarcian la vela, come pochi giorni sono successe alla nostra grande, che si fermò mezzo giorno per aggiustare la vela minore.
Addio miei cari genitori; vi ringrazio vivamente d'avermi dato il generoso assenso di percorrere la carriera della Missione; godete, state tranquilli, che i travagli della vita son sempre brevi e piccoli, quando si tratta di evitare le pene dell'inferno, e guadagnare il Paradiso.
157
Addio caro padre, cara mamma; voi siete e vivete sempre nel mio cuore. Io v'amo e vi stimo poi gran cosa, perché sapeste fare un'opera eroica, che i grandi del secolo, e gli eroi del mondo non sanno fare. Cianci il mondo a sua posta, vi abbia a vile, vi dica che siete imbecilli: voi avete riportato una vittoria che vi assicurò la vostra eterna felicità.
158
Dopo la pioggia che ho preso con voi a Verona, non ho veduto cader nemmeno un goccio d'acqua. Il cielo d'Egitto è sempre brillante. Salutatemi i parenti tutti di Limone e di Riva; mi dispiace tanto della Marietta. Riveritemi il Sig.r padrone, la signora padrona,
il Sig.r Giacomo e Teresa Ferrari, il Sig.r Rettore, i Parroci di Tremosine, i giardinieri di Supino e Tesolo, il Sig.r Giuseppe, e Giulia Carettoni, Sig.r Luigi Prudenza, D. Ben, Ragusini, Vincenzo Carettoni, Minica, Virginia, etc. etc. Caporale, Rambottini etc. mentre mi dichiaro di cuore

Vostro aff. figlio
D. Daniele Comboni
Miss.o Apostolico

159
Ai suoi genitori - 30.10.1857
NB. Lasciava fuori la circostanza più critica del nostro viaggio. Il Nilo al Monte Abu-Feda trovasi fiancheggiato da due alte montagne che non gli lasciano altra uscita per lo spazio di tre miglia; questo passo è pericolosissimo, ed ogni poco succedono naufragi per la forza e l'irregolarità dei venti. Appena entrati colle nostre due barche in questo labirinto, un veementissimo vento squarciò la vela maggiore, ruppe in molti pezzi le sponde ella barca, e i sei marinai della nostra piccola barca non sapevano più che fare, perché ad uno cadde sulla testa una trave, mentre le due barche si cozzavano insieme. In questo frangente D. Giovanni ed io ci cavammo le scarpe ed i vestiti ad eccezione della camicia e pantaloni pronti per gettarci nel fiume zeppo in questo tratto di vortici. D. Francesco s'attaccò ad una trave, D. Alessandro ad un asse, e D. Angelo senza far né bene né male abbracciò il crocifisso: mentre dicevamo l'Ave Maria e ci apparecchiavamo a darci reciprocamente l'assoluzione, il vento ci gettò in un banco di sabbia e fummo salvi. Uscimmo a terra e cantammo due allegre canzoni sacre ed ora ci troviamo lieti a Siut, ove domattina [.......] di celebrar messa........

[Vi sono altre due righe illeggibili].


N. 21 (19) - A SUO PADRE
AFC

Cariss.mo Padre!
Korosko nella Nubia, 27 novembre 1857
A suo padre - 27.11.1857

Eccomi da ben dodici giorni nel vasto regno della Nubia, ove m'accorgo un po' d'esser da voi lontano. Ma intendete bene cosa io intendo per la parola lontano. Se volgo uno sguardo alla materiale distanza che ci separa ai regni, ai paesi da me percorsi dopo l'ultimo saluto che ho dato all'Italia, m'accorgo d'esser da voi lontano, benché sia appena alla metà della mia destinazione. Se rifletto invece alla continua immediata relazione che ho con voi, all'affetto ch'io vi porto, al mio pensiero che si occupa sempre di voi, oh allora io vi sono sempre vicino, parlo sempre con voi, ci comunichiamo i reciproci nostri sentimenti d'affetto, sono sempre a voi unito, perché l'amore non conosce distanze né limitazioni di tempo.
Sì, mio caro padre, mia cara mamma; per quanto siano variati e diversi gli oggetti che mi circondano, invece di associarmi idee alla loro natura omogenee, mi risvegliano invece la vostra cara memoria; sì ch'io vi contemplo e sulle sponde incantevoli del Nilo, e fra le aduste sabbie del deserto, e sotto la tenda, e in ogni luogo della mia dimora. Quindi cacciatevi fuor dalla testa quel vostro falso proverbio, che avete imparato forse dalla vostra nonna mentre filava, cioè: lontano dagli occhi, lontano dal cuore; perché quando è vero, cristiano, filiale amore, non v'ha distanza che possa in nessun modo scemarlo: io la provo infatti così.
Quand'era in collegio passava qualche giorno senza che pensassi a voi, al tanto che ho ricevuto da voi, a quel che vi debbo: ora non v'ha ora o momento che non rivolga lo sguardo della mente, e che non pensi a voi, a quel che avete fatto per me, a quel che il vostro paterno amore sarebbe disposto a fare, e soprattutto all'eroico consenso che m'avete dato, il quale non può partire che da un'anima timorata di Dio, che sdegnando ogni terrena compiacenza, non ha l'occhio rivolto se non all'eredità dei santi: noi discorriamo ogni sera quasi di voi, e sempre ci è oggetto di ammirazione il vostro grande animo, il quale è superiore senza paragone alla nostra non piccola risoluzione di cimentarci alla nostra grande missione. Noi perciò ci troviamo sommamente contenti della nostra condizione; ringraziamo sempre Iddio, che malgrado i nostri demeriti, ci ha chiamati a servirlo sì davvicino; ed io in peculiar modo vi ringrazio e vi ringrazierò sempre per avermi concesso, o amatissimi, di seguire la mia vocazione.
Quanto alla nostra salute io non so come sia: fin dal giorno della nostra partenza da Cairo noi dormimmo sempre o sopra un pezzo di asse in barca, o sotto una piccola tenda su d'una fragile stuoia, sempre esposti al ludibrio dei venti, della polvere, delle mosche che sono innumerabili e seccanti sì che paiono le pronipoti di quelle che ai tempi di Faraone costituivano una piaga d'Egitto, mangiamo sempre pane fresco comperato in Cairo, il quale ci durerà ancor più mesi, e sosteniamo non pochi altri disagi propri dei lunghi e difficili viaggi; eppure dobbiamo confessare per grazia di Dio che ci troviamo tutti in migliore stato di salute di quello che fummo in Europa. Io non mi trovo più con la bocca cattiva al mattino come in Verona; D. Angelo rare volte soffre il suo indivisibile dolor di capo; D. Alessandro non ha quasi più il suo calore intestinale. È che non possiamo lamentarci finora del caldo, perché sotto la nostra tenda non oltrepassa i gradi 32 ora che è inverno; e nel deserto vicino che siam per passare, non oltrepassa ora i 43¡, ma gli altri disagi concomitanti all'attual nostra posizione dovrebbero farci un po' risentire: quindi non abbiamo che ringraziare Iddio che ci presta speciale assistenza.
164
A suo padre - 27.11.1857
Ma voi bramerete sapere qualche cosa del nostro viaggio: or eccomi a soddisfarvi. Sormontate le formidabili cateratte d'Assuan il giorno 15 corr.te, entrammo lieti nella Nubia, che offre un aspetto assai differente da quel dell'Egitto. Le sponde del Nilo son quasi sempre fiancheggiate da immense montagne di granito, rare volte da boscaglie di datteri e palme; il cielo è bellissimo; gli abitanti sono del colore come le more più biancastre del nostro Istituto, di animo più bello dell'egiziano, e un po' meno fedele al tirannico governo del gran Pascià che fa governare la Nubia (vasto regno una volta e mezza e più di tutto l'impero austriaco benché minore in popolazione) per mezzo di appositi Mudir incaricati di raccogliere non già le imposte, ma tutti i prodotti del terreno nubiano, per mettere tutto nei fondachi del gran Cairo, lasciando nudo il popolo, che si ciba quasi sempre di datteri, e qualche volta d'un po' di durah.
165
E' una cosa veramente compassionevole il vedere questi popoli avvolti nella miseria, e nelle più grandi privazioni; eppure ringraziare ogni giorno Maometto che vuole così.
[Qui Comboni si sofferma in una descrizione dell'ambiente.]
166
Visitata brevemente la famosa isola di File, celebre per un tempio grandissimo fabbricato da Tolomeo Filadelfo re d'Egitto, dopo una felicissima navigazione giungemmo in Korosco, posto sul limitare del gran deserto, da dove io scrivo.
167
Gettate le nostre tende sotto un dattero, un quarto di miglio fuor di Korosco, vicino alla sponda del Nilo, primo nostro pensiero fu di celebrarvi la messa; al che erigemmo con due casse un elegante altarino sotto la nostra tenda, addobbato con fiori del nostro Ist.o. Non posso a parole esprimere la consolazione che provammo ad offerire l'augusto sacrificio in questa sciagurata terra, ove forse, a quanto fummo assicurati, non fu mai immolata l'Ostia pacifica della nostra Redenzione. Erano circa tre settimane che non celebravamo; prima di partire contiamo di fare una iscrizione con sopra dipinto un calice, che ricordi ai posteri la fausta circostanza.
Alla prima notte del nostro arrivo fummo destati, e messi in arme contro una iena, la quale s'avvicinò alla nostra tenda; e alla seconda notte cadde un po' di pioggia: era la prima ch'io vedeva dopo la mia partenza da Verona; e quel che è più era la prima che discendeva in Korosco, stantecché a memoria d'uomo in Korosco mai si vide cader goccia di pioggia.
A suo padre - 27.11.1857
In questa cittadella noi siamo in aspettazione di circa 60 cammelli per passare il gran deserto; speriamo di partire entro quattro giorni; e questo passaggio del deserto è uno dei tratti più formidabili del nostro viaggio; ma credete voi che soffriremo qualche malattia, come quasi sempre avviene all'europeo che passa di qui? state certo di no; e questo confermerà una mia lettera da Khartum. Dio è con noi: benché siamo e stiamo sempre disposti alla morte, nulladimeno sentiamo in noi un presentimento, che dobbiamo arrivare a Khartum, e prima passare il gran deserto, che si estende da Korosco a Berber, senza un dolor di capo; e ciò, io dico, perché il gran tratto del deserto noi lo percorriamo, mentre scade la festa di S. Francesco Saverio, nostro Protettore, che è ai 3 dicembre, e mentre scade quella dell'Immacolata Concezione, che è la protettrice della nostra missione, cioè ai 8. Frattanto qui noi stiamo disponendo le nostre cose, e siamo D. Giovanni ed io spesso interpellati per qualche malattia.
L'altro giorno venne a me un capitano della milizia egiziana per domandarmi consiglio per una malattia agli organi genitali: siccome si trattava di affare sifilitico, fra le altre cose gli prescrissi l'astinenza dall'uso con donne non solo, ma anche colla medesima sua moglie, altrimenti se n'andrebbe presto a trovar Maometto; al che mi rispose: Che volete ch'io ne faccia di tante donne? ne ho dieci in mia casa che sono mie mogli, e quindi ne ho abbastanza senza cercarne delle altre.
La poligamia qui è in grande uso in tutti quelli che hanno da mantenersi. Posti noi in mezzo a questi galantuomini, siamo sovente addolorati nel vedere tanti miserabili figliuoli d'Adamo, vittime della più deplorabile servitù; che dopo aver tanto patito qui in terra, vanno dopo a provar pene maggiori all'inferno. Qui la Religione fu promulgata nel 5¼ secolo da S. Frumenzio spedito qua da S. Atanasio Patriarca d'Alessandria: circa due secoli dopo vennero i maomettani a distruggervi ogni cosa, e quindi la Religione di G. C.; e d'allora in poi, che sono mille e cento anni fa, non penetrò mai la religione Xna nella Nubia, ove fino ad oggi v'è pena di morte tanto a chi predica, come a chi abbraccia la nostra Fede. Solo nel 1848 potè M.r Knoblecher, attual provicario ap.lico con D. Vinco stabilire una Missione a Khartum, ove possono provvedere, se non ai maomettani, al ben degli schiavi negri.
171
Ma basta che sarete stanco. Desidero con impazienza d'arrivare a Khartum, ove spero di trovar tante lettere vostre; la posta vi arriva prima di noi, perché dall'Egitto per Khartum va per mezzo di dromedari che corrono velocissimi e notte e giorno.
172
Frattanto state allegri, tranquilli, e fidati in Dio, che vede tutto, che può tutto, che ci ama. Rammentate che noi preghiamo per voi, ci ricordiamo sempre di voi, e siamo sempre grati al vostro grande animo. Avete gettato ogni vostra fiducia in Dio; egli saprà ricompensarvi degnamente. Oh la Provvidenza divina è il perno di tutte le speranze d'un povero Missionario, che calcato quanto di lusinghiero presenta il mondo, s'avventura sotto le benefiche sue ali in terre straniere a promuovere la gloria e il regno di Gesù Xto.
173
A suo padre - 27.11.1857
Vi raccomando di governarvi bene, di non risparmiar nulla pel vostro benessere corporale: pel Signore avete fatto tutto. Spero che vi sarete provveduti d'una discreta serva; guai a voi se non l'avete. Mi costringete a mandarvi una brutta mora dal Centro dell'Africa, che vi servirà egregiamente. Addio, caro padre, cara mamma, scrivetemi spesso, e soprattutto ciò che a voi appartiene: state allegri, vi ripeto, e siate costanti nella via del Calvario, che di 820 passi, che vi sono dal Pretorio di Pilato al Calvario, voi ne avete fatto 800. Volete spaventarvi ancora per soli 20 passi? Non sarà mai vero.
174
Vi prego di fare le mie veci di padrino verso il mio figlioccio Giacomino, detto Pilès, figlio di Carlo e Anna Maria. Sono dolente per non essere stato a Riva a salutare i carissimi nostri parenti: salutatemeli tanto e distintamente; così pure salutatemi lo Zio Giuseppe, che certo prega per me, Eustachio, Erminia, i piccoli, il Sig.r Consigliere nostro padrone, suo fratello e cognata in Riva, il Sig.r Rettore, D. Bem, Signor Beppo e Giulia Carettoni, la famiglia di Luigi e Prudenza Patuzzi, le buone Sig.re Minica, Virginia, Gigiotta, che mi promisero di pregare per me e lo faran certo, il Medico David, il D.r Fantini, l'amico Antonio Risatti, Rambottini, Caporale anche a nome di D. Angelo, il Sig.r Vincenzo Carettoni e sua progenie di Bogliaco, i nostri parenti di Bogliaco, Maderno, i giardinieri di Supino e Tesolo, il Sig.r Maestro, Candido, il Parroco di Voltino, e tutti quelli che domandano di noi, dando un saluto dolcissimo al Sig.r Pietro Ragusini, e per suo mezzo al Sig.r Bortolo Carboni che m'hanno beneficato, e sono bell'anime, così pure a tutti quelli, ai quali sono stato occasione di dispiacere, e specialmente a voi, ed alla cara mamma, ai quali porgendo la mia benedizione, mi segno di tutto cuore

Vostro affez.mo figlio
D. Daniele Comboni



N. 22 (20) - A SUA MADRE
AFC

Cariss.ma Mamma!
Korosko nella Nubia, 27/11 = 57
A sua madre - 27.11.1857

Sono lietissimo, o cara mamma, di farvi sapere come io sono sano, che penso a voi, prego per voi, e benché lontano da voi, vivo sempre per voi. Quanto volte ogni giorno penso al grande sacrifizio che avete di me fatto al Signore! Oh per me questo è un gran pensiero, che non finirò mai di ammirare, e sempre vi ringrazierò della grazia che m'avete fatto, della quale era affatto indegno: noi ci ricordiamo sempre di voi.
In Verona, in Gerusalemme, e in molti luoghi sonvi molte persone, e monasteri che innalzano preghiere per noi e per la nostra missione; ma, a dirvi il vero, io faccio maggior calcolo di qualche vostra Ave Maria, perché partita da un cuore che si è sacrificato per la gloria di Dio. Siate adunque costante nella vostra generosità; state sempre allegra; e ad ogni leggera tentazione di poca fiducia, od altro, volgete la mente alla Madre Addolorata appiè della Croce. Noi pure stiamo sempre allegri; e quando il nemico della salute ci fa venire in mente il dolore che provammo nella nostra separazione, e quel che provaste voi (che l'abbiam sempre in mente) volgiamo gli occhi al patire che ha fatto G. Cristo e tanti Apostoli e Missionari, ed in allora ci godiamo.
Oh se vedeste le miserie che vi sono in queste contrade, se ne aveste avuto cento dei figli, li avreste tutti dati a Dio, perché venissero a portare un sollievo a queste povere anime. Ringraziate però il Signo-re perché vi fè la grazia di dargli tutto quel che avevate.
Frattanto io vi saluto di tutto cuore: sarete voi forse stata ammalata fino adesso? deh scrivetemi, cara mamma, e sempre. Salutatemi i vostri fratelli e cognata, dicendo allo zio Luigi, che se va a confes-sarsi tre volte all'anno, gli mando del finissimo tabacco africano. e allo zio Pietro se vi va altrettante volte, gli spedirò qualche preziosa bottiglia di vino egiziano, migliore di quel che trangugia, quando fa quelle grandi balle, che gli fanno vedere duplicati gli oggetti. Salutatemi pure tutte le vostre comari, la Pirola, la buona serva dei nostri parenti, e benedicendovi, mi dichiaro di tutto cuore

Vostro aff.mo figlio
D. Daniele

P.D. Vi salutano di cuore tutti i miei compagni, e vi esortano a pregare per noi.


N. 23 (21) - A SUA MADRE
AFC

A sua madre - A suo padre - 9.12.1857
Mamma mia carissima!
Korosco, 9 dicembre 1857

178
A dirvi il vero, mi parrebbe di commettere un delitto se lasciassi anche una sola occasione di parteciparvi i sinceri ed affettuosi sentimenti del mio cuore. Oh! se sapeste quanto mi siete cara, e quanto apprezzi e stimi la vostra generosa risoluzione! Ogni momento parmi vedervi concentrata nel vostro dolore, ora lieta per una speranza futura, ora in una inesplicabile incertezza, ora tutta assorta nella confidenza in Dio. Il cuore dell'uomo è fatto così, cara mamma. Dio ora non fa che scherzare, perché vi ama.
179
Oh! se poteste comprendere quanto Iddio gradisca il vostro cordoglio, sono certo che anche la vostra vita che vi resta diventerebbe un paradiso. Sì cara mamma, voi siete cara sommamente a Dio; ed io mi glorio di avervi per madre; e se non mi sforzassi di lavorare e tutta consumare la mia vita per la gloria di Dio, seguirei molto male i generosi esempi dei miei genitori, che mi hanno preceduto nella gloriosa impresa di sacrificar tutto per amore di G. Cristo.
180
Coraggio, adunque. Vi raccomando con tutto il cuore il mio vecchio Simeone; compatitelo nei suoi difetti, correggetelo, amatelo per amore di Dio e per amor mio; vivete in reciproca carità e concordia e Dio v'ha innalzato un trono in cielo, che ricompenserà infinitamente ogni travaglio della vostra vita. - Date un bacio per me al vecchio Simeone; salutatemi le Sig.re Miniche, e credetemi di cuore

Vostro affett.so figlio D. Daniele



N. 24 (22) - A SUO PADRE
AFC

Carissimo mio buon Padre!
Korosco, 9 dicembre 1857

181
La Provvidenza di Dio avendo disposto che non giungessero fino ad ora cammelli sufficienti per noi e per tutte le nostre cose pel passaggio del deserto, fummo costretti a rimanere in Korosco fino adesso; e perciò prima della mia partenza credo opportuno di scrivervi, sperando che entro la metà di gennaio n'avrete in mano la lettera.
182
Che cosa facemmo noi in questo frattempo? Passammo i giorni fra la speranza e la irresoluzione. Oggi avevamo una notizia dalle carovane reduci dal deserto; domani venivano delle barche di delinquenti
incatenati, che dovevano approfittare dei cammelli appena giunti per andare a subire la loro pena un po' al di là di Khartum sul Bahar-el-Azrek, come appunto si pratica nella Russia, ove i delinquenti condannati a vita, vengono mandati in Siberia, perché a poco a poco muoiano dal freddo, come questi delinquenti egiziani debbono a poco a poco finire sotto il caldo. Posdomani progettavamo di fare il traverso di Dongola, ed andare a Khartum lungo il deserto di Baiùda, che è molto meno pericoloso del Nubico che noi passeremo; ma instava l'obbietto che vi vogliono tre, ed anche quattro mesi a causa del passo di Wady-Halfa, e di altre sette cateratte del Nilo.
Sennonché dopo due settimane e più, a Dio piacque che giungesse una carovana da Berber; coi cammelli della quale noi domani partiremo da Korosco pel deserto, essendo già fatto il contratto, ed anticipata una moneta corrispondente a poco più di 200 talleri in mano dell'Habir della nostra carovana.
A suo padre - 9.12.1857
Ma frattanto, sapete, o amatissimo padre, quali pensieri si ravvolgevano nella mia mente? Il generoso sacrifizio che voi due avete fatto è per me sempre oggetto di meditazione; e credo nel fondo della mia coscienza che genitori più fortunati di voi ve ne sieno ben pochi al mondo, perché quali sono que' genitori che più perfettamente soddisfano ed adempiono la loro Missione? Napoleone diceva: quelli che danno più figli allo Stato, un antico filosofo soggiungeva: quelli che danno più figli alla patria, e la nostra religione santissima invece asserisce che adempiono più perfettamente alla loro Missione quei genitori che procreano figli al cielo. Ora non siete voi forse di quest'ultimi?
Anzi la vostra fortuna è ancora maggiore; mentre questo vostro unico figlio non solamente fu diretto da voi pel cielo, ma fu chiamato da Dio alla conversione degli infedeli, e quindi ad uno stato, in cui tutto si consuma per mandare al cielo altre anime sedenti ora nelle tenebre e nelle ombre di morte; e voi questo vostro figlio, ch'era tutto il vostro patrimonio in terra, l'avete consacrato interamente a Dio, non riserbando per voi che un perenne sacrifizio della sua lontananza, ed anche della sua perdita per amore di G. Cristo.
E chi v'ha al mondo che abbia fatto questo con tanta magnanimità? Solo chi è chiamato da Dio a cose grandi, come una S. Felicita,
la madre dei Maccabei, ed altre anime che furono più care a Dio.
Né mi dite che finalmente questo vostro figlio, che avete dato, è un povero sciocco, ignorante, inutile, incapace a veruna impresa, perché quantunque sia vero che tale io sono, tuttavia voi m'avete sacrificato a Dio come se fossi un Salomone, un Apostolo S. Paolo; e quindi se anche sarò servo inutile, incapace, se anche non farò nulla, se anche, per così dire, diventassi apostata (che Dio mi tenga la mano sul capo!!) voi avete acquistato presso Iddio tanto merito, come se aveste dato alla Chiesa un S. Agostino, un Saverio, un S. Paolo, perché Dio misura non dalla grandezza delle cose, che sono tutte meno che zero al suo cospetto, ma dalla grandezza dell'affetto con cui si danno, come G. C. gradì che S. Pietro lasciasse tutte le sue cose per seguirlo, le quali non consistevano che in una barchetta tutta rotta e forata, e in poche reti tutte stracciate; eppure S. Pietro lasciò tutto; e il vangelo lo loda come se avesse lasciato un regno; mentre al povero contadino è tanto caro il suo modesto e ruvido casolare, come al monarca la sua capitale.
187
Or voi siete nel numero di quelli che hanno dato tutto per G. Cristo. Né mi dite in secondo luogo che sono beati quei genitori che vivono accanto dei loro figli. Ah! questi parte del loro paradiso lo fanno in terra, e sul capezzale della morte, allorquando le delizie passate non si gustano più, e troppo bene si conoscono le cose nella loro essenza, al capezzale della morte avranno l'amaro cordoglio di non aver fatto niente pel Signore, mentre voi griderete allora pieni di giubili: benedetto il Signore che m'ha guidato per la via della Croce, ed ora mi rende centuplicata mercede!!!
188
A suo padre 9.12.1857
Coraggio adunque, amabile mio padre: io ho sempre rivolto il mio cuore a voi, parlo ogni giorno con voi, sono a parte dei vostri affanni, e pregusto le delizie che Dio vi riserba in cielo. Coraggio adunque: Dio sia il centro di comunicazione fra me e voi. Egli guidi le nostre imprese, i nostri affari, le nostre sorti e godiamo; ché abbiamo da fare con un buon padrone, con un fedele amico, con un padre amoroso.
189
Ricordatevi soprattutto di confidare in questo buon Padre, e di essere umile; mentre le grazie che il Signore vi ha fatto e vi farà, non furono a voi largite pei vostri meriti, ma per sua misericordia.
190
Io sono di ottima salute, come tutti i miei compagni, i quali anzi sono miei superiori, a cui non son degno nemmeno di far loro da servo, perché sono d'una bontà, al cospetto della quale le mie azioni sono delitti. Essi vi salutano tutti e due, e desiderano che preghiate il Signore per la nostra missione. Speriamo per l'Epifania di giungere a Khartum, donde entro gennaio partiremo pel Bahar-el-Abiad.
191
Date un caro saluto alla mamma, che vi raccomando di tutto cuore; portate pazienza, compatitela nei suoi difetti, ch'ella compatirà i vostri. Al cospetto di Dio siamo tutti pieni di difetti. Dunque pazienza e carità, perché anche noi siamo compatiti da Dio. Datele un bacio amoroso per me, procurando che sia assistita in ogni cosa, non risparmiando né campo né nulla, che Dio provvederà a tutto.
192
Salutatemi tanto l'Eustachio, l'Erminia, lo zio Giuseppe, i nostri parenti di Riva, Limone, Bogliaco e Maderno, il Sig.r Rettore, il Sig.r Beppo Carettoni, Patuzzi, e sua famiglia, il Nonno D. Ben, il Sig.r Ragusini, Vincenzo, Medico, Risatti, Rambottini, il nostro padrone, e tutti. Così pure salutate l'agente del vapore Meneghelli, contraccambiandolo de' suoi saluti; ho opinione che sia un galantuomo e un buon cristiano. Addio! Addio!!!

Vostro aff.mo figlio D. Daniele
Documenti vari - 1857


N. 25 (23) - FIRME DELLE MESSE CELEBRATE
IN S. GIOV. BATTISTA IN SACCO, VERONA
AMV


N. 26 (24) - FIRME DELLE MESSE CELEBRATE
IN S. STEFANO, VERONA
ASSV


N. 27 (25) - A P. SERAFINO O.F.M.
ASC

Deus meus et omnia!

N.B. Parole del Comboni in ultima pagina del libro "De ascensione mentis in Deum" del Bellarmino, regalatogli dal Comboni.

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