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N. 106 (102) - AL CARD. ALESSANDRO BARNABO'
AP SC Afr. C., v. 7, ff. 454-455v

Verona, 2 febbraio 1864
Eminentissimo Principe!

767
Ricorro pieno di fiducia al vero Padre dei Missionari per essere aiutato in una piccola, ma ardua Missione, che ora intrapresi, di salvare un'anima dalle mani dei Protestanti di Sassonia, dietro il consiglio ed il comando di S. Em. il Card. de Reisach, D. Mazza ed il Vescovo di Verona.
768
L'anno scorso Emilia Julien Generale di S. Giuseppe mi spediva a Verona Maria Kessler da tre anni convertita in Albano dalla Confessione Augustana alla nostra S. Fede, perché io la collocassi. La feci accettare nel mio Ist.o femminile, ove benché contentissima dello Stabilimento, era afflittissima perché non aveva i mezzi di andare in Sassonia a strappare dalle mani dei Protestanti un figlio, che aveva avuto dieci anni fa quand'era nella falsa religione di Lutero, come le avea comandato Sua Eminenza. Siccome alla presenza della Generale Emilie Julien il Card. Reisach avea molte volte promesso di assisterla e pagar tutto, M. Kessler scrisse tre lettere al medesimo implorando soccorso, come pure altrettante ne scrisse al Baron Carbonelli Ministro del Re di Napoli, che l'avea più volte beneficata: ma né il Card. né il Ministro risposero mai, benché io sia certo che ambedue ricevettero e lessero le lettere.
769
Siccome ancora il Card. Reisach, allorché fu a Trento mi avea pressato e fatto premura di subito spedire in Sassonia la neo-convertita a prendere il ragazzo, perché oltrepassando i dieci anni di età sarebbe poi stato impossibile il salvarlo, così, dietro il consiglio del mio Sup.re D. Mazza, io nello scorso ottobre, partii per Dresda; ove seppi con mia molta sorpresa, che il Vescovo Vic. Apostolico, incaricato dal Card.le, avea da sei mesi tentato e fatto sforzi grandissimi per liberare il ragazzo, ma senza mai riuscirvi. La ragione di questo fu, perché un certo Will, incaricato dal Vescovo di reclamare in Meissen il ragazzo dalla famiglia ove dimorava, allo scopo d'indurla a cederlo, senza pagare il mantenimento, disse che assolutamente il Papa e Roma voleano il ragazzo, come mi assicurò la persona che il possedeva. Questa fu la causa di tutti i contrasti ch'io ebbi.
770
Essendo codesta opera interesse anche delle Missioni, supplico l'Em. Vostra di leggere l'inclusa lettera diretta al Card. Reisach, ove Ella scorgerà le gravi difficoltà che io trovai nel salvare il ragazzo, che per tre volte mi fu rubato dai ministri del Protestantesimo, i quali naturalmente sospettavano che venissi in Sassonia per far proseliti, e vedrà che per la grazia di Dio e di Maria Vergine mi riuscì di salvarlo, ed ora l'ho già meco a Verona. Dopo letta l'inclusa lettera, supplico l'Em. V.R.ma di sigillarla, e con suo comodo consegnarla nelle mani di S. Eminenza.
771
Al Card. Alessandro Barnabò - 2.2.1864
Tutta questa spesa l'ho sostenuta io stesso prendendo ad imprestito il denaro, nella speranza sempre che il Card. avesse ad aiutarmi, unitamente ad altri miei benefattori. Quando ritornato a 25 p.p. gennaio in Verona, trovo una lettera di Mère Emilie, che così si esprime: "Io ho consegnato le lettere della Kessler a S. Em. il Card. de Reisach; ma io credo che non farà nulla, perché a me promise più volte di pagare per la medesima e dote, e corredo, e dozzina, e non ha mai mantenuta in fatto la sua promessa." Ciò mi diceva pure la Kessler, senza che io lo credessi. Ora comincio a dubitare. Tuttavia, siccome non bisogna mai perdere la speranza nel bene, ordinai alla Kessler di scrivere un'umile lettera al Card. in tedesco, ed io pure gliene scrivo un'altra, ove interessiamo il suo bel cuore a prestare soccorso. Io naturalmente nulla posso ripetere dal Card.le; ma avendomi Mère Emilie a nome del medesimo raccomandata la Kessler, io era nel bivio, o di sbarazzarmi della Kessler rimandandola a Roma, o di assumere io stesso di aiutarla. Pel desiderio di salvare un'anima, confortato dal Vescovo di Verona e da D. Mazza, m'appigliai all'ultimo partito, e andai in Sassonia; ma ebbi sempre la speranza che il Card.le ci aiutasse nell'impresa. In tutto questo affare è a cognizione il Card. Reisach, e la Madre Emilia.
772
Mi perdoni ora l'Emin. Vostra, se io ho la filiale confidenza di rivolgermi a Lei, e di pregarla di leggere l'inclusa lettera, e poi con suo comodo consegnarla nelle mani del Card. de Reisach; e se Le si porge il destro, l'opportunità, mettere una parola a mio favore, affinché dei N¼. 500 talleri che si spesero, egli ne dia fuori una buona parte. Io spero che il cuore veramente santo e caritatevole di quell'E.mo Porporato, correrà in soccorso d'un povero prete, che indegnamente sì, ma in questo viaggio esercitò il suo ministero. Certo che in mezzo a tanti ostacoli degli astutissimi protestanti, Dio benedì l'opera mia, perché oltre al salvare quest'anima, spero di averne accalappiate ai lacci di Cristo altre cinque, due delle quali io aspetto in Verona, e tre raccomanderò allo zelo di M.r Vicario Ap.lico di Sassonia.
Per ora non parlo di ciò che si sta preparando per l'Africa, e che sottoporremo a V.Em.; ma mi limito ad offerirle gli ossequi di D. Mazza, e di Kirchner, che vidi in Bamberg, e quelli profondissimi del-
l'um. dev. oss. figlio
D. Daniele Comboni
ex Miss.o Ap. dell'Africa C.
N. 107 (103) - A DON NICOLA OLIVIERI
AISM, Savona

Reverend.mo Padre!
Ist.o Mazza Verona, 20/5 = 64

773
Mons.r Ortalda Can. della Cattedrale di Torino mi impone di scrivere a Lei, Padre amatissimo, che Mons.r Massaia Vescovo dei Gallas avrebbe un sommo desiderio di abboccarsi con Lei per trattare cose che riguardano la sua Missione. Attualmente il Vescovo è in Roma; ma si recherà a Torino fra poco: eguale desiderio avrebbe il gran promotore e patrocinatore delle Missioni M.r Ortalda. Perciò io la prego a far sapere o a me, o al medesimo Ortalda, quando avrebbe ella occasione di passare da Torino. Se desidera comunicare con M.r Giuseppe Can. Ortalda, basta che diriga la lettera a Torino Via Seminario. Se ora invece si trova in Roma, abbia la bontà di recarsi alla Concezione presso M.r Massaia.
774
Nell'occasione che fui mandato in Germania per istrappare dalle mani dei Protestanti un ragazzo e due giovanette, sono stato a Colonia a trovare il nostro amico D.r Sticker II ed i membri della Società. Sono restato sorpreso che V. P. R.ma non abbia mai visitato quella Società. Sono certo che accrescerebbe ancora di più il fervido zelo di quei membri sul promuovere il bene dell'Africa; e vi sarebbe accolto con somma venerazione e religione. Anche il P. Lodovico fu a Cšln.
775
So che V.P. col mio caro D. Biagio sono passati da Verona, e sono stati in parecchie case, senza venire da noi. Perché, mio buon padre, non si ricorda dei poveri Missionari dell'Africa Centrale? Noi lavoriamo tutti pel medesimo scopo, per la salute dei cari nostri negri; e perché non dee regnare fra di noi una felice corrispondenza? Veramente ho sopportato con poca rassegnazione che ella e D. Biagio non siano venuti a trovarmi, o almeno non mi abbiano fatto sapere ove si trovavano loro. Sarà egli difficile che l'opera delle Missioni dell'Africa che noi intraprenderemo debba intimamente collegarsi colla sua? Non importa se negli anni scorsi le idee del mio P. D. Mazza negli accessori non si sono collegate colle sue: ma credo che l'opera di Dio ci ravvicinerà. Ma basta su questo: spero che un'altra volta verrà pure a trovarmi, perché desidero io pure su tanti punti parlare e consigliarmi con lei. Intanto fo voti al Dio degli Eserciti, e alla Regina della Nigrizia, che ella possa salvare tante anime, e mantenga per lunghi anni la preziosa sua vita e quella di D. Biagio Verri, al quale mando tanti saluti, e desidero che salvino tante anime. Riceva i saluti del mio Superiore.
776
Nella speranza di avere presto ragguagli della sua vasta impresa, mi raccomando alle sue fervide preghiere, e a quelle di D. Biagio, vero erede del suo spirito; mentre nel SS.mi Cuori di Gesù e di Maria le bacio ossequioso le mani, e le domando la sua benedizione.

Di V. P. um.mo s.
D. Daniele Comboni
Mis. Ap.co
A D. F. Perlato - 4.7.1864; Alla c. Ludmilla di Carpegna- 25.7.1864


N. 108 (104) - A DON FELICE PERLATO
BCV, sez. Carteggi, b. 131 (Netti-Perlato)
Montebello, 4 luglio 1864
Breve biglietto.


N. 109 (105) - ALLA CONTESSA LUDMILLA DI CARPEGNA
AFC, Pesaro

Mia buona e venerata Contessa!
Torino, 25/7 = 64

777
Avrei voluto scrivere ier sera alle 11 pom. appena arrivato da Pinerolo; ma era troppo convulso e inebriato dal piacere di aver passata una beatissima giornata col nostro caro e amabilissimo Pippo. Oggi poi mi metto al tavolo per vergare alla venerata mia Lulù due righe, per parlare del nostro Pippo. Fino da Venezia avevo io ricevuto una lettera da Torino da un mio amico, in cui mi diceva che Pippo era stato un po' indisposto. Spacciando io i miei affari ritornato da Vienna, affrettai la mia gita a Torino; e ieri balzai a Pinerolo. Che vuole? Restai meravigliato della robustezza di lui.
778
Fu per alcuni giorni nell'infermeria, e quindi costretto a non uscire, ma lo rinvenni così snello, robusto, forte, allegro, contento, che restai oltremodo consolato. Basta che le dica che da mane a sera sotto il sole, men qualche quarto d'ora al caffè e due ore a pranzo, abbiamo girato per la campagna di Pinerolo, sui colli, giù per le valli, alla Cavallerizza, sul campo di Marte, e stette meco fino alle 9, e l'instancabile Pippo vide me lasso ed estenuato di forze, ed egli incrollabile. Deve essere stata un'indisposizione a ridere. Il Capitano Sapelli, il tenente De Carlini, ed il Colonnello poi m'hanno dato le più belle informazioni sulla sua docilità, bontà, e obbedienza, e regolar disciplina.
Può immaginare, con quanto affetto io abbia impegnato ogni studio per raccomandarlo alle loro premure, ed avere verso di lui riguar-do, soprattutto riflettendo che avvezzo bene in una distinta famiglia seppe assoggettarsi alla regolar disciplina militare. M'accorsi che è molto amato, che hanno per lui speciali riguardi, e che chiudono gli occhi allorché qualche volta gli pesa lo studio. Anzi il capitano, che ha sopra Pippo la più immediata giurisdizione, m'assicurò e mi promise che avrà tutti i riguardi e che lo tratterà da figlio. Pippo è contento, è allegro, e l'idea che dopo la metà di settembre terminerà tutto lo studio dell'anno e vedrà ai confini Romani la sua Maria e mamma, papà??, e Guido, lo rese oltremodo lieto. Che vuole, Contessa! ho passato una giornata di Paradiso; e nella settimana che qui rimango andrò ancora a vederlo. Io poi nel debito modo l'ho tartassato, esaminato, e si può dire ha fatto da me la sua confessione generale: gli dispiace il vedere che non è sul buon libro del padre.
779
Io gli feci tutte le raccomandazioni da vero padre, fratello, amico; e lo trovai docilissimo. Senza discutere l'opportunità o inopportunità del passo che ha fatto dal Belgio a Pinerolo, questo è certo che Pippo è contento ed allegro. Prego però Lei a non lasciar mai di scrivergli lettere da vera madre, senza giammai stancarsi, perché questo gli farà molto bene. E' troppo poltrone nello scrivere, ma Pippo ama e venera la sua cara mamma. Lo stesso direi a Guido, cioè, vorrei che scrivesse a Pippo sovente e fargli continue raccomandazioni, perché è molto sul buon libro di Pippo, il quale ama e rispetta suo fratello. Ciò è naturale, perché qualunque sia l'indole docile di Pippo, è certo che la milizia e il collegio militare, per quanto regolato, non è sempre scuola di moralità e religione, e quello che non ha fatto, potrebbe fare.
Fui consolato nel vedere che è amato assai dai suoi Superiori. Fra questi fu chi mi disse che è troppo meschino l'assegno della famiglia. Pippo se non se ne lamenta, dice però altrettanto. Benché io vorrei avere dei milioni per darli al mio Pippo, tuttavia essendo io a pieno giorno e dell'assegno del Padre, e dei notabili sacrifizi che ella fa, coll'organo della C.a Baldini (vera seconda madre a Pippo), dico che è abbastanza perché possa passarsela discretamente e non prender vizi. Sa a chi somiglia Pippo: bisogna sempre tenerlo imbrigliato, perché altrimenti farebbe come molt'altri, perché è tale che se gli si mandano 20000 franchi all'anno, li mangia tutti.
780
Sia detto questo unicamente fra me e Lulù: parlo col cuore, ma anche colla testa. Io poi ho il canale assai decoroso per conoscere gli istanti infinitesimi di respiro del mio Pippo. Dunque, benché ora fa bene, e si fa veramente amare dai superiori per la sua bontà e docilità, tuttavia noi dobbiamo sempre stargli addosso, perché certo è meno imbrigliato di quando stava in Roma.
Dunque ella, Guido, io, D. Luigi pure a cui Pippo è grato, la Contessa Adelaide Bald. dobbiamo sempre, nel debito modo, ciascuno secondo la sua posizione e a norma dei rapporti che vi sono con lui, dobbiamo sempre dissi, stargli addosso, non perderlo mai di vista, e fargli del bene. Le dirò che è grasso, rubicondo, sincero, aperto con chi lo sa prendere, robusto, snello, e contento. Certo non sarà giammai un gran cavallerizzo; ma apprende quanto gli è necessario per la sua futura carriera. Il capitano mi assicurò che passerà bene gli esami, benché io, conoscitore di Pippo e della molteplicità delle materie e della perdita di quattro mesi di studio, perché venne ad anno già incominciato e fu un po indisposto, abbia qualche po' di dubbio. Tuttavia speriamo, e preghiamo sempre per lui, e confidiamo in Dio, che avrà sempre ad ascoltare le nostre suppliche. Ha poi a Pinerolo un ottimo amico nella persona del Sig.r Da Vico Maggiore della Guardia Nazionale, uomo eccellente, galantuomo, e buonissimo: questi ha molta attenzione per Pippo.
781
Alla contessa Ludmilla di Carpegna- 25.7.1864
E cosa però curiosa che promisi a Pippo di scrivere per l'aumento dell'assegno. Ma dopo maturata ogni cosa, penso che non è bene per quello che le dissi di sopra. Insomma io sono contento, ed ho pigliato al lotto, anzi più che se avessi pigliato al lotto son contento d'aver veduto, abbracciato Pippo; e giovedì farò altrettanto. Del resto domenica tornerò a Verona e lavorerò pel suo Polacco. Del resto, dicea, non passa un istante che io non abbia sul cuore la mia cara famiglia Carpegna. Voglio fare la conoscenza di questa Signora C.a Baldini, e domani andrò a trovarla. Pareami d'essere a Roma, a quanto mi immagino, in parlando con la C.a Bald. Mi viene alle volte il pensiero di scrivere al Conte; ma credo inopportuno il parlargli di Pippo. Ad ogni modo, ella mi dia consiglio. Veggo che si farebbe peggio; tuttavia mi esponga la sua opinione.
Pippo poi mi assicurò che scrisse al Conte pel giorno del suo onomastico. Benché abbia i miei riveriti dubbi, tuttavia è facile che la lettera sia andata smarrita. S'immagini che se la persona che portò dal tabaccaio la lettera si mangiò il denaro pel bollo (cosa facile), la lettera non va certo alla sua destinazione, perché le lettere per Roma si vogliono affrancate fino ai confini, altrimenti non si spediscono per legge recente. Dunque anche qui ho fatta una raccomandazione a Pippo.
782
Del resto mi saluti il Conte con tutto il cuore, mi scriva a lungo a Verona, dia cento baci per me a Guido, e alla piccola Maria, che amo di cuore, e parli a me di Annetta che forse sarà a Roma. Domani, parmi vederla, sarà in un estasi di Paradiso pel ricorso della festa della Santa Madre di Maria. Preghi ella per me, che io sempre ho fatto e farò altrettanto per Lei, mia cara C.a Ludmilla, e nei SS. Cuori di G. e di M. mi abbia pel suo

Fedeliss.o ed aff.mo a.
D. Daniele




N. 110 (106) - ALLA CONTESSA LUDMILLA DI CARPEGNA
AFC, Pesaro
Nobiliss.ma Contessa!
Genova, 9 agosto 1864

783
Se fossi meno affezionato a Lei e alla famiglia Carpegna, io mi starei in silenzio, e non entrerei nel santuario delle cose più delicate, cagionando forse maggior dolore dappoi per non prevenire a tempo i danni che ne possono conseguire Mia venerabile Ludmilla, se ben si riflette, certe cose che a primo aspetto ci si presentono come rilevanti, sulla gran scena del mondo sono cose piccole, punti matematici. La gioventù va soggetta a certa crisi inevitabile; non dobbiamo farcene maraviglia; viene il tempo della maturità, e le cose si calmano. Non sarà forse questo un dignitoso linguaggio di un ministro del Santuario; ma certo è quello di chi un po' conosce la scena di questo mondo. D'altra parte il serbare silenzio potrebbe portare maggior nocumento, e impedirebbe di prevenirne i danni, potendolo. Mia cara Ludmilla, Dio sa con quale fatica e dopo quali interni contrasti io vengo a scriverle; ma temerei di non essere vero e leale amico se avessi un segreto per Ludmilla. Da questo esordio, ella crederà che vi sia gran cosa da svelarle. Eppure se ben vi pensiamo, è veramente piccola cosa, considerando i tempi in cui siamo, e la natura dell'uomo. Noi però per affetto e per dovere siamo tenuti ad evitare anche le piccole cose. Se in quel che io sono per dire non uso i debiti modi, o faccio male a dirlo, la prego di darmi una lavata di testa, che mi sarà cara, venuta da Lei.
784
Quando ritornai da Pinerolo io le scrissi la parte fisica del nostro caro Pippo; cioè la sua perfetta salute, e l'affetto che per lui nutrono i suoi Superiori. Io dissi la verità, ed è la cosa veramente così. In quella lettera io le prometteva di scriverle da Verona. Ma gli affari, l'andata, il ritorno, e quella natural renitenza che preoccupa chi non è inclinato a dir cose poco piacevoli, m'hanno ridotto fino ad oggi a sospendere mie lettere. Da Verona intendeva di scriverle la parte morale di Pippo, la quale non era troppo soddisfacente al cospetto di nostra delicatezza. Certamente Pippo dacché rimase per qualche tempo in Genova col figlio del Marchese... Prefetto... è divenuto un po' sbrigliato, e zoppica un po' nelle cose religiose: non fui troppo soddisfatto dei suoi sentimenti, benché sono incancellabili e tali li serba i principi fondamentali religiosi. Anche la moralità fu un po' galoppante.
Ella è troppo avveduta, ella ha troppo talento e penetrazione per non essersi accorta che la fisica indisposizione di Pippo non fu l'effetto di qualche scappatina. Io che lo esaminai minutamente, ebbi la consolazione di trovarlo sincero, e mi confessò vita morte e miracoli; delle tre o quattro volte che in Torino e Pinerolo scivolò, egli è pentito; gli dispiace moltissimo. Egli sa che è male e che cagiona troppo dolore alla madre. Egli a Lei sarebbe disposto a fare la sua confessione; ma sa che in tali cose se si può tener nascosto lo si fa volentieri. Io, che conosco la milizia, benché nel Collegio di Pinerolo vi sia gran severità, e ogni settimana ciascun giovane è rigorosamente visitato, pure sono soddisfatto al pensiero che non fu che due o tre o forse quattro cadute, nelle quali contrasse l'infezione, ed è da molto tempo perfettamente guarito. Ecco tutto.
785
Amabile mia Contessa. Ciò io le dico con tutta segretezza. Non voglio che nessuno, né Pippo, né Guido, né il Conte sappiano che io scrissi. Povero me se si sapesse ciò. Io ho le più certe informazioni di Pippo per mezzo di un Prelato, nato a Pinerolo, che incaricato da me, ogni settimana o 15 giorni ha notizie da un ecclesiastico di Pinerolo, e questi sa tutto. Spero che ne verrà del bene a Pippo anche da questo. Ma per correggerlo ed evitare maggiori disordini, bisogna che ella sappia tutto, per applicare più sapientemente i mezzi per impedire a Pippo ogni male. Se merito rimprovero, me lo dia. Nulla dee sapere il Conte, per non dargli maggior esca ad accendersi contro il figlio.
Alla contessa Ludmilla di Carpegna - 9.8.1864
Secondo il mio parere, ella deve continuare e moltiplicare le lettere e le raccomandazioni: fanno impressione sul cuore di Pippo; parlo con certezza. Poi io esigerei maggior controlleria pel denaro, da Pippo usato male. Se ella dà a Pippo mille scudi, in un anno ne ha altrettanto di debito. Anche qui parlo la verità con dolore; quindi bisognerebbe obbligar Pippo a render conto fin d'un baiocco, e non fidarsi di lui, ma delle carte, Rechnung etc. degli altri; quindi esigere le ricevute altrui.
786
Io non lo so; ma ella crederà che sia tutto pagato al Collegio; io credo che vi sieno ancora 450 franchi. In terzo luogo, siccome Guido può tutto sul cuore del fratello; perciò bisogna che Guido gli faccia da Padre, tutore, maestro e tutto. Io desidero di abboccarmi con Guido pria che vada a Pinerolo. Io resto due giorni a Genova, e poi vado a Torino per forse due settimane. O quanto sarei lieto di prevenirlo di tutto! Benché già m'aprirò alquanto colla C.a Adelaide Baldini, e ci combineremo. Guido sarà informato di tutto.
Non creda però che io dia tutto quel peso che pare. E' inevitabile, cara Contessa; la gioventù in questo punto è fragile; e quindi dobbiamo poi contentarsi di qualche scivolata; se la cosa si ragiona fra noi, ella vede che dobbiamo chiudere un occhio; noi dobbiamo farci caso per prevenire questo male in futuro, e forse un male maggiore. Noi sappiamo che non casca il mondo per questo; e sarebbe pretendere miracoli che il figlio... di un romano si mantenesse immacolato. Ma al cospetto di Pippo dobbiamo farci gran caso, e sempre stargli al fianco per ridurlo a smettere questo vizio, dopo aver fatto lo sproposito di passare sì presto dal Belgio in Italia.
787
La prego per questo di non rammaricarsi troppo. Tutto il male che c'è, io l'ho a Lei narrato. Se vi fosse di più, io glielo direi, perché di Pippo so tutto, e mantengo una speciale corrispondenza per saper tutto, per apprestarvi rimedio, e per soddisfare ai doveri dell'affetto, dell'amicizia, e del ministero. Ecco, mia amabile Ludmilla, quello che io le scrivo. Per amore di Dio, che nessuno sappia che io le scrivo di Pippo, e molto meno Pippo; perché io sarei costretto in avvenire a tacere, e a non fare quel che mi detta il grande affetto che nutro per lei e per Pippo, e pei Carpegna. Con Pippo poi non bisognano esagerazioni, o soverchie minacce. Pippo si piglierà dal lato del cuore. Di me e degli amici egli se ne riderà; ma creda, la madre e Guido possono ancor tutto sul cuore di Pippo.
Sono quasi certo di venire entro l'autunno a Roma. Allora faremo dei lunghi discorsi e delle sode meditazioni in proposito. Si accerti poi che in avvenire se succederà di Pippo altre scappatelle, io la metterò sempre a parte, qualora sempre ne sia con certezza informato.
788
A Pinerolo è quasi impossibile fare di queste scappate. Egli è quando viene a Torino, che un giovine ebreo lo conduce al Casinò. Quivi, a Torino cioè, bisognerebbe che fosse sempre in compagnia di persone del cuore, come la famiglia Baldini etc.
Mi scusi, cara Contessa; mi scriva subito a Torino all'albergo del Bue Rosso, ove è l'ordinario mio alloggio. Io devo restare colà per 15 giorni. Domenica o lunedì vado a Pinerolo. Non so se Pippo le abbia scritto su ciò. Certo che 15 giorni fa stava in bilico, perché non ha perduto nulla affatto della sua confidenza ed affezione per Lei.
La prego di stare allegra, e di darmi sue notizie e di tutta la famiglia. Un bacio a Maria, per parte del
Suo affez.mo e fedele am.
D. Daniele


N. 111 (107) - A MONS. LUIGI DI CANOSSA
ACVV, XVII, 5, B
Torino, 14 agosto 1864
Ill.mo e Rev.mo Monsignore!

789
Il mio amat.mo Rettore D. Bricolo Le avrà manifestato il motivo per cui mi trovo a Torino. La Provvidenza mi destinava contemporaneamente a cooperare all'opera, di cui ora Le fo menzione.
Sarà noto all'Ecc. V.Ill.ma come lo "sgoverno" d'Italia ha emanato la provvidenzial Legge di eguaglianza, con cui assoggetta i Chierici alla Leva militare, togliendo per tal guisa il privilegio di esenzione, di cui si godeva prima, ad incremento del Clero italiano. Il zelantissimo Can.co M.r Ortalda, Direttore della pia Opera della Prop.ne della Fede in Torino, escogitò di mettere in campo la veneranda schiera dei missionari italiani sparsi nei due mondi, composta di circa 35 Vescovi e 1500 Missionari, affine di togliere l'iniqua legge. Questi, come granatieri della milizia di Cristo, affine di assicurare successione a tutti i campi delle loro fatiche, presenteranno per nostro mezzo nel futuro ottobre un indirizzo al Senato (del quale a Lei mando uno schizzo stampato); questo Indirizzo ha finora l'approvazione di 100 e più Vescovi, e dell'E.mo de Angelis (che senza volerlo il Governo di Piemonte lo ha posto in situazione di far più che a Fermo, essendo l'Angelo del Consiglio di tutta la diocesi della media ed alta Italia soggette al Gov. Ital.) L'indirizzo poi verrà per mio mezzo fatto presentare al Card. Barnabò e al Papa per la sanzione. Annesso al catalogo dei Vescovi e Missionari italiani, verrà annesso quello degli agenti e missionari diplomatici, che ho testè terminato coll'aiuto del ministero degli Esteri.
790
A Mons. Luigi di Canossa - 14.8.1864
Essendosi stabilito d'inserire nel catalogo dei Vescovi e Miss.ri italiani all'Estero, anche quelli di Roma e Venezia, dietro l'approvazione del De Angelis e di tutti, io sono incaricato di raccogliere, fra gli altri, anche quelli del Veneto, Trento, e Trieste. Onde con Mons.r Ortalda si è deciso di rivolgersi a V. Ecc. R.ma, per avere tutti i missionari del Veneto, Tirolo, e Triestino, essendo la maggior parte appartenente agli ordini Religiosi, dai cui Provinciali possono i Vescovi richiedere il nome e cognome, la patria, e la Missione a cui appartengono i Miss.ri. Dunque noi la preghiamo, Monsignore, che abbia a rendere questo servizio alla santa Causa, che favorisce altresì quella parte di Diocesi, che è soggetta al Governo di Torino. Quando V. Ecc. avrà il richiesto catalogo, La supplico della bontà di consegnarlo o a me, od in mia assenza a D. Bricolo. La pregherei di dar subito gli opportuni ordini, e trasmetterne subito l'avviso ai Vescovi del Veneto, e a S. Al. di Trento, perché possano subito farne il catalogo.
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Il Card. De Angelis parla spesso con me del suo antico Predi-catore, e m'impone di offerirle i suoi ossequi. Se desidera qualche cosa dal Piemonte e Lombardia non ha che a comandarmi.
Giovedì e venerdì scorso col Can.co Ortalda e Can.o Anglesio, compagno del Ven. Cottolengo, e Dirett.re dell'[.....] fui a Genova per la partenza di 5 Miss.ri per la Cina. Assisteva alla Sacra Funzione colla vedova Brignole Sale, la March.a Durazzo Negroni cugina della March.a Clelia. Questa invia i suoi saluti alla March.a sua cognata.
792
Questi giorni colla grazia di Dio, e coll'aiuto di D. Bosco e della Contessa Gloria, granatiera della def.ta March.a Barolo, potei pigliare al laccio di Cristo la Sig.ra Antonietta Manca di 25 anni, una delle favorite fra le molte dozzine di S. M. Vittorio Em. II. Re d'Italia, che era nel mio albergo del Bue Rosso. Essa è sotto la protezione della C.ssa Gloria, che l'ha collocata in una sua villa, e dopo gli esercizi spirituali e Confessione da un santo Sac.te, verrà inviata in Cagliari da sua madre; al quale oggetto ho già avvertito quel Vicario Generale, che procurerà di restituirla al marito (se costui vorrà). Veda, Mons.re, cosa inaudita. Antonietta Manca si recava anni sono dal Re per ottenere un trasloco a suo marito da Torino a Cagliari sua patria. Essa valde pulcra placuit regi, e quella sposa fu rovinata. Ella abbandonò il marito, ed avea un assegno di 500 franchi al mese, oltre molte cartelle di 1000 franchi l'una che le dava spesso il Re. Essa stessa me l'ha raccontata, ed è pentita de' suoi falli. La C.a Gloria, designatami da D. Bosco, continuerà la santa opera.
Mi riverisca Mons.r Vicario Generale, il Marchese Ottavio, e le March.e Cognata a Madre, e D. Vincenzo; e baciandole la sacra veste, mi dichiaro con tutto il rispetto.

Di V. Ecc. R.ma e Ill.ma
umil.o e dev.o servitore e F.
D. Daniele Comboni
Noi domandiamo la nota tanto dei missionari che sono all'estero attualmente, come di quelli già ritornati in patria.


N. 112 (108) - ALLA CONTESSA LUDMILLA DI CARPEGNA
AFC, Pesaro

Nobilissima Sig.ra Contessa!
Torino, 15/8 = 64

793
Oggi, sotto la protezione di Maria, le voglio scrivere ancora sul nostro caro Pippo. E in prima le dirò che dopo che io le scrissi da Genova, il mio cuore fu sempre palpitante sul timore che la mia lettera le abbia apportato dispiacere dicendo ingenuamente tutto intero il fallo di quel caro giovane. Cara Lulù, io ebbi le più buone intenzioni. Esitai a lungo e stetti ondeggiante, e ben vi pensai sopra, e pregai fervidamente prima di scrivere: pensai ch'ella è madre, e più che madre; ma al tempo stesso mi parea di tradirla ove non avessi tutto svelato; e ciò per somministrarle i mezzi affine d'impedire ulteriori galoppamenti, pel gran bene che voglio a lei, al mio Pippo, ed all'onore della famiglia Carpegna. Se io errai, la prego di avere meco la medesima confidenza che io ebbi con lei. Cosa vuole? Ha tanto colpito Pippo il sospetto che sua madre è edotta del suo fallo, che il giovane ha fatto mille promesse non far più nulla che possa dispiacere a sua madre.
794
Ieri scrissi ad Adelaide incaricandola di fare ella per lui la sua confessione alla sua tenera madre. Egli non ha il coraggio, ha sommo rossore, e spero che per lui sia stata questa una solenne lezione, della quale si ricorderà per lunga pezza. Ella perciò deve trattarlo con dolcezza, perché se adopera le minacce non fa nulla; perché si può immaginare quale orgoglio e quale spirito d'indipendenza porta seco la militare istituzione. La avverto poi a non dire che io le ho scritto notificandole il suo fallo; ella deve battere sempre il punto di verità che le scrisse Annetta, come ieri mi disse la C.a Baldini; perché Pippo, essendo ancora giovane, è fortemente irritato contro chi a Lei scrisse, e guai se sapesse che io le scrissi.
Alla contessa Ludmilla- 15.8.1864
Quando poi le giungerà la lettera di Adelaide, allora ha ancora campo di tacere il mio nome; perché in avvenire voglio continuare ad informarla di tutto. Ora che trovo Pippo fortemente scosso, prima ancora che giunga Guido (il quale può tutto sul cuore di Pippo) parmi opportuna una mia visita a Pinerolo, nella quale spero che sarà disposta di accompagnarmi Adelaide: mi promise che farà di tutto giovedì o domenica per venir meco; e spero che non sarà inutile questa ammonizione fatta da una brava donna, qual'è Adelaide, e dalla mia pochezza. Adelaide fa egregiamente le sue veci, o cara Ludmilla, a Torino. Parmi che non avrebbe più a cuore un suo figlio, come ella ha Pippo; e ciò per l'amore che ha per Pippo e per Lei. Se l'avesse veduta ieri, certo che sarebbe persuasa di quello che io le dico.
795
Del resto vegga di esigere esatto rendiconto dei denari che spende Pippo, dando a lui ed ad Adelaide gli opportuni ordini: è anche questo un mezzo per impedire qualche scappata, giacché a Pippo costa 10 franchi per volta com'egli mi confessò. Io per cavargli fuori tutto, mi ci volle opportuna tolleranza, ed aprendogli il cuore a confidenza. Non sa il povero e caro giovane che di tutto piacemi d'informar Lei, per suo maggior bene; anzi gli dissi di tenerlo nascosto a tutti più che può, e per punto di onore, promettendomi di non farlo più. Del resto è una scappatella che, dicendolo fra noi, dobbiamo compatirla in Pippo, calcolata la sua indole, e i compagni che lo circondano: e dico la verità; veggo che egli ha molto pudore, ed è incipiente in tale disordine; stanteché tanto ora gli dispiace, ed ha tanta erubescenza di scriverlo alla madre, la quale è per lui uno scudo fortissimo per non più commettere simili azioni. La compagnia del giovane Gualterio non è opportuna per Pippo, il quale d'altro lato crede di potere spaziare più di quel che può, e maggiormente essere in caso di divertirsi. Ella sia opportunamente dolce con Pippo, ma ferma ed irremovibile nelle meditate e dolci sue minacce. Dia istruzioni ad Adelaide su tutto ciò che può spendere, dandole però facoltà di supplire in quelle circostanze, ove corre Pippo pericolo di far delle triste figure.
796
La prego di scrivermi qui a Torino all'albergo del Bue Rosso, come ha sinceramente sentite le mie due lettere, questa cioè, e quella che le scrissi giovedì testè scorso da Genova; mi dica lo stato del suo animo, se ha provato molto dolore per Pippo etc. etc., benché, venerata mia Contessa io le leggo nel cuore, come se le vedessi nell'animo col microscopio.
Dia un affettuoso bacio per me a Maria, che spero fra non molto di baciucchiarmi a mio bell'agio, e preghi per chi le professa una vera, leale, ardente e cristiana amicizia perpetua.

D. Daniel
La prego di salutarmi D. Luigi Fratini, dicendomi ove si trova, perché scrissi più volte, e non mi rispose.


N. 113 (109) - A DON BIAGIO VERRI
AISM, Savona

Rev.do e cariss.mo D. Biagio!
Genova, 9/9 = 64

797
Sperava di vedere lei e il P. Olivieri a Roma sento invece che ambi trovansi a Marsiglia. Il Sig.r Casamara però mi fa sperare che entro il mese li potrò vedere in Roma, ove io arriverò posdomani. A Colonia si desidera ardentemente dettagliate descrizioni sul progresso della Santa opera del riscatto dei Negri. Il tedesco per natura vuol vedere ritratti, leggere, sapere etc. e poi versa danaro a profusione. Quella Società fa grandi progressi, e ne farebbe di più, ed ammasserebbe più denaro, se noi somministrassimo loro più notizie. La Società m'incaricò di avvertire lei e il P. Olivieri ad eccitarli a scrivere più spesso e di più. Credo che a loro sovrabbondi il materiale per compiacerla. Cosa poi ottima sarebbe se Ella e il P. Olivieri avvicinandosi al Settentrione visitassero Cšln. Certo n'avrebbero vantaggio per l'opera.
798
Io sono bramosissimo di vederli, e di discorrere della nostra cara Africa. Io sono desolato nel vedere il poco che si è fatto da noi e dai francescani a pro dell'Africa centrale. Certo più di noi ha giovato all'Africa la Vostra opera del Riscatto facendo minori sacrifizi: di ciò io ne sono convinto, come dissi apertamente a Colonia, a D. Mazza e a Barnabò. Ora fra le altre cose voglio discorrere a lungo colla Propaganda sul modo di recar maggiori vantaggi all'Africa facendo meno sacrifizi.
799
M.r Canal mi diede a Venezia da tempo quattro copie della vita di una moretta da poco morta, e scritta dalla Marovich. Deh! mi scriva, caro D. Biagio a Roma, e mi faccia sapere notizie del progresso dell'opera, e se posso sperare di vederli ambedue a Roma. I miei moretti son quasi tutti morti; le morette stan tutte bene, e sono impazienti di ritornare a giovare ai loro connazionali, perché compiuta è la loro educazione. Ma dove mandarle, se sono inceppati gli affari della povera Missione Africana? Dio disporrà il meglio per loro. A Verona l'altro giorno venne a trovarci Kirchner; e de' miei compagni solo uno è sano e disponibile per l'Africa. Io bramerei sapere se sono cessate le difficoltà di esportazione dei mori dall'Egitto, e se sono ancora necessarie le sante industrie della carità evangelica per far venire i negri in Europa. Mille cose vorrei sapere, e parlar molto sull'Africa.
La prego di presentare i miei ossequi al santo vecchio, vero padre dei negri, e di eccitarlo a pregare per me: mi saluti anche la canonicale classica Maddalena, e mi raccomandi alle sue orazioni. A Lei pure offro i sensi della più distinta stima ed amicizia.

Il Suo dev. ed aff.
D. Daniele Comboni m.a.


N. 114 (110) - I L P I A N O
ASC

SUNTO DEL NUOVO DISEGNO
della
Il Piano - 18.9.1864
SOCIETA' DEI SACRI CUORI DI GESU' E DI MARIA
PER LA CONVERSIONE DELLA NIGRIZIA
PROPOSTO
alla
S. CONGREGAZIONE DI PROP.da FIDE
da D. Daniele Comboni
dell'Ist.o Mazza
1 8 6 4
Roma, 18 settembre 1864

800
Un buio misterioso ricopre ancora oggidì quelle remote contrade, che l'Africa Negra nella sua vasta estensione racchiude. Governi civili e private società si adoperarono energicamente ad epoche diverse, affinché si imprendessero indagini intorno a quella sterminata regione, allestendovi all'uopo ben provvedute spedizioni. Sennonché, malgrado gl'innumerevoli sforzi ed i più grandi sacrifizi, non si potè mai strappare quell'impenetrabile velo, che pel volgere di tanti secoli sopra vi sta disteso.
801
Or mentre che gl'intrepidi investigatori si occuparono fino ai dì nostri di quella inesplorata parte del globo, adoperandosi senza posa per giungere al termine delle loro ricerche collo sciogliere i problemi geografici, e collo scoprire i tesori che loro stanno ascosi per arricchire la storia naturale ed il commercio, il filantropo cristiano, volgendo lo sguardo alle condizioni spirituali e sociali di quei popoli incurvati sotto l'impero di Satana, profuse a sua volta gli effetti di fraterna commiserazione, e l'efficacia della sua cooperazione pel miglioramento della triste lor sorte. E per verità, questi pietosi sentimenti ricevettero fino ai nostri giorni da varie parti poderosi ed efficaci impulsi, si fecero pure ognora lodevoli cose per sollevare l'infelice schiatta dei Negri dalla sua deplorabile condizione, coll'indirizzarla a vivere secondo il lume delle verità cristiane.
802
Per tacere delle molteplici e differenti spedizioni di zelanti Missionari, che parecchi Ordini religiosi, e Società ecclesiastiche intrapresero nei secoli trapassati, dietro l'autorizzazione della Sacra Congregazione di Propaganda Fide, allo scopo di sollevare il vessillo della Croce nelle infuocate lande abitate dai Negri, il Pontefice Gregorio XVI di veneranda memoria fondava la Missione dell'Africa Centrale; e l'immortale Pio IX gloriosamente regnante, confermando i decreti del suo Predecessore, ne accomiatava i Missionari, i quali battendo la via del Nilo, nel 1848 penetravano nel novello Vicariato apostolico, il più vasto del mondo, che abbracciava una superficie maggiore di quella del doppio di tutta l'Europa. In questo campo vastissimo aperto allo zelo della carità del Vangelo fecero inauditi sforzi parecchi degni Sacerdoti della Germania austriaca e bavarese, e soprattutto del Tirolo tedesco, raccolti dall'eccelso Comitato della Società di Maria, e dalle fervidi sollecitudini del benemerito Professor Mitterrutzner; quindi i Missionari dell'Istituto Mazza di Verona; e da ultimo un drappello numeroso di Francescani. Questa eletta falange della milizia di Cristo, dopo malagevoli ostacoli ed enormi sacrifizi, riusciva a fondare lungo le spiagge del maestoso Nilo, che scorre fra il tropico del Cancro e l'Equatore, quattro Stazioni importantissime, fissando come centro di comunicazione la metropoli del Sudan egiziano, cui le condizioni politiche e la sua geografica posizione destinavano ad essere l'ultimo appoggio degli europei, che in quelle remote parti si recano.
803
Sennonché, tutti questi generosi conati della carità del Vangelo, tutte queste nobilissime sollecitudini di oltre tre lustri rompevansi all'urto di quegli scogli, che vi ergevano insormontabili un turpe egoismo, la caterva dei disagi, e l'inclemenza del clima di quelle sventurate contrade micidiali all'europeo; e col sacrifizio della vita di oltre tre quarti degli Atleti di Cristo consacrati a quella malagevole impresa, si comprarono a caro prezzo i tenui frutti di mal sicure e limitate conversioni.
804
Noi, che per qualche tempo esplorammo quelle remote tribù, e per quanto il permettevano i fieri morbi che ci tradussero più volte sull'orlo del sepolcro, ne studiammo la natura, i costumi, e le condizioni sociali, abbiam rilevato, fra le altre cose, che oltre al primo ostacolo che si attraversava alla conversione dei negri, cioè l'inclemenza del clima, campeggiava il difetto e la mancanza di un centro vitale, che fosse capace di perpetuare l'opera della propagazione della Fede nell'Africa Centrale.
805
Una Missione qualunque, perché le si possa garantire la perpetuazione, abbisogna di un centro sicuro da cui emani incessantemente lo spirito di vitalità, che si diffonda vigoroso per la sua superficie a conservarne i preziosi germogli, l'esistenza e il ministero; un Centro vitale che le somministri e le mantenga possibile la recluta annuale, onde si riforniscono le file dei Missionari continuamente assottigliate dall'inclemenza dei climi, dalle fatiche, e dal martirio. Questo centro di vitalità si presta opportuno in generale negli Istituti e Seminari d'Europa a beneficio delle Missioni dell'Asia, dell'America, e dell'Oceania, essendovi tra l'Europa e queste tre parti del globo qualche omogeneità d'indole, di abitudini, e di clima, od almeno tra l'una e le altre una potenza di comunicare ed una suscettibilità di ricevere perennemente e stabilmente le magiche impressioni della vita, che sui corpi dell'umana società suole infondere lo spirito del Vangelo.
806
Il Piano - 18.9.1864
Ma questo centro benefico, donde emani quello spirito di vitalità cotanto necessario per la conservazione e perpetuazione delle Missioni straniere, qui nell'Europa non può prestarsi opportuno ed efficace per la conversione dei negri; stanteché l'esperienza chiaramente ha dimostrato che il Missionario europeo non può prestare la sua opera di redenzione in quelle infuocate regioni dell'Africa interna esiziali alla sua vita, che non può reggere alla gravezza delle fatiche, alla molteplicità dei disagi, e all'inclemenza del clima; e del pari l'esperienza ha dimostrato che il negro nell'Europa non può ricevere una completa istituzione cattolica, da riuscir poi capace per una costante disposizione dell'animo e del corpo, a promuovere nella sua terra natale la propagazione della Fede; perché, o non può vivere nell'Europa, o ritornato nell'Africa ne è reso inetto per le quasi connaturate abitudini europee contratte nel centro della civiltà, che diventano ripugnanti e nocevoli nella condizione della vita africana.
807
Noi siamo testimoni oculari del fiero scempio che fecero dei più robusti Missionari le fatiche, i disagi, ed il fatal clima africano; talmentecché quelli che sopravvissero al periglioso viaggio al Fiume Bianco, non appena coll'apprendimento della lingua di una tribù, ove si era piantata una Stazione cattolica, rendevansi idonei ad evangelizzarne gli africani, soccombevano tosto ad una morte pressoché improvvisa, lasciando sempre sterile di frutto l'opera
della conversione dei negri, i quali per la sempre successiva
e reiterata decimazione dei Missionari gemono ancora sotto l'impe-
ro del più degradante feticismo. La Propaganda poi, alla quale son note tutte le Istituzioni che impresero nell'Europa l'educazione d'individui della razza etiope, è in grado di confermare la verità dell'inefficacia ed inopportunità della creazione di un clero indigeno istituito nelle nostre contrade, e destinato ad evangelizzare il centro dell'Africa.
808
L'esperienza adunque avendo chiaramente dimostrato che il sistema tenuto fino ad ora, benché utilissimo per la conversione degli infedeli delle altre parti del globo, è nulladimeno affatto inopportuno per la rigenerazione dell'Africa interna, perché il missionario europeo, non potendo vivere in quelle infocate regioni, non riuscirà mai a stabilirvi e perpetuarvi la Fede, e l'indigeno africano istituito nell'Europa per le suesposte ragioni diventa inetto ad esercitare l'apostolico ministero nel suo paese natale, la S. Congr.ne di Propag.da Fide è nella dura alternativa, o di decretare l'estinzione dell'importante Missione dell'Africa Centrale, o di sollecitare la creazione di un disegno, che risvegli più fondate speranze di esito più felice per la conversione dei negri.
809
Ora la desolante idea di vedere forse per molti secoli sospesa l'opera della Chiesa a vantaggio di tanti milioni di anime gementi ancora nelle tenebre e nelle ombre di morte, dee ferire profondamente e fieramente conquidere il cuore di ogni pio e fedele cattolico infiammato dallo spirito della carità di Gesù Cristo. Egli è perciò che a secondare l'impulso di questa sovraumana virtù, e a dileguare per sempre dal filantropo cristiano lo straziante pensiero di lasciare avvolte nell'infedeltà e nella barbarie quelle immense e popolate regioni, che sono senza dubbio le più necessitose e le più derelitte del mondo, è d'uopo abbandonare il sentiero fino ad ora seguito, mutare l'antico sistema, e creare un disegno, che guidi più efficacemente al desiato fine. Il perché nella nostra infermità abbiamo tentato di rintracciare una via probabile, se non sicura, affine di iniziare un provvedimento alla rigenerazione futura di quelle anime abbandonate, al cui vantaggio si appuntarono sempre tutti i pensieri della nostra vita, e per le quali saremmo lieti di versare il nostro sangue fino all'ultima stilla.
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Ed ecco balenarci alla mente un disegno, che se non presenta tutti quei vantaggi che si ritraggono da quelli escogitati a pro delle altre Missioni del mondo, riuscirà forse efficace a produrre un considerabile miglioramento all'infelice condizione dei Negri; sì che per le vie tracciate dalla Provvidenza essi giungeranno a poco a poco a partecipare ai frutti ineffabili della Redenzione dell'Uomo-Dio.
811
Non solamente i negri dell'Africa interna, ma quelli altresì delle coste e di tutte le altre parti della grande penisola, benché spartiti in migliaia di differenti tribù, sono improntati più o meno della medesima indole, abitudini, tendenze, e costumi conosciuti abbastanza da coloro, che da lunga pezza occuparonsi pel loro bene; e quindi pare a noi che la carità del Vangelo possa loro applicare comuni rimedi ed aiuti, che tornino efficaci a comunicare alla grande famiglia dei negri i preziosi vantaggi della cattolica Fede. Sembra quindi a noi opportuno, e diremmo quasi necessario, che fra i molteplici escogitati che si potrebbero mettere in opera a beneficio della rigenerazione dei negri, quello dovrebbe trascegliersi, che riunisce in sé un'assoluta unità di concetto accoppiata ad una generale semplicità di applicazione.
812
E tale appunto ci sembrerebbe il disegno che noi abbiamo ideato per la conversione dei negri; disegno, che quantunque vasto nella sua estensione, e malagevole nella sua completa attuazione, ci apparirebbe tuttavia uno e semplice nel suo concetto e nella sua applicazione.
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Questo disegno non si limiterebbe perciò agli antichi confini tracciati della Missione dell'Africa Centrale, che abbiamo veduta riuscire infelicemente per le ragioni suesposte, ma abbraccerebbe tutta intera la stirpe dei negri; e perciò spiegherebbe e distenderebbe la sua attività su quasi tutta l'Africa, i cui paesi sono abitati dalla razza etiope.
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Ora quantunque la S. Sede Ap.lica non sia giammai riuscita a piantare stabilmente la Fede nelle vaste tribù della Nigrizia Centrale, tuttavia profuse le benefiche sue sollecitudini nelle Isole e sulle Coste che circondano la grande penisola africana, ove fondò dodici Vicariati, nove Prefetture ap.liche, e dieci Diocesi. Fioriscono infatti più o meno splendidamente.
815
A settentrione i due Vicariati apostolici dell'Egitto e di Tunisi, e le tre Prefetture ap.liche dell'Alto Egitto, di Tripoli, e di Marocco.
816
A ponente i cinque Vicariati ap.lici della Senegambia, di Sierra Leone, dei Dahomei, delle Guinee, e di Natal, e le tre Prefetture ap.liche del Senegal, del Congo, e delle isole Annabon Corisco e Ferdinando-po'.
817
A mezzod i due Vicariati Ap.lici dei Distretti orientale, ed Occidentale del Capo di Buona Speranza.
818
A sud-est il Vicariato ap.co di Madagascar, e le tre Prefetture ap.liche di Zanguebar, delle Isole Seychelles, e delle Isole Nossibè, S. Maria, e Mayotte.
819
Al nord-est i due Vicariati Apostolici dell'Abissinia e dei Gallas.
820
Fra le dieci Diocesi poi fioriscono in peculiar modo e settentrione quella di Algeri, ed a sud-est quella di S. Denis all'Isola della Réunion nell'Oceano Indiano. Egli è quindi naturale che, per realizzare l'ideato Disegno, è d'uopo invocare l'aiuto e la cooperazione di codesti Vicariati, Prefetture, e Diocesi già stabilite attorno all'Africa, le quali mirando più davvicino la lagrimevole miseria e l'estremo bisogno dell'immense popolazioni dell'interno, sulle quali non ancora brillò l'astro luminosissimo della Fede, potranno concorrere validamente coll'autorità, col consiglio, e coll'opera ad assistere ed agevolare la grande impresa della rigenerazione delle vaste e popolose tribù dell'intera Nigrizia.
821
Il Disegno quindi, che noi oseremmo proporre e sottomettere alla S. Congr.ne di Prop.da Fide, sarebbe la creazione d'innumerabili Istituti d'ambo i sessi che dovrebbero circondare tutta l'Africa, giudiziosamente collocati in luoghi opportuni alla minima distanza dalle regioni interne della Nigrizia, sopra terreni sicuri ed alquanto civilizzati, in cui potessero vivere ed operare sì l'europeo che l'indigeno africano.
822
Questi Istituti maschili e femminili, ciascuno collocato e stabilito giusta le norme delle costituzioni canoniche, dovrebbero accogliere giovani e giovanette della razza negra allo scopo d'istituirli nella religione cattolica e nella cristiana civiltà, per creare altrettanti Corpi d'ambo i sessi, destinati, ciascuno dalla sua parte, ad avanzarsi mano mano e distendersi nelle regioni interne della Nigrizia per piantarvi la Fede e la civiltà ricevuta.
823
A reggere questi Istituti sarebbero chiamati gli Ordini religiosi e le Istituzioni cattoliche maschili e femminili, approvate dalla Chiesa, o riconosciute, o permesse dalla S. Congr.ne di Prop.da Fide, dietro il beneplacito di questa e l'accordo reciproco coi Capi e Superiori generali di questi Ordini ed Istituzioni. Oltre a ciò, dietro il mandato della Propaganda, si potranno fondare pel medesimo scopo nuovi Seminari per le Missioni africane, modellati sul piano dei Seminari della Missioni estere già esistenti, coll'applicazione di tutte quelle norme, che per l'Africa si esperimentassero opportune.
824
Questi Istituti sarebbero posti sotto la giurisdizione dei Vicariati e Prefetture ap.liche già esistenti sulle Coste dell'Africa, o di quelli che alla S. Congr.ne di Prop.da Fide piacesse di fondare in seguito ai progressi dell'Opera del nuovo Disegno.
825
Il personale della Direzione di codesti Istituti governerebbe i Corpi dei propri allievi etiopi secondo le regole e lo spirito della propria Istituzione adattata all'opportunità ad ai bisogni dell'Africa interna; e si proporrebbe per ispecial fine la reggenza ed il buon andamento degli Istituti dei negri e delle negre, senza però trascurare di promuovere ed operare tutto quel bene che potrebbe fare al paese, ove gl'Istituti sarebbero collocati.
826
L'istituzione, che dovrà darsi a tutti gl'individui d'ambo i sessi appartenenti agli Istituti che circonderebbero l'Africa, sarà d'in-fonder loro nell'animo e radicarvi lo spirito di Gesù Cristo, l'inte-grità dei costumi, la fermezza della Fede, le massime della morale cristiana, la cognizione del catechismo cattolico, ed i primi rudimenti dello scibile umano di prima necessità. Oltre a questo, ciascuno dei maschi verrà istruito nella scienza pratica dell'agraria, e in una o più arti di prima necessità; e ciascuna femmina verrà del pari istruita nei lavori donneschi di prima necessità; affinché i primi diventino uomini onesti e virtuosi, utili ed attivi; e le seconde riescano pure virtuose ed abili donne di famiglia. Crediamo che questa attiva applicazione al lavoro, a cui vorremmo assoggettati tutti i membri degli africani Istituti, influisca poderosamente sul morale e spirituale vantaggio degli individui della razza etiope, inclinata oltremodo alla pigrizia ed all'inazione.
827
Compiuta l'educazione religiosa e civile negli Istituti, la direzione a ciascuno degli individui d'ambo i sessi, che uscirà dalla giurisdizione del proprio Istituto, farà tutto quel bene che starà entro i limiti del suo potere, prestandogli aiuto e consiglio, perché sia posto in condizione da conservare i sani principi di religione e di morale, che gli furono scolpiti nell'animo coll'istituzione ricevuta.
828
Da ciascuno di questi Istituti, che circonderanno la grande penisola africana, si formeranno altrettanti Corpi maschili e femminili, destinati a trapiantarsi gradatamente nelle regioni della Nigrizia centrale, affine di iniziarvi e stabilirvi l'opera salutare del Cattolicesimo, e piantarvi delle Stazioni, dalle quali emanerà la luce della Religione e dell'incivilimento.
829
Il Corpo dei giovani negri, formato dagli individui, che si giudicheranno atti al grande scopo, sarà composto:
1¼. di abili catechisti, a cui si darà una più estesa cognizione delle scienze sacre.
Il Piano - 18.9.1864
2¼. di abili maestri, a cui si darà la possibile istruzione nelle scienze di prima necessità adattabili ai paesi dell'interno.
3¼. di abili artisti, a cui si comunicherà la cognizione pratica delle arti necessarie e più utili alle regioni centrali, per formarli virtuosi ed abili agricoltori, medici, flebotomi, infermieri, farmacisti, falegnami, sarti, muratori, calzolai etc.
Il Corpo delle giovanette negre, formato parimenti degli individui più atti al grande scopo, sarà composto:
1¼. di abili istitutrici, a cui si darà la possibile istituzione nella religione e nella morale cattolica, affinché ne infondano le massime e la pratica nella degradata femminil società africana, dalla quale, come fra noi, dipende quasi del tutto la rigenerazione della grande famiglia dei negri.
2¼ di abili maestre e donne di famiglia, le quali dovranno promuovere l'istruzion femminile in leggere, scrivere, far conti, filare, cucire, tessere, assistere agli infermi, ed esercitare tutte le arti donnesche più utili ai paesi della Nigrizia Centrale.
830
Trapiantati mano mano questi gran Corpi da ciascuno dei diversi Istituti che circonderanno l'Africa nei diversi punti dei paesi dell'interno, ciascun individuo, mentre presterà la sua opera a propagarvi la religione e la civiltà, in cui venne a tal uopo istituito, ed a promuovere l'agricoltura in quei vergini terreni di libera occupazione, potrà abbracciare quello stato di vita, a cui si sentirà più inclinato.
831
Dalla classe dei catechisti formata dal Corpo dei giovani negri, si caverà la sezione degli individui più distinti per pietà e sapere, nei quali si scorgerà una probabile disposizione allo stato ecclesiastico; e questa verrà destinata all'esercizio del divin ministero. Nell'istitu-zione di questa privilegiata sezione si escluderà la moltiplicità delle materie, a cui si assoggettano gli alunni dei Seminari d'Europa, e si limiterà l'istruzione alle discipline teologiche e scientifiche di prima necessità, sufficienti ai bisogni ed alle esigenze di quei paesi; e calcolato il precoce sviluppo fisico e intellettuale dell'indigeno africano, codesta istituzione non vorremmo già prolungata ai dodici e più anni stabiliti nell'Europa; ma crediamo sufficiente che possa limitarsi dai sei agli otto anni, secondo che si giudicherebbe op-portuno.
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Tuttavia la speciale condizione dell'incostanza e mollezza, che contraddistinguono l'indole ed il carattere della razza etiopica, dovrà imporre la più rigorosa cautela nel determinare agli aspiranti al Sacerdozio l'epoca della promozione agli ordini sacri; e noi siamo pienamente convinti che sia assolutamente necessario di stabilire, che non si debbano promuovere che in seguito a parecchi anni di provata fermezza e castità, percorsi nel tirocinio di una vita esemplare ed attiva e nel ministero della dispensazione della Parola divina, esercitato nelle già stabilite Stazioni dell'interno della Nigrizia nella condizione di un severo ed irreprensibile celibato.
833
Dal Corpo delle giovani negre che non si sentiranno inclinate allo stato coniugale, si caverà parimenti la sezione delle Vergini della Carità, formata degli individui più distinti per pietà ed istruzione pratica del catechismo, delle lingue, e dei lavori donneschi. Questa sezione privilegiata costituirà la più eletta falange del Corpo femminile destinata a reggere le scuole delle fanciulle, e compiere le funzioni più importanti della carità cristiana, e ad esercitare il ministero della donna cattolica fra le tribù della Nigrizia.
834
In tal guisa, mercè il ministero importantissimo del Clero indigeno e delle Vergini della Carità, coadiuvato dall'opera benefica dei catechisti, dei maestri, e degli artisti, delle istitutrici, delle maestre e donne di famiglia, si formeranno a poco a poco numerose famiglie cattoliche, e sorgeranno fiorite società cristiane, e la nostra santa religione, dispiegando il salutare suo influsso sull'etiopica famiglia, stenderà grado grado il suo benefico impero sulla vasta estensione delle inesplorate regioni dell'intera Nigrizia.
835
Avendo l'esperienza dimostrato che la sola continuata permanenza nei paesi dell'interno, e non già una temporanea dimora è perigliosa ed esiziale all'europeo, perciò le fondazioni delle Missioni e delle Cristianità che si verranno in progresso di tempo a stabilire nei paesi dell'Africa Centrale, saranno personalmente iniziate ed avviate dai Missionari europei, a tal fine deputati dai rispettivi Vicari e Prefetti ap.lici; i quali pure dovranno determinare il personale dei catechisti o Sacerdoti indigeni di provata idoneità, a cui verrà affidata la permanente direzione delle Stazioni e Cristianità dell'interno, già iniziate ed avviate dai Missionari europei.
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D'altro lato le statistiche della Missioni africane avendo dimostrato che la donna europea, attesa la vantaggiosa elasticità del suo fisico, l'indole del suo morale, e le abitudini del suo vivere domestico e sociale, resiste a gran pezza più che il Missionario europeo all'incle-menza del clima africano; perciò, dietro il giudizio ed il mandato dei rispettivi Vicari o Prefetti ap.lici, potranno stabilirsi degli Istituti regolari femminili d'Europa nei paesi dell'interno dell'Africa meno fatali all'europeo, affine di prestare con maggiore efficacia i mera-vigliosi ed importanti servigi della donna cattolica per la rigenerazione della grande famiglia dei negri.
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Il Piano - 18.9.1864
Siccome l'indole ed il carattere della razza etiope è oltremodo variabile ed incostante, perciò crediamo opportuno e necessario che la S. Congr.ne di Prop.da Fide abbia ad autorizzare i Vicari o Prefetti ap.lici di legittima e rispettiva giurisdizione a decretare frequenti visite apostoliche nelle Missioni e Cristianità stabilite nell'interno, affine di correggere, confermare e migliorare le condizioni del Cattolicesimo in quelle perigliose contrade, ove sovente un turpe egoismo, ed il fanatico fervore dell'islamismo corrompe e devasta l'opera del sacerdozio cristiano; ed ove il tenore di vita, il clima, ed altre speciali circostanze contribuiscono ad illanguidire col corpo lo spirito, ed a snervare la disciplina ecclesiastica con grave pericolo della fede; deputando a tale scopo idonei missionari europei, che senza rischio assoluto della vita per la ragione suesposta potranno compiere con grande vantaggio l'importante loro Missione.
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Allo scopo di coltivare gl'ingegni più distinti, che avessero a sortire dalla sezione dei Missionari indigeni, per formarli ad abili ed illuminati capi delle Cristianità dell'interno della Nigrizia, la Società destinata a regolare il nuovo disegno, in seguito ai progressi delle sue grandi opere, potrà fondare all'uopo quattro grandi Università Africane Teologico-Scientifiche nei quattro punti più importanti, che circondano l'Africa, quali sarebbero, a nostro giudizio, Algeri, il gran Cairo, S. Denis all'Isola della Réunion nell'Oceano Indiano, ed una delle città più importanti delle coste occidentali dell'Africa sull'Oceano Atlantico.
839
In questi quattro Centri Universitari, come pure in altri punti di grande importanza delle Isole e delle Coste che circondano l'Africa, si potranno fondare in progresso di tempo dei grandi stabilimenti Artistici di Perfezionamento pei giovani negri cavati dal Corpo degli Artisti più atti a riceverne una più elevata istituzione, affinché, mercè l'introduzione delle arti per migliorare le condizioni materiali delle vaste tribù della Nigrizia, venga ai Missionari agevolato il sentiero per introdurvi più radicalmente e stabilmente la Fede.
840
A realizzare e dirigere il nuovo Disegno verrà stabilito in una delle capitali d'Europa un Comitato, composto di abili, ed attivi Prelati, Ecclesiastici, e distinti Secolari, dipendente dalla S. Congreg.ne di Prop.da Fide. Questo Comitato, governato da un Presidente, piglierà il nome di Comitato della Società dei Sacri Cuori di Gesù e di Maria per la Conversione della Nigrizia.
841
La Missione speciale di questo Comitato sarà:
1¼. Col mezzo di un Procuratore stabilito a Roma comunicare colla S. Congr.ne di Prop.da Fide, e trattare sopra ciascuna delle imprese più importanti della nuova Società.
2¼. Trattare coi Centri generali degli Ordini e Congregazioni maschili e femminili per la fondazione degli Africani Istituti, e corrispondere coi medesimi Centri, e coi Vicariati e Prefetture apostoliche dell'Africa, e colle direzioni degli Istituti dei Negri.
3¼. Provvedere ai mezzi pecuniari e materiali per l'attuazione del nuovo disegno giusta il beneplacito della Sacra Congregazione di Propaganda Fide.
4¼. Fondare Istituti, Seminari, e Stabilimenti artistici nei Centri più opportuni dell'Europa e dell'America per le Missioni dell'Africa.
5¼. Stabilire un Corpo di colti e zelanti Missionari europei, per trattare personalmente coi Vicari e Prefetti ap.lici dell'Africa, e coi capi degli Istituti gl'interessi della nuova Società, ed esplorare le coste ed i punti più importanti dell'Africa, ove piantare gl'Istituti dei negri.
6¼. Studiare e mettere in opera i mezzi più efficaci per migliorare il sistema di realizzazione del nuovo disegno.
7¼. Raccogliere e pubblicare annualmente in varie lingue i progressi delle Opere della nuova Società, e dalla pratica esperienza trarre istruzione per migliorare la condizione degli africani Istituti e Cristianità a vantaggio della rigenerazione della Nigrizia.
842
Noi speriamo fermamente che questo Disegno della Società dei Sacri Cuori di Gesù e di Maria per la conversione della Nigrizia, qualora venga benignamente accolto dalla S. Sede ap.lica, otterrà la cooperazione di tutte quelle sante Istituzioni, che finora si occuparono, o tentarono di promuovere i vantaggi spirituali della razza etiope; e verrà protetto ed assistito da quelle pie Società, che forniscono di mezzi pecuniari e materiali le sante Opere istituite per la propagazione della Fede di Gesù Cristo.
843
Finalmente ci sorride nell'animo la più dolce speranza che l'unità, la semplicità, e l'utilità del nuovo disegno della Società dei Sacri Cuori di Gesù e di Maria per la Conversione della Nigrizia appagherà la mente ed il cuore del SS.mo nostro Padre, l'immortale Pontefice Pio IX, dell'E.mo Cardinal Prefetto Generale e degli E.mi e R.mi componenti e Consultori della Sacra Congreg.ne di Prop.da Fide; ed in pari tempo troverà un'eco di approvazione, ed un appoggio di favore e di aiuto nel cuore dei cattolici di tutto il mondo investiti e compresi dallo spirito di quella sovrumana carità, che abbraccia l'immensa vastità dell'universo, e che il divin Salvatore è venuto a portar sulla terra: ignem veni mittere in terram et quid volo nisi ut accendatur?
844
Se la S. Sede ap.lica sorriderà benignamente al nuovo Disegno della Società dei SS. Cuori di G. e di M. per la Conversione della Nigrizia, noi saremo lieti di consacrare le nostre deboli forze e tutta la nostra vita per cooperare nella nostra infermità alla grand'opera; fermi nella certezza che avrà un esito felice, perché vi avremmo conosciuta la suprema volontà del cielo; e il gran Dio delle misericordie cancellerà per sempre il tremendo chirografo della maledizione, che pesa da tanti secoli sui miseri figliuoli di Cam; e la benedizione si stenderà pacifica e si perpetuerà nella grande famiglia dei negri.
845
Se poi la S. Sede ap.lica non giudicherà di approvare questo nuovo Disegno, noi saremo lieti di sottometterci pienamente alle sempre adorabili disposizioni della Provvidenza divina; ed avremo un nuovo argomento per esclamare a tutta ragione col grande Apostolo: servi inutiles sumus.


846
Lode e Gloria ai SS. Cuori di Gesù e di Maria
Il Piano - 18.9.1864
a S. Giuseppe, ai SS. Apostoli, e a S. Francesco Saverio
al B. P. Claver, ed alla B. M. Alacoque.


D. Daniele Comboni
dell'Ist.o Mazza
Miss.o Ap.co dell'Africa Centrale


Roma 18 Settembre 1864
giorno della Beatificazione
di Suor M. Alacoque della Visitazione

847
P.S. La Santità di N. S. Pio IX. si è degnata d'incoraggiare l'esecuzione di questo nuovo Disegno per la Conversione della Nigrizia; e Sua Em.za il Card. Barnabò Prefetto generale della S. Congregazione di Propaganda Fide vuole che concorra l'assistenza della Pia Opera della Propagazione della Fede di Lione e Parigi.
848
Come corollario di questo nuovo Disegno sortirà la realizzazione del Piano del M. R. D. Nicola Mazza, al cui Istituto verrà assegnato un Vicariato od una Prefettura apostolica nell'Africa Centrale assistita dalla Società di Maria di Vienna.

D. D. Comboni
N. 115 (111) - A DON BIAGIO VERRI
AISM, Savona

Roma, 28 settembre 1864
Cariss.mo D. Biagio!

849
Sento con sommo dolore, che è molto ammalato il nostro santo Padre Olivieri. Speriamo in Dio che guarirà. A Roma avremo da parlare assai sulla nostra cara Africa.
I tre neo convertiti di Costantinopoli, vengono in Francia per essere occupati. Sono muniti di mille lettere di raccomandazione; e domandandone una anche a me, prego Lei che faccia loro quel bene che può. Sabato io li presenterò al Papa d'ordine del Card. Barnabò. Qui a Roma v'è il nipote del P. Lodovico. Presentai alla Prop.da il mio piano della creazione di parecchi Ist.i che dovranno circondare tutta l'Africa. A Roma discorreremo. Offra i miei ossequi al P. Olivieri, ed i miei saluti a Maddalena.
Preghi i SS. Cuori di G. e di M. pel suo
Affez.mo ser.
D. Daniele Comboni M.A.

N. 116 (112) - A DON GOFFREDO NOECKER
"Jahresbericht..." 12 (1864), pp. 85-86

Roma, 28 settembre 1864
Reverendo Signore,

850
Ricevo or ora da Verona la notizia che la banca veronese, Fratelli Smania, ha pronta per me e per i miei poveri neri la somma di 1472 fr. Non so esprimerle a parole i miei sentimenti di gratitudine. Io penso che non avrà mai a pentirsi di avermi soccorso.
851
Da qualche giorno si trova qui a Roma un sacerdote spagnolo, venutovi per ottenere l'approvazione di un'opera di beneficenza per l'Africa. Il Card. Barnabò lo mandò da me affinché egli esponesse la cosa a me e io ne decidessi. Pare che Propaganda voglia sottoporre al mio Piano e far passare per le mie mani tutte le opere intraprese a favore dei neri.
Prima ancora, avanti concedergli l'approvazione, il Cardinale volle sentire il mio parere circa il nuovo progetto del P. Lodovico riguardo la fondazione di due case in Egitto, e conformemente alla mia indicazione poi si concluse l'accordo col Delegato Apostolico d'Egitto. Il P. Lodovico mi attende a Napoli per mettersi d'accordo con me. Il Papa e Propaganda mi si mostrano molto accondiscendenti e appagano volentieri le mie proposte e i miei desideri. Ringraziamone quindi Iddio e preghiamo per l'adempimento della divina volontà per il maggior bene dell'Africa.

D. Daniele Comboni
Traduzione dal tedesco.
N. 117 (113) - A DON GOFFREDO NOECKER
"Jahresbericht..." 12 (1864) pp. 44-85

Roma, settembre 1864
Reverendo Signore,

852
Mi dispiace assai quest'anno di non poterle comunicare nulla di consolante sui miei neri; perché, eccettuati Michele Ladoh e il piccolo Antonio, tutti gli altri caddero in una brutta malattia africana, che, nonostante tutte le cure fatteci prendere dalla carità cristiana, assunse una forma maligna per i poveri africani e per parecchi terminò in una morte impressionante. Se, per queste disgrazie che ci tolgono la speranza di poter educare in Europa i miei neri a beneficio della Missione dell'Africa Centrale, noi siamo abbattuti, tuttavia la vita angelica di questi amati fanciulli, che ci erano affidati, e la loro preziosa morte ci riempie di inesprimibile consolazione e questa può essere recata anche a Lei per i sacrifici da Lei fatti a beneficio dei neri di Verona.
853
A Don Goffredo Noecker - 9.1864
Questa volta Le voglio parlare del nostro Pietro Bullo che, dopo una vita esemplare, fece una morte da angelo. Prima però devo dire come ottenni questo ragazzo e informarLa infine del viaggio da me fatto sul Mar Rosso per racimolare insieme un numero considerevole di allievi per il nostro Istituto africano.
854
Nel settembre 1860 ricevetti lettera dall'India dal Rev.mo Signor Celestino Spelta, Vicario Apostolico dell'Yu-pè e visitatore generale della Cina (io avevo conosciuto questo signore l'anno prima del mio viaggio dal Cairo a Roma e lo avevo messo al corrente del fine del mio Istituto), nella quale mi comunicava che a Aden c'era un gran numero di fanciulli neri, i quali erano proprio adatti per il nostro Istituto di Verona. Lo dissi al mio Superiore Don Nicola Mazza, il quale tuttavia volle accertarsi anzitutto in modo ancor più preciso della verità di questa informazione e soltanto dopo prender una risoluzione. Ma come desumere queste più precise informazioni egli allora non lo sapeva ancora. Nondimeno la divina Provvidenza ci mostrò ben presto la sua adorabilissima volontà. Il 10 ottobre dello stesso anno un missionario carmelitano ci portò a Verona due neri, che il Rev. P. Giovenale da Tortosa, prefetto di Aden, gli aveva affidati, quando la sua nave, proveniente dal Malabar, si fermò a Aden. Il prefetto aveva pregato questo missionario dell'India di prender seco parecchi altri di questi fanciulli; ma avendo troppo poco denaro non ne potè prendere che due. Noi esaminammo questi due e li trovammo molto adatti e disposti ai nostri fini. Allora senza rifletterci più a lungo il mio Superiore mi comandò di partire per l'India.
855
Mi ricordo ancora come Don Mazza mi consegnò un preventivo per le spese di viaggio e per la compra dei neri e, pensando io di trovare dai 40 ai 50 ragazzi, pensavo mi fossero necessari ben 25.000 franchi. Il mio Superiore esaminò la sua borsa e mi disse: "Non ho che 13 fiorini". "Allora io dovrò restare a Verona", gli risposi io. "Nient'affatto", replicò lui, "fra tre giorni tu partirai per l'India".
856
Per me fu una fortuna il non essermi incaponito nella mia opinione. Andai a Venezia a procurare i passaporti per i fanciulli neri che io dovevo condurre a Napoli e il terzo giorno D. Mazza benedisse la mia partenza, mi diede 2.000 franchi (che aveva ricevuto dal conte Giuseppe Giovanelli e dalla sua pia Signora, la quale offrì 900 fr.) e disse "Parti ugualmente; ecco 2.000 fr.; però ora non ti posso dare di più; prega Dio che mi faccia trovare altro denaro; perché voglio aiutarti; ma tu parti lo stesso".
Due ore dopo lasciavo Verona e al P. Lodovico da Casoria nell'Istituto della Palma consegnavo 4 ragazzi che non potevano tollerare il clima di Verona.
857
Conversando col P. Lodovico venni a sapere che la bell'opera del P. Olivieri era abbandonata a terribili persecuzioni, tanto da parte dei Turchi quanto da parte di parecchi consoli europei.
858
L'anno prima tornando in Egitto dal Centro dell'Africa fui io stesso testimonio delle afflizioni di Don Biagio Verri, col quale furono incarcerate 5 nere, che in seguito al rapporto di alcuni signori del consolato inglese, che si erano sempre mostrati ostili ai progressi del cattolicesimo, furono dal governo egiziano considerate come schiave.
Dopo la guerra d'oriente nelle stipulazioni il trattato di Parigi aveva proibito la schiavitù e la tratta dei neri e questa legge giusta, che era stata promossa dalla civiltà europea e dal Vangelo, fu dai Turchi manipolata, mal interpretata e cambiata. Ossia essi considerarono Don Olivieri e il suo compagno Biagio Verri come schiavisti, poiché essi comperavano con denaro le povere nere dalle mani dei giallaba (schiavisti). D'altra parte io avevo già saputo che i più implacabili nemici del P. Olivieri sono i signori del consolato inglese di Alessandria, i quali avevano assicurato il pascià che i preti cattolici esercitavano il commercio degli schiavi, e che bisognava porre riparo a questo disordine. Questi falsi ragguagli degli inglesi e la falsa interpretazione che il governo egiziano dava al riscatto degli schiavi, procurarono a Don Verri grandi noie e innumerevoli difficoltà. Saputo tutto questo e sentito che la lotta contro l'opera del P. Olivieri continuava, decisi di andare a Roma dove io speravo di procurarmi buone raccomandazioni presso il consolato inglese d'Egitto.
859
Dio adempì il mio desiderio. Mons. Nardi, amico e benefattore del mio Istituto, mi condusse dal Sig. Hennesy Pope, membro della Casa dei Comuni di Londra, il quale, conosciuto lo scopo del mio viaggio, mi procurò da Odo Russel, ambasciatore britannico a Roma, una lettera commendatizia, nella quale sollecitava il console generale di sua Maestà britannica in Egitto di accordarmi piena protezione e di ottenermi dal pascià d'Egitto il permesso di portar da Alessandria in Europa tutti quei neri che io gli avessi presentato, e che poi non sarebbero più stati schiavi ma pienamente liberi. Inviandomi questa lettera, Lord Hennesy Pope mi scrisse nello stesso tempo che, qualora in Egitto trovassi difficoltà da parte del consolato inglese o del governo egiziano, mi potevo rivolgere a Londra alla Casa dei Comuni, ove egli sarà felice di accordarmi protezione, affinché io venga a capo della mia impresa.
860
A Don Goffredo Noecker - 9.1864
Con questa lettera commendatizia e con parecchie altre che mi potevano essere di utilità presso parecchi consoli di Egitto, ricevuta la benedizione del S. Padre, partii dall'eterna Città e montai a Civitavecchia sul "Carmel", bastimento francese, che mi portò fino a Malta. Questo viaggio sul "Carmel" riuscì più fortunato di quello che avevo fatto sulla "Stella d'Italia" da Genova a Napoli, nel quale i miei quattro neri ebbero molto a soffrire. Ma ancor più periglioso fu il viaggio da Malta ad Alessandria sul piroscafo francese "Euphrat", che si lasciava spronfondare nel mare a cagione d'una terribile burrasca, la quale ci gettò in grande spavento. Con l'aiuto di Dio giungemmo sulla sponda africana davanti ad Alessandria.
861
Al Cairo ebbi la fortuna di parlare col polacco P. Anastasio, che era appena arrivato dall'India. Là egli aveva saputo che sia a Bombay che sulle coste del Malabar c'era un gran numero di neri che io avrei potuto acquistare con grande facilità; parecchi di loro erano stati offerti anche a lui ma egli non aveva potuto accettarli con sé, perché non sapeva che farne. Senza fermarmi di più in Egitto, partii in treno per Suez, dove m'imbarcai sul "Nepual", un piroscafo della società inglese di navigazione peninsulare-orientale. Per un posto di seconda classe dovetti pagare 450 fr.
Dopo sette giorni di pericoloso viaggio, lungo tutto il Mar Rosso, giunsi ad Aden.
862
Tralascio di parlare della mia sosta a Bombay e sulle coste del Zanguebar, perché queste scappate restarono senza successo, giacché tutti i neri che vi trovai o erano stati impiegati presso gli indiani o presso i cattolici portoghesi o non mi furono consegnati. Mi soffermo solo su quello che mi accadde d'interessante ad Aden.
863
Ritengo necessario spiegare il fenomeno di quel trovarsi così tanti neri sulla costa dell'Arabia. All'inizio del 1860 parecchi giallaba (schiavisti abissini) percorsero il loro paese e le vaste regioni dei Galla, del Tigrè, di Ankober, del Gudru, di Omara, degli Ascialla, di Damo, Nagaramo, Dobbi, Ammaia, Sodo, Nono, Sima ecc. e catturarono più di 400 schiavi, uomini e donne. E' orribile il modo con cui questi ladroni s'impadroniscono dei poveri neri. Essi si servirono dell'ospitalità trovata presso alcune famiglie galla per conoscere con precisione la preda che essi volevano fare e di notte rubarono i fanciulli, li posero sui cavalli e dromedari e fuggirono verso il sud. Parecchi genitori che conoscevano il pericolo dei loro figli, furono uccisi allorché tentarono di opporsi alla mostruosa rapina.
864
Il nostro povero Pietro Bullo era stato rubato in simile maniera. Si era scostato un po' dal tukul in cui abitavano i suoi genitori, per giocare con gli altri fanciulli; là ricevette in regalo da un giallaba, Haymin Badassi, alcuni frutti di bosco, e fu condotto sempre più lontano dalla casa insieme con la maggioranza dei compagni di gioco. Ma tutto ad un tratto i giallaba si impadronirono di lui e degli altri fanciulli e li posero sui cavalli. Per impedire le sue grida gli si chiuse saldamente la bocca e si avvolse la sua testa in fasce di cotone, così da togliergli ogni possibilità di vedere e di gridare. Ma ciò non arrestò le grida degli altri fanciulli, che erano stati rapiti e allorché poi la madre di Pietro si affrettò in questa direzione e tra i lamenti reclamò il suo figliolo, cadde a terra morta, colpita da una lancia.
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I giallaba per tre mesi viaggiarono sempre verso sud; poi si riunirono insieme sulle coste di Zanzibar; colà caricarono 400 neri, dei quali i più erano fanciulli, su tre navi a vela. Li condussero quindi in direzione del Golfo Persico e di Maskat, sui cui mercati, come pure su quelli dell'interno dell'Arabia, essi pensavano di vendere i fanciulli. Vale a dire che in questi paesi la tratta degli schiavi non è sorvegliata dalle potenze europee e perciò può esservi esercitata senza tema di punizione. Non posso esprimere quanto abbiano sofferto questi poveri fanciulli nel viaggio da Zanzibar al capo Guardafui. In Aden venni a sapere da parecchi, che si erano trovati su queste navi arabe, che i fanciulli avevano ricevuto da mangiare una volta ogni tre giorni e che alcuni, i quali soccombettero per fame o morirono in seguito a maltrattamenti o ad altre sofferenze, erano stati gettati in mare. Parecchi di loro morirono ancor nel viaggio tra il paese dei Galla e le coste di Zanzibar.
866
Mentre poi le tre navi giravano il capo Guardafui, furono assalite dai Somali. Costoro sono gli abitatori delle coste, i quali, quantunque siano anch'essi neri, tuttavia dal governo inglese di Aden avevano l'incarico di sorvegliare la tratta dei neri e di denunciare al governatore di Aden tutti coloro che essi avessero trovato possessori di neri e che essi sospettassero esercitare la tratta sulle coste del loro vasto paese. S'impadronirono dei fanciulli e degli strumenti di questo infame traffico i quali, senza raggiungere il loro intento, cercarono di aizzare contro ognuno e specialmente i più forti che erano sulle navi, dicendo loro che i somali li ucciderebbero tutti. I somali allora montarono sulle navi, legarono gli schiavisti e i ragazzi più pericolosi e fecero vela verso la costa di Aden. Avvicinandosi essi a questa città, venne loro incontro una truppa di soldati inglesi; gli schiavisti e i padroni delle tre navi i quali, temendo di incorrere nella pena di morte, tremavano di paura, fecero gli ultimi sforzi per eccitare i ragazzi alla ribellione contro i domatori, continuando ad assicurar loro che in potere di quelli sarebbero morti certamente a furia di sofferenze e di bastonate; e che prima li avrebbero nutriti abbondantemente senza dubbio per poi ucciderli nel modo suddetto e prepararli a modo di pasto.
E i ragazzi infatti si sollevarono e ne gettarono alcuni in mare, ma nello stesso tempo ebbero anche da piangere la morte e il ferimento di parecchi loro camerati. Il nostro piccolo Pietro non aveva avuto da soffrir alcunché dei trattamenti a cui tutti erano stati sottoposti. Finalmente giunsero a Aden, discesero, ivi furono circondati dai soldati inglesi e condotti nel mezzo di una gran piazza, ove dovettero restare per più giorni.
867
A Don Goffredo Noecker - 9.1864
Nulla dico delle dissolutezze che poterono aver luogo nel viaggio da Zanzibar a Aden tra quella truppa di poveri ragazzi e ragazze, che nelle navi erano fortemente legati assieme come capre e che erano abbandonati all'arbitrio di uomini immorali e bestiali, dai quali furono custoditi e accompagnati per più di un mese. Che sorte abbiano avuto gli schiavisti, questi strumenti dell'ingiustizia, non posso notificarglielo, perché di questo non seppi nulla di certo a Aden. So unicamente che i fanciulli alcuni giorni dopo il loro arrivo a Aden furono disposti in fila indiana nel mezzo di una gran piazza, dove poi ragazzi e giovanette furono destinati l'un per l'altro secondo la statura. Di tali matrimoni se ne conclusero più di un centinaio in un sol giorno. Furono quindi messi tutti in libertà dagli inglesi. Parecchie di queste coppie nere, che erano forti e adatte al lavoro, s'imbarcarono e furono portate a Bombay e sulle coste del Malabar.
868
Un certo numero di ragazzi che a causa della loro giovane età non erano ancor abili al matrimonio, restarono a Aden. Ivi 14 ragazzi e similmente 3 ragazze furono collocate presso un mercante spagnolo per pulire il caffè nei suoi grandi magazzini. Questo mercante era il Sig. Bonaventura Mass, del quale aveva una grandissima stima tanto la Missione come il Superiore della stessa, un cappuccino spagnolo. A nessuno nel frattempo era venuto in mente di prendersi cura dei poveri neri. Nessuno pensò di procurar loro il più grande beneficio, la più bella benedizione celeste, la fede cattolica.
869
Ma la Divina Provvidenza, sempre ricca in misericordia, mandò loro a Aden un angelo di pace nella persona di Mons. Spelta, vescovo del Hu-pè, visitatore apostolico della Cina, il quale nel suo passaggio per Aden vi si fermò sei ore. Venne a conoscenza della storia di questi fanciulli e indusse il Prefetto apostolico di Aden, il P. Giovenale da Tortosa a interessarsene, a istruirli, a farli prender parte ai lavori della stazione missionaria e a mandarli in Europa dove parecchi Istituti si sarebbero incaricati della loro educazione e si sarebbero adoprati di metterli su una buona strada. Il P. Giovenale corrispose al consiglio del vescovo e distribuì i fanciulli nelle case dei cattolici; tre li tenne lui per il servizio della sua casa. Ogni sera si radunavano nella casa della Missione. Ivi un soldato irlandese impartiva loro con zelo straordinario l'insegnamento meccanico del catechismo inglese, che i fanciulli imparavano a memoria in modo non meno meccanico. Essendo i fanciulli di grande talento impararono ben presto anche la lingua indù, parlata a Aden come l'arabo.
870
Al mio arrivo a Aden trovai 12 ragazzi e due giovanette (galla) nelle condizioni surriferite. Mio primo pensiero fu quello di celare lo scopo del mio viaggio a tutti ed anche allo stesso P. Giovenale, poscia per poter provvedere al mio interesse mi studiai per prima cosa di non insospettire il governo e il clero inglese, giacché quest'ultimo con occhi gelosi vede arrivare qualsiasi straniero, ma soprattutto qualsiasi prete. P. Giovenale perciò mi credette solo di passaggio da Bombay a Suez e quindi mi narrò ingenuamente tutta la storia dei fanciulli. Procurai di esaminarli bene e per questo andai a trovarli nelle loro abitazioni. Io li avevo già esaminati nella casa della Missione, dove una sera si erano radunati per imparare le preghiere e il catechismo cattolico. In fine posi l'occhio su 9 fanciulli, tra i quali si trovava anche il nostro Pietro Bullo che, sebbene uno dei più piccoli, tradiva però un'intelligenza straordinaria, una rara docilità, unita a una grande docilità alla grazia di Gesù Cristo; si poteva sperare di lui che sarebbe diventato un cattolico zelante e utile. Gli altri ragazzi non mi sembravano atti allo scopo del mio Istituto; le giovanette si ricusavano di seguirmi.
871
A questo punto palesai i miei piani al P. Giovenale, il quale mi aiutò a riuscire nel mio intento. Andò dai padroni dei ragazzi e li indusse a rilasciarmeli. Naturalmente io cercai con ogni espediente di guadagnarmi il cuore dei fanciulli. E tutti, eccetto Antonio Dubale si decisero di seguirmi in Europa.
Il nostro Pietro, il quale abitava presso un medico indiano, non era capace di star lontano da me, per più di due ore. Dichiarò poi al suo padrone che non apparteneva più a lui, ma a me e volle inoltre abitare con me nella casa della missione. Inutilmente il medico chiedeva al piccolo di rimanere lo stesso con lui fino alla mia partenza, quando gli avrebbe dato il permesso di seguirmi. Pietro non volle e venne da me. E fece tanto baccano per cagion mia che col suo entusiasmo mise in favor mio anche il figlio del medico; l'indianello dodicenne veniva ripetutamente da me nella casa della missione e mi pregava di accogliere anche lui per i collegi di Europa. Nonostante che io glielo negassi sempre, egli non cessava di supplicarmi ad ogni istante di portarlo meco in Europa. Un giorno dopo che aveva insistito di nuovo, a lungo e con insistenza, io gli dissi: "Non ti posso prendere perché tu non sei nero, mentre il mio Istituto è fondato solo per i neri". "Allora", mi rispose, "diventerò nero; proverò a colorirmi di nero con l'inchiostro, e poi potrò venire e restare con te; io lascio volentieri mio padre per seguire te".
872
Ebbi un bel da fare per avere Giovanni e Battista, ma alla fine con l'aiuto del P. Giovenale potei avere più di otto fanciulli. Ora mi restavano da superare le difficoltà più gravi, che avevo da temere da parte del governo inglese dell'India, dato che è sempre contrario al cattolicesimo. P. Giovenale non poteva aiutarmi in ciò, perché era in discordia col governatore, che l'aveva obbligato a pagare il 4% di tassa per la chiesa e considerava come cosa privata l'arredamento della chiesa e i paramenti sacerdotali.
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Pieno di fiducia in Dio che è morto anche per l'Africa, mi presentai al governatore e lo pregai di interrogare i due ragazzi che io gli portavo, se volessero seguirmi in Europa, e inoltre lo pregai che, qualora avesse trovato che essi avevano abbracciato di spontanea volontà una tal decisione, li mettesse in libertà, procurasse loro un passaporto e facesse il favore di sottoscriverli come sudditi anglo-indiani. Fatta dapprima qualche difficoltà, mi accordò poi ciò che desideravo. Allora presi coraggio e pensai bene di portargli dinanzi anche gli altri 6 giovani galla; ma egli non ne voleva sapere. Però non smettendola io di seccarlo con suppliche, lo indussi a chiedere consiglio ai membri del governo tra i quali c'era anche il pastore inglese. Discussero la cosa e avanzarono il sospetto che io fossi venuto per far proseliti; inoltre dichiararono che io agivo contro la legge, che proibisce il commercio degli schiavi.
874
Decisero pertanto di non accontentarmi. Allora io dichiarai all'adunanza che mi sarei rivolto al governo stesso per ottenere protezione a questi poveri fanciulli, che volevano far uso pieno della loro libertà e, secondo il loro desiderio, volevano seguir me in Europa; ma tutto era inutile. Dimostrai allora al governatore che egli era obbligato a proteggere la libertà di questi fanciulli dimoranti in territori britannici e che se egli dava loro il permesso di seguirmi non faceva altro che proteggere la loro libertà. Gli esposi anche altre ragioni e argomenti per ottenere la protezione inglese, e infine il governatore decise di esaminare i fanciulli. Presentai quindi al governatore, consigliere municipale Playfair, i fanciulli, che avevo già ammaestrati tutti sul modo con cui dovevano rispondere. Egli li esaminò tutti ad uno ad uno, diede a tutti la dichiarazione di libertà insieme a un passaporto indiano e li iscrisse come sudditi inglesi. Con queste tre carte io ero sicuro di poter portar meco gli otto fanciulli galla.
875
A Don Goffredo Noecker - 9.1864
Ora mi mancava Antonio, il quale avrebbe avuto piacere di seguirmi, ma non si era ancor deciso a farlo, perché il suo padrone, un inglese di nome Greek, che lo trattava molto bene non voleva lasciarlo. Questi, appena s'accorse che io avevo l'intenzione di portarmi via il piccolo, della qual cosa aveva paura per gli eccellenti servizi che prestava a casa sua, proibì ad Antonio di frequentare la casa della missione. Sennonché Antonio, il quale intelligentissimo capiva che se restava nella casa del suo padrone, non avrebbe potuto abbracciare il cattolicesimo, si decise di seguirmi contro la volontà del padrone. Il Sig. Greek (impiegato governativo) scoprì l'intenzione del suo piccolo nero, non lo lasciò più solo un momento e lo portava sempre seco nel suo ufficio per timore che io, approfittando della sua assenza, avessi a convincere il ragazzo a seguirmi. E certamente aveva ragione. Io andai più volte alla casa del Signor Greek e lo pregai di cedermi il ragazzo; ma tutte le mie suppliche furono vane. Allora mandai il P. Giovenale dall'ufficiale inglese, ma questi gli diede per risposta che se il Signor Comboni voleva insistere a portar via con sé il ragazzo e a chiederlo al Governatore poteva arrivare al punto di vedersi tolti di nuovo anche gli altri fanciulli.
876
Il P. Giovenale mi riportò questa risposta, che io interpretai in un senso buono per me. Due giorni dopo feci visita al Sig. Greek nel suo ufficio che si trovava nella casa dal Governatore; discutemmo di politica, di commercio, della gloriosa storia d'Inghilterra, delle sue conquiste, dell'influsso che essa esercitò sulla civilizzazione dell'America e dell'Australia. Dopo aver passato così in chiacchiere un'ora, arrivò all'ufficio gente per sbrigare i loro affari. Il Sig. Greek sembrava disposto a volermi licenziare, ma io fingevo di non accorgermene. Lasciai entrare molta gente e io mi ritirai un po' indietro per osservare i quadri e le carte geografiche in quella parte della stanza dove stava Antonio. Visto il Sig. Greek molto occupato con le persone venute da lui, mi avvicinai pian piano alla porta, feci segno ad Antonio di seguirmi e col ragazzo lasciai l'ufficio ad insaputa dell'inglese. Andai immediatamente dal Sig. Playfair, gli presentai Antonio e gli dissi: "Ecco qui un altro fanciullo che vuole seguirmi; abbia la bontà di esaminarlo e, se trova che ha veramente voglia di divenire allievo del mio Istituto di Verona, lo dichiari libero, gli rilasci un passaporto e lo iscriva nella lista dei sudditi inglesi". Il Governatore accondiscese a tutte le mie domande.
877
Appena di ritorno alla casa della missione dissi al Prefetto Apostolico: "Ecco il ragazzo desiderato, vada dal signor Greek e gli dica che ho adempiuto la sua volontà, gli dica che per la di Lei mediazione mi aveva fatto comprendere come, se volevo avere il ragazzo, dovevo andare dal governatore; ora io sono in possesso del fanciullo appunto perché sono andato dal governatore il quale mi ha concesso tutto, come Lei può vedere da queste carte". Il Prefetto andò dal signor Greek e gli riferì tutto; il signor Greek era adiratissimo; venne alla casa della missione, minacciò di battermi e di farmi perdere nuovamente tutti i fanciulli.
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Egli voleva togliermi con la violenza il piccolo Antonio, ma io gli dissi: "Signore, con la vostra condotta voi vi compromettereste, voi agite contro la libertà del nero il quale vuol venire dietro a me; se voi volete impadronirvi del fanciullo con la forza voi vi mettete contro la legge, vi rendete colpevole del delitto dei giallaba e incorrerete nella stessa punizione di loro. Il governatore non può muovere un dito contro di me e contro il ragazzo, perché io tengo in mano l'autorizzazione legale scritta, che mostrerò al governo a Londra, qualora osasse richiedermi i documenti. Voi allora, come il governatore riceverete la punizione della vostra ingiustizia". Queste mie parole e gli argomenti del Prefetto Apostolico disarmarono il signor Greek che bevve con noi un paio di bottiglie di buon Porter (birra inglese) e diventammo amici.
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Ad Aden potevo far conto solo su 9 ragazzini; ma questo numero era troppo piccolo per lo scopo del mio viaggio. Sul "Nepaul" seppi da un missionario il quale andava ad un congresso di missionari che doveva aver luogo nella parte sud-orientale del Madagascar, che nel canale di Mozambico c'era un gran numero di schiavi neri, i quali venivano venduti per 50 fr. l'uno. Il signor Mass di Aden, il quale era stato più volte a Mozambico e aveva un intenso traffico con le isole adiacenti Mayotte, Nos-Beh e Comore, mi accertò della verità di questa relazione. Mi promise la sua protezione e trasporto gratuito dei neri da Mayotte a Marsiglia e proprio sulle sue navi, le quali dovevano prendere la via del Capo di Buona Speranza e attraversare l'Oceano Atlantico. Ma come eseguire questo piano, quando non mi restavano che 600 fr.? Il mio Superiore Don Mazza avanti la mia partenza mi aveva dato 2000 fr. e mi aveva detto: "Prendi questo denaro; di più non ne ho; prega il buon Dio che me ne faccia arrivare dell'altro; allora ti spedirò un'altra buona somma". Supplicai il Signore con insistenza e costanza, ma il Signore non esaudì la mia preghiera, perché il mio Superiore in tutto il mio viaggio non mi mandò neppure un quattrino.
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A Don Goffredo Noecker - 9.1864
Allora risolvetti di rimandare l'attuazione di tutto il mio piano, di recarmi in Europa e di trattare la questione della compera dei neri di Mozambico con il P. Olivieri. Infatti proposi quest'affare al Cairo a Don Biagio Verri, che mi pareva molto disposto a seguirmi sulla costa sud-orientale dell'Africa; ma poi quando mi consigliai col P. Olivieri, quel santo vecchio mi rispose che non si sentiva abbastanza in gamba per l'attuazione di questo immenso piano e per la lotta contro le innumerevoli difficoltà e pericoli che erano da aspettarsi nel viaggio attorno al Capo e sull'Oceano Atlantico.
Restai quindi a Aden coi miei 9 ragazzi e coi 600 fr. che mi sopravvanzavano e con una somma tale non sapevo proprio come fare a portarmi in Europa. Ma la Provvidenza nell'esecuzione delle opere che tornano a gloria di Dio viene sempre in soccorso. Arrivò ben presto a Aden una fregata francese, la "Du Chayla", comandata dal capitano Tricault, l'attuale segretario generale della marina francese a Parigi. La fregata proveniva dalla Cina e era diretta per Suez; aveva a bordo sua Ecc. il barone Cross, ambasciatore straordinario presso le corti del Giappone e della Cina. Il Barone Cross aveva concluso un trattato commerciale tra la Francia e l'impero celeste. Mi presentai al comandante e all'ambasciatore e parlai loro dell'Africa Centrale e dello scopo della mia impresa; gli mostrai come io avrei potuto provvedere all'ufficio di cappellano della nave, dato che questi era caduto ammalato a Ceylon. Il barone Cross e il signor Tricualt furono così generosi da concedere viaggio e posto gratuito sulla fregata da Aden a Suez non solo a me ma anche ai miei 9 negri.
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Il viaggio lungo il Mar Rosso fu compiuto in 11 giorni; ma tra Mokha e Suakim fummo colti da una furiosa burrasca che raggiunse il culmine di fronte a Dieddah. Finalmente il 25 marzo arrivammo a Suez, 19 colpi di cannone salutarono l'arrivo dell'ambasciatore francese sul suolo egiziano. Al 26 giungemmo al Cairo assieme a Said Pascià, vicerè d'Egitto, il quale tornava da un pellegrinaggio alla Mecca. I miei neri si trovavano benone. Appena arrivato al Cairo, mi recai subito da Sua Ecc. Sir Colquehonn, agente e console generale di sua Maestà britannica in Egitto, per consegnargli la lettera di raccomandazione del signor Odo Russel, ambasciatore inglese a Roma. In questa lettera si pregava il governo inglese di lasciar passare tutti i ragazzi che io conducevo da Alessandria in Europa.
Il console generale mi accolse con molta cortesia e ci recammo insieme dal Pascià; mostrandogli i passaporti e la carta nella quale i fanciulli erano dichiarati sudditi inglesi dell'India (poiché Aden è sotto il governatore generale di Bombay), mi si fece un firmano, sottoscritto dal Pascià e nel quale si ingiungeva al capo doganiere di Alessandria di lasciar passare i piccoli indiani accompagnati da Daniele Comboni. Allora essendomi riuscito così bene questo affare, il signor Kirchner, provicario apostolico dell'Africa Centrale, mi affidò un'altra giovinetta di nome Caterina Zenab.
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Caterina Zenab dimorava presso le suore del Buon Pastore; essa ci aveva aiutati un giorno nella compilazione di un vocabolario, quando noi lavoravamo tra i Kich, che abitano sul Fiume Bianco al 6 di latitudine nord.
Poi partii per Alessandria coi 9 fanciulli e pregai le suore del Buon Pastore di condurmivi tra due giorni anche la negra Caterina Zenab. Trovandomi in gravi strettezze pecuniarie per prima cosa cercai un viaggio gratis in Europa. La Provvidenza mi aiutò di nuovo: all'ufficio del viceammiraglio francese mi si concesse il viaggio da Alessandria a Marsiglia e dovetti pagare soltanto 400 fr. per il vitto. Allora feci sottoscrivere il firmano al governatore di Alessandria, Rashid Pascià. Dal console generale austriaco ottenni anche per Caterina Zenab un passaporto ed una carta con la quale questa nera veniva dichiarata suddita austriaca, come proveniente dalla casa della missione austriaca di Khartoum. Quattro ore prima della partenza del "Marsey" andavo al porto coi 9 ragazzi per imbarcarci; e prima avevo incaricato due suore di carità che due ore più tardi mi portassero sulla nave la nera.
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L'anno prima avevano preso il P. Olivieri con i suoi 5 neri, e ora si sospettò che io fossi un suo aiutante e che avessi comperato neri per portarli in Europa. Perciò mi si obbligò ad entrare coi ragazzi nell'ufficio del capodogana e a spiegarmi meglio sull'affare degli schiavi; i miei neri li ritenevano per abissini (e difatti i galla hanno la stessa carnagione e la stessa fisionomia). Trassi di tasca il firmano del Pascià, e il capo o meglio lo sceicco lo lesse, osservò attentamente il volto dei fanciulli ed esclamò: "Questi fanciulli non sono indiani, ma vengono dall'Abissinia. Il Pascià (continuò) non ha veduto i fanciulli, perché se li avesse veduti, certamente non avrebbe fatto questo firmano". Allora io tirai fuori le carte del governatore di Aden, mentre gli facevo osservare che, se i fanciulli non fossero indiani, il governatore di Aden non mi avrebbe rilasciato alcun passaporto. Io insistevo che i fanciulli erano realmente sudditi del governo inglese. Lo sceicco ci fece circondare di guardie e ordinò loro di condurci in una stanza del palazzo delle carceri, dove si tenevano gli accusati prima della condanna.
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Tutte le mie discolpe riuscirono vane, inefficaci tutte le ragioni che portavo per indurli a lasciarmi andare con i fanciulli sul bastimento francese. Anzi si ordinò di condurci in prigione. Mi industriai anzitutto di riavere indietro dallo sceicco tutte le carte poiché più tardi mi potevano servire per la mia discolpa e inoltre feci recapitare alle buone suore di carità una lettera in cui le pregavo di tenere in convento la nera fino a ulteriori notizie. Poi fummo condotti in carcere. Vi trascorremmo un paio d'ore, durante le quali gli ufficiali turchi di guardia rivolsero ai fanciulli mille domande. A me minacciarono tre fucilate nel petto. Io sorridevo senza rispondere nulla, mentre in indiano, che in Egitto non è compreso, ordinavo ai fanciulli: "Tanda Makharo, ciprausap boito - state quieti e fate silenzio, - daiman ciprau daiman ciprau - fate silenzio e non rispondete".
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Dopo un paio d'ore io dissi a uno degli ufficiali: "Chiamatemi il capodogana ovvero conducetemi da lui". Ripetei con energia questa domanda, e allora egli si decise di andare dallo sceicco e di condurlo da me. Appena fu entrato io gli dissi: "Voi mi intrattenete qui dentro; non sapete che io sono europeo? Il vostro delitto vi costerà caro"; mi rispose lui: "Lei ha comperato Abissini al Cairo o ad Alessandria e per poterli porta via da Alessandria in Europa, il che è già per se stesso proibito, ha corrotto alcuni ufficiali del consolato inglese per aver le carte con cui i fanciulli vengono dichiarati indiani. Ma io so distinguere molto bene gli indiani dagli abissini, perché i neri il passaporto lo portano sui loro volti; questi sono abissini che lei ha comperato nonostante il recente divieto di Said Pascià; perciò lei pagherà cara la sua infrazione".
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I miei tentativi per provargli che i fanciulli erano indiani e non abissini e che venivano dall'India (infatti Aden quanto a governo è sotto l'India) furono senza successo. Con altrettanto insuccesso gli provai che l'Egitto doveva render conto all'Inghilterra dell'ingiuria che uno dei suoi doganieri commetteva contro la libertà di un europeo e contro i sudditi appartenenti alla corona inglese, tutti muniti dei necessari passaporti. Infine gli dissi in tono severo: "Non sapete che io sono europeo? non sapete che tenendomi in prigione nonostante che io abbia tutte le mie carte in regola, voi vi rendete reo? Se entro tre ore non mi metterete in libertà, vi garantisco che voi non sarete più sicuro della vostra testa; io saprò giungere a tanto da farvi punire con la morte, perché avete imprigionato un europeo. Ancorché io mi fossi reso reo dei più gravi delitti, non vi sarebbe lecito tenermi prigioniero; voi allora dovrete condurmi dal rappresentante della mia nazione, dal Console, perché soltanto lui avrebbe il diritto di giudicarmi; io conosco la vostra legge meglio che non la conosciate voi. Guai a voi se non mi mettete in libertà".
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Parlammo insieme in modo animato certamente per un altro quarto d'ora; nel frattempo lo sceicco si era lasciato prendere nuovamente da una gran paura. Si apparecchiava ad andarsene, quando poi tornò indietro a rimettermi in libertà. Prima di seguirlo ordinai in indiano ai fanciulli di non parlare né arabo né abissino né galla, ma di conservare il più rigoroso silenzio, perché altrimenti poteva andar di mezzo la loro testa. Uscendo dal carcere, io dissi in arabo allo sceicco: "Oggi a me, domani a te", per le quali parole lo incolse una gran paura.
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Cercai subito dal signor Sidney Smith Launders, console commerciale britannico ad Alessandria, che il fatto mio riguardava in quanto che in Egitto era considerato come una cosa di commercio. Gli consegnai una lettera scrittagli per me dal Cairo dal console generale inglese Colquehonn e io gli spiegavo come stava la mia faccenda. Il console mi trattò molto amichevolmente, ma restò sorpreso alla mia supplica, e mi negò la sua assistenza; infatti egli aveva dovuto immischiarsi già altre volte in questi affari di neri del P. Olivieri, la qual cosa l'aveva seccato molto, perché, quando si trattava di neri, aveva trovato il governo egiziano sempre ostile. Lo supplicai con le lagrime agli occhi di prestarmi appoggio lo stesso presso il Pascià di Alessandria e di poter far valere davanti a lui il firmano del vicerè Said che conteneva ordini. Con rincrescimento ma mi negò il suo aiuto. Allora io gli dissi con tutta l'energia: "Voi siete obbligato a interessarvi presso il Pascià per questi neri, che sono non già schiavi, ma sudditi inglesi. Il governo egiziano con ciò stesso che li ha messi in prigione e non vuol lasciarli partire da Alessandria, ha abusato del suo potere, ha leso i diritti di uomini liberi, ha offeso il governo inglese disprezzando il sigillo e la firma di un governatore inglese. Voi ad Ales-sandria rappresentate l'Inghilterra. E perciò dovete vendicare l'onta recata al nome e all'autorità inglese".
Il console allora riconobbe il suo dovere e volle prestarmi la sua protezione; ma l'ingerirsi in quest'affare gli costò sacrificio. Molto afflitto per questo io gli dissi: "Se voi non vi convincete che il nome del governo inglese è stato gravemente offeso dal governo egiziano per essersi rifiutato di lasciar salpare da Alessandria per l'Europa questi fanciulli, sudditi di sua Maestà la regina Vittoria muniti di passaporti inglesi, mi sento obbligato ad andare io stesso a Londra e a portare l'affare dinanzi allo stesso governo inglese, un passo dal quale voi certo ricaverete nessuna lode. Pensate bene che in forza del vostro dovere voi siete obbligato a proteggere questi fanciulli e a impedire che il nome inglese sia disprezzato".
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Sir Sidney allora conobbe quello che doveva fare e, quando andai dal Rascid, governatore di Alessandria, mi diede il suo interprete.
Le mie minacce avevano prodotto sul capodogana una impressione tale, che subito dopo la mia liberazione dal carcere se n'era andato dal Pascià e gli aveva raccontato a modo suo l'affare dei neri. Giunti al Divano davanti al Pascià Rascid, io presi la parola e dissi il Pascià: "Perché i vostri doganieri non hanno permesso ai miei indianelli
il passaggio per il porto di Alessandria verso il bastimento francese, nonostante che portassero con sé passaporti in regola e il firmano dell'Effendina (= nostro signore), vicerè d'Egitto?". "I miei impiegati hanno fatto il loro dovere", rispose il Pascià, "perché questii
anciulli non sono indiani, come lei ha dichiarato dinanzi all'Effendina Said. Sono convinto che siano schiavi abissini che lei ha comperato al Cairo o ad Alessandria e che per poterli portare in Europa lei ha corrotto alcuni ufficiali del consolato inglese i quali poi, hanno abusato del sigillo e del visto del console, avendo
ei dichiarato che i fanciulli non erano abissini, ma che provenivano dall'India. Gli indiani non sono neri, questi fanciulli invece sono neri. Il vicerè si lasciò gabbare dalla dichiarazione degli impiegati inglesi e concesse loro un firmano, senza aver visti i fanciulli. Lei
ha commesso un grave delitto che verrà a costarle caro; glielo assicuro dal Dio misericordioso e buono: bism Allah errahmàn errahim".
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A quest'accusa era facile rispondere.
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Io risposi a Rascid Pascià: "Questi fanciulli non sono abissini, ma indiani, colui che vi ha detto che i fanciulli sono schiavi da me comperati al Cairo o ad Alessandria è un mentitore; essi sono indiani che vengono direttamente dall'India. Voi potete rivolgervi per questo al console francese che ha sentito molto parlare di me e dei miei ragazzi, e all'ambasciatore francese in Cina che è passato per Alessandria una settimana fa. Tre signori che al presente si trovano in città possono confermare questo fatto. Voi potete far telegrafare a Suez, dove si trova il "Du Chayla", che mi ha trasportato in Egitto con questi fanciulli. Infine voi dovrete ben dare valore anche al firmano del vicerè ed alle carte e passaporti che mi si diedero nelle Indie. Voi siete un uomo giusto, un figlio del profeta, il quale ha occhi puri, che non si lasciano offuscare dalle nubi dell'empietà. Esercitate perciò la giustizia e il vostro dovere; bism Allah errahmàn errahim".
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Rascid Pascià sembrava persuaso, ma i suoi dubbi non lo lasciavano del tutto in pace, poiché egli mi disse: "Chi può garantirmi che questi fanciulli non siano abissini? Chi può provarmi in nome di Dio che siano indiani e che lei non li abbia comperati in Egitto?". "Queste carte", risposi io, mentre gli mostravo i passaporti firmati a Aden, "queste carte dimostrano che io dico il vero; se voi non lasciate passare i miei ragazzi voi disprezzate il sigillo della nazione inglese e io vi giuro da parte di Dio che l'Inghilterra vorrà da voi soddisfazione: bism Allah".
Questionammo così con animosità per una mezz'ora; il Pascià aveva una filastrocca di obiezioni ed io altrettanti argomenti per fargli apparir chiaro che i fanciulli erano sudditi del governo anglo-indiano. Lo sceicco dei doganieri, presente alla scena, sussurrò all'orecchio del governatore che la carnagione dei fanciulli era di colorito nero. Allora il Pascià volle vederli, protestando che se erano bianchi li metteva in libertà; ma in caso contrario li avrebbe tenuti in prigione. Ora la cosa diventava molto pericolosa per me, perché i fanciulli erano neri, circostanza molto pericolosa per me, se essa bastava a indurre ancor più il Pascià a seguire il consiglio e l'opinione dello sceicco. Più volte il Pascià mostrò desiderio di vedere i fanciulli dicendo: "Fate venir avanti i fanciulli; se sono bianchi, li metto in libertà, se no rimangono in arresto". "Per decidere la questione non è necessario vedere i fanciulli: il firmano del vicerè e i passaporti inglesi devono bastarvi".
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"Ma io voglio vederli gli schiavi", diceva lui. Quattro volte mi rifiutai di condurgli davanti i fanciulli, perché ciò mi pareva troppo arrischiato. Ma alla fine dovetti cedere agli ordini del Pascià, e, accompagnato da due guardie, andai a prendere i fanciulli. Essi eran pieni di paura e nella prigionia avevano sofferto molto. Mostrai loro che li avrei presentati al grande Pascià, davanti al quale non dovevano parlare né arabo né abissino, ma soltanto indiano, altrimenti ne andava la loro testa. Questa cosa la ripetei più volte in indiano e li esortai a confidare in Dio che li avrebbe salvati.
Poi andai con i fanciulli e con le guardie da Rascid Pascià. Appena che fummo entrati nel grande divano, in cui stavano radunate più di 24 persone, tutto esclamarono: "Homma Hhabbaih Kollohom - sono tutti abissini". Io dicevo di no, perché, quantunque la fisionomia dei galla sia come quella degli abissini, tuttavia i galla non sono abissini. Ma si continuava lo stesso a dire che erano abissini e io da solo a sostenere che erano indiani. Dopo un lunga disputa, io mi rivolsi al Pascià e gli dissi: "Bene, se i miei fanciulli devono essere assolutamente abissini, fate chiamar qua qualcuno degli abissini che vivono in gran numero in Alessandria. Ordinate loro di far delle domande ai ragazzi e si vedrà chiaramente: se essi parlano o capiscono l'abis-sino, voi avete ragione e potrete tenerli in prigione, ma se non capiscono l'abissino, voi dovete metterli in libertà".
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La mia proposta fu accettata da tutti i membri del grande Divano; si chiamarono lì subito tre abissini, che, appena visti i fanciulli, si dissero l'un l'altro: "Questi fanciulli vengono dalla nostra patria. Donde venite? Chi vi ha comperati? Dove avete visto per la prima volta il vostro padrone? Tutte queste domande erano molto insidiose. Ma i fanciulli non diedero risposta; invece ad ogni domanda rivolgevano gli occhi a me che in indiano ordinavo loro di tacere. Un abissino disse ai fanciulli: "Rispondete pure, o figli del profeta, il vostro signore comanda di rispondere". I fanciulli tuttavia facevano silenzio. Onde gli abissini dichiararono che i miei fanciulli evidentemente non capivano l'abissino e perciò non appartenevano alla loro nazione. In breve, ricorderò che il Pascià fece venire degli indiani, che erano impiegati presso il consolato inglese. Rivolsero ai fanciulli ogni sorta di domande, e questi risposero assai bene. Gli indiani dichiararono che i fanciulli parlavano l'indiano appena un pochino; ma io affermai che lo sapevano bene.
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Nel dialogo il piccolo Bullo per poco non mi compromise, avendo egli risposto una volta di essere galla. Per fortuna però la risposta pronunciata timidamente non fu percepita e Dio mi aiutò a riparare il danno che poteva derivarne a me, rivolgendo la parola a Giovanni che sapeva benissimo l'indiano. Allora finalmente gli indiani dichiararono al Pascià che i fanciulli erano indiani. "Ora riconosco che sono veramente indiani", disse questi e ordinò di mettere i fanciulli a mia disposizione e di lasciarci partire liberamente per l'Europa. Appena Rascid ebbe dato quest'ordine, lo sceicco divenne pallido. Memore della parola che io gli avevo detto "se in tre ore non mi mettete in libertà i fanciulli, vi giuro per la barba del profeta che non sarete più sicuro della vostra testa" pensava che fosse giunto il momento della mia vendetta. E quindi egli voleva giungere fino al punto da rendermi innocuo. Tutto fuori di sé per la paura si avvicinò al Pascià e gli disse con risolutezza: "Effendina (signor nostro), vi giuro in nome del profeta che questi fanciulli non sono indiani ma abissini. Sono stato più volte in India ma non ho mai incontrato indiani di questo colore. Gli indiani sono quasi bianchi, mentre questi ragazzi sono neri". E infatti aveva ragione, perché gli indiani hanno un colorito diverso da quello degli abissini. Allora il Pascià mi ordinò di discolparmi.
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Io mi trovavo in serio imbarazzo. Mai io avevo invocato con tanto fervore Dio e la Santa Vergine, Regina della Nigrizia, come in questa congiuntura in cui con tanta facilità potevano andar perdute le mie fatiche. Riprendendo animo, diedi uno sguardo di fuoco allo sceicco e in presenza del Pascià: "Può essere benissimo che voi abbiate visitato più volte l'India, ma non credo che siate stato in tutta l'India, altrimenti avreste visto certamente indigeni di questo colorito. L'India è molto grande e, com'è verosimile, voi aveste per meta del vostro viaggio i porti, come: Madras, Calcutta, Bombay, Mangalore, ecc., ma certamente noi non avete visitato l'interno dell'India. Ove vi sono molti territori e città che a voi non sono noti che di nome. Come potete perciò sostenere di conoscere le popolazioni dell'India ed esternare la persuasione che i miei fanciulli non siano indiani?".
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A queste parole il povero sceicco cadde nella più grande costernazione e si vide completamente perduto. "Si, lei ha ragione", rispose costernato, "io non ero mai stato nell'interno dell'India e dei paesi indiani di cui lei mi parla. Si trovano forse presso il Capo di Gal?". "Oh no", gli risposi, "questi territori sono molto più distanti ancora dal Capo di Gal". Si può immaginare quanto io rimanessi lieto al vedere lo sceicco farsi così umile e come io abbia ringraziato di cuore il Signore per il suo pronto aiuto. Dopo questa violenta discussione il Pascià si levò dal suo seggio, prese le mie mani nelle sue e mi disse: "Oquod esteriahh - si segga, si risposi - Vedo chiaramente che lei ha ragione e che questi fanciulli sono indiani; le sue parole si accordano pienamente con le sue carte, perciò non le voglio neppur esaminare le sue carte, poiché mi basta la sua parola; lei è l'uomo della verità e della giustizia; la sua bocca non ha che da aprirsi per ordinare alla mia di far adempiere la sua volontà".
Dettemi queste parole, fece venire chibbuk e caffè; fumai e bevvi, alla salute del Pascià, il quale mi fece le più lusinghiere promesse d'amicizia. Io cercai nel frattempo di dare un'altra piega al discorso e gli dissi che lui era un uomo giusto e che tutta Alessandria risuonava di lodi a lui. Questo era vero. Poi congedatomi coi salam alèk, me ne andai coi miei ragazzi. Appena discesi le scale del palazzo, mi si avvicinò lo sceicco e mi disse: "Sua Altezza ha trovato giustizia secondo il merito; io pensavo che i fanciulli fossero abissini, ma ora sono persuaso che sono indiani. Possa la sua faccia esser risplendente e la sua bocca parlare solo di pace: la allah ila allah ou Mahhommed rassielallah" (non c'è Dio fuori di Dio e Maometto è il suo profeta). Allora io lo fissai con occhi di bracia e gli risposi: "Se io fossi musulmano e figlio del profeta come lo è lei, mi vendicherei di lei e la sua scelleratezza le verrebbe a costare cara, ma io aborrisco il profeta e il suo corano, che comanda la vendetta; io seguo il Vangelo di Gesù Cristo che vuole si perdoni al nemico; perciò io le perdono di tutto cuore e voglio dimenticare tutto ciò che di male lei mi ha fatto; i miei sono sguardi di pace e la mia bocca ha detto le parole del perdono".
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Appena io ebbi proferito queste parole, lo sceicco mi si gettò ai piedi, mi baciò il lembo del mantello esclamando: "La felicità abiti sempre in lei, siano benedetti la barba di suo padre e gli occhi di sua madre. Possa vedere figli e nipoti fino alla terza e quarta generazione; nel chaallah possiate essere eternamente felice ecc.". Poi si alzò e, scambiati e sallamalèk, io me n'andai nella casa dove avevo messo in alloggio i miei ragazzi al nostro arrivo ad Alessandria.
Queste dispute durarono fino al tramonto del sole; intanto il bastimento francese che ci doveva portare a Marsiglia se n'era andato. Ma due giorni dopo presi il bastimento austriaco Lloyd, e per Corfù decisi di navigare alla volta di Trieste. L'Ambasciata francese ebbe la bontà di imprestarmi il denaro. Mi feci dare 60 ghinee e cercai di partire, poiché temevo che i nemici del cattolicesimo denunciassero al governo che i miei fanciulli non erano indigeni dell'India. Coll'agente del Lloyd austriaco presi accordi per fissare a 1210 fr. il viaggio da Alessandria a Trieste e montai sul "Nettuno" con i 9 neri e con la nera Caterina Zenab.
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A Don Goffredo Noecker - 9.1864
Arrivati al porto di Alessandria trovammo lo sceicco che ci aveva tenuto pronta una comoda barca che ci portò gratis al piroscafo austriaco. La traversata durò non 5, ma 8 giorni; essendo stati assaliti da una tremenda burrasca, la più furiosa che il capitano avesse visto in 20 anni da lui trascorsi sul Mediterraneo. I fanciulli restavano attoniti al vedere i monti dell'isola di Candia biancheggiare; essi non avevano mai visto la neve. Il Nettuno, che era comandato da uno dei più bravi capitani del Lloyd austriaco, lungo la costa dalmata dovette ritornare indietro a Corfù. Tuttavia questa burrasca non fu la più tremenda delle 8 (otto) da me subite nei viaggi che questa piccola impresa mi aveva costretto a fare. Ma Dio mi protesse visibilmente fino al nostro felice arrivo a Verona che ebbe luogo il 14 aprile 1861. La Provvidenza mi aiutò anche a pagare in breve i debiti contratti ad Alessandria. Dio sia lodato in eterno!
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Durante la fermata dei miei neri ad Alessandria, era stato raccontato loro dai musulmani che gli europei comperavano i neri per ingrassarli e poi mangiarli. La testa dei fanciulli non si liberò più da questo pregiudizio, tanto più che l'avevano sentito dire già altre volte dai musulmani anche prima a Zanzibar, e a Aden; più di tutti ne era spaventato Pietro Bullo.
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Una volta ad Alessandria attraverso una finestra prospicente la loro abitazione era stato assicurato loro da un arabo che gli europei uccidevano i neri e con le loro teste, dopo averne estratto il cervello, preparavano uno squisito arrosto. Udita una simil cosa, il piccolo Pietro fuggì di casa e lo trovai soltanto dopo lunghe ricerche su un mercato di Alessandria. Ora quando sul "Nettuno" egli si vide davanti una tavola apparecchiata con pietanze varie non si potè indurlo in nessun modo a mangiare. Mi guardò più volte tutto stralunato poi mi disse: "So benissimo perché ci pone davanti tanta roba; lei vuole ingrassarci per poi mangiarci". Ma nel viaggio da Trieste a Verona mi riuscì di persuaderlo del contrario.
Capitatami l'occasione propizia una volta gli dissi: "Senti, Pierino mio, sai quanto mi sei costato da Aden fin qua?". "Molto", mi rispose. "Sai tu forse, continuai, quanto costa una mucca al tuo paese?". "Molto poco", pensò. "Orbene, con le centinaia di talleri che mi sei costato, al tuo paese io avrei potuto comperare ben 20 mucche; se io ti avessi comperato effettivamente con l'intenzione di mangiarti, sarei stato senz'altro un pazzo, perché avrei da mangiare più con 20 mucche, che non con te che sei più piccolo di una sola mucca". Questo ragionamento convinse lui; come pure gli altri fanciulli, e non pensarono più che io li avessi comperati per mangiarli.
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Il piccolo Pietro possedeva qualità straordinarie; quando fu rapito dai giallaba sapeva soltanto il galla e l'abissino; ma nel viaggio dai Galla a Aden e da Aden a Verona imparò abbastanza l'arabo e precisamente la pura lingua dell'Yemen. Nella sua dimora tra gli indiani di Aden imparò assai bene l'indù e 6 mesi dopo il suo arrivo a Verona parlava assai correntemente anche l'italiano; nella scuola faceva grandi progressi; era di una perspicacia straordinaria, e voleva saper sempre la causa e il perché delle cose. Nelle scuole pubbliche d'Europa avrebbe potuto fare una riuscita più splendida degli scolari più esperti. Ma soprattutto era da rilevare il suo modo di sentire prettamente cattolico e il suo sublime concetto della morale cristiana; ultimamente era così scolpita nel suo cuore da aborrire il peccato in una maniera da far stupire.
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Preferiva le conversazioni devote, s'intratteneva con predilezione sulla vita di Gesù Cristo, dei suoi santi e soprattutto dei suoi martiri. Inoltre aveva un desiderio ardente del martirio per Cristo Gesù; questo desiderio egli me lo manifestò più volte. Era di natura collerico, ma per ammansirlo bastava solo ricordargli il Salvatore crocifisso. Che egli avesse una grande inclinazione alla pietà si può vederlo da quanto abbiamo detto. Pregava con un fervore ardente e il suono della campana che lo chiamava all'adempimento dei suoi doveri religiosi per lui era la cosa più piacevole che potesse udire. Non posso descrivere la devozione e il raccoglimento con il quale due volte alla settimana si accostava alla S. Comunione. Benché i ragazzi dell'istituto di Verona solessero confessarsi solo ogni 15 giorni, Pietro, come pure la maggioranza dei suoi compatrioti, vi andavano ogni sabato e nelle feste principali si accostavano ai SS. Sacramenti. Pietro, Giovanni e Battista erano modelli di pietà per tutti i collegiali e per gli stessi Superiori che più volte assicurarono di voler educare 200 giovani galla, piuttosto che una dozzina di italiani e di europei in generale.
Il nostro Pierino aveva aborrimento in modo speciale della bugia; ascoltai spesso la confessione delle sue colpe e delle azioni che egli riteneva peccaminose, ma non si accusò mai di una sola bugia. Sono dell'opinione che ciò sia dovuto anche al carattere dei galla, i quali in questo si differenziano dagli altri Africani, che non dicono mai la verità e adulano la gente. Invece i galla amano la verità e Pietro non avrebbe detto una bugia neanche se con ciò avesse potuto salvare la sua vita. Inoltre egli possedeva un alto grado le virtù del-l'abnegazione e dell'umiltà; aveva paura sempre di far male e chiedeva spesso ai suoi Superiori se questa cosa e quest'altra fosse lecita.
903
Voglio passare sotto silenzio le altre virtù che ornavano la sua bell'anima, inclinata alla meditazione e alla solitudine. Negli ultimi mesi della sua malattia era molto tranquillo e cercava in modo tutto particolare il raccoglimento; credo che ciò avesse il suo perché nella malattia, da cui era stato colpito. Quando l'ottobre dell'anno scorso io mi misi in viaggio per la Germania, prima della mia partenza venne ancor una volta nella mia stanza e mi disse: "Lei parte, Padre mio, ma non mi rivedrà più; perché quando sarà di ritorno io sarò già morto; io sento che morirò". Nell'estate noi l'avevamo esonerato dallo studio e mandato a Roveredo, ove passò tre mesi sotto la cura di un insigne dottore e dove era stato messo in pigione presso una famiglia che lo stimava molto e lo trattava con delicatezza materna. Tornò a Verona guarito e ricominciò a studiare; ma in settembre lo colpì di nuovo la sua malattia e, nonostante si sia rimesso ancora un pochino, la sua vita andò verso il tramonto.
904
In novembre tutti i galla, eccetto Antonio, furono colpiti da una malattia contagiosa che io avevo trovato solamente in Africa.
Mi si assicurò che Pietro la sopportò con ammirabile pazienza, anzi perfino con gioia. Io stesso lo scorso settembre lo sentii dire in mezzo ai dolori più atroci: "Ancor più mio Dio, fammi soffrire di più ancora, poiché tu sei morto in croce per me". Con tali sentimenti e munito del santo Viatico se ne moriva il gennaio 1864, risplendente di gioia celestiale.
A Don Goffredo Noecker - 9.1864

[Questa relazione di Don Comboni era accompagna dalla seguente lettera:]
905
Mando qui acclusa la mia relazione che, accolta negli Annali, aiuterà a promuovere l'opera di bene alla quale ci siamo consacrati.
Anzitutto devo annunciarle che giovedì scorso, 19 settembre, ebbi udienza dal S. Padre. Così ho potuto parlare a Sua Santità della sua Società e dal S. Padre ho ottenuto per la Società e soprattutto per i membri della presidenza una benedizione che le invio mediante questa mia. Informai Sua Em. il Card. Barnabò, Prefetto della S. Congregazione de Propaganda Fide, del molto bene che la sua preziosa Società va facendo e anche lui benedisse al suo nobile e difficile lavoro. Poi ebbi lettera da Marsiglia, nella quale Don Biagio Verri mi comunica che Don Olivieri è gravemente ammalato e che ne morrà.
906
Ho potuto raccogliere molte notizie sulla vita di questo sant'uomo. Due sacerdoti dell'età dell'Olivieri, convissuti con lui dalla sua infanzia fino al 1840, mi hanno dato molte informazioni sulla sua vita prima dell'inizio della sua opera per il riscatto dei neri. Casamara, Padre trinitario a Roma, e varie altre rispettabili personalità mi diedero molti particolari circa la storia della sua attività missionaria e me ne daranno ancora. Così, benché la cosa non sia facile, tuttavia con un po' di pazienza posso sperare di riuscire a stendere una biografia completa di quest'uomo straordinario.
907
Nella mia assenza da Verona, tiene il mio posto Don Francesco Bricolo, Direttore dell'Istituto Mazza. Vengo a sapere or ora da lui che anche Antonio Dubale il quale alla mia partenza da Verona era sanissimo (come dicevo in principio della mia relazione) è stato colpito del comun morbo, sicché è rimasto sano solo Michele Ladoh.
908
A Francesco Amano si dovette amputare la gamba destra. Posso però assicurarLe che sono tutti veramente modelli di abnegazione e di pietà. Battista, cui si dovette amputare gran parte delle coscie, disse al chirurgo e a quelli che lo aiutavano: "Perdonatemi se vi reco tanti disturbi e vi ringrazio di cuore dell'amore e della pazienza che avete per me". E durante l'atroce operazione non cessò mai di pregare.
909
Salvatore, Gaetano e Pietro sono morti.
Riguardo al collegio delle negre la cosa va benissimo. Quando ci sarà stato l'esame finale di quest'anno e si saranno distribuiti i premi Le nominerò quelle che si sono particolarmente distinte.
L'innegabile realtà da una parte, che i neri non possono vivere in Europa, come noi abbiamo dolorosamente sperimentato a Napoli, a Roma e ultimamente a Verona, e d'altra parte il fatto che i missionari europei non reggono al clima dell'Africa Centrale, mi fanno pensare continuamente al rimedio e mi spingono a mettere in effetto le idee che mi sono venute in mente l'anno scorso durante la mia presenza in Colonia. Attualmente mi trovo a Roma appunto per trattare con la S. Sede e particolarmente con la S. Congregazione de Propaganda Fide, circa un nuovo piano riguardante la missione africana. Questo piano io l'ho messo in iscritto e sottoposto a Propaganda. Esso non si limita soltanto alla vecchia missione dell'Africa Centrale, ma si estende a tutta la grande famiglia dei neri e abbraccia così tutta l'Africa.
910
Prima che questo piano abbia l'approvazione ecclesiastica, io per incarico del Card. Barnabò devo fare un viaggio, onde mettermi in relazione con tutte le Società e Compagnie religiose che fino ad oggi lavorano per la missione africana, quindi con il P. Olivieri, con Don Mazza, col P. Lodovico da Casoria, con la Società della propagazione della fede di Lione e di Parigi, con l'ordine francescano, con le società spagnole ecc.
911
Il S. Padre, al quale ho esposto il mio piano, ne è lietissimo e lo benedice. Egli, come si espresse, desidera chiamare a una battaglia generale, tutte le forze lavoranti alla conversione dell'Africa, affinché "viribus unitis" prendano d'assalto la cristianizzazione dei neri. Mi pare che il Piano da me sottoposto al Barnabò risponda bene allo scopo. Naturalmente, quando io avrò conosciuto le opinioni e le deliberazioni delle singole società e mi sarò fatta un'idea precisa della condizione dell'Africa e particolarmente della situazione dei singoli punti delle missioni, vi conformerò il mio piano. Quando poi con l'aiuto e il consiglio di molti uomini esperti si saranno fatti i primi passi, Dio ci mostrerà senz'altro la via giusta per la riabilitazione della razza nera.
912
Al Card. Alessandro Barnabò - 20.10.1864
Quello che hanno in mente il S. Padre e la S. Congregazione è semplice: non limitarsi a una parte dell'Africa, ma aver di mira tutta la razza nera, avendo essa tutti gli stessi costumi, le stesse abitudini e difetti e la stessa natura quindi si può venir loro incontro a tutti con gli stessi mezzi e con gli stessi medicamenti.
Se il mio piano viene approvato, la Società di Colonia, alla quale auguro tanto che si estenda sempre più, da ruscello diventerà un gran fiume.
913
Preghiamo intanto il Signore e la Regina della Nigrizia che benedicano me, che mi sono consacrato incondizionatamente alla conversione dell'Africa, e benedicano e propaghino il mio piano, che sarà destinato a fornire i mezzi per l'attuazione di questo piano.
Ricevano Lei e tutti i membri della Società i più sinceri sensi di ringraziamento, di stima e di affetto

Suo affezionatissimo
Daniele Comboni Miss. Ap.co
Traduzione dal tedesco.


N. 118 (114) - AL CARD. ALESSANDRO BARNABO'
AP SC Afr. C., v. 7, f. 655

Roma, 20 ottobre 1864
Eminentissimo Principe!

914
In base al Disegno della Società dei Sacri Cuori di Gesù e di Maria per la Conversione della Nigrizia, di cui ho testè presentato all'Em. V. un abbozzo, io oserei subito proporle, che di quella porzione dell'antico Vicariato ap.lico dell'Africa Centrale, che si tentò di evangelizzare dai Missionari tedeschi ed austriaci, da quelli dell'Ist.o Mazza, e dai Francescani, si formassero N¼. 2 Vicariati o Prefetture Ap.liche, chiamata l'una del Nilo Orientale, l'altra del Nilo occidentale, da affidarsi l'una all'Ist.o Mazza di Verona, l'altra alla Provincia Riformata dell'Ordine Serafico di Napoli, secondo che l'Em. V. giudicherebbe opportuno.
915
I mezzi pecuniari e materiali per sostenere ambedue le Missioni si caverebbero dalla Società di Maria di Vienna.
E' noto all'Em. V. come quell'Ecc. Comitato, in causa degli ultimi sinistri avvenimenti della Missione africana dopo che venne affidata all'Ordine Serafico, vorrebbe erogare il denaro all'Ist.o Mazza, qualora avesse a mandare i suoi Missionari nell'Africa (anche perché l'Ist.o è sotto il dominio austriaco, da cui provengono tutte le elemosine), senza dipendere dai PP. Francescani, come risulta altresì da una comunicazione passata fra quel Comitato ed il P. Lodovico da Casoria. Ora per persuadere quell'eccelso Comitato a soccorrere ambedue le proposte Missioni, oltreché non mancheranno mezzi all'Autorità di V. Em. R.ma, io m'impegnerei energicamente per ottenerne lo scopo, nell'intima convinzione che, spartiti in tal guisa i sussidi fra le due Congregazioni, ne verrebbe maggior bene all'infelice Nigrizia.
916
Conseguenza di questa determinazione sarebbe: 1¼. la pronta formazione di due Ist.i maschili e due Ist.i femminili in Egitto da parte di Verona e Napoli, 2¼. la reintegrazione della Stazione di Scellal di Assuan, 3¼. un prossimo stabilimento della Stazione di Khartum; il che sarebbe il primo avviamento stabile delle due Missioni.
Mi parrebbe opportuno che, per combinare questo importante affare, l'Em. V. avesse a trattare direttamente col R.mo Generale di Ara coeli; e per conferire con Vienna e coll'Ist.o Mazza l'Em. V. mi avesse ad autorizzare con una lettera; ché io, o prima o dopo la mia gita in Francia, adempirei con impegno al venerato incarico.
Sempre lieto di fare e pensare come meglio sorride all'Em. V. R.ma, attendo le sue venerate determinazioni.

D. Daniele Comboni


N. 119 (115) - A DON NICOLA MAZZA
AMV, Cart. "Missione Africana"

Amatissimo mio Superiore!
Roma, 20 ott.e 1864

917
Il dolore che io provo nell'animo, nel sapere che l'amatissimo mio Superiore è ancora contristato con me, è tale, che io ho estremo bisogno di rompere il silenzio, e correre come il figliuol prodigo nelle braccia amorose del Padre. Io non so precisamente di qual delitto io sia colpevole da accagionare tanto cruccio al mio caro Superiore.Ma il pensiero che in mezzo agli affari che ho trattato, e al non poco che ho operato dopo il mio ritorno dall'Africa, benché ebbi sempre di mira la gloria di Dio e la salute dell'anime, avrò commesso certo degli errori e sarò colpevole dinanzi a Dio ed a Lei, mi giustificano abbastanza la sua giusta ira contro di me, e perciò mi getto dinanzi ai suoi piedi, ed imploro un benigno e generoso perdono. Ah Padre mio caro! se potessi col mio sangue comperare la consolazione al suo cuore, io lo farei. Ma il pensiero che io ho cagionato dolore all'amato mio Superiore, l'idea che il cuore del mio caro Padre è afflitto per me, è il più tremendo di tutti i castighi: credo che gli ultimi quattro mesi di sofferenza e di dolore che io ho passato dopo che seppi il mio Superiore contristato contro di me deono bastare per iscontare qualunque delitto.
918
Dica adunque, o amato Padre mio, una parola di conforto ad un desolato figliuolo: parli un accento di pace e di amore per me, che mi sarà più caro di tutte le delizie del mondo. La benigna accoglienza del Santo Padre, il cortese e confidenziale accoglimento, con cui mi onora il Card. Barnabò come padre a figlio, l'affetto con cui sono trattato in Roma da Principi e Cardinali e Vescovi, e Prelati e Secolari e Dame, la stima che da tutte parti dell'Europa si professa per me, benché indegno, non valgono punto a solleticare il mio cuore, e scemar punto l'affetto che io nutro pel mio Istituto e pel mio Superiore: tutto calpesto sdegnosamente per amore del mio Ist.o e del mio buon Vecchio, pel quale ho tutto sacrificato, perfino il pio mio padre naturale. Ed ora sentire che io dovrò abbandonare per sempre il mio Ist.o, e licenziarmi, è questo un boccone che io non posso trangugiare. Quello che ho sofferto nel cuore da quattro mesi, ripeto, basta per iscontare qualunque crimine.
919
A Don Nicola Mazza - 20.10.1864
Rifletta bene, caro Padre, che è impossibile lavorare ed operare molto, senza incorrere la disapprovazione di qualcheduno. Rifletta che il mondo è cattivo, e che fra le pareti del Santuario vi sono pure dei maligni. Rifletta che quelli che Le avranno sparlato di me, non sono certo guidati dallo spirito della carit di G. Cristo. Il Vangelo dice: corripe primo inter te ed ipsum solum. Viva Iddio nessuno mi ha detto nulla; ma di colpo senza preamboli effettuarono il dic Ecclesiae. Il ministero sacerdotale è stabilito per correggere il vizio e edificar la virtù. Nel mio caso coll'allontanarmi dalla paterna giurisdizione dell'Ist.o per parte loro questi tali mi vorrebbero di colpo gettar nell'abisso. Ma veglia Iddio, che non vuole la morte del peccatore, ma che si converta e viva. Io sono nelle mani di Dio e del mio caro Superiore. Da ambedue imploro e spero perdono e aiuto.
920
Adunque io sospiro di veder sereno e consolato il volto venerando del canuto mio Padre: io sospiro di vedere lieti i miei fratelli dell'Ist.o, sospiro di lavorare per la gloria di Dio e dell'Ist.o, e di ricevere una parola di conforto e di perdono dall'amato mio Superiore.
921
Deh! per pietà, mio caro padre; dica questa consolante parola per me a D. Bricolo, e mi liberi da codesto penoso purgatorio, che io soffro bensì con rassegnazione, ma che mi ricolma di dolore. Spero che D. Bricolo subito mi consolerà per parte dell'amato mio vecchio Padre e Superiore.
922
Il novello mio piano della Società dei Sacri Cuori di Gesù e di Maria per la Conversione della Nigrizia ottiene l'approvazione di tutti. Ho consultato 14 Cardinali, 6 Arcivescovi, il Generale dei Gesuiti con altri dei più distinti fra la compagnia; ed ho trovata la approvazione di tutti. Sembra che il Card. Barnabò voglia in seguito regolare tutte le fondazioni dell'intera Africa, secondo questo piano. Egli vuole che subito dopo ritornato a Verona io vada in Francia per mettermi d'accordo colla Propaganda di Lione e Parigi, per obbligarla a nome della S. Sede ad assegnare tutti i sussidi pecuniari che sarebbero necessari. Poi è necessario che mi metta d'accordo colle Case Centrali dei 13 Vicariati di tutte le coste d'Africa; e poi il Papa darà il Breve di Decreto al mio ritorno in Roma questa Primavera. Tutto questo comunicherò personalmente a Lei, mio caro Superiore, da cui riceverò i consigli, i comandi e tutto quello che deciderà.
923
Il Card. Barnabò volea persuadermi a stabilire il Comitato della Società dei Sacri Cuori di G. e di M. a Parigi. Io risposi per ora un No assoluto. Voglio che il novello Piano non viva sotto l'influenza di alcuna potenza politica. La Francia e l'Austria sono troppo gelose, e si vorrebbe infranciosare e austriacizzare tutte le opere cattoliche, come rifulgono gli esempli della Pia Opera di Lione e Parigi e di Vienna. Serbando l'autonomia delle singole stazioni nell'Africa, che si fonderanno in seguito ai progressi del nuovo Disegno, io voglio che il Centro vitale conservi una assoluta libertà di azione, il che si farà col piantare il Comitato in una città libera. Per ora nulla ho deciso, benché il mio pensiero corra sulla città di Colonia, la quale è grande, cattolica, e d'altro lato soggetta ad un governo protestante.
924
Come corollario del mio Piano, o amato mio Superiore, farò saltar fuori fra pochi mesi un Vicariato Apostolico nell'Africa da affidarsi interamente ed esclusivamente all'Ist.o Mazza, senza dipendere da nessuno, ma solo da Roma. E' questo il desiderio, che il mio caro Superiore ebbe da tanti anni, e che si conseguirà fra pochi mesi. Il Superiore generale dell'Ist.o sarà o il Vicario o Prefetto Apostolico della Missione Africana; ed il Capo che l'Ist.o invierà sarà o il Provicario, o il Sotto Prefetto di detta Missione. Questa idea io ho fatto penetrare al Cardinale col proporgli la divisione dell'antico Vicariato in due: cioè 1¼. del Nilo Orientale, 2¼. del Nilo occidentale. Il mio amato Superiore si sceglierà quel che vorrà; ed io penserò a farglielo avere, dopo aver fatto i miei accordi colle Società elemosinarie.
925
Il Card., che m'incaricò di unire tutte le forze ed Istituzioni per operare viribus unitis sull'Africa, è di opinione che il mio Piano regolerà l'Africa Negra per molto secoli; e solo questo piano sarà capace di piantare stabilmente la Fede nel Centro dell'Africa. Noi incontreremo mille difficoltà; ma coll'aiuto dei SS. Cuori di G. e di M. tutto si vincerà. Ci sarà d'uopo di molto accorgimento per eludere la vigilanza e gli sforzi dell'Inghilterra protestante: ma se Dio darà vita, tutto si vincerà, e fiaccheransi le corna del diavolo.
926
A Don Nicola Mazza - 20.10.1864
Questo piano credo che sia opera di Dio, perché mi balenò al pensiero il giorno 15 sett.e mentre faceva il triduo alla B. Alacoque; e il giorno 18 sett.e in cui quella Serva di Dio venne beatificata, il Card. Barnabò compiva di leggere il mio Piano. Vi lavorai quasi 60 ore continue. Ad onta di tutto questo, prima di provocare l'approvazione della S. Sede, ne trarrò molte copie in istampa, per presentarlo a tutte le Società per l'Africa, ed ai più distinti Prelati del mondo. Io ascolterò i consigli ed i miglioramenti di tutti, e così perfezionato, lo proporremo alla S. Sede. Così credo opportuno, perché il piano abbraccia quasi tutta l'Africa, abitata quasi tutta dalla razza etiopica.
927
Che se qualche Cardinale od Arcivescovo mi dirà che non gli piace, risponderò, come feci ad un Vescovo ammalato di Roma: "Datemi e proponetemi un Piano migliore, che io straccerò subito il mio. Fra dieci giorni sarò a Verona.
Ella, Sig.r Sup., si prepari entro la prossima primavera, a mandare in Africa, ché fra poco ho combinato lo stesso a Napoli col P. Lodovico. Mi riverisca il Vescovo.
Un perdono, una parola di pace e di amore

al suo indeg.mo figlio D. Daniele

P.D. Forse coll'assumere l'Ist.o una Missione nell'Africa che sia provveduta dal soldo delle Società della Propagazione della Fede, è un'ottima e prudente previdenza per la conservazione e perpetuazione del medesimo Istituto.

D. Daniele







N. 120 (116) - I L P I A N O
AP SC Afr. C., v. 7. ff. 667-674v

Roma, 24 ottobre 1864
SCHELETRO DEL DISEGNO
della
SOCIETÀ DEI SACRI CUORI DI G. E DI MARIA
PER LA CONVERSIONE DELLA NIGRIZIA.

Non lo riportiamo perchè è simile al N. 114, con piccole varianti.


N. 121 (117) - A DON NICOLA MAZZA
AMV, Cart. "Missione Africana"

Amatiss.mo Sig.r Superiore
Firenze, 31/10 = 64

928
Spero che avrà ricevuto l'ultima mia dieci giorni fa. In questa gli ripeto tutto ciò che in quella lettera gli dissi; che son sempre eguali i miei sentimenti verso un padre, al quale son debitore di tutto.
In questa gli dico di più che giovedì fui chiamato, a mezzo di Barnabò Cardinale, dal Santo Padre, e vi stetti un'ora e dieci minuti, ricevuto nella stanza da letto. Ragionai tre quarti d'ora sul novello piano d'Africa; e poi ebbi a leggere una bellissima lettera che la piccola Metilde di Canossa scrisse al Papa. Oh quai bei sentimenti traspiravano da quell'angelica giovanetta. Il S. Padre se ne compiacque assai, e m'incaricò di darle la benedizione.
929
Parlai a lungo di lei, mio caro Superiore, dell'Ist.o, e del paramento. "Come sta il mio buon vecchio Mazza? mi disse il S. Padre: ditegli ch'io l'amo e lo benedico di cuore etc. Poi parlando del paramento mi disse: "Bello, bello; vi assicuro che non ho mai veduto un così stupendo lavoro. Il Card. Barnabò avendolo indossato l'estate scorso a S. Filippo, e avendolo bagnato alquanto del suo sudore, ordinai che nell'estate non si adoperi più per non guastarlo: voglio che sia conservato qui nel palazzo pontificale come monumento prezioso dell'arte. Mando al mio buon Mazza una speciale benedizione." Insomma il Papa vuol bene all'Ist.o e specialmente al suo Capo.
930
Quanto all'Africa, io sono felice di vedere che i miei pensieri sono accolti benignamente dal Pontefice. "Io sono lieto, mi disse, che voi abbiate ad occuparvi dell'Africa: ora andate a Parigi e presentate il piano alla Presidenza della Pia Opera della Propagazione della Fede. Poi il Cardinale Barnabò, a norma dell'assistenza che vi presterà la Francia, farà una circolare a tutti i Vicari e Prefetti Ap.lici dell'Africa, e farò il Decreto d'approvazione. V'incarico di studiar la maniera di associare al Piano tutte le altre Istituzioni e società: vi do la mia benedizione etc. labora sicut bonus miles Christi." Queste ultime parole risuonarono nel fondo del mio cuore. Il P. Rossi, Confessore di Antonelli, il Card. Barnabò e molti altri mi dissero essere il mio piano l'unico mezzo per piantare nel centro d'Africa la Fede.
931
Mio amato Superiore: io non ci ho alcun merito. Quando venni a Roma io non sognava nemmeno il Piano. La Provvidenza ha guidato la mia mente il mio cuore. Io avrei dovuto consultare il mio Superiore prima di far nulla. Ma il pensiero che in una lettera poco avrei fatto, e il Superiore che va cauto non m'avrebbe dato il suo giudizio che dopo lungo tempo, seguii l'impulso del mio cuore. Parmi di aver fatto bene così. Oltre all'immenso bene che il piano porterà all'Africa, e che regolerà per molti secoli le intraprese africane, come corollario ne discende la realizzazione del suo Piano. Difatti venerdì il Cardinal Barnabò mi assicurò che, dopo il trattato che farò con Parigi, decreterà la creazione di due Vicariati o Prefetture Apostoliche, ed affiderà una, a mia scelta, all'Ist.o Mazza. Siccome a D. Beltrame piacquero generalmente le posizioni dei Denka, Agnarquai etc. da lui esplorate e bene descritte, così io potrò far assegnare all'Ist.o il Nilo Orientale. Ma in ciò sentirò il suo parere. Col mio piano poi sono certo che l'Ist.o avrà tanti soggetti, e si perpetuerà colla missione mantenuta il medesimo Istituto.
932
A Don Nicola Mazza - 31.10.1864
Io tengo una lettera tedesca ricevuta 20 giorni fa da un membro del Comitato di Vienna che mi dice: "Se voi non venite in soccorso della Missione, ella cadrà." A mezzo sicuro feci intendere al Comitato la sostanza delle mie intenzioni. Il Cardinale e il P. Lodovico mi hanno manifestato le loro comunicazioni con Vienna. Gliene parlerò a voce. Il Generale dei Francescani brigò assai presso il Cardinale ed il Papa per avere l'assoluta giurisdizione dell'Africa. Il Vescovo d'Egitto era costituito il Provicario.
933
Il mio Piano ha gettato a terra i loro escogitati, ed ha tolto per sempre il più terribile ostacolo che impediva al nostro Istituto di realizzare il disegno escogitato nel 1849. E' vero che il Cardinale avea promesso di dare la tribù del deserto proposta da D. Beltrame. Ma quella non è abitata da mori, e con quella nessuna relazione potevano avere i due Istituti di negri di Verona. Inoltre con quel sistema non avremmo potuto essere assistiti da Vienna. In forza del corollario del mio Piano invece, io farò assegnare all'Istituto una della due parti Orientale od Occidentale del Nilo che si stende fra il Tropico del Cancro e l'Equatore, cioè da Assuan a Scellal fino quasi alle sorgenti del Nilo. Studi bene questo, mio caro Superiore, e vedrà come io fui guidato da quel Dio che sa dal male trar bene, e che sotto l'ispirazione della B. Alacoque ho agito a seconda delle sue intenzioni e del suo disegno.
934
Secondando le sue intenzioni, eseguisco il comando del Cardinal Barnabò. E siccome debbo presentare il Piano a diverse Società di Germania, Francia e Spagna, così tiro alcune copie in istampa per aver il giudizio, le osservazioni e le modificazioni dei più distinti uomini e prelati dell'Europa Cattolica, perché nella prossima primavera possa essere pubblicato. Ella, Sig.r Superiore, disponga le cose per mandare in Egitto e mori e more e missionari. Entro la prossima estate devono già fiorire due case per l'Africa Centrale in Cairo dipendenti dall'Ist.o Mazza.
935
Sono certo che alcuni dei giovani nostro Preti si assoceranno alla missione. Col sistema passato nessuno dei nuovi preti si sarebbe associato. Inoltre il Papa mi dichiarò apertamente che non avrebbe data la benedizione ad alcun Missionario per andare a stabilirsi di botto nell'Africa Centrale; e il medesimo Papa era risoluto di estinguere il Vicariato. Spero di aver esteso il mio piano in guisa da essere compreso. Ora che il Papa mi pronunciò quel benedetto: labora sicut bonus miles Christi, io non temo di nulla. Avrò i più fieri ostacoli, soprattutto da parte delle fraterie, non sempre dominate dallo spirito della carità evangelica. Ma non temo di nulla. Il Dio delle misericordie cancellerà il tremendo chirografo della maledizione, che pesa da tanti secoli sui miseri figliuoli di Cam.
Si ricordi, mio caro Superiore, che io l'amo, e che desidero di non essere indegno di essere

Suo vero figlio
D. Daniele


N. 122 (N. 118) - AL PADRE LODOVICO DA CASORIA
AFBR

Firenze, 31/10 = 64
R.mo P. Lodovico!

936
Da Roma non le scrissi, perché seppi dal Card. Barnabò che il P. Generale deve aver comunicato a Lei la favorevole risposta del Vic. Ap. d'Egitto. Dunque Ella intanto pianti i due Istituti in Egitto, ed io penserò a farle assegnare un vasto campo nell'Africa centrale, e a ridurre il Comitato di Vienna ad assegnarle un'annua somma. Quello che il Comitato scrisse a Lei circa il trattato coll'Ist.o Mazza, scrisse pure a Barnabò. Ma io la posso assicurare che il mio Ist.o, fuori di me, non ebbe alcuna comunicazione con Vienna: io solo comunicai: a me solo parlò e scrisse. Io prenderò le cose con grande impegno.
937
Presentai a Barnabò il mio pensiero sul modo di trar profitto per l'Africa. Egli che sorride al mio piano, mi ordinò a nome del Papa di andar subito a Parigi, e poi a Vienna. Non passerà mezzo anno, mio buon Padre, che Vienna assegnerà buona somma annuale per le sue grandi opere. Intendo di parlare in segreto. Ho lasciato una nota alla Propaganda, in cui io proposi di affidare una gran parte dell'Africa alla Provincia riformata francescana di Napoli detta Palma: ciò feci appena arrivato da Napoli. Pria di lasciar Roma,il Cardinale mi disse, che fatto il trattato colla Propaganda di Parigi, assegnerà al P. Lodovico e a' suoi successori la desiderata Missione. Andando a piano si va lontano. Io indurrò certo il Cardinale ad appoggiare la mia proposta a Vienna in favore della Palma, qualora (cosa che non credo) mi si negasse.
938
Insomma, P. Lodovico, ella sa che le opere di Dio devono trovare ostacoli nel mondo: Dio ci assisterà per la nostra cara Africa. Io non so dove più stare dalla consolazione. Fui 70 settanta minuti dal Papa giovedì. M'incoraggiò ad occuparmi dell'Africa, sorrise al mio piano, e mi accomiatò col dirmi: labora sicut bonus miles Christi. Ora non v'è potenza umana che mi faccia retrocedere di un passo. Dio vuole che si lavori per l'Africa. La Palma è come il modello per regolare sostanzialmente tutte le altre Istituzioni. Il mio piano esclude in generale l'educazione di mori in Europa: ma il P. Lodovico faccia quello che Dio gli ispira, prima perché è governato da Dio, poi perché Napoli è una condizione eccezionale rispetto a Verona e al resto dell'Europa. Mi saluti i mori, D. Francesco, e preghi pel

Suo D. Daniele


N. 123 (N. 119) - AL CAN. GIOVANNI C. MITTERRUTZNER
ACR, A, c. 15/61

Mio cariss.mo Professore!
Verona, 8/11 = 64

939
Al Can.Giovanni Mitterrutzner - 8.11.1864
Domani mercoledì mattina col primo treno parto da Verona per essere la sera a Bressanone. Intendo che abbiamo a studiare insieme il novello piano d'Africa, che ho presentato alla Sacra Congregazione di Prop.da Fide. Il Papa in quattro udienze, ma specialmente in quella del 28 ott.bre p.p. m'incoraggiò ad occuparmi dell'Africa, facendomi risuonare all'orecchio quelle consolanti parole: labora sicut bonus miles Christi. S. Em. il Card. Barnabò d'accordo col Papa mi manda subito a Lione e Parigi per concertarmi colla Direzione della pia Opera della Prop.ne della Fede. Io partirò fra 15 giorni: ma prima voglio concentarmi con Lei, per far saltar fuori come corollario del mio Piano la pronta reintegrazione della Missione dell'Africa Centrale, secondo il desiderio dell'eccelso Comitato di Vienna, al quale oggetto ho già intavolato delle pratiche con Barnabò, e che si darà pronta esecuzione al mio ritorno da Parigi.
940
I francescani e specialmente il Generale sono senza accorgersi ridotti al punto, mercé un colpo di politica che io vibrai a tempo e luogo opportuno, da sospirare la pronta esecuzione delle mie trattative a Parigi, e cedere la metà della giurisdizione sull'Africa Centrale.
Tutto ciò sia detto fra noi. A voce c'intenderemo meglio. Dio sa trar bene dal male. E' mia intenzione di mettere in campo i bravi missionari tedeschi, e di associare Kirchner a me.
Offra i miei omaggi a S. A. il Vescovo da parte del suo

Aff. amico
D. Daniele


N. 124 (120) - A DON GOFFREDO NOECKER
"Jahresbericht..." 12 (1864), pp. 86-91

Bressanone, 9 novembre 1864
Onoratissimo Signore,

941
Spero che abbia ricevuto da Roma le mie due lettere; nella prima le davo un breve resoconto, nell'altra l'idea di un nuovo progetto per la conversione dei negri.
Si meraviglierà ch'io sia sempre in viaggio e che ora mi trovi a Bressanone. Ma deve sapere che l'Africa e i poveri neri si sono impadroniti del mio cuore, che vive soltanto per loro, particolarmente da quando il Rappresentante di Gesù Cristo, il S. Padre, mi ha incoraggiato a lavorare per l'Africa, e per questo motivo mi perdonerà anche se lascio i miei pochi neri, che restano però in buona custodia, per lavorare a beneficio di tutta la loro stirpe.
942
Secondo le ultime notizie la missione dell'Africa Centrale è quasi del tutto estinta. Attualmente si trovano ancora a Khartum solo un padre e un fratello francescano. Il Fiume Bianco è stato completamente abbandonato e la stazione missionaria di Scellal lasciata.
La presidenza della Società di Maria a Vienna, che ha lavorato con tanto zelo e con tanto sacrificio al mantenimento della Missione dell'Africa Centrale, cerca con tutti i mezzi possibili di rimetterla in efficienza. La Propaganda stessa a Roma era dell'opinione di abbandonare del tutto per il momento questa missione, perché non poteva essere mandata ad effetto dai missionari europei. Appena giunto a Roma e parlato del nuovo piano concepito a Colonia e svolto poi nella mente nel mio viaggio da Colonia a Magonza, il Cardinale mi incaricò di mettere in iscritto queste idee, e di unire ed utilizzare nel mio piano tutti coloro che lavorano per l'Africa.
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Il Piano piacque al Papa e al Card. Barnabò, ma la sua attuazione dovrà urtare contro innumerevoli ostacoli, perché lo spirito dell'amore di Gesù Cristo manca in molte classi e istituzioni e specialmente per causa della politica.
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A Don Goffredo Noecker - 9.11.1864
L'Opera dev'essere cattolica, non già spagnola o francese o tedesca o italiana. Tutti i cattolici devono aiutare i poveri Neri, perché una nazione sola non riesce a soccorrere la stirpe nera. Le iniziative cattoliche, come quella del venerato Olivieri, dell'Istituto Mazza, del Padre Lodovico, della società di Lione ecc. senza dubbio hanno fatto molto bene ai singoli neri, ma fino ad ora non si è ancor incominciato a piantare in Africa il Cattolicesimo e ad assicurarvelo per sempre. All'incontro col nostro piano noi aspiriamo ad aprire la via all'entrata della fede cattolica in tutte le tribù in tutto il territorio abitato dai neri. E per ottenere questo, mi pare, si dovranno unire insieme tutte le iniziative finora esistenti, le quali, tenendo disinteressatamente davanti agli occhi il nobile scopo, dovranno lasciare andare i loro interessi particolari.
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Lei comprende quale splendido avvenire sia preparato alla sua società di Colonia, che in certo qual modo, è l'ideatrice del nuovo progetto, dato che il pensiero del piano io l'ho avuto solo in seguito all'abboccamento coi signori della Presidenza. Le ho inviato da Roma un abbozzo del Piano, al quale aggiunsi un prospetto sui Vicariati e Prefetture apostoliche che circondano l'Africa; mi sono diffuso poi più per esteso sulla fondazione di quattro quasi-università e di parecchie scuole di belle arti intorno alla grande penisola dell'Africa, e in ultimo sulla grande missione del Comitato centrale, che noi fonderemo in una grande città d'Europa.
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Da Lione, ove ora mi reco, Le manderò tutto il piano, come è ora, e la prego che prima del mio arrivo a Colonia lo legga e lo esamini con gli egregi membri della Presidenza e con altri uomini prudenti.
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Io sono qui a Bressanone presso l'instancabile Dr. Mitterrutzner, che si è reso così benemerito della missione africana. Egli approva il mio piano e lo ritiene necessario al miglioramento della situazione delle missioni della costa e per penetrare da tutte le parti nell'interno dell'Africa.
Spero che il primo successo della mia inziativa di ripresa delle stazioni missionarie distrutte, tra pochi mesi sarà un fatto compiuto. Sto parlando appunto in proposito col Mitterrutzner, che tratterà in mio favore con la Società di Maria a Vienna, mentre io per incarico del Card. Barnabò sottoporrò il Piano alla Direzione della Propagazione della Fede a Lione e a Parigi. Da Parigi verrò poi a Colonia. Nel mio viaggio attraverso il Piemonte mi voglio informare di tutto ciò che riguarda la morte del venerato Olivieri, e le conseguenze della sua morte per potergliele poi comunicare a Colonia.
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Mi permetta ora di ringraziare ancora una volta la Società di Colonia per il grande aiuto ch'io ricevetti a Verona per i miei neri. Lei non può immaginare la portata di questa beneficenza. Voglio perciò tentare di dargliene una piccola idea, affinché conoscano Lei e i soci quanto è il loro merito davanti a Dio.
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I nostri Istituti hanno da mantenere 600 ragazzi, 200 fanciulli e 400 fanciulle, compresi i neri e le nere. Non abbiamo alcuna entrata, se si eccettua un piccolo appezzamento di terreno e alcune case, il cui affitto potrebbe mantenere al massimo una dozzina di persone. Il rev. fondatore Mazza ha dato per il suo Istituto tutto ciò che possedeva e non vuole che si parli di denaro, perché, egli dice sempre, la Provvidenza sola è il fondamento e il sostegno del suo Istituto. Egli è un miracolo di confidenza, di conformità e di abnegazione. Da 12 anni, nei quali il Veneto e la Lombardia furono derubati del loro vino e della loro seta, che erano le più grandi ricchezze del paese, è cessata la beneficenza, e, se la Provvidenza ci manda per il vitto del giorno, poi non sappiamo se domani avremo qualche cosa. Può quindi di leggeri comprendere, come spesso il vitto per i fanciulli sia molto scarso.
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Il vestiario una volta lo provvedeva tutto Don Mazza, da alcuni anni gli mancano i mezzi anche per questo. Le fanciulle europee hanno ancora il padre e la madre, lo zio e la zia, il tutore o il protettore, che spediscono loro soccorsi. Ma nessuno pensava alle povere africanelle (le quali, come lei sa, si trovano nell'Istituto già da molto tempo prima dei ragazzi neri), eccetto le maestre dell'Istituto, che spesso cedevano alle povere nere il loro cibo. Don Mazza vedeva tutto questo e ne soffriva indicibilmente, senza potervi porre rimedio.
Dal mio ritorno dall'Africa lavorai molto per aiutare le povere nere e rivolgevo a ciò anche i miei stipendi e quello che ottenevo per le prediche. Finalmente la Provvidenza mi fece venir a sapere della Società di Colonia; chiesi aiuto alla medesima e ne fui esaudito. Da allora la cosa per i miei neri va bene; sono vestiti e imparano senza preoccupazione senza dubitare degli aiuti della Provvidenza. Vestiario, riscaldamento, legna, tela, pane due volte al giorno, bevande, carne tre volte alla settimana, carta, libri, medicine, un cibo migliore per i malati, tutto ciò che è loro necessario viene comperato col denaro che ho ricevuto da Colonia. Ma la spaventosa malattia che li colpì tutti, che li tenne a letto tutto l'anno e per la quale ne morirono tre, ha toccato questa volta la borsa in modo particolarmente forte. Senza l'aiuto di Colonia non sapevo come cavarmela e molti con l'andar del tempo sarebbero morti.
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La Società di Colonia è quindi la vera protettrice e il buon padre dei moretti di Verona. Riconosce ora i grandi meriti della sua Società? Pertanto Dio benedica la presidenza, i soci e i benefattori. Li ringrazi Iddio, perché io sono troppo indegno per ringraziarli secondo il merito. Ora anche l'ultimo sano, cioè Michele Ladoh, si è ammalato. E' una vittima della carità, perché si è affaticato troppo nel servizio dei suoi fratelli ammalati. Temevo molto per la sua vita. Il buon giovane non sapeva ancora che cosa fosse peccato.
Le nere godono buona salute. Il loro profitto va proprio di pari passo con il mio Piano dello scorso anno; i premi furono gli stessi d'allora. Or sono in attesa di poter partire presto per l'Africa, per portar la luce della fede cattolica ai loro connazionali. Io spero che presto si adempieranno i loro voti.

D. Comboni
Traduzione dal tedesco.


N. 125 (121) - DON FRANCESCO BRICOLO
ACR, A, c. 14/6

Lione, 23/12 = 64
Cariss.mo Rettore!

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A Don Francesco Bricolo - 23.12.1864
Il mio viaggio da Torino a Lione fu scabrosissimo per le nevi, che inceppavano il nostro cammino: ebbi in compagnia il Principe Sartorinsky, il quale mi lasciò a Culoz. Da Susa sopra un carrozzone tirato da 22 cavalli salimmo il Moncenisio. Dopo 6 ore di salita le nevi impedendoci di continuare montammo le slitte, ciascuna delle quali era tirata da 14 cavalli. Non ho tempo di descrivere questa scena notturna che presenta il contrapposto del deserto dell'Africa. Dopo un incredibile fatica nel superare balze e dirupi enormi alle 2 dopo mezzanotte guadagnammo la pendice, e fummo ospitati cortesemente dagli Eremiti di S. Bernardo, rispettati anche dal primo Napoleone, che ci scaldarono e ci diedero a mangiare una saporita minestra di fagioli e rape e lenticchie, e pane e chèvrin, che è formaggio giovane di capra assai squisito. All'alba ci rimettemmo sulle slitte, e dopo 22 ore attraverso a nevi agghiacciate pervenimmo a S.t Michel, ove ripresa la strada ferrata traversando Chambery, tutta la Savoia, e il lago amenissimo di Borgex fummo alle 4 pom. e Lyon. Nulla dico dell'esito del mio affare perché non so ancor nulla; e vi sarà del ritardo anche per la malattia del Card. Barnabò, che solo di quei di Roma io voglio che corrisponda con Lione e Parigi.
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Avrà ricevuto il mio piano 6 copie, che stampò il Can. Ortalda, o meglio io, dietro il parer suo. Ne riceverà da mio Padre altre 10 copie. Vorrei che una la desse a Tregnaghi ed 1 a Martinati, e lo facesse leggere a Garbini. Ma quel che mi preme è che si preghi Dio e Maria per questo, pel buon esito. Per conseguenza ne mandi una copia a P. Perez pregandolo a interessare i Filippini a pregare; 1 copia agli Stimmatini, una a D. Mich. Falezza, una al Rett.e della Scala, al Parroco di S. Stefano, e a quelle persone che pregano insomma: ne mandi una ai nostri Preti di S. Giorgio, e me li riverisca. E il Farinato? Ah! la mi fuma. Non m'importa il denaro; ma quel che mi puote è l'inganno. Mi dispiace perché gli voglio bene, ma non mi fido più. Gli manderò il numero delle volte che fu comperato bigoli, fagioli etc. che non è che una o due volte al mese. Il resto sempre soltanto pane 1 volta ogni due giorni; ma basta: mi fa noia.
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Quando dai frati francesi sul Moncenisio ho mangiato i fagioli, m'è venuto in mente che io ho dovuto pagare fagiuoli e bigoli al Farinato, senza che fossero stati mangiati. Ma basta... Dica a Hans che mi scriva. Mi saluti il Superiore, e gli dica che penso sempre a lui, e voglio che i suoi pensieri vadano eseguiti su ciò che riguarda l'Africa, e che preghi e faccia pregare pel buon esito. I miei saluti a D. Beltrame, insomma a nostri fratelli Sacerdoti e giovani. Faccia pregare i nostri pel buon esito de' miei affari africani. Scriverò molte cose: ma ora vo a dormire. Dopo Natale si tratterà dal Senato la questione della Leva de' Chierici, e la soppressione Vacca. Non ho perduto nemmeno una seduta in Senato; e ebbi la gioia di passare alcune ore col Manzoni che era accompagnato dal Parroco di S. Michele. Mi saluti le Urbani; anche le due mie Protestanti, e dica loro che mi scrivano: le vada a trovare. Il mio portinaio poi custodisce bene il mio castello, come fa col pianoforte, non come colla sua stanza da letto. Mi riverisca il Vescovo,

Suo aff. D. Daniele
955
La prego a scrivermi tutto ciò che concerne l'Istituto: non si limiti a una sola facciata, ma a tre quattro etc. Nessun altro mi scrive: dunque non falli, e mi dica tante cose. Io sono alloggiato nel Seminario delle Missioni Africane in Lione: M.r Planque è il Superiore e mi vuol tanto bene. Troverò immense difficoltà sul principio, molte in appresso: ma le opere di Dio sono così. Faccia pregare assai il Signore, e coraggio.


N. 126 (122) - AL CARD. ALESSANDRO BARNABO'
AP SC Afr. C., v. 7, ff. 675-675v; 683-683v

Lione, 26 dicembre 1864
Eminentissimo Principe!

956
Partito da Roma mi recai a Verona, ove il mio Sup.re D. Mazza, avendo letto e studiato il sunto del Piano per la Conversione della Nigrizia, ne fu contentissimo, e parve il buon vecchio ringiovanire per la speranza di veder presto effettuato qualche cosa di stabile per il bene dell'Africa interna. A dire il vero, sembrami che la sostanza del Piano debba produrre l'effetto dall'Em. V. voluto, di unire, cioè, e conservar vive e fiorenti le risorse e le Istituzioni già esistenti pel bene della Nigrizia: il che, senza che io mi dilunghi a provare, Ella scorgerà ben chiaramente dal Piano.
957
Al Card. Alessandro Barnabò - 26.12.1864
Questo Piano fu letto e meditato da molti distinti personaggi, e da alcuni Vescovi, tra i quali quello di Verona; e da tutti venne approvato, ed io fui incoraggiato a consacrar tutta la vita per mandarlo ad effetto. Mi sento infatti tutta la forza, appoggiato alla grazia di Dio, di reggere inconcusso a tutti gli ostacoli, che certo si attraverseranno alla grand'opera.
Ma l'approvazione e l'incoraggiamento degli altri non mi fa breccia alcuna, e a nulla giova, ove tutto non parta dall'Em. V. R.ma, che in questo affare è l'organo diretto della volontà divina. Mi perdonerà se ho l'ardire di esporle ciò che il S. Padre m'ebbe a dire la sera del 29 ott.e p.p.:
958
"Ho tanto piacere che voi vi abbiate ad occupare dell'Africa interna, e benedico ai vostri sforzi ed intenzioni. Io ne parlerò all'E.mo Card. Prefetto generale: consultatevi con lui, e seguite i suoi ordini, perché il Card. Barnabò è molto molto acuto, e farete del bene all'Africa, lo spero." Per togliermi alla soverchia fatica di tanto scrivere e copiare, tirai alcune copie in istampa del Piano, che io mando all'Em. V. affinché sappia ogni cosa. Ella tolga e laceri nel Piano tutto quello che non Le aggrada, perché ciò che non piace all'Em. V. R.ma, non piacerà mai mai a me; ed approvi quello che crede. Ella poi sa bene che io, e tutti quelli che si assoceranno all'opera (e ve n'hanno già alcuni, tra i quali ho ferma speranza che avrò il bravo Kirchner), non potremo mai far nulla, e prendere una iniziativa, senza un'espressa approvazione ed incoraggiamento dell'Em. V. R.ma.
959
Se sarà manifesto l'aggradimento e la volontà della Chiesa, noi avremo denaro, individui, e valida cooperazione, e tutto; e il Piano prende una felice iniziativa. Altrimenti i miei e gli altrui sforzi varranno meno che zero. Mi affido nelle braccia dell'Em. V. R.ma, che dirigerà le cose in modo, da iniziare prosperamente l'Opera, che ha per oggetto di cancellare il tremendo anatema che pesa da tanti secoli sui miseri figliuoli di Cam, e di piantare a poco a poco stabilmente la Fede nelle sterminate regioni dell'Africa interna, sulle quali non rifulse mai la luce del Vangelo.
960
Seguendo gli ordini dell'Em. V. R.ma, mi presentai a questo Consiglio della pia Opera della Prop.ne della Fede in Lione; e senza aver tempo nemmeno di esporre i miei desideri, n'ebbi questa risposta: "Noi non abbiamo giurisdizione alcuna: la nostra opera è puramente cattolica: noi assistiamo senza riguardo a nazionalità di sorta ed a misura delle nostre risorse, tutte le Missioni ed istituzioni all'Estero, che sono approvate dalla Propaganda, e che ci vengono da questa raccomandate: noi non abbiamo mai dato un centesimo ad una Missione, che non ci sia stata prima raccomandata dalla Propaganda. Nessuna raccomandazione, nemmeno quella del-l'Imperatore, potrebbe smuoverci dal nostro sistema, che è la base del nostro operare. Noi non conosciamo che gli ordini di Roma e le nostre risorse, che eroghiamo secondo il beneplacito di Roma.
961
Noi non scriviamo alla Propaganda che per rispondere ai venerati suoi scritti, e non comunichiamo colle Missioni Estere che per assegnare ai rispettivi Capi le nostre elemosine. Se la Propaganda ci raccomanderà le vostre opere e i vostri Istituti stabiliti nell'Africa, noi concorreremo ad aiutarli, come aiutiamo tutte le altre Missioni, e come abbiamo fatto a Tripoli per un'Istituzione per l'Africa Centrale." Quanto ho udito, osservato, e veduto in questa pia Opera di Lione, e negli individui che vi sono consacrati, tutto inspira santità, cattolicesimo, integrità. E' opera essenzialmente Cattolica, e i degni suoi membri, scevri da ogni spirito di parzialità e di autonomia, sono i più atti a dirigerla. L'Em. V. R.ma sapeva bene prima quale risposta io m'avrei avuta a Lione.
962
Io quindi sono soddisfatissimo. Tutto dipende dal mandato della Propaganda: sono certo perciò, che, decretandolo l'Em. V., di mano in mano che il Piano andrà in effetto sulle coste che circondano l'Africa, vi sarà dalla pia Opera di Lione e Parigi l'assistenza che si porge alle altre Missioni. Laonde i miei sforzi attuali devono essere diretti all'iniziamento dell'Opera; e ne sono sicuro dell'effetto, quando vi sarà il formale incoraggiamento dell'Em. V. R.ma.
Frattanto io rimango fermo a Lione in attesa dei venerati suoi ordini ed istruzioni, le quali saranno la base del mio agire pell'Opera africana, e la norma con cui dovrò dirigermi per trattare col Sacerdote spagnolo inviato a Roma dal Vescovo d'Amiens, come accennava l'Em. V.
Supplico l'Em. V. a chiedere per me una speciale benedizione al S. Padre, pel quale vorrei dare mille volte la vita; e baciandole la sacra Porpora, mi dichiaro con filiale riverenza ed ossequio

Dell'Em. V. R.ma
um.o osseq.mo e d.mo servo
D. Daniele Comboni








N. 127 (123) - I L P I A N O
ACR, A, c. 25/9 n. 1
Dicembre 1864
Il Piano - 12.1864
1 edizione stampata a Torino, con piccole varianti rispetto al N. 114.


N. 128 (1194) - FIRMA D'APPARTENENZA
SU ASTUCCIO DI CANNOCCHIALE
ACE

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