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N. 94 (1237) - A UN COMMENDATORE
APT - Brescia

Verona, 22 aprile 1863
Ill.mo Sig.r Commendatore!

716
La gentilezza e bontà con cui l'Ecc. V. degnavasi accogliermi nello scorso autunno, allorché il preclarissimo Cav.er Negri Direttore Superiore del Ministero degli Esteri m'indirizzava a Lei per esporle alcune mie preghiere a favore ed in appoggio al chiarissimo Arciprete di Toscolano assai benemerito presso di noi della religione e della patria, colpito non ha guari in varie guise dalle esuberanze vescovili, e gli eventi che testé l'hanno afflitto in seguito ad alcune minacce della Curia di Brescia con sommo rammarico della colta e numerosa sua popolazione che meritamente l'ama e lo apprezza, m'hanno spinto a porgerle nuovamente per iscritto le mie preghiere, affinché si degni di accogliere benignamente le rimonstranze che il sullodato degnissimo Arciprete D. Pietro Grana sta per innalzarle, e che risguardano ciò che è di competenza dell'ufficio di V. Ecc.a Ill.ma, supplicandola in pari tempo a volerlo proteggere, e mostrargli per iscritto ed in qualsiasi maniera il di Lei aggradimento, ed il risultato delle sue suppliche.
Nel mentre che le offro i miei ringraziamenti, le chieggo benigno perdono per l'incomodo che io le porgo, certo che troverà nel mio raccomandato quella gratitudine e corrispondenza che è propria di un'anima bennata e figlia d'una patria sì generosa.
Colgo quest'occasione per offerirle la mia servitù, e dichiararmi con tutto l'ossequio

Di V. Ecc.a Ill.ma
umil.mo e dev.mo servitore
D. Daniele Comboni Miss.o Apostolico dell'Africa Centr.


N. 95 (92) - AL CAN. GIOVANNI C. MITTERRUTZNER
ACR, A, c. 15/60

Verona, 10 maggio 1863
Ill.mo e Molto R.do Signore!

717
Bisogna che questa volta io domandi perdono alla sua bontà per avere troppo tardato ad annunziarle e il ricevimento delle Carte Geografiche, delle quali noi le siamo gratissimi; e delle fotografie che non ho potuto finora spedirle. Appena ricevuto la sua prima lettera ho mandato un chierico fotografo del nostro Ist.o da Lotze col denaro rispettivo per cavare la fotografia; ed il Lotze padre cercando nelle negative, non trovò la sua; ma sospese fino alla venuta del figlio che stava assente, il quale fu colui che ci ha fotografati. Intanto vennero le feste pasquali, nelle quali io finito il quaresimale a S. Zeno l'ottava di Pasqua andai a riposare un poco alla mia patria in Lombardia.
Ritornato pel mese mariano che predico a S. Anastasia, mandai il detto Chierico dal figlio di Lotze per ricercare della negativa. Mentre io stava in espettazione delle sei o sette copie, seppi solo ieri, avendo ricercato, che il detto chierico D. Bettanini è già andato a casa sua in Venezia per malattia; sicché andando io stesso da Lotze oggi, seppi solo oggi che nemmeno il figlio ha la negativa perché distrutta. Questa è la genuina storia della cagione del mio ritardo. Ad ogni modo mi confesso colpevole, perché dovea scrivere, ed accusare il ricevimento della sua lettera, del denaro e delle carte geografiche, e spero di avere un benigno perdono, promettendole che d'ora innanzi sarò più sollecito a scrivere. Quanto alle fotografie sarà mio impegno di cavarle sopra una che tengo sul mio album vestito all'araba, e appena fatte gliele spedirò.
Perdono, perdono, che mi dispiace moltissimo l'aver demeritato la sua indulgenza ed abusato della sua bontà. Il Superiore dopo sei mesi di poca salute sta un po' meglio. Spero che ella starà bene. Noi africani stiamo bene, e colla grazia di Dio lavoriamo, perché oltre a molteplici impicci predichiamo D. Beltrame ed io a rompicollo. Accetti i saluti specialissimi del mio buon vecchio, che è immensamente affezionato al pio Pio, che vorrebbe morire per lui. Non sappiamo notizia dell'Africa. Solo che il fratello Giuseppe è di ritorno in Europa. Mi ricordi nella S. Messa; riceva di noi tutti i più cordiali saluti. Mi riverisca il Santo Vescovo di Brixen, e mi creda qual mi protesto per la vita nei SS. Cuori di G. e di M.
Di Lei aff.mo amico
D. Daniele Comboni


N. 96 (93) - ALLA CONTESSA LUDMILLA DI CARPEGNA
AFVG

Verona, 15 maggio 1863
Nobile mia signora Contessa!

L'infinita maestà di Dio, la cui natura è la pienezza dell'essere che tutto creò, e non fa punto mestiere delle create cose, quel Dio poderoso e terribile, che opera meraviglie in cielo e in terra,
che cammina sul dorso degli aquiloni, e fa piegare i colli del mon-
do sotto le vie della Sua eternità, che chiama le cose che non sono come quelle che sono, che tutto porta colla parola di sua virtù, che accenna, e l'universo si curva ai cenni suoi, che tocca i monti e fumigano, che guarda la terra e palpita, che sgrida al mare
e si ritira per lo spavento, sapienza infinita che tutto vede nella caligine del futuro, che tutto penetra nei latiboli del presente, scrutatore di cuori, che scrive e colpisce in caratteri indelebili il giornale della vita umana, questo Dio provvido e miseri-cordiosissimo, nella sua immensa carità, avea stabilito nei suoi eterni decreti, che nel bel mese di maggio, che è il sorriso della natura, si avesse da oltre trent'anni fa a scrivere nel libro della vita un nome venerato di un'anima predestinata, che nel giorno 21 venisse a respirare sulla terra le prime aure di vita nelle sterminate lande del gelido settentrione, la quale anima poi abbandonando per disposizione della Provvidenza la gioia delle patrie contrade, venisse nel centro del cattolicesimo ad abiurare le false dottrine di Fozio per incurvare la fronte ossequiosa dinanzi alla tomba del pescatore di Galilea, e a consumare i suoi giorni tra il cordoglio e i gaudii in servizio del Signore.
721
Signora Contessa! Il giorno 21 anniversario della preziosa sua nascita, è giorno benedetto, giorno santo, giorno di predestinazione, che ricorda la misericordia di Dio. Perciò in quel giorno, se Dio mi darà vita, sarò lieto anch'io di partecipare al giubileo della cara famiglia Carpegna che festeggerà il felicissimo nascimento di Lei. E siccome io sarò lontano da Roma, né potrò assistere personalmente alla gioia della famiglia, nulla di meno mi lusingo che parteciperò a quella festa come se vi fossi presente; poiché Dio è il centro di comunicazione fra i nostri cuori, che li lega, benché lontani, col sacro vincolo della più leale amistà, del più vivo affetto, accoglierà le mie felicitazioni ed i miei auguri, che di tutto cuore le desidero per tutta la vita. E perché questi miei sentimenti siano santificati dalla religione, in quel giorno faustissimo io celebrerò il Santo Sacrificio al Sacro Cuore per Lei, affinché la Provvidenza si degni di spargere sul suo capo il torrente delle sue divine grazie, il fiume delle sue terrene benedizioni.
722
Colgo questa occasione per pregarla a scrivermi con suo comodo, e qualora non sia nocevole alla sua salute, a lungo su di Lei e sulla famiglia circa la cronologia di quest'anno. So di averle a scrivere molte cose anche in risposta alle sue care lettere, che ricevetti ultime in quest'anno, le quali mi sono tanto più preziose, quanto furono da Lei scritte in uno stato di salute poco soddisfacente: subito non posso perché occupatissimo. Mi ricordi con tutta l'effusione del cuore al mio caro Conte, a Guido, a Don Luigi, a Mannucci, ai familiari, a Mazzoni etc. etc., mentre in mezzo alle mie quotidiane predicazioni ho il bene di segnarmi "éternellement"

suo devotissimo
Don Daniele


N. 97 (94) - A DON PIETRO GRANA
ACR, A, c. 15/44

Mio caro D. Pietro!
Verona, 19/5 = 63

Alla bricconcina di Elisa ho raccomandato d'informarsi della ragazza dell'Avv. Bernardi, ora residente in Salò, e ancora non ho ricevuto nulla. Pazienza! raccomando a voi con vostro comodo.
Vi mando la fotografia del Passaglia. Ricordo con gran compiacenza la giornata felicissima passata coi Toscolanesi ed il loro degno Pastore.
Ma una cosa urgentissima io raccomando alla vostra amicizia; e dovete assumervela come cosa vostra e più. Nel marzo testé caduto, io feci impostare in Bogliaco un pacco che io dirigeva a Mong.r Limberti Arcivescovo di Firenze. Questo pacco conteneva i documenti e gli scritti della def.ta Marchesa di Canossa fondatrice dell'Ist.o della carità, che suo nipote il Vescovo di Verona mi affidava per ispedire a Roma per incoare la causa della sua beatificazione, essendo morta fin dal 1835 in concetto di santità. Vedete dunque che si tratta di grave affare. Ora il pacco non è giunto a Firenze, e l'Arcivescovo mi scrive che forse qualche maledetto poliziotto italiano avrà voluto farsi un merito col tentare di fargli del male, ma inutilmente. Il pacco fu consegnato a Bogliaco come vedrete dalla ricevuta, e come consta dalla ricevuta di ufficio che è a Limone.
Io ora voglio ricorrere per via di ufficio. Poscia, se non lo trovo ricorro al ministero, e faccio mettere in prigione una quantità, perché io stesso da Bogliaco a Firenze farò passare tutti gli uffizi. Ho scritto al ministero di Torino, ed il Cav. Rizzi mi rispose che prima obblighi l'Ufficio delle poste di Bogliaco a reclamare per retta linea fino a Firenze; in caso che nulla si rinvenga, il Ministero assumerà l'inquisizione ex officio. Quegli stupidi di Limone per non ispendere otto franchi, si sono rivolti alla Messaggeria Mazzoldi, la quale forse si serve della Franchetti e non della posta governativa per mantenere le proprie corrispondenze. Guai a molti se non rinvengo il mio pacco. Sapete che ho le dita lunghe, e le distanze non si paventano da me, e nemmeno le spese.
726
Ora vi prego ad andar voi stesso, oppure ad affidar la cosa a persona di proposito, p.e. D. Bortolino, vi prego, dicea, di andare a Bogliaco coll'inclusa ricevuta Gio. Bertamini, e pregarlo a ricorrere subito per catena di ufficio in ufficio per rintracciare il pacco, ma subito, fino a Firenze, ed eseguire ciò sempre appoggiato alle rispettive registrazioni. Se mi farete questo favore, e mi informerete subito dell'esito, mi farete sommo piacere. Adunque vi raccomando la cosa; cammino sopra le spine, e nulla ancora dissi al Vescovo. Aspetto risposta. Addio.
727
Salutatemi Elisa, il francese, il Sindaco e tutti i buoni conoscenti di Toscolo, spec. Sacerdoti. Ricordatemi anche a Mad. Perpetua, e credetemi sempre col cuore

Tutto Vostro aff.mo A.
D. Daniele
L'inclusa ricevuta dopo mostrata all'Uff. Mazzoldi, ritenetela voi conservandomela.

N. 98 (95) - A DON PIETRO GRANA
ACR, A, c. 15/45

Verona, 27 maggio 1863
Caro mio D. Pietro!

728
La vostra lettera mi ha fatto sommo piacere per avermi assicurato che il mio rotolo non andò smarrito. Avete fatto bene ad affrancarlo, e spero che ora sarà nelle mani dell'Arcivescovo. Bramo però che mi mandiate la ricevuta. Quanto al denaro per compiere l'affrancazione, tenete conto che alla prima occasione ve lo rimborserò. Persuadetevi però che l'Arcivescovo non lo ricevette, e seppure giunse il rotolo a Firenze l'hanno rifiutato i suoi adepti. Ma il rotolo venne trafugato, perché altrimenti non comprendo come sia a Torino, mentre do-vrebbe essere venuto di ritorno a Bogliaco. Vi ringrazio di cuore. La raccomandata di D. Castellini è ammalata. Spero che guarirà. Ma non mi ricordo se io debba continuare per suo conto a somministrarle denaro. Fino a Marzo le diedi un fiorino. In aprile ed in maggio N¼. 2 lire austriache. Dite, vi prego, a D. Bortolo se debbo continuare, perché in mezzo a mille pensieri non mi ricordo gli ordini avuti. Raccomandate ad Elisa che mi dia queste informazioni, perché se andiamo tanto alle calende greche è tutto inutile.
Ricordatevi del

Vostro aff.mo am.
D. Daniele
N. 99 (96) - A DON PIETRO GRANA
ACR, A, c. 15/46

2.6.1863
Breve biglietto.


N. 100 (97) - A DON PIETRO GRANA
ACR, A, c. 15/47

Mio caro D. Pietro!
Verona, 8/6 = 63

Fino al giorno 5 corr.te l'Arcivescovo di Firenze non ha ricevuto il mio rotolo. L'Arcivescovo stesso mi scrisse, che giammai rifiutò nessuna cosa a Lui diretta. E' un uomo di gran carità. Per mezzo di un mio amico di Firenze ho fatto ricercare agli uffici postali e messaggerie se è mai arrivato un rotolo diretto a quell'Arc.vo, e ricavò che mai giunse. Voi vedete, caro D. Pietro l'impostura dei Sig.ri Mazzoldi; domando poi a voi perché il rotolo invece di retrocedere a Bogliaco donde partì, fu portato a Torino? perché, io rispondo, vi fu fra gli impiegati qualche zelante di Satanasso, il quale per cattivarsi la grazia del governo, abusò del sigillo sacramentale della posta. Ma il governo è stato più prudente e delicato, e pare, se è vero quanto mi scrivono da Torino, che non l'abbia tocco. Ad ogni modo io reclamo la ricevuta che vi ho spedito, fattami da quel di Bogliaco, e la ricevuta che D. Bortolo ebbe del franco e mezzo; e con queste e col resto che posseggo, vado subito a Torino, e penserò io.
Sono oltre due mesi che ho consegnato il plico, anzi tre: e ancora non è a Firenze. Vi prego dunque a spedirmi queste due ricevute. Scusate di tanti disturbi. L'Arcivescovo è sorpreso, che si adoperino queste armi vili. Il mio rotolo vale più di un milione, perché contiene i documenti di una santa, qual'era la Marchesa Canossa. Qualcheduno avrà da che fare col Governo Italiano; e se la causa non sarà protetta, come io voglio, la Francia ne assumerà la tutela. Si smaschererà la canaglia che osò ritardare la spedizione.
Mi meraviglio poi degli impiegati della Messaggeria Mazzoldi, la quale gode meritatamente tanto credito per ispedizioni e buon servizio. Qualcheduno di questi prenderà di mezzo, poiché io non isto zitto sicuro, ed ho denaro per sopperir a tutto.
A voi manifesto tutto questo. Se poi subito arriverà il rotolo, e l'Arcivescovo me lo annunzi subito, allora invece di prendere subito la via del ministero, prenderò quella delle scale di spedizione. Ma la canaglia voglio trovarla. Intanto vi prego ad avvertire l'impiegato di Bogliaco, che abbia subito a reclamare per le vie di spedizione, affinché il rotolo vada al suo destino, e vi sappiano dire una risposta, non bugiarda come quella che l'Arcivescovo lo ha rifiutato, ma veritiera, perché a me non si contano canzonate.
Salutatemi D. Bortolo, l'Elisa, ed abbiatemi per vostro

Aff.mo amico
D. Daniele

N. 101 (98) - A DON PIETRO GRANA
ACR, A, c. 15/48

Verona, 12 giugno 1863
Mio caro D. Pietro!

733
Ieri mi scrisse l'Arcivescovo di Firenze, che ha ricevuto il rotolo memorando, che ha fatto impazzire tanti e specialmente me. Ho scoperto il come avvenne il ritardo. Ho già posto l'occhio sopra chi avea inviato il rotolo a Torino; e siccome fu in parte malizia e in parte dabbenaggine, avendo trovato sincerità, perdono tutto e sia finito. Solo debbo dire a gloria della verità, che la Messaggeria Mazzoldi è stata fedelissima, come è sempre, nel fare la regolare spedizione; e perciò se avete reclamato, come vi scrissi, il rotolo, si sospenda, perché tutto è giunto a sua destinazione. E' vero che l'Arcivescovo respinse la prima volta il rotolo; ma nelle circostanze in cui si trova "non sapendo io (son sue parole) di dover ricevere alcun plico da codeste parti, né sapendo quel che contenesse, non credendo a quanto era scritto nel foglio di spedizione, cioè che vi fosser dentro degli Agnus Dei, sospettai di qualche sorpresa o imbroglio, e recisamente lo ricusai." Lo sbaglio poi lo feci io, che invece di scrivere una lettera anticipata all'Arcivescovo avvertendolo che riceverebbe il rotolo, scrissi ad un mio amico di Firenze che avvertisse l'Arcivescovo; e questo mona non lo avvertì. Io poi avea scritto all'Arc.o entro il rotolo. Fiat. Tutto passò.
734
Dite a D. Bortolo che tutto andrà in ordine. Io fino a marzo inclusivo ho passato alla sua raccomandata 1 fiorino; poi due svanziche ogni mese. Scriverei a Lui, ma non ho tempo, essendo voi più alla portata pronta della posta. Consegnategli questo santino, e dite che preghi per me. Rendete mille grazie all'Elisa della sua ammirabile gentilezza nel darmi le notizie richieste. Se i miei corrispondenti fossero così, potrei ritirarmi nella tesolica valle (Teseul), ove respirai le prime aure di vita, e qui menar vita solitaria e anacoreta, perché il mondo non sarebbe per me.
Siate memore del vostro
Sincerissimo amico
D. Daniele
N. 102 (1193) - A DON TURRINI AGOSTINO
ACL

13.6.1863

Autografo su immagine


N. 103 (99) - AL CONTE GUIDO DI CARPEGNA
AFC, Pesaro

Verona, 11 luglio 1863

Mio carissimo Guido!

Oh qual soave contento inonda il mio cuore nel leggere la tua cara testè ricevuta da Carpegna! Tu Guido mio, presto fra le mie braccia? Ed è vero? O sogni dorati!.. ma no; sarà una realtà? una giocondissima realtà?.. Ah non farmi restare, o Guido mio, colle mani piene di vento. Credo che tu verrai. Non è un sogno, no; ed ecco che subito subito ti informo sulla via fra Bologna e Verona. Se prendi Ferrara Rovigo e Padova e Verona è la più breve, e un po' più economica, ma di poco. La via di Milano è un po' più dispendiosa, ma più comoda e più lunga. Breve e lunga intendo di distanza, ma per tempo è eguale. Dunque fa quel che vuoi; ma io ti consiglierei quella di Milano perché è sempre in ferrovia, mentre dal Po - Rovigo - e Padova è in carrozza. Guido mio vieni, vieni; e se ricevi il mio biglietto da Roma, straccialo; perché scrissi quello, stando a quanto mi scrivesti che tu saresti venuto a Verona dopo il tuo ritorno dal Belgio.
Dunque ti aspetto. E se potessi prevedere la corsa in cui arrivi, io verrei a riceverti alla stazione, Porta Nuova se da Milano, Porta Vescovo se da Padova. No che non ti rimprovero pel tuo lungo silenzio; perché il tuo comparire a Verona sana tutte le piaghe ed annienta ogni lamento. Dunque veni dilecte mi veni sponsa mea amica mea, surge et veni.
Salutami Gabriello, il Parroco, D. Antonio, Ducci et omnes etc. e abbimi pel

Tuissimus in corde
D. Daniele


N. 104 (100) - ALLA CONTESSA LUDMILLA DI CARPEGNA
AFVG

Agosto ?/1863
Mia buona e venerata Contessa!

Benché Guido a quest'ora deve aver scritto, perché io gli assegnai nella mia stanzuccia, penna, carta e calamaio (meno la polvere se a Lei non piace e giustamente) nulla di meno in questo punto avendo ricevuta la cara e carissima sua lettera 7 p.p., ed avendo stasera finite le laboriosissime mie occupazioni di predicazione, m'affretto a darle io le notizie di Guido. Mi morsico ora le dita a non averle scritto, come voleva, appena ritornato dalla strada ferrata, ove accompagnai il mio bien ami! Le dirò che mai in vita mia ho veduto Guido così grasso, rubicondo, e sano, né a Roma, né a Carpegna, né in Egitto, né in Trieste, ed avendo io fatto le meraviglie, il bricconcello soggiunse: "Hai veduto, carino, che senza le tue medicine, io sto bene divento grasso?" Bene, io risposi, desidero che tutti i miei cattivi pronostici su di te riescano così; e veramente il bricconcello sta benissimo, di un umore amabilissimo, e che ha lasciato di sé fra noi un nome indelebile ammirando, e che non partirà dal cuore di tutti i miei collegiali mai più in eterno. L'ho presentato al mio Superiore Don Mazza, uomo santo, dotto, e di una facoltà intuitrice ammiranda conosce un individuo a prima vista, e l'ha conosciuto di un fondo di religione cattolica il più puro, di un ingegno straordinario, di una vista e facoltà di conoscere le cose ed il mondo superiore alla sua età, assennato e maturo, e delle più belle speranze per la società.
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Don Mazza non si è mai ingannato nei suoi giudizi; eppure non alla mia presenza, ma a tutti gli altri sacerdoti ha detto così. E Don Mazza è un santo dei più straordinari per carità e penitenza; è strenuo difensore del potere temporale, dunque non so comprendere come da alcuni benedetti romani si è Guido mal giudicato. Vorrei che a me capitassero questi tali che insegnerei loro a giudicar meglio, e darei loro delle buone lezioni del Vangelo, di carità cristiana e di umiltà. L'ho poi presentato ai miei compagni, ai quali io non son degno di legare i legacci delle scarpe, e profondi nella letteratura e nelle scienze divine e professori nel seminario e nei Licei, e sono restati strabiliati come in un giovane si raccolgano tante cognizioni, e specialmente nella classica letteratura. Ed alcuni, da me talvolta seccati perché dipingeva sovente Guido come letterato e fornito di mille altre buone qualità, m'ebbero a dire, dopo aver passate le ore insieme, "egli non solo conosce la letteratura, ma è già autore provetto; tu ce l'hai dipinto una gran cosa, ma noi lo troviamo superiore assai alle tue lodi, e tu hai detto assai meno di quello che è in realtà".
Insomma sono innamorati ed esterefatti di Guido, ed ora non fanno che parlare di lui, e parecchi uomini grandi, come un Martinati, un Angeloni, etc., mi hanno rimproverato perché non li ho avvertiti della venuta di Guido, che sotto colore di far visita a me sarebbero venuti a vagheggiare il nobile romano ammirabile che è venuto ad onorarmi ed a far tanto bene a noi colla sua cara presenza. Hanno poi ammirato una singolare degnazione nel trattare con noi bassa gente, mentre egli fu presente quale egli è realmente come primogenito della illustre famiglia dei conti di Carpegna e principi di Scavolino. Quando io ricevetti lettera di Guido che mi scriveva da Carpegna, io misi a sua disposizione la mia camera, che è la meno indecente del poverissimo mio sito, e ne ottenni già la licenza la più volenterosa da Don Mazza. Ma avendolo saputo Don Beltrame direttore dei Sacerdoti, che fu a Roma in casa Carpegna, parlando con gli altri, e dicendo che è un alto personaggio, un patrizio romano, compresero che sarebbe fare un'onta ad una nobile persona l'obbligarla a venire ad alloggiare in così povera casa.
Io che conosco Guido, e la sua bontà, e la sua degnazione, mi vi opposi a tutt'uomo, dicendo che fu in oriente, e che stette ancora dai frati (benché al confronto di noi siano ricchissimi); ma tutto fu inutile; conclusero che è un'offesa ad un alto personaggio l'assog-gettarsi a tanta miseria, ed a albergo sì vile, qual'è il complesso delle nostre casacce, che a forza di stacconate fu ridotto ad un istituto pieno di viottoli e corridoi. Il perché può bene, o mia cara Contessa, immaginare la mortificazione che io feci, nel condurlo ad un albergo dei principali di Verona, ove fu mangiato dalle zanzare, ed ove però non si stette che due notti brevissime, può immaginare il mio dispiacere che io ebbi, dopo le gentilezze che io ricevetti a Casa Carpegna da tutti e dal Conte Luigi, che mi saranno sempre scolpite nel cuore. Tuttavia meno la brevissima notte, ed un'ora e mezza la sera, mentre io andai a predicare, io mi godetti sempre il suo Guido, e fui sempre con lui, e gli mostrai quel che v'ha di buono in Verona, e tutti i miei Ist.ti.
O mia buona contessa, la partenza di Guido mi ha lasciato una vera ferita al cuore, quasi simile a quella che ebbi quando partii da Carpegna l'anno scorso, che non m'è ancora passata, ove soffersi più che quando abbandonai i sacri patrii lari e mi recai nel centro dell'Africa. Ma basta, poichè temo che l'individuo che ha nascosto se ne lamenti. Dica frattanto al mio caro e venerato Conte Luigi, che esulti e si glori di possedere un tanto figlio che è il suo onore, e che è la gloria della sua casa, e che diverrà la gloria di Roma e dell'Italia, se Dio, come spero, gli darà salute. Gli dica cento cose per me, che gli ho consegnata la sua lettera, e che mi dispiace immensamente che sia indisposto. Me lo saluti di tutto cuore; benché con questa intenda di parlare anche con lui, gli dica che l'amo come mio padre e che appena sono un po' in libertà voglio scrivere a lui. Oh! il Cielo li benedica, tutti e due! La prego, signora Contessa, di non scrivermi più innanzi al parto; ma dopo il parto, quando è ristabilita ed allora la prego, quando lo può senza danno. Intanto sono più che lieto se io le saprò altrove le sue notizie. Non potendo aiutarla ora che colla preghiera, le assicuro che benché io sia gran peccatore, pregherò per Lei; e le dirò un buon numero di messe fino a che avrò notizie del felicissimo parto.
Ora basta per Lei, voglio scrivere al conte; un saluto a Mazzoni e Mannucci. Coraggio nell'assenza di Guido. L'Angelo tutelare lo accompagna amorosamente. Ho la gioia di riverirla e di salutarla con tutto il cuore e di dirmi eternamente
suo aff.mo D. Daniele
P.S. Il mio Superiore la riverisce distintamente, ed anche i miei compagni missionari.


N. 105 (101) - AL PRESIDENTE DELLA SOCIETA' DI COLONIA
"Jahresbericht..." 11 (1863), pp. 59-76

Verona, 4 ottobre 1863

742
Nella speranza che Lei abbia ricevuto la mia lettera del 29 settembre in cui promettevo di comunicarle i progressi dei nostri giovani neri e dei nostri sforzi per la loro educazione, mi affretto ad esprimere i miei sentimenti di gratitudine ai Soci della Società di soccorso ai poveri neri. Anzitutto do un'informazione sull'Istituto pei fanciulli neri e poi su quello per le fanciulle nere.
743
L'Istituto per i fanciulli neri accoglie ora 11 ragazzi, cioé:
1) Giovanni Faragiallah, di circa 13 anni, nato a Malamoh tra le popolazioni Galla.
2) Salvatore Badassa, di anni 12, nato a Oromoh tra i Galla.
3) Pietro Bulloh, di anni 11, nato a Goraghi tra i Galla.
4) Battista Olmbar, di anni 13, nato a Kafa (Galla).
5) Antonio Dobale, di anni 11, nato a Marago (Galla).
6) Gaetano Baratola, di anni 13, nato a Maggia (Galla).
7) Francesco Amano, di anni 12, nato a Kafa (Galla).
8) Giuseppe Ejamza, di anni 9, nato a Maggia (Galla).
9) Michele Ladoh, di anni 16, nato a Gondokoro tra i neri Bari 4¼ 40' Latitudine Nord), sul Fiume Bianco.
10) Ferdinando Said, di anni 17, nato a Tegali (11¼ gr. di Latt
Nord) sul Fiume Bianco.
11) Francesco Schubbe, di anni 14, nato a Gondokoro tra i Bari.
744
Gli otto fanciulli Galla li ho portati a Verona io dalle Indie (orientali) nel 1861. Michele Ladoh è venuto l'anno scorso con Don Giovanni Beltrame. Ferdinando Said venne nel 1853 col P. Geremia da Livorno, missionario francescano in Egitto. Francesco Schubbe è arrivato dall'Africa Centrale soltanto il mese scorso col Sig. Francesco Morlang, missionario apostolico. Non posso dare ancora alcuna relazione sul suo conto, perché non abbiamo ancora incominciata la sua educazione; precisamente si trova ancora a Bressanone presso il Sig. Morlang, che lo porterà a Verona verso la fine di questo mese.
Così pure circa Ferdinando Said Le faccio sapere soltanto che, dopo d'essere stato convenientemente istruito nella religione, nella storia ecclesiastica, nell'aritmetica e nella lingua italiana e araba, viene ora impiegato nel lavoro dei campi e come calzolaio e con la prossima spedizione andrà in Africa. Purtroppo non posso dirle molto neppure su un altro fanciullo nero, cioè su Luigi Maraghi di 12 anni, di Marago, figlio di uno dei più terribili capi Galla, il quale ad un ingegno distinto e ad una straordinaria purezza di cuore accoppiava una meravigliosa bellezza e un'eroica abnegazione. L'avevo portato con me da Aden, dov'era schiavo presso un negoziante di Goa. In un anno, egli aveva imparato bene l'arabo e l'indiano e assai bene anche l'italiano ed era il primo della scuola; poi morì il luglio scorso dopo quattro mesi di malattia. Non ho mai trovato un'anima che bramasse tanto il patire e che desiderasse tanto di soffrire i dolori del nostro Salvatore. Morì come un angelo, dopo di aver eccitato in modo commovente i suoi fratelli a implorare da Dio la conversione dell'Africa.
Il Fondatore dei nostri Istituti, Don Nicola Mazza, eresse a Verona del 1837 un'opera per fanciulli, in cui raccoglie quei fanciulli poveri che per mancanza di mezzi non possono avere un'educazione completa. Questi devono essere assolutamente poveri, ed avere ingegno eccellente, sodo criterio, buon cuore e buoni costumi. A questi fanciulli egli imparte un'istruzione completa secondo la vocazione che essi devono scegliere deliberatamente e da se stessi, li mantiene e li educa fino al momento in cui entrano nella società a lavorare come sacerdoti o come medici, avvocati, ingegneri, pittori, scultori, etc. Noi abbiamo avuto così già parecchie centinaia di sacerdoti, professori, giuristi, ingegneri etc., i quali lavorano per sé e per la loro famiglia, per lo Stato e per la Chiesa. Anzi alcuni per loro desiderio furono mandati come missionari nell'Africa Centrale.
Un po' più tardi cade la fondazione dell'Istituto per le giovanette, che sono molto povere e in pericolo di perdere la loro innocenza. Esse vengono qui formate abili donne di casa. Quelle tra loro che mostrano attitudine a ciò vengono ammaestrate anche in lavori manuali femminili, come preparare artistici fiori e ricamare e vengono istruite anche nella pittura, nella matematica e nelle lingue straniere. I nostri lavori in seta e i nostri ricami nel 1855 hanno ricevuto la medaglia di prima classe alla mostra di Parigi. I paramenti da Messa che l'Imperatore e l'Imperatrice d'Austria regalarono l'anno scorso al S. Padre, furono preparati per incarico dell'Imperatrice, nel nostro Istituto. Essi sono decorati di 14 quadri di Raffaello e di altri maestri classici e sono collegati nel modo più perfetto con seta Nadelin. La "Civiltà Cattolica" e l' "Armonia" valutano questi paramenti a 36.000 talleri. Anche le fanciulle nere hanno dimostrato in quest'opera di bellezza la loro abilità artistica.
L'Istituto consta ora di 184 ragazzi e 32 chierici, che sono coloro che hanno già un ordine ecclesiastico. L'Istituto femminile conta 412 giovanette. Tutti questi fanciulli vengono mantenuti dalla carità dei fedeli, che il nostro fondatore attira a sé giorno per giorno. Altrimenti noi non abbiamo nulla, né terreno né capitali, per mantenere in vita gli Istituti.
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Da questi due Istituti di Don Mazza venne fuori poi il terzo: quello per la missione nell'Africa Centrale. Egli aveva mandato nell'Africa Centrale molti sacerdoti del suo Istituto. Ma avendo ben presto es-perimentato che i missionari, che a stento potevano sopportare quel clima, dovevano essere aiutati nei loro lavori dagli indigeni, venne nella decisione di fondare in Europa due Istituti per questo scopo, uno per i fanciulli neri e uno per le ragazze nere. Ora egli attuò questo piano, affidò la direzione dei fanciulli alla direzione di quello maschile e quella delle fanciulle a quella dell'Istituto femminile.
Questi fanciulli neri devono essere istruiti nella religione, nelle arti, nell'agricoltura e soprattutto in tutto ciò che è necessario per la vita. Quando questi fanciulli sono pienamente formati, vengono mandati nell'Africa Centrale, dove aiuteranno i missionari nella propagazione della fede.
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Quanto a quei neri che mostrano vocazione allo stato ecclesiastico, essi vengono istruiti in tutto quello che può renderli buoni sacerdoti; ma l'ordinazione sacerdotale la ricevono soltanto dopo d'aver passati prima 7 o 8 anni in Africa.
Dopo queste osservazioni preliminari passo ora a mostrare i progressi dei fanciulli neri.
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Gli otto fanciulli Galla, che sapevano la loro lingua e l'abissina e che durante la loro dimora in India e a Aden avevano imparato anche l'indiano, dovettero imparare un'altra lingua che si conoscesse nel nostro Istituto. E perciò, appena essi giunsero con me a Verona, dovetti cercar di insegnar loro l'arabo. Così noi passammo lo scorso anno nell'insegnamento della religione cristiana, che impartivamo in lingua galla e in abissino o in indiano, a seconda che i fanciulli potevano capire o noi farci capire da loro; e nello stesso tempo nella scrittura dell'arabo e nella lingua araba volgare, come la si parla nelle contrade del Nilo, e nei principi fondamentali dell'arabo scritto. Essi avevano ogni giorno cinque ore di scuola e cinque ore di studio privato; ma queste dieci ore erano occupate così solo per cinque giorni alla settimana. Al giovedì avevano solo studio e così la domenica per tre ore.
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Quest'anno l'insegnamento potè essere impartito regolarmente. Le materie erano le seguenti:
Religione: La dottrina cristiana del Card. Bellarmino viene spiegata a fondo (stampata in arabo da Propaganda a Roma). Furono spiegati in arabo i principali misteri, il segno della Croce e il Credo.
Lingua araba: Scrittura, esercizi di lettura, le regole grammaticali sulla formazione dei verbi regolari di tre lettere, tabelle sulle sei classi regolari trilitterali.
Lingua italiana: Scrittura, la grammatichetta del Soave, esercizi progressivi di analisi, composizione di tavole e piccoli racconti.
Aritmetica: Principali esercizi con tutti i numeri, ma in più larga scala con gli ordinali e frazioni.
Storia dell'Antico Testamento: Dalla creazione fino alla cattività babilonese.
Tutte queste cose furono insegnate ai ragazzi neri in arabo. Nelle ore libere di sollievo e nelle vacanze autunnali si fanno esercizi di agricoltura.
Michele Ladoh, che arrivò l'anno scorso dai Bari (negri) e che aveva imparato l'arabo dei Dongolesi, mercanti del Fiume Bianco, fu istruito per quattro mesi da solo e poi fu messo allo stesso livello dei Galla. Nel 1862-1863 si sono distinti soprattutto:
Giov. Faragiallah, che ebbe il primo premio
Michele Ladoh, che ebbe il secondo, e
Salvatore Badassa, che ebbe il terzo.
I primi cinque fanciulli, compreso Michele Ladoh, hanno un talento più che ordinario e particolarissima attitudine alla pittura e alle scienze speculative. Noi ci aspettiamo molto da loro. Tutti posseggono ora una straordinaria abnegazione, sono molto docili e obbedienti. I due prefetti che erano fissati a sorvegliarli e che erano stati prefetti dei giovani italiani del mio Istituto, mi assicurarono che essi preferirebbero dirigere cento neri piuttosto che dieci italiani. Perciò io spero che anch'essi diventeranno strumenti docili per aiutare l'infelice Missione dell'Africa Centrale, il cui clima ci rapisce quasi tutti i missionari e la cui unica speranza posa sui neri, che vengono educati in Europa.
Il nostro Istituto per fanciulle nere consta delle seguenti 13 ragazze:
1) Rosa Fedelkarim, di anni 15, nata nella tribù degli Humus, ad oriente del Fiume Bianco.
2) Annetta Scibacca, di anni 16, nata a Teghali, a ovest della tribù degli Scilluk, 11¼ gr. di Lat. Nord.
3) Domitilla Bakhita, di anni 15, nata a Mady tra i Denka ovvero ad Ahien a est del Fiume Bianco, tra il 10¼ e l'11¼ di Lat.
Nord.
4) Fortunata Quascè, di anni 18, nata a Tongojo presso Gebel
Nuba sotto il 10¼ gr. di Lat. Nord.
5) Elisabetta Haua, di anni 19, nata nella tribù dei Fertiti, a est del
Fiume Bianco.
6) Giustina Bahar-el-Nil, di 13 anni, nata a Libi presso Gebel
Nuba.
7) Luisa Mitherah, di anni 14, nata nella parte occidentale del re-
gno del Darfur.
8) Elisabetta Kalthumach, di 16 anni, nata nel Darfur.
9) Maria Zareah, di anni 16, nata a Tekem a ovest del Fiume
Bianco.
10) Regina Zafira, di anni 15, nata tra i Giangseh, 9¼ gr. di Lat.
Nord, a Ovest del Fiume Bianco, dove questo riceve in sé il
Ghazal.
11) Francesca Bakhita, di anni 12, nata a Colongo nel Gebel Nuba.
12) Caterina Zenab, di anni 12, nata a Ajel nella tribù degli Hogh a Ovest del Fiume Bianco, 7¼ gr. di Lat. Nord.
13) Maddalena Zenab, di anni 16, nata a Bellagross nella tribù dei Barta, 10¼ gr. Lat. Nord a Est del Fiume Bianco.
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Le prime 11, come pure l'ultima, furono portate a Verona nel 1853 dal P. Geremia da Livorno, che le comperò al Cairo. Caterina Zenab, che io conobbi ancor piccolissima nella tribù dei Kic, 7¼ gr. Lat. Nord, dopo il mio ritorno in Europa fu dai miei confratelli portata al Cairo e da me a Verona, quando nel mio ritorno dall'India mi fermai al Cairo. Essa possiede molto talento, sa molto bene l'arabo e il denka e sul fiume Bianco ci aiutò molto nella preparazione di un vocabolario, di una grammatica e di un catechismo in lingua denka, che nella parte orientale dell'Africa Centrale è la più parlata.
Nell'Istituto femminile l'insegnamento alle nere viene impartito ugualmente in arabo, che 18 italiane del mio Istituto conoscono abbastanza. L'insegnamento alle more abbraccia in sé studio e lavori manuali femminili. Anzitutto quest'anno noi abbiamo diviso le fanciulle in tre classi, che corrispondono alle classi elementari d'Euro-pa. Fa la classe 1.a Maddalena Zenab; la 2.a Caterina Zenab; che ha ottenuto il primo premio, Francesca Bakhita e Regina Zarifa.
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Alla terza appartengono tutte le altre, delle quali hanno avuto il premio: Rosa Fedelkarim il primo, Annetta Scibacca il secondo, Domitilla Bakhita il terzo. La prima classe si occupa delle seguenti materie: lineamenti del catechismo del Bellarmino, leggere e scrivere in arabo e in italiano, esercizi di conteggio nelle quattro operazioni.
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Le materie della seconda sono:
Leggere e scrivere in italiano e in arabo, piccola grammatica di queste due lingue; matematica: le quattro operazioni maggiormente per disteso. Catechismo del Bellarmino in modo più ampio. Piccoli racconti e favole nelle due lingue. Storia dell'Antico e Nuovo Testamento.
La terza classe si occupa dei principi fondamentali della letteratura araba, della storia del Nuovo Testamento, della storia ecclesiastica, specialmente di quella d'Africa.
Geografia: Idee generali, geografia particolare d'Africa.
Aritmetica: regola del tre, numeri positivi e negativi, semplici e composti, ordinali e cardinali.
Religione: Il Credo, la preghiera in generale, il Pater e l'Ave Maria, spiegati, in arabo, secondo il Bellarmino.
Idee generali di farmaceutica e di medicina.
I lavori femminili sono divisi in quattro classi. La prima abbraccia la preparazione di calze, abiti, camicie, rammendi e lavori ordinari; la seconda ricami in bianco; la terza ricami a vari colori; e la quarta ricami in seta e oro. Alla prima classe appartiene per il momento solo Maddalena Zenab; alla seconda Caterina Zenab, Regina Zarifa e Giustina Bahar-el-nil; alla terza Francesca Bakhhita, Elisabetta Kalthuma, Maria Zareah; alla quarta tutte le altre. Rosa Fedelkarim inoltre sa ricamare anche figure, così da saperci dare perfino particolari ritratti. Quest'anno hanno ricevuto premi: nella prima classe Maddalena Zenab, nella seconda Cat. Zenab, nella terza Elis. Kalthuma, nella quarta Rosa Fedelkarim, Annetta Scibacca e Domitilla Bakhita.
Le prime sei hanno raggiunto tale destrezza, che ciascuna può guidare da sola una scuola nell'Africa Centrale. Esse sono tutte imbevute della loro religione e bramano con tutto l'ardore di ritornare in Africa, per convertire i loro compatrioti alla fede cattolica. Con quelle poi che esternano il loro desiderio di farsi suore occorre maggiore prudenza e una lunga probazione; esse devono fare un noviziato di almeno dieci anni.
Le nostre nere adulte, quantunque siano molto brave e pie, tuttavia non posseggono più quella docilità che esse mostravano da fanciulle; si deve dirigerle con maggiore accortezza e lasciar loro passare qualche mancanza. Però per ora noi siamo contenti dei loro progressi. Questo è tutto ciò che per il momento Le posso dire dei miei neri e delle mie nere. Le voglio narrare ancora qualche cosa della conversione di una negra musulmana, che io istruii a Verona, e che fu battezzata un anno fa, come pure del battesimo di Michele Ladoh, che gli fu conferito dal Vescovo di Verona, e della festa in cui i nostri neri ricevettero la S. Cresima.
La nera di cui parlo e alla quale imponemmo il nome Maria, a mio modo di vedere (essa stessa non ne sapeva nulla) era del paese tra il regno dei Darfur e il Kordofan, dove apparteneva a uno schiavista che la portò ancor fanciullina ad Alessandria. Qui essa visse sette anni schiava di un musulmano e in seguito ne abbracciò anche la religione musulmana. Mutò poi parecchi padroni, fino a che giunse a Costantinopoli e infine a Salonicco, ove entrò in servizio nella casa del Console spagnolo. Questi l'affidò a sua figlia, che era sposata al nobile conte Conti di Vicenza, negoziante a Salonicco. La pia signora che bramava procurare alla povera negra, ormai ventottenne, il dono più grande e che l'affidò a questo fine a Salonicco alle Suore della Carità per l'istruzione religiosa, con suo grande dolore la trovò completamente aliena a farsi cristiana e risoluta a restare fedele alla falsa religione.
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Trattarono Maria con tutta la soavità ed essa corrispondeva alla sollecitudine della sua giovane padrona. Chiamato dalla Provvidenza in Italia per affari, il conte con sua moglie, accompagnato dalla negra, arrivò a Venezia. A Venezia la contessa sentì che a Verona c'era un Istituto africano e Missionari che sapevano le lingue orientali. Così venne a Verona e mi pregò di accettare la povera negra. Maria visitò le nere dell'Istituto, parlò con loro, vide i loro ricami e i loro progressi nell'imparare e mostrò desiderio di imparare tutto questo.
Ma come riuscire in ciò, quando mancano il talento e l'attitudine naturale? In breve, il conte desiderava che io la istruissi, e io spesi due mesi e mezzo per istruirla nei misteri della fede. Poi chiese essa stessa il battesimo. Ma io la provai per altri due mesi, e soltanto allora disposi che le si amministrasse il S. Battesimo. E così essa fu battezzata l'agosto dello scorso anno nella nostra chiesa di S. Salvatore dal parroco di S. Eufemia, Don Ferrari e poi cresimata dal reverendissimo Vescovo. Ora è contentissima e tranquilla e ricevo sempre buone notizie sul suo conto da Salonicco, ove abita nuovamente in casa del Console spagnolo.
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Degna di nota è la conversione di Michele Ladoh, di cui voglio ora narrarle l'andamento. In lui la grazia di Cristo ha fatto prodigi. A dieci anni Ladoh perdette i suoi genitori; ha ancora un fratello e due sorelle. Possiede un temperamento dolcissimo e non si può provocarlo a ira. Ora è già sei dita più alto di un uomo normale: è nero come il carbone, di bella statura e proporzionato, forte e imponente. Tra i neri Bari egli aveva conosciuto il P. Angelo Vinco del mio Istituto; aveva sentito contemporaneamente la predicazione del Vangelo dalla bocca dei missionari e l'insegnamento dei mercanti musulmani nubani, che battevano il Fiume Bianco per far permute con avorio e simili. "Ma perché non hai seguito il musulmanesimo?" gli chiesi io un giorno. "Perché", rispose, "non appena fu entrata nel mio orecchio e nel mio cuore la parola di un missionario cattolico, era impossibile accogliere altre parole. La predicazione del Cattolicesimo è più forte e più potente di tutte le lingue dei mortali, e nella predica di un prete cattolico non si può fare a meno di persuadersi della verità della fede in Gesù Cristo".
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Lei si ricorderà che l'anno scorso la missione tra la tribù Bari è stata provvisoriamente abbandonata, in parte per l'impossibilità di dilatarvi la religione, in parte per mancanza di missionari. Ma per impedire molti guai, ch'erano da prevedersi, D. Beltrame e D. Morlang abbandonarono la stazione ad insaputa dei neri; solo un mese più tardi s'accorse Ladoh che i missionari non tornerebbero più nella sua patria. Perciò pensò di mettersi sui loro passi e di cercarli. Appena seppe pertanto che il berbero Solimano agente del Sig. Lafarque, sul Fiume Bianco, stava per partire alla volta di Khartum con le sue navi cariche di denti d'elefante, chiese di viaggiare insieme come mozzo.
Solimano non fece difficoltà alcuna ad accoglierlo, perché gli sembrava un marinaio forte e addestrato. Dopo due mesi di viaggio sul Fiume Bianco arrivò a Khartum, dove noi teniamo la stazione centrale per l'Africa. Non avendo ivi trovato in alcun posto i missionari che aveva conosciuto nella sua patria, andò a Berber, dove chiese al Sig. Lafarque di poter partire pel Cairo con i suoi uomini. Lafarque gli disse di no. E allora egli se n'andò da solo da Berber ad Abu-Hammed, ove chiese all'agente di Lafarque di ammetterlo tra i suoi uomini. L'agente aveva perduto uno dei suoi cuochi e lo accettò come aiutante cuoco, e in questa maniera arrivò al Cairo dove, senz'avere richiesto alcuna ricompensa, andò difilato alla Chiesa Cattolica. Ivi trovò Don Beltrame e Don Dalbosco e domandò d'essere ammesso nella Chiesa. Don Beltrame credette di non poter accondiscendere al suo desiderio, perché egli stava ritornando in Europa; ma poi non potè resistere alla preghiera del nero e lo prese con sé e così Ladoh per Gerusalemme e Costantinopoli giunse a Verona l'8 maggio, festa dell'apparizione di S. Michele, di cui nel battesimo egli assunse il nome.
I missionari Beltrame e Dalbosco l'avevano già istruito nel viaggio. Ma quantunque lo trovassi perfettamente preparato, tuttavia gli feci l'istruzione di nuovo per vedere se rimaneva costante nei suoi sentimenti; e così il 27 giugno, festa del S. Cuore di Gesù, era preparatissimo a ricevere il S. Battesimo e la S. Cresima, e quest'ultima dovette essere amministrata agli otto fanciulli galla e a Caterina Zenab. Non posso descriverle la gioia che ci ha procurato questa festa. A padrino dei neri furono fissati i primi patrizi della città. Il conte Antonio Pompei era il padrino di Ladoh e la contessa Adelaide, sua consorte, la madrina di Caterina Zenab. A frotte la gente si affrettava alla chiesa di S. Eufemia, e il Vescovo di Verona, Luigi marchese di Canossa, amministrò il Battesimo. La chiesa era adorna dei più begli addobbi in seta e oro, e le soavi melodie di una numerosa orchestra rispondevano alle sante e significative cerimonie del Battesimo degli adulti. Ladoh, vestito prima in nero e poi in bianco, col suo contegno affascinante e col suo volto color del carbone era oggetto dell'universale ammirazione.
Il Vescovo, il popolo e soprattutto il pio e religioso conte piangevano alla vista della devozione, della modestia e del raccoglimento del nero. Terminate le cerimonie del Battesimo e della Cresima e ricevuta dai dieci la S. Comunione, il Vescovo tenne un commosso discorso sulla chiamata alla fede cattolica e coronò la festa con l'impartire la benedizione apostolica. Michele Ladoh è ora ancor uguale al momento del Battesimo. Dotato di una singolarissima inclinazione alla virtù col suo temperamento mite e con la sua straordinaria abnegazione è oggetto di ammirazione per tutti coloro che lo conoscono, e modello ai nostri giovani. Egli non ha più volontà propria ed è pronto a tutto. A me dice sempre che dopo aver ricevuto la grazia del S. Battesimo, non ha desiderio alcuno sopra la terra; ed in ogni momento è pronto a morire per potersi unire al suo Salvatore.
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Tutto questo quanto al nostro Istituto di Verona. Per quello che riguarda il P. Lodovico da Casoria a Napoli, lui stesso è un miracolo di carità. Io ho visto parecchie volte i suoi Istituti africani e credo di poterla assicurare che essi non possono esser retti in modo migliore. Egli ha visto la necessità di fondare questo Istituto in Europa; lo ha fondato, l'ha provveduto di buoni maestri e maestre ed ha raggiunto mirabilmente i suoi scopi ed i suoi piani.
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L'Opera del P. Olivieri ha portato grandi vantaggi alla religione e gliene porterà altri ancora. Non ci può essere cattolico che gli possa rifiutare ammirazione, se si considera il gran numero di anime che il sant'uomo ha già salvato. L'Opera sua ebbe molto nocumento per parte del trattato di Parigi, nel quale in occasione della guerra d'oriente, fu soppresso il commercio dei neri; per questa legge il governo egiziano non permette più il trasporto dei neri da Alessandria in Europa. Tuttavia nel 1859 durante la mia dimora al Cairo furono trasportati parecchi altri fanciulli. Quest'anno il P. Olivieri per mezzo di Don Biagio Verri, degno erede del suo spirito e con l'aiuto delle Suore di S. Giuseppe dell'Apparizione ha potuto portare in Europa alcune nerette. E continuerà a salvar anime e a sostenere potentemente l'opera del P. Lodovico, poichè egli fornisce di allievi il suo Istituto di Napoli.

(D. Daniele Comboni)
Traduzione dal tedesco

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