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N. 235 (221) - AL P. LUIGI ARTINI
APCV
Gennaio 1868


N. 236 (222) - A MONS. LUIGI DI CANOSSA
ACR, A, c. 14/51

W.J.M.J.
Cairo, 1 febbraio 1868
Eccellenza R.ma,

1554
Sono stato occupatissimo: è questo il motivo del ritardo a scrivere. Le inviamo una relazione della nostra spedizione. L'E. V. ne farà quel che vorrà: se per istamparla crederà bene di scegliere l'Unità Cattolica, mi sembra che ciò contribuirà meglio a far conoscere l'Opera nostra, ed a facilitare la diffusione dell'Opera del B. Pastore. La scelta che abbiamo fatto del redatore nella persona del nostro amatissimo P. Stanislao, spero che l'E. V. la troverà opportunissima: questo giovane missionario ad una facilità ed aggiustatezza di espressione ed alla fecondità di idee, congiunge lo spirito e l'unzione apostolica, e sente altamente la sublimità del suo ministero. Spetta poi all'E. V. il fare quelle modificazioni che crede meglio.
1555
Il buon P. Stanislao ha parlato con troppo encomio sulla parte che io per grazia di Dio ho pigliato nell'Opera: io ne sento rossore, perché conosco le mie miserie in parte: guai se le conoscessi tutte! Quello che positivamente è certo, egli è che se il gran cuore dell'E. V. non si avesse messo a capo di quest'Opera, non esisterebbe né il piccolo Seminario in Verona, né l'Opera del B. Pastore, né si sarebbe fatta la nostra importante spedizione. L'opera africana ebbe tutte le benedizioni dopo che l'E. V. mise la mano in essa. Tutte le croci che dessa incontrerà e che ha incontrato, sono il contrassegno della grazia di Dio che l'associa alle opere sue, sono un tratto di benedizione a favore degli istrumenti di essa; e sono eccitato per questo a ringraziare quella mano che mortifica e vivifica, mentre mette alla prova l'opera stessa ed i suoi agenti. Ci continui la sua benevolenza, preghi e faccia pregare per noi.
Con sommo piacere abbiam ricevuto la sua venerata 29 xbre p.
1556
Godo assai che abbiasi combinato col C.te Campagna l'affitto in ragione di 200 fiorini all'anno. Prima di conchiudere l'affitto del Convento dei Maroniti, ho passato in rivista molte case: si parlava di duecento trecento Nap.i d'oro all'anno. Dovetti appigliarmi a questo convento per esservi la Chiesa, la corte grande, e ciò che più monta per potere stabilire quell'assoluta divisione fra i due Istituti, che è necessaria a guarentirci in faccia al pubblico. Benché il Vicerè d'Egitto sia carico di debiti, e non paghi da oltre un anno i suoi impiegati, tuttavia studieremo il modo di farci dare l'uso di qualche sua casa gratis, e di poter così risparmiare l'affitto. Il momento attuale per moltissime ragioni è inopportunissimo. Dappertutto qui si sparla del Pascià, e vi è un generale malcontento nei suoi sudditi e negli europei.
1557
Spese milioni e milioni di Lire Sterline per comprare dal Sultano il diritto di successione al trono d'Egitto a favore della sua famiglia e successori: ora tocca a pagar tutto agli egiziani: il commercio è arenato, i cotoni sono al basso per la guerra d'America; insomma il Pascià, che qual primo negoziante ha fatto la maggior perdita, si sta ritirato, si tiene lontani più che può gli europei e quelli che gli mangiano al fianco, e si rese più difficile a largheggiare come prima. Sia benedetto il Signore! Io ho stabilito di ottenere e casa e frumento gratis; ed a tale oggetto ho incominciato a darmi d'attorno: preghiamo, facciamo novene; se non sarà oggi, sarà domani, l'anno venturo, o il lustro venturo, spero, otterremo lo scopo. Preghi per tale scopo, e noi otterremo la grazia.
1558
A Mons. Luigi di Canossa - 1.2.1868
Io giudico che sia bene che l'E. V. R.ma e D. Dalbosco (conosciutissimi alla Società di Colonia) si mettano in relazione con quel Comitato: anzi è doveroso. Non credo però opportuno che domandino sussidi pel piccolo Seminario di Verona, perché gli verranno certo negati, non essendo questo lo scopo della Società, sebbene quello di educare i negri sulle coste dell'Africa. Quando l'anno scorso io andai a Colonia ho domandato se avrebbe la Società contribuito per la fondazione dell'ideato Seminario; e n'ebbi il no, ragione per cui ho ideato la fondazione dell'Associazione ad hoc, che poi chiamammo del B. Pastore. Quando la Società di Colonia sarà più forte, allora le faremo fare qualche eccezione, come io le ho fatto fare l'eccezione di dare denari pel viaggio. Tutto dipende dal buon andamento degli Istituti egiziani, che faranno accrescere le risorse a Colonia. Del resto si accerti che l'opera del B. Pastore piglierà piede. Prima che i Vescovi possano dare risposta bisogna vedere se può l'opera attecchire nella Diocesi: passa un anno generalmente. La gran difficoltà è sul principio.
1559
L'Opera delle Scuole d'Oriente, quella di Colonia, la Propagazio-ne della fede sul principio non han fatto quasi nulla: confidiamo in Dio e nella benedizione emanata dal suo Vicario, e vedrà che tutto riuscirà. Spero che non passerà molto che io le potrò dare buone notizie anche dell'opera del B. Pastore in parecchie diocesi d'Europa e d'America. A suo tempo quando comparirà il primo Bollettino degli Annali, vedrà che si desterà lo spirito. E' vero che i tempi sono difficili e che la società umana è sossopra e sconvolta; ma è vero altresì che manus Dei non est abbreviata, e che mentre l'inferno s'adopera a distruggere, la mano dell'Eccelso riesce ad edificare. Dobbiamo rompere le corna al diavolo, e la grazia non mancherà.
1560
D. Dalbosco mi scrive della moretta di Novara: le more educate nei conventi e che hanno fatto buona riuscita, ci sono utilissime: godo quindi che la accetti. Mi permetto di suggerirle a tale scopo una massima opportuna. Noi abbiamo bisogno di negre educate nei Monasteri: ma ai monasteri facciamo ancora una grazia a ricevere le loro morette come esseri eterogenei alle Monache che stanno in Europa. Dunque coi modi gentili sarebbe bene far sì che i Monasteri che offrono morette s'incaricassero di dare il denaro pel viaggio. Così la dura necessità ha istruito me, che dalle more tedesche cavai 1000 franchi l'una, e dalle veneziane 300 svanziche. Quando la delicatezza dei rapporti dell'E. V. con chi offre dei negri non lo impedisse, Ella potrà farsi pagare il viaggio. Se la mora di Novara piglierà la via di Marsiglia, è meglio che resti a Novara fino all'epoca della partenza. Tutto ciò dico con subordinato parere: del resto tutto ciò che fa è sancito in coelo et in terra.
1561
Quanto all'Institut d'Afrique, io credo utile che ne accetti la Presidenza onoraria, e che l'Opera africana di cui Ella è capo emetta gli annui 25 franchi: l'assicuro che la prima volta che io andrò a Parigi, Ella non pagherà nulla. Le aspirazioni dell'Institut d'Afrique sono anche di soccorrere noi, ma quando l'Ist.o sarà molto sviluppato. Adesso non può, e l'essere Ella Presidente onorario ha un titolo per tentare a suo tempo sussidi a favore de' nostri Ist.i africani. Tutto ciò che l'Institut d'Afrique ricava, ora è assorbito dalla corrispondenza e nell'attuale movimento americano. Quando più tardi noi saremo in istato di fondare un Seminario a Parigi, avremo nell'Institut d'Afrique dei validi appoggi contro l'intemperanza dell'egoismo o francese o religioso.
1562
Risponderò all'importantissimo punto delle Canossiane e Figlie della Carità di S. Vincenzo, di cui mi parla D. Alessandro. Ma oggi non ho tempo. I nostri degni Missionari Le baciano la mano. Noi siamo in un Eden di pace: quello che vuole l'uno vuol l'altro; e la causa di tutto è che quei tre galantuomini che furono avvezzi a soffrire tanti ammalati, sanno usare molti riguardi e bontà verso di me ammalato moralmente. Il P. Zanoni è l'anima dell'interno della Casa, ed esercita gran carità cogli ammalati all'esterno: egli inoltre è il medico di casa, il maestro, il falegname fabbro-ferraio, ingegnere, muratore, pittore, tutto: pieno di abilità, pazienza, attività, egli è dappertutto e per tutto. Non so spiegare in verun modo l'antipatia che nutriva contro di lui Pietro Bertoli, che ho decisamente rimandato da Marsiglia: certo fu una gran dose di orgoglio che ha dominato quel cuore.
1563
Noi siamo felici in mezzo alla croce che il Signore ci manda di non aver ricevuto ancora sussidi da Colonia. Ma la nostra felicità sarà doppia il dì che potremo abbracciare il nostro caro P. Tezza. Le Suore hanno molto dévouement: la Superiora è un angelo di premura, bontà, umiltà. Le 16 more, grazie a Dio fanno tutte bene e sono molto fondate nella pietà: le più utili però per noi, sono quelle educate nell'Istituto Mazza, ove oltre a migliore istruzione e più vasta sono capaci di soffrire di più, e si adattano più facilmente alle miserie, alle fatiche, al lavoro. Di economia di casa poi, vale più una dell'Ist.o Mazza che le altre sette che abbiamo di 4 monasteri. La pietà però che le sette morette hanno, è tale da poterci promettere che dureranno fermi e costanti nei buoni costumi.
Noi supplichiamo la sua bontà a procurarci l'Unità Cattolica, e la Civiltà Cattolica. Noi non sappiamo che poco di ciò che succede nel mondo, e perciò siamo contenti anche se ci si mandano dopo lette e rilette: ne scrissi a D. Alessandro; ma supplico Lei che mettendo una buona parola, qualche buon anima veronese acconsentirà di cedere ai nostri desideri. Anche il Veneto Cattolico ci sarebbe carissimo: insomma ci raccomandiamo a Lei. Con comodo le spedirò il ragguaglio esatto di tutto, dell'Amministrazione, dell'attuale nostro regolamento interno ed esterno etc. Ma prima è d'uopo che ci faccia cantare Colonia.
1564
A Mons. Luigi di Canossa - 1.2.1868
Il 12 p.p. S. Em. il Card. de Pietro tenne una conferenza per piantare l'Opera del B. Pastore a Roma: vi sono molti membri: spero che a quest'ora sia formato il Consiglio a Roma. Anche a Marsiglia l'anima sublime di Mad.lle Martiny sta lavorando per piantare il Consiglio diocesano, ed ho buone notizie. Bourg en Bresse nella Diocesi di Beley ha aumentato i suoi 120 associati per opera di M.lle Eugenie Cabuchet. Finora non ho avuto più altre nuove notizie. Confidiamo in Dio, che è santo vecchio.
Il S. Padre, se è vero quello che mi si scrive da Roma, ha stabilito un Visitatore Ap.lico nel Monastero Viperesche di M. V., il quale è desolatissimo. Egli (M. V.) ha dichiarato che siccome ebbe il suo monastero grandi spese e guasti per le morette, è un grazia che mi fa a contentarsi di esigere da me solo 1500 Scudi. Tutto al più cederà qualche lenzuolo di quelli che ha dato Vimercati. Sembra che abbia comprato il mio Procuratore: ma in tal guisa rende più pericolosa la sua posizione: povero M. V.! Avea ben ragione S. Filippo di pregare il Signore che gli tenesse le mani in testa perché altrimenti si farebbe turco.
1565
Mi riverisca tanto il M.se Ottavio e famiglia: se la Marchesina Matilde desidera degli altri bolli da lettere gliene manderò: mi riverisca Mgr. Vicario, Perbellini, D. Vincenzo e D. Al. Aldegheri, e il buono ed elegante Giovannino con tutti i famigliari.
Mi sembra che sarebbe bene mandare il Decreto, il Programma, il Piano, e tutto ciò che si stamperà sull'opera a S. M. l'Imperatrice, moglie di Ferdinando, insieme alla Carta delle Indulgenze del S. Padre. Mi sembra che l'E. V. sia in tali rapporti da formare di S. M. la piissima Imperatrice, una validissima ausiliaria dell'Opera. Noi tutti le baciamo ossequiosi la mano: ci benedica ogni giorno, ed accetti il nostro cuore tutto tutto, come il cuore de' suoi affettuosissimi figli, e del più indegno, ma non men fervido figlio

D. Daniele Comboni

Le spedisco un'immagine, in cui è dipinta una Suora in costume del genere di quelle che abbiamo noi in Cairo vecchio dedicate all'Opera nostra. Il P. Zanoni ripete la supplica di scrivere a Mgr. Cavriani.


N. 237 (223) - A MONS. LUIGI DI CANOSSA
ACR, A, c. 14/52

Ld. G. M. in et. così sia.
Cairo, 10 febbr. 1868

Eccellenza R.ma,

1566
Spero che avrà ricevuto il nostro Rapporto accompagnato da una mia lettera. Il nostro degnis.o D. Alessandro mi annunciò come fu già formato il Consiglio generale dell'Opera, e come si tenne già la prima seduta, nella quale si fecero due opportunissime deliberazioni. Noi risponderemo alla seconda che ci riguarda con tutto il cuore e con la maggiore esattezza.
1567
Frattanto noi preghiamo l'E. V. ad esprimere all'impareggiabile suo Sig.r Fratello il M.se Ottavio, e a tutti gli Ill.mi e R.mi membri del Consiglio i sensi della nostra gratitudine, congratulazione e compiacenza, per essere entrati in un'Opera tutta di Dio per la salvezza di tante anime. Sì, mio veneratissimo Padre: mi sembra che sia Opera di Dio, e che veramente vi entri il dito di Dio. Non le posso esprimere a parole le angustie dell'animo che io provai da un mese e mezzo, veggendomi qui lanciato nell'immenso Cairo con due famiglie di 28 persone, ove tutto costa il doppio od il triplo che nell'Europa, ed ove non v'è denaro e sono tutti falliti. Basta per tacer tutto il dirle che i musulmani si rifiutarono di portarci acqua (per la quale ci va un franco al giorno). Pregammo assai, e novene e tridui: ma l'angoscia pesava tutta sul mio cuore.
1568
Grazie a Dio alla casa ed ai missionari e monache e more non mancò mai nulla: di solo vitto non mi bastano 40 franchi al giorno. Ebbene, il giorno 5 corr.te, mi capitò una cambiale di 250 Nap.ni d'oro con una lettera del Presid.e di Colonia la più gentile e feconda di speranze di nuovi invii di denaro. Il medesimo giorno altra piccola somma e buone lettere mi giunsero da Parigi. Noi ci siamo sollevati lo spirito, ed abbiamo cantato il Te Deum. Ringrazi per noi il Sig.re, ché siamo suoi figli, e benedica alla sua Provvidenza, perché il Signore è un vero galantuomo.
1569
Il 5 corr.te mi giunsero altresì buone notizie da Roma. Sembra che Mg.r Vicegerente sia disposto a cedermi indietro la ricevuta dei 1500 scudi, ed a lasciarmi tutto ciò che vi è in Verona. E' però inflessibile nel non volermi restituire i letti e la biancheria data alle morette dal C.te Vimercati, che è un ammontare di 500 scudi. Benché i danni da me sofferti sieni gravissimi, tuttavia ho dato ordine al mio Procuratore di Roma (che spinto da un mio amico trattò in fine con giustizia e mi protesse) che quand'Egli riceverà la mia quietanza e una dichiarazione del V. G. che rinuncia ad ogni pretesa sugli oggetti di Verona, cessi da ogni intimazione, e si componga pacificamente con Monsig.re rinunciando a tutto il resto propter amorem D.ni.
1570
A Mons. Luigi di Canossa - 10.2.1868
Il Consiglio di Roma va a perdere il suo Presidente Mgr. Franchi, il quale è destinato a Nunzio Ap.lico in Ispagna, per rimpiazzare Mgr. Barili Arciv. di Tiana che viene fatto Cardinale insieme ad altri otto, che come Ella saprà sono: Mgr. Borromeo, Mgr. Berardi, Mgr. Ferrieri Nunzio A. di Lisbona, Mgr. Bonaparte Luciano, Mgr. Gonella Vesc. di Viterbo, Mgr. Monaco, Mgr. Capalti, e Mgr. Moreno Arciv.o di Valladolid buon Protettore della nostra Opera. Prima però di partire nel prossimo Marzo per la Spagna, Mgr. Franchi organizzerà bene il Consiglio. Godo del pari che il Card.l Consolini sia destinato a Prefetto dell'Economia in Propaganda in luogo dell'E.mo Sacconi. Consolini promise di avere speciali riguardi per l'opera africana.
1571
Frattanto, coraggio, Monsignore; Ella sa quanto sono malagevoli i principi delle buone Opere: Dio si degna nell'immensa sua misericordia di contrassegnare l'opera nostra col sigillo adorato della Croce: preghi e faccia pregare perché il Signore tenga diritta la barca; e non paventeremo i più tempestosi oceani.
Noi siamo in perfetta salute. Oggi mi arriva dall'Ospedale turco una mora ammalata musulmana. Dio l'ha chiamata a morire cattolica nel nostro Ist.o. Altre due more fra giorni verranno ad istruirsi da noi per esser cattoliche. Aspetti un poco e vedrà.... Al M.se Ottavio, famiglia, D. Vincenzo... Bacia le mani a Lei

Um.o fi. D. Daniele
N. 238 (1199) -
FIRMA SUL REGISTRO DEI BATTESIMI - CAIRO
ACR, A, c. 24/3
Cairo, 11/2/1868


N. 239 (224) - A DON GOFFREDO NOECKER
"Jahresbericht..." 16 (1869), pp. 2-3

Cairo, 22/2 = 68
P. P.

1572
Glielo confesso, non so proprio come ringraziarla. Infatti dove posso trovar parole per i suoi benefici? Quale lingua saprebbe esprimere i sentimenti del mio cuore e di quello dei miei? Ella col suo generoso dono è divenuto veramente la nostra vita. Ella ha fatto ricchi i poveri, ha messo il fondamento ai nostri Istituti, ha risollevato il coraggio che faceva ormai naufragio!
Infatti eravamo giunti a un punto tale che, per mancanza di denaro, non si ci portava non solo i viveri, ma neppure l'acqua del Nilo. Avevo preso a prestito, mi ero caricato di debiti, mi vergognavo di andare per le vie della città. Tristi erano per me i giorni, insonni le notti. In me s'accresceva sempre più l'affanno per i miei. Facevamo continuamente tridui e novene nella nostra chiesa, ove dimorò per sei anni sotto la pressione dell'amarezza e della tristezza dell'esilio, la Sacra Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe. Al 9 di questo mese ricevetti la sua lettera e il suo denaro! Ed ecco che ci fu donata nuova vita e nuova speranza. A Lei quindi e alla cara Società sia da Dio lode, benedizione e ricompensa, da noi ringraziamenti e le più ferventi preghiere. Lei vorrà abbondanti notizie sulla nostra opera! Ha il diritto e io o i miei collaboratori le procureremo semestralmente, relazioni sull'opera della rigenerazione dell'Africa, entrante ciascuna nei particolari cronologici.
1573
E intanto voglia raccomandare a tutti la nostra opera, veramente urgente, perché è risaputo da tutti che per ora noi facciamo affidamento unicamente sui soccorsi della sua Società. Ma affinché il nostro Istituto possa mettere radici solide e robuste in questo suolo, noi abbisognamo sempre più della sua carità; perché altrimenti avvizzirà presto e morrà. La salvezza dei Neri è nelle sue mani. Ma affinché non paia che noi sperperiamo i mezzi mandatici e che facciamo spese inutili, ci permettiamo di rendergliene conto annualmente ed ogni volta lo si richieda. Così ogni socio della Società sarà al corrente del come vengono impiegati i suoi assegni.
Ringraziando nuovamente e di cuore e pregando Iddio che assista con la sua più abbondante grazia per il tempo e per l'eternità Lei e tutti i soci e benefattori della Società, sono lieto di dirmi e di essere ora e sempre
Suo umilissimo servo ed amico
D. Daniele Comboni
Superiore degli Istituti per i Neri e
Direttore Generale dell'Opera del
Buon Pastore per la rigenerazione dell'Africa.
Traduzione dal tedesco.


N. 240 (225) - A MONS. LUIGI DI CANOSSA
ACR, A, c. 14/53
W.J.M.
Cairo, 23 febbr. 1868
Eccellenza R.ma,
1574
Il suo cuore paterno resterà contento del primo fiore che colse l'opera nostra. Quale potenza ha la grazia di Cristo! Non posso esprimerle quanto sofferse la povera Mahbuba negli ultimi due giorni e tre notti, dopo che io l'ho battezzata! ma quanto eroica fu la sua rassegnazione.
Non ho tempo di scriverle, se non che stiamo tutti bene, e speriamo di fare del bene colla grazia di Dio, perché la presenza di negri indigeni in Egitto è come il rocolo per pigliare i tordi.
Però ci è d'uopo procedere con gran prudenza, per evitare gli assalti dei nemici che non vorrebbero...
A mons. L. di Canossa - 23.2.1868; al card. A. Barnabò 12.3.1868
Una delle copie del Primo fiore, scritta sì bene dal nostro P. Stanislao, manderò io stesso al Museo delle Missioni a Torino, per ottenere con questo da Ortalda il perdono per non avergli mai scritto dopo la mia partenza dall'Europa.
1575
Mille ossequi al M.se Ottavio, e famiglia, a Mgr. Vicario, a D.n Vincenzo, Alessandro, et.
In fretta le bacio la Sacra Veste. Mgr. Vicario Ap.lico Ciurcia mi scrisse da Alessandria una bella letterina per la conquista del primo fiore: mi sembra che sia un galantuomo quel Monsignore.

Tutto suo indeg.mo figlio
D. Daniele Comboni


N. 241 (226) - AL CARD. ALESSANDRO BARNABO'
AP SC Egitto, v. 20, ff. 1225-1226v

Cairo, 12 marzo 1868
E.mo Principe,
1576
Parendomi che Dio nella sua infinita misericordia si degni di spargere la sua benedizione sull'Opera testè iniziata per la Rigenerazione della Nigrizia in base al mio Piano, trovo conveniente di porgere all'E. V. R.ma un breve ragguaglio sull'andamento e sulle speranze dei suoi primordi.
1577
Sul cadere del passato novembre io lasciava Marsiglia con tre Missionari, tre Suore di S. Giuseppe, e sedici morette, in tutti N¼. 23 persone. Ottenuto dal Pascià d'Alessandria il passaggio gratuito sulle strade ferrate egiziane, arrivammo felicemente al Cairo la vigilia dell'Imm.ta Concezione. Nel compiere questa numerosa spedizione che avea seco N¼. 46 colli di bagagli e provvigioni, il Governo francese mi recò il risparmio di Scudi 2168, e il Governo egiziano di 324: in tutto N¼. 2492 Scudi.
1578
Ho preso a pigione per N¼. 336 Scudi all'anno il Convento dei Maroniti a Cairo Vecchio che ha annessa una casa antica, a cento passi dalla grotta della B. V. M., ove è tradizione che abbia dimorato la S. Famiglia durante il suo esilio in Egitto. Nelle due case che divide una Chiesa abbastanza comoda ho aperto ed iniziato due piccoli Istituti, che camminano per grazia di Dio assai bene. I missionari si occupano della direzione soprattutto spirituale dei due incominciati stabilimenti, dello studio delle lingue africane e dei costumi d'oriente, e dell'esercizio della carità verso gli infermi. Attese le attuali vertenze abbastanza complicate di alcuni corpi morali, che forse riuscirà a comporre il sagace nostro Monsig. Delegato, ho stabilito che la nostra azione non esca mai dalla sfera dei nostri intendimenti.
1579
Il nostro scopo è marcatissimo: l'apostolato della razza negra. L'Istituto femminile si va sviluppando egregiamente; e per opera di alcune fra le morette, che sono vere Figlie di Carità, si è già fatta qualche conquista pel cielo. E' noto all'E. V. R.ma come lo scopo principale di questi nostri Istituti è di allevare ed istruire nella fede e nelle arti dei moretti e delle morette, perché ad educazione compiuta s'internino nei paesi della Nigrizia per essere apostoli di fede e civiltà ai loro connazionali.
A questo fine primario sembra che la Provvidenza voglia annettervi uno scopo accessorio di non lieve importanza, cioè la conversione di buon numero di anime. L'esistenza di due Corpi di Negri al Cairo educati nella fede e nella civiltà cristiana, è un importante elemento di apostolato a favore dei negri acattolici dimoranti in Egitto. Dal solo vedere le nostre buone morette, dal solo conversare con esse o sentirle cantare, molte altre ancora infedeli s'invogliarono a quest'ora di farsi cattoliche.
1580
E siccome è d'uopo procedere con grande cautela e prudenza, attese le suscettibilità del fanatismo musulmano, e la vigilanza della Framassoneria che guidata da tre logge è riuscita a spargere in questa capitale il suo pestifero veleno tra ogni classe e razza di persone in odio alla nostra santa religione, ci è d'uopo studiare e cogliere il momento provvidenziale per ammettere le aspiranti alla comunione cattolica.
1581
Frattanto pel momento io sono d'avviso che non ci riuscirà gran fatto difficile di guadagnare a G. C. molti di quei negri, che in qualità di schiavi o di servi dimorano nelle case dei buoni cattolici, ove è naturale che una volta convertiti sia più facile che perseverino nella fede. Nel metter mano a quest'operazione importantissima, ho rilevato con piena certezza essere quivi ancora costume, che la servitù anche nelle famiglie cristianissime è per poco abbandonata a se stessa: l'interessarsi di lei è stimata cosa umiliante; e ad eccezione di qualche famiglia singolare tra le poche, vige tuttavia il lagrimevole abuso di trascurare l'istruzione religiosa dei neri, che appunto perché non hanno che un abbozzo miserabile di religione sarebbero i più atti a ricevere la Fede.
1582
Avviene invece sovente che essi abbiano la sventura di capitare sotto il dispotismo di qualche vecchia servente fanatica musulmana, la quale facilmente impone loro le proprie superstizioni, senza che i padroni se ne dieno gran fatto pensiero. Noi conosciamo alcuni di questi schiavi divenuti per tal guisa maomettani nella casa stessa dei loro eminentemente d'altronde cattolici padroni. In seguito a queste osservazioni ci sorride la speranza che si aprirà forse un bel campo all'azione secondaria degli Istituti dei negri; in conferma di che mi permetto di accennare all'E. V. R. la recente conquista di una negra diciottenne, che è come il primo fiore, che il nostro Stabilimento è santamente felice di aver dato alla Chiesa e al Paradiso.
1583
Al Card. Alessandro Barnabò - 12.3.1868
Giunse in Cairo cinque anni fa una robusta giovanetta negra per nome Mahbuba rapita con molte altre dalla disumana avidità dei Giallabi alla tribù dei Denka. Colui che il solo possiede il gran segreto di trarre dal male il bene, fin d'allora calcolava sull'Opera di questo nostro femminile Istituto africano, affine di predestinare ad una eterna felicità la povera Mahhbuba quando appunto allo sguardo umano parea divenuta sopra la terra una delle più infelici creature. Dopo essere stata venduta e rivenduta più volte a padroni musulmani, Dio disponeva che ella venisse comperata da una pia signora greca cattolica di Cairo, da cui apprese la prima volta a sillabare quei cari nome di Gesù e di Maria, nei quali ci è dato unicamente di sperare salvezza.
1584
E' a dire che lo Sp. S. prendesse egli fin d'allora ad operare in quest'anima, mentre ella apparve ben tosto invaghita di qualche informe idea del cristianesimo, che così quasi a caso veniva esponendole la sua padrona: e ciò d'altronde non era bastante a crearle quella fortezza che ebbe tosto a dimostrare nella lotta che sostenne contro le tentazioni fanatiche dell'Islamismo. Passò qualche tempo, e Maha-buba cadde inferma di un morbo, che lentamente degenerò in una tisi. Ciò contribuì a ricadere più immediatamente in preda ai musulmani, che impresero con maggior vigore ad informarla e farle praticare i falsi dogmi. Dio però vegliava sopra quest'anima. Ella non sapeva dalla sua padrona che qualche nome isolato della nostra Fede: eppure ella comprese da sé che alla santità di questa non corrispondeva per nulla l'istruzione che riceveva dal resto della servitù musulmana; e quindi non potè mai accondiscendere e dirsi paga dei loro insegnamenti; ma nessuno gliene dava di migliori, ed essa era mesta e sconsolata.
I suoi maestri cominciarono ad indispettirne, presero a trattarla duramente, a minacciarla e percuoterla: ed al ricorrere di qualche osservanza del Corano, la costringevano a compirne con loro gli atti. Benché il morbo inesorabile della consunzione fossesi già in lei manifestato, pure al sopravvenire del Ramadan essa dovea serbare fino al tramonto del sole il digiuno naturale. La infelice Mahbuba sentiva il gran vuoto del Dio della verità: l'anima sua senza saperlo sospirava a lui incessantemente, e a quando a quando metteva nella sua lingua le poche parole che avea apprese dalla padrona "Gesù, Maria, cristiana, battesimo, paradiso etc.": quantunque ignorasse i divini oggetti che adombravano, pure in ripeterle provava una sensibile consolazione. Come può ben credersi, tali espressioni erano tante spine per coloro che la volevano musulmana ad ogni costo: pensarono pertanto che isolandola affatto, l'avrebbero finita di vincere. Ciò non era punto difficile, dacché la tisi da cui essa era affetta, è un morbo che in oriente estremamente si teme quasi come una specie di peste: sotto questo riguardo essi persuasero la padrona a rimetterla in una sua villa, dove Mahbuba si trovò in balia di nuovi carnefici musulmani già officiati a dovere dai primi.
1585
Col pretesto di guarirla a mezzo di certi loro prestigi, ma infatti per accelerarle la morte prima che potesse divenire cristiana, accendevano dei gran fuochi e l'obbligavano a starvi dappresso delle ore; e a quando a quando la seppellivano sotto mucchi di sabbia infuocata per buona parte della giornata. Così in poco tempo Mahbuba fu ridotta agli estremi: allora i suoi nemici poterono col medesimo pretesto della tisi ottener dalla padrona di trasferirla nell'Ospitale turco. Esultavano essi dell'infernale trionfo; ma Iddio appunto allora li voleva confusi; e però dispose che la signora greca venisse a sapere in quei dì del recentemente fondato nostro Istituto di negre. La sua coscienza, che non poteva essere e non era tranquilla, la determinò a farmi tosto richiedere di accettarla.
Il medesimo giorno in cui mi fu fatto parola, io la visitai all'ospital turco, e la padrona me l'ebbe poi spedita. Mahbuba era delle nostre. L'anima sua parea travedesse la sorte che Dio le serbava in mezzo a noi: al vedere le morette, che le ho messe al fianco per istruirla ed assisterla, farsi il segno della croce, e portare la medaglia ricevuta dal S. Padre, anch'io, disse, anch'io voglio essere come voi cristiana. Siccome essa era della tribù dei Denka, le ho posta fra le altre una moretta denka; e in pochi giorni ebbe a ripetermi in arabo ed in dincaico linguaggio i misteri principali delle fede e i sacramenti. Mahbuba beveva con avidità la scienza della sua eterna salute; non trovava la minima difficoltà nel credere, e ripeteva ad ogni tratto colle sue compagne sorelle i dogmi della nostra religione.
1586
Conosciuto l'amabile obbietto che racchiudevasi nei santi nomi di Gesù e di Maria e di Giuseppe, non si finiva di baciarne le venerate immagini, e di domandare a loro ed a noi il santo battesimo: laonde consultati gli altri compagni, ho deciso di non differire tal grazia oltre la sera dell'11 febbraio. Erano le 9 di sera, e la stanza di Mahbuba apparve illuminata dalle faci dell'altarino che le morette avevano improvvisato. Quando io ho indossato le sacerdotali divise, tutti si prostrarono in divote preghiere. La giovane comprese ch'era giunto il sospirato momento, e lo salutò con un straordinario sorriso di gioia, che noi riscontrammo nel suo volto, ne' suoi occhi, nelle sue labbra. Era una commozione, una tenerezza il vederla concentrata e raccolta accompagnare la nostra preghiera.
Al Card. Alessandro Barnabò - 13.3.1868
Quando sentì scorrersi sul capo l'acqua della rigenerazione, il suo volto era staordinariamente lieto, e con un senso di gioia grande esclamò: ana Maryam: io sono Maria, che un tal nome difatti volemmo imporle per consacrare alla Madre Divina dell'Opera nostra quel primo fiore della medesima. In breve: la giovane soffrì dolori da martire: ma quanto è potente la operazione della grazia! Ella volea soffrire di più, e trovava un conforto indicibile nel baciare il crocifisso; ai 14 febbraio ella volò in paradiso a pregare per la conversione dei negri.
1587
S. Ecc. Monsig.r Delegato ap.lico ci tratta con ispeciale bontà, ci ha fatto l'onore di venire a trovarci: egli verrà ancora dopo S. Giuseppe a tenervi alcune cresime nella parrocchia di Cairo vecchio, ove è un pio e buon francescano parroco, col quale mi son messo nella debita intelligenza rapporto al battesimo della felice Mahbuba.
Io non ho parole sufficienti per ringraziare l'E. V. R.ma della paterna assistenza che mi prestò nella terribile vertenza che io m'ebbi a Roma con Mons. V. G. Dopo Dio devo all'E. V. la buona riuscita di quell'affaraccio, che spero colla grazia di Dio non me ne toccheranno altri di simil genere.
Baciandole la sacra porpora, mi dichiaro dell'E. V. R.ma

um.o e dev.o ed osseq.
D. Daniele Comboni




N. 242 (227) - AL CARD. ALESSANDRO BARNABO'
AP SC Egitto, v. 20, f. 1227

Cairo Vecchio, 13 marzo 1868
Eminentissimo Principe,
1588
I due Istituti recentemente fondati al Cairo vecchio per la conversione dei negri essendo totalmente sprovvisti di arredi sacri e di ogni oggetto di culto, l'umile sottoscritto si rivolge umilmente all'E. V. R.ma per supplicarla caldamente a volersi degnare di accordargli una provvisione di arredi, vasi sacri ed oggetti del culto esteriore che produce l'Opera Apostolica di Roma, la cui distribuzione ha luogo nel corrente mese di marzo.
Nella speranza di ottenere questa grazia, ho l'onore di baciarle la sacra porpora, ed essere
dell'E. V. R.
um.o osseq. ubb. serv.
D. Daniele Comboni
Superiore degli Istituti dei negri


N. 243 (228) - A MONS. LUIGI DI CANOSSA
ACR, A, c. 14/54
Cairo, 29 marzo 1868
Sunto di una lettera di D. Comboni


N. 244 (229) - A DON ALESSANDRO DALBOSCO
ACR, A, c. 38/24 n. 4

2 aprile 1868

1589
".......I nostri Missionari non la sentono niente affatto bene verso M.r Girard. E ciò perché egli fa sua l'opera, il Piano etc.
Lasciamo che faccia il Signore: Io scriverò a Girard incoraggiandolo a pigliare grande interesse dell'opera dei Neri: mi limiterò però negli elogi; 1¼. perché è un po' esaltato, o meglio ha il nome di esaltato 2¼. perché espresse nel suo giornale alcun che contro i Francescani, nel senso che la loro opera non basta all'Apostolato di Terra Santa, e dell'Egitto (ed in ciò Girard ha ragione): e siccome qui noi siamo fra i francescani, coi quali io sto, e mi conservo nella più gran pace, ed accordo, anzi mi proteggono; e siccome il Delegato è un francescano che parla con poco favore di Girard; così stimo prudente il misurar bene gli elogi a Girard. Noi del resto approfittiamone assai, perché ci può aprire la via a godere immensi vantaggi dalla Francia......."
N. 245 (230) - A DON ALESSANDRO DAL BOSCO
ACR, A, c. 14/133
10 aprile 1868
Sunto di una lettera del Comboni

N. 246 (231) - A DON ALESSANDRO DAL BOSCO
ACR, A, c. 38/24 n. 5
18 Aprile 1868
Sunto di una lettera del Comboni.

N. 247 (232) - A MONS. LUIGI DI CANOSSA
ACR, A, c. 14/55

Sia lod.o G. e M. In et.o così sia.

Cairo, 1 maggio 1868
Eccellenza R.ma,

1590
Nell'ultima mia mi son dimenticato di accennarle che il nostro moretto Girolamo Rihhan, che avea ricevuto fin da principio, ai 2 aprile passò agli eterni riposi munito di tutti i sacramenti e sicuro di andare in paradiso. E' un'anima salvata dalla perdizione, perché era uno degli undici moretti educati in Napoli, da dove furono cacciati; e venuti in Egitto, si diedero ad una pessima vita convivendo chi con donne turche, chi con eretiche, chi dandosi ai latrocini etc. Essendo costui tisico, l'ho ricevuto nella speranza che sarebbe morto convertito. Vi vollero due mesi per indurlo a confessarsi: la grazia ha trionfato di lui; ed ora certo egli è salvo.
1591
A don A. Dalbosco - 10.3.1868; a mons. di Canossa - 1.5.1868
Domenica scorsa sacra al B. Pastore il nostro Stabilimento gustò una festa di Paradiso. Abbiamo battezzato solennemente una moretta di 18 anni che abbiamo bene istruita ed alla quale abbiamo posto il nome della Marchesa sua cognata: Maria Clelia. Siccome queste sono vere gioie per un missionario, così ho stabilito che come noi ci dividiamo insieme le pene, così abbiamo altresì comuni le gioie. E' una gran gioia il poter battezzare: e questa l'ebbe questa volta il P. Zanoni.
Quando il P. Carcereri avrà stesa la relazione sul modello del Primo Fiore, gliela manderò subito, perché son certo che Dio sarà glorificato, e ne godrà il di Lei cuore paterno. Sembra che una guerra segreta ci si muova dai frati di Terra Santa, che non vogliono vedere di buon occhio quel po' di bene che da noi si fa. Qui al Cairo vecchio c'è una Parrocchia di Terra Santa; ed il Parroco frate è un vero missionario.
1592
Io non solamente sono andato d'accordo con lui, ma egli stesso assistette all'ultimo battesimo, che abbiamo fatto dietro il suo pieno consenso. Dopo il battesimo, ne ho fatta breve relazione a Monsig.r Delegato in Alessandria. Io sono in piena regola e col Parroco locale, e col Delegato. Perciò dopo essermi consigliato col detto Parroco, e coi nostri missionari, ho ordinato che si faccia il battesimo, malgrado le rimostranze del Convento del gran Cairo, che reclamerebbe che tutte le nostre convertite non si battezzassero se non nel loro tempio in Cairo, e dai frati, e dopo il loro giudizio. Basta su questo punto, che sarebbe fecondissimo: ma non voglio esser lungo.
1593
Noi procediamo con tutti i riguardi e colla prudenza possibile: col tempo Dio ci accorderà la grazia di superare uno dei maggiori ostacoli allo sviluppo del nostro apostolato in Egitto a pro' dei neri, cioè, gl'intrighi dei fr. di T. S. Frattanto confido di poter consacrare a Maria in questo suo mese (che abbiamo cominciato iersera con discorso ogni sera) due altre conversioni di due morette sedicenni. Bisogna che facciamo l'istruzione segreta, perché se si viene a sapere, v'ha chi insinua ai padroni di non parlare di cattolicesimo alle more, e di persuaderli a non affidarcele. Ma coraggio, Monsignore; le opere di Dio devono essere contrastate dal demonio: è a forza di croci che si guadagna la palma e si trionfa.
1594
Sono tanto oppresso da croci d'ogni lato, che non ho proprio volontà di scrivere altro. La Superiora è ancora in burrasca, e non so se la porterà fuori. Oltre a ciò abbiamo ancora 4 altre ammalate gravemente. Io poi solo da ieri sono in piedi: m'ebbi le febbri dalla Domenica in Albis: tuttavia solo tre giorni stetti senza celebrar messa. Sia sempre benedetto Gesù.
1595
Mi permetta solo che dica una parola su di un punto che mi scrive quella santa anima di D. Dalbosco, il quale vuole intendere quello che non è realmente sul nostro giudizio su M.r Girard. Egli dice saper egli ed il Vescovo di Verona che noi desideriamo che si rompano relazioni con M.r Gerard, e che io ed essi siamo infastiditi perché il galantuomo di M.r Girard fa suo il Piano di D. Comboni. Ora io dichiaro a V. E. R. che è falsa la prima e la seconda proposizione: io le dichiaro ciò (da mia parte) con quella verità e sincerità colla quale vado a confessarmi; e le dico che non solo è falso; ma che io non ne ebbi nemmeno giammai il pensiero: anzi per certe mie viste future ho sommo piacere che M.r Girard sia in ottima relazione col Capo dell'Opera della Rigenerazione dell'Africa, e che si faccia suo il nostro Piano, come se l'han fatto di loro quei di Colonia; perché da ciò abbiamo avuto ed avremo delle risorse, senza delle quali i più bei piani sono vuoti di senso.
1596
Chi può negare che cento altri abbiano escogitato il mio Piano? Quello che nel M.r Girard abbiamo trovato di spampanata, è, che egli abbia trovata la casa dei Maroniti al Cairo vecchio, come mi dissero i Frères: e su questo ci abbiamo fatto cogli stessi Frères una risata, perché fu un mero caso che io abbia potuto avere quel convento per 90 Nap.ni d'oro all'anno. In seguito a questo, ed alla negra pittura fattaci da' Francescani su Girard (che dice delle gran verità), noi non ci siam fatta una grande idea di quest'uomo. Ma mai però abbiamo mostrato il minimo dispiacere che egli si faccia suo il nostro Piano, e che sia in istretto rapporto con V. E. R.ma.
1597
Così io le dico in coscienza; e così, a quanto mi consta, la pensano i mei compagni. Che se alcuno di loro scrisse altrimenti a Verona di quello che io affermo, allora è un altro paio di maniche: io non ne so nulla; il mio pensiero verace le è ora manifesto: e questo pensiero lo deve aver veduto chiaro nelle mie lettere. Anzi per sopraggiunta le dirò che anche noi ci siamo messi in comunicazione con M.r Girard: io gli scrissi con tutta gentilezza e gratitudine, e forse l'E. V. R. avrà già letto stampata la mia lettera sulla T. S.te. E secondo il mio debole parere, mi pare che sia prudente di non fare nessuna dichiarazione con M.r Girard, né dirgli che non ci mescoli in questioni estranee all'Opera nostra; perché ciò non fa nulla pei Francescani, che sono avversi in Oriente a qualunque istituzione eterogenea per principio; e d'altro lato potrebbe ciò raffreddare M.r Girard, che è francese, e che è animato sempre di più a lavorare per la causa di Dio, dopo che all'amicizia che contrasse con tutti i Vescovi e Patriarchi d'Oriente, si è aggiunta quella di un Vescovo della fam. Canossa.
1598
Noi non siamo responsabili se non di ciò che scriviamo noi. Se anche i Francescani mi dicessero che M.r Girard ha stampato che il Vescovo di Verona e i suoi missionari hanno sposato le sue opinioni, io inviterei i Francescani e chiunque a constatare questo sulle nostre lettere e corrispondenze: resterebbero convinti solo di ciò che noi abbiamo scritto. E questa è la ragione per cui nella mia ultima lettera, esposi a V. E. il pensiero di misurare le nostre espressioni, nella nostra corrispondenza con M.r Girard, che d'altronde ci tornerà utilissimo, ed è zelantissimo.
1599
A Mons. Luigi di Canossa - 1.5.1868
Vorrei scrivere al M.se Ottavio per dirgli del nome Clelia dato alla fortunata Fedelkarim. Questa è un'anima prevenuta dalla grazia, e di un candore ammirabile. Faccia Ella le mie parti.
Noi aspettiamo il P. Tezza: lo aspettiamo perché dovea già venire cogli altri, e quindi è cosa vecchia: lo aspettiamo perché D. Dalbosco mi scrisse da oltre un mese, che è a nostra disposizione. Dunque noi lo abbiamo domandato, giudicando che tale sia anche il desiderio del nostro veneratissimo Padre, che in questo senso si era sempre espresso.
Mi mandi un'ampla benedizione perché sono afflitto: riceva gli ossequi di tutti. Aspettiamo Bachit. Dica al santo vecchio C.te Luigi che sarò fedele alla promessa. A tutti.. tutto.
Bacio mani

D. Daniele Comboni
N. 248 (233) - AL CARD. ALESSANDRO BARNABO'
AP SC Afr. C., v. 7, ff. 1268-1269v
W.J.M.J.
Cairo, 15 maggio 1868
E.mo Principe,

1600
Nell'annunciare all'E. V. R.ma il gran piacere che ho provato nel ricevere il suo preziosissimo foglio 22 p.p., godo sommamente di esternarle i sensi della mia gratitudine, e di assicurarla che non mi permetterò mai di fare alcuna cosa di qualche rilievo, senza dipendere interamente dall'unico legittimo Rappresentante della S. Sede in Egitto e nell'Africa centrale, il nostro veneratissimo Mgr. Vic.o Ap.co, convinto, che, solamente così operando, potrò aspettarmi le benedizioni del cielo nel lavorare a prò dell'opera santissima per la conversione dei negri.
Avendo dal medesimo Mgr. Vic.o Ap.co ottenuto il permesso di occuparmi nella ricerca dell'anime appartenenti alla stirpe negra per guadagnarle a Gesù Cristo, sempre colla condizione sottintesa che ciò faccia con tutta la prudenza possibile, senza comprometterci, e quando vi sia la morale certezza che possano perseverare nella fede nella condizione in cui si trovano, sono in grado di annunciare all'E. V. R.ma che ne ho trovato moltissime presso diverse famiglie cattoliche stabilite in Egitto; anime, che, o sono ancora pagane, o hanno già abbracciato l'Islamismo.
1601
Il motivo di questa piaga che qui nell'Oriente colpisce l'infelice razza dei neri, è la tradizionale negligenza dei cattolici padroni, i qua-li generalmente, o non si curano punto della salvezza della loro servitù etiope, o non vogliono assolutamente che essa diventi cattolica pel folle timore, che, coll'abbracciare la nostra fede, cessa di essere schiava, e quindi può avvenire che essa abbia a sottrarsi dappoi alla loro assoluta dominazione, non riflettendo gli stolti che una tale servitù colla grazia della fede di G. C. diventa assai più fedele e subordinata ai propri padroni, come insegna tuttodì l'esperienza. Non cercando io, benché miserabilissimo sotto ogni rapporto, che la gloria di Dio e la salute dell'anime, mi sento obbligato a ripetere all'E. V. R.ma quale incaricato da Dio di tutte le missioni della terra, ciò che mi sono permesso per l'amore di G. C. di affermare confidentemente al nostro degnissimo Vic.o e Deleg.o Ap.co; cioè, che il motivo per cui tante migliaia di anime negre vanno perdute, è perché i missionari o sacerdoti dei diversi riti cattolici nell'Egitto non hanno certamente inculcato e non inculcano con calore ai capi e alle madri delle rispettive famiglie cattoliche l'obbligo sacrosanto di osservare il IV precetto del Decalogo, che contiene fra gli altri l'assoluto dovere di procurare il vero bene della propria servitù, che è la salvezza dell'anima.
1602
E' la cosa più facile del mondo per un capo di famiglia cattolico il guadagnare alla vera fede gli schiavi e le schiave da lui comperate; perché tale dovere dei padroni è una cosa riconosciuta come un diritto e dagli stessi schiavi, e dallo stesso governo musulmano, che in tali circostanze, qualora se ne accorga, non mette mai ostacolo di sorta.
1603
Avrei molto a che dirle sulla maniera da usarsi nel compiere questa parte importante dell'apostolato egiziano, che potrebbe costituire il compito secondario degli Istituti dei Neri, e sulle difficoltà superabili che s'incontrano da diversi lati, non escluso qualche sacro ministro. Ma per non essere troppo lungo mi limito ad esternarle, che tutte le osservazioni che potrò fare in proposito, non che tutto ciò che mi verrà fatto di scorgere di opportuno pel bene della nostra santa religione (exceptis excipiendis, perché la sua posizione (del V.o A.o) è delicatissima, appartenendo egli pure all'ordine Serafico), esporrò sommessamente all'amatissimo nostro Mgr. Vicario Ap.lico.
1604
Al Card. Alessandro Barnabò - 15.5.1868
Venendo ora a toccare particolarmente alcun che dei frutti dell'Opera nostra, sono lieto di annunziare all'E. V. R.ma che ai 2 del p.p. aprile volò al cielo un moro di 20 anni, Girolamo Rihhan, che fino dal p.p. dicembre io aveva accolto già tisico nell'Ist.o, nella ferma fiducia di vederlo morire nel seno della santa Chiesa, come difatti avvenne, e salvarsi l'anima. Ai 26 di aprile, domenica consacrata al B. Pastore, previo l'accordo del degno Parroco francescano di Cairo vecchio che assistè alla sacra cerimonia, abbiamo conferito nella nostra cappella, il Battesimo ad un'altra mora di 18 anni della tribù dei Denka, la quale conoscendo la sua lingua materna assai meglio che l'araba, era stata prima bene istruita sotto la mia direzione da una delle nostre morette della stessa tribù, e le diedi il nome di Maria Clelia. Dessa ora vive colla sua buona padrona; e noi siamo lieti di ammirare in quest'anima predestinata i veri portenti della grazia.
1605
Parimenti stiamo istruendo nella fede una moretta sedicenne battezzata in una città dell'oriente un mese prima, dopo aver soltanto imparato macchinalmente il Pater, Ave, e Credo in una lingua affatto sconosciuta alla giovanetta, che trovammo affatto ignara della nozione della SS. Trinità e di Cristo.
Dopo aver constatato ogni cosa, e soprattutto il motivo per cui questa moretta fu scacciata a percosse dall'Ist.o cattolico che l'avea pochi dì prima ammessa al battesimo, esponendola a perdersi fra i musulmani, ne renderò avvertito per lettera il rispettivo Capo della Missione. Mi tornò impossibile finora di ridurre alla pratica del cattolicesimo un abissinese di 17 anni affidatomi dal V. Console del Belgio in Cairo, che io reclamai dal medesimo Console come per fargli il favore di guarirlo da malattia, ma collo scopo di chiamarlo alla fede. Questo moretto, che io visitai in letto, benché assai infermo digiunava il Ramadan de' musulmani. Il Console me lo accordò volentieri, dicendomi che lo curassi, che appartiene alla nostra santa religione. Il fatto è che non conosce né segno di croce, né la Trinità, né mai udì il nome di Cristo.
1606
Constatai che appena comprato da un greco cattolico, fu condotto alla chiesa greca cattolica, e solennemente battezzato. In seguito, come avviene ai poveri schiavi, il giovanetto fu abbandonato in preda al dispotismo della servitù musulmana. Questo fatto è in contraddizione con quest'altro. In una buona famiglia greca catt.a ho rinvenuto due morette, ancor pagane, le quali avendo poscia veduto le nostre morette, si gettarono a' miei piedi, e colle lagrime mi chiesero il battesimo, dicendo esser questo un desiderio da molto tempo. La pia padrona che conosceva bene la bontà delle due schiave, avea consentito a cedermele alternativamente l'una dopo l'altra pel tempo necessario per un'opportuna istruzione: ma si è dovuto protrarre a più tardi questo affare, perché il rispettivo Parroco greco giudicò che è troppo presto e che sono troppo giovani (ha ciascuna 16 anni).
Confido però di riuscire a persuadere questo Parroco (che è molto stimato dalla sua nazione), che intanto è opportuno istruire le due catecumene che non sono troppo giovani, e dopo una conveniente istruzione, non è troppo presto il battezzarle, potendo esse conservarsi bene sotto gli sguardi della pia padrona e della buona famiglia che le tiene in conto di figlie. Di più, dietro il concorso del zelantissimo Vic.o Ap.co dei copti, ho potuto raccogliere e ricevere nell'Ist.o masch. un eccellente giovane del Regno Amarico di 19 anni appartenente agli eretici di Abissinia, che nello spazio di un mese, dacché beve fra noi con singolare avidità la cristiana istruzione, ci porge belle speranze di ammirare fra non molto in lui un fervido cattolico, ed un abile catechista.
1607
Finalmente con un aiuto speciale della nostra cara Mamma Maria agli 8 di questo suo mese noi abbiamo potuto impedire che un impiegato cattolico di un rito orient.le vendesse a dei turchi, per ingordigia d'una buona somma di denaro, una grandissima nera Denka diciottenne di forme rare e ricercatissime dai barabbe di qui. Questa mora, dopo che vide la sua amica Maria Clelia (che battezzammo il dì del B. Pastore) istruirsi fra noi, mi supplicò di darle il battesimo; e fin da quei primi giorni osserva rigoroso digiuno, ed è l'esempio di tutte l'altre. Il fatto è che per una provvidenziale serie di cose che non so spiegare, quel padrone diede a me la negra, contento solo che il nostro Ist.o s'incarichi di istruire un'altra abissinese, che egli comprerà, e di insegnarle quel che sanno le nostre morette, perché serva di aiuto e compagnia a sua moglie. Io affidai ad una pia signora maronita la moretta; nella prossima festa dell'Ascensione entrerà nel nostro Ist.o per essere istruita e battezzata; e poi ritornerà dalla predetta signora a vivere nella pratica osservanza della legge di Dio, come fa la padrona.
1608
Ecco il nonnulla di frutti, che finora s'è potuto cogliere per l'Opera dei due nascenti Ist.i dei Negri in Egitto. Confido che essi, malgrado tutte le difficoltà, progrediranno di questo passo anche in avvenire, e che potranno far entrare nell'ovile di Cristo parecchie fra le centinaia di negre che io ho veduto, visitato, e esortato, e che dimorano al servizio di famiglie cattoliche dei diversi riti. Da tutto questo l'E. V. rileverà la saggezza del n.o Vic.o Ap.co nel raccomandar prudenza.
Fino ad ora toccai delle gioie: un'altra volta parlerò delle spine. La bacio la S. Porp., e mi dico pieno di gratitudine ed ossequio

di V. E. R. um.o dev.o osseq.o figlio
D. Daniele Comboni



N. 249 (234) - A MONS. LUIGI DI CANOSSA
ACR, A, c. 14/56

Cairo Vecchio, 18 maggio 1868
Sunto di una lettera del Comboni steso da D. Dalbosco.


N. 250 (235) - AL CARD. ALESSANDRO BARNABO'
AP SC Afr. C., v. 7, ff. 1274-1276


W.J.M.J.
Cairo, 25 maggio 1868
E.mo Principe,

1609
A mons. di Canossa - 18.5.1868; al card. A. Barnabò - 25.5.1868
Addì 15 corr.te io indirizzava all'E. V. R.ma una lettera, in cui le esponeva le piccole gioie del mio povero apostolato; e le accennava di renderla poi consapevole delle mie croci. Sì, E.mo Principe, ho delle croci gravissime che provengono dalla bontà di Dio; me ne fu destinata una, che proviene dalla parte del diavolo. Ed è questa croce inaspettata che mi determina a scrivere all'E. V. R.ma prima di quello che mi pensava. Mi permetta che cominci dal favellarle di questa che è di nuovo conio, riserbandomi a toccarle poscia di volo le altre.
Sono parecchi giorni che mi si sussurra all'orecchio da Tizio e da Sempronio essere io stato creato Cavaliere della Corona d'Italia, e ciò trovarsi in alcuni giornali italiani e d'Egitto; e chi per leggerezza e chi per celia giunse fino a congratularsene con me. Io non vi prestai molta fede, perché so che da alcuni anni la stampa periodica è diventata in Italia l'organo della menzogna e non della verità. Se non che, quando ieri alcune lettere di Verona e d'altre parti dell'infelice penisola mi annunciarono essere la cosa positiva, trovarsi pubblicata nella Gazzetta Ufficiale del Regno d'Italia, ed essere preceduta da un Decreto ministeriale, concepito in termini che spirano religione e cattolicesimo da sembrare un Breve Pontificio, curiosissimo di contemplare questo novello interessantissimo Breve Fiorentino, volli andarne in traccia; e dopo molto cercare e rovistare, mi venne fatto di rinvenire nella Gazzetta: La Nazione, la seguente nota:
1610
"Sua Maestà volendo dare un pubblico attestato della particolare sua benevolenza ad alcuni fra i missionari più benemeriti..... della Religione.... e ricordare ad essi che.... sono sempre presenti al pensiero della patria e del Re;..... ha nominati.... a Commendatori Valerga...... a Cavalieri della Corona d'Italia..... Comboni Sacerdote Daniele etc...."
Non voglio sprecare il tempo a commentare parola per parola questa solennissima buffonata del Governo Menabrea, che è una contraddizione dei fatti compiuti. Confesso, o E.mo, che se la nomina a Croce della Corona d'Italia fosse toccata a me solo, ne sarei rimasto inconsolabilmente afflitto, perché una tal nomina è un attacco alla mia riputazione, è un'ingiuria solenne fatta ad un povero prete della S. Chiesa cattolica, apostolica, romana. Ma leggendovi inclusi nella stessa sentenza i nomi venerati di Patriarchi, Arcivescovi, Vescovi, e missionari da me personalmente conosciuti per attaccatissimi alla S. Sede, e devotissimi in omnibus al Papa-Re, metto il mio cuore in pace, e riguardo un tale avvenimento come una semplice croce, che viene a colpirmi, e dalla quale m'è dato di schermirmi coll'efficacissima preghiera: sed libera nos a malo. Amen.
1611
La Corona d'Italia!!! Basta un tale enunciato, pronunciato in quest'epoca, per leggervi la perfidia e i deliberamenti dei nemici del Papato. Si spoglia il Santo Padre fino alla camicia (mi perdoni questa espressione che le scrivo in confidenza); e poi si ha il coraggio di offerire il vestimento di una Croce d'oro ad alcuni fra ' suoi figli che lo adorano e lo riveriscono!... Si colpiscono di paralisi le missioni cattoliche collo sterminio di quelle sante Istituzioni che formano il vivaio e le speranze dell'Apostolato, e coll'involarne le pecuniarie risorse; e poi si ha l'impudenza di gettare la polvere dorata di una decorazione sugli occhi del missionario che piange sulla sorte che è riserbata alla diletta vigna de' suoi sudori?... Il Governo di S. M. il Re di Sardegna, dopo avere straziata accanitamente la Religione, e perseguitati i suoi Vescovi e Sacerdoti, e dispersi i suoi più generosi campioni, osa vilipendere con subdoli omaggi alcuni fra i più benemeriti pei servigi prestati a vantaggio di questa stessa Religione?...
Questa è una spudorata buffonata: questa è logica dei bugiardi figliuoli delle tenebre; questa è politica di casa del diavolo; questa è una croce che anche a me viene da parte del Diavolo: perciò quando in questi giorni mi verrà presentata la Croce della Corona d'Italia (che lo stesso Console Generale portò testè da Firenze) che sconsigliatamente ha pensato di destinarmi la sfacciata consorteria che impera in Italia, io sarò lieto di rifiutarla con una esplicita dichiarazione, quale si conviene ad un sacerdote e missionario cattolico, che è pronto a sacrificare mille volte la vita per propugnare la minima delle verità e dichiarazioni emanate dal Vicario di Cristo, nel quale ei venera i sublimi caratteri di Pontefice e di Re. Sono certissimo che in tal guisa operando, avrò l'onore di seguire l'esempio degli altri otto veneratissimi Vescovi e Missionari, che furono con me crocifissi dalla così detta Corona d'Italia.
1612
Venendo ora alle croci provenienti da Dio, voglio soltanto toccarle di volo, benché sieno assai più interessanti, e dono dell'infinita misericordia.
Oltre a nove gravissime malattie, che ebbi in casa femminile, e che mi cagionarono gravissimo dispendio, ho da due mesi gravemente ammalata la Superiora, la quale ne avrà abbastanza ancora per due mesi. Il vaiuolo invase le case maronite ove siamo: attaccò quattro morette ed un religioso. In soli 15 giorni abbiamo in questo mese dato sepoltura a due morette di 20 anni educate in Baviera. Il Convento dei Maroniti circondato da sepolcri abbiamo esperimentato che non è sano: dietro il consiglio di molti mi è d'uopo abbandonarlo; ciò che farò al ritorno da Gerusalemme di Mgr. Ciurcia Vic.o Ap.co.
1613
Al Card. Alessandro Barnabò - 25.5.1868
Altra croce (che viene da Dio, e, temo, da me) è Mgr. Vice-gerente. Dopo 4 mesi di silenzio, ad onta che sia stato provocato a parlare mille volte, scrisse al Vescovo di Verona, e fece dire al mio Procuratore Sig.r Nuvoli, che è pronto a restituire il chirografo dei 1500 scudi, dopo aver liquidato i conti con me. Perché non li liquidò quando io era in Roma, dietro i miei replicati inviti? Questo è nulla. Un mese fa fece dire al mio Procuratore che egli non cede per niente affatto il mio chirografo, perché non è più Superiore delle Viperesche. Disse che egli ha sborsati i 1500 scudi: come e dove sieno andati, e non lo sa, né vuole saperlo, né è obbligato a saperlo: disse che egli penserà a rimborsarsi. Io gli perdono, ma quegli è un uomo demoralizzato.
1614
La Chiesa sa quel che si fa, è prudentissima; a me toccherà soffrire assai, perché a Roma nessuno né secolare né ecclesiastico osa assumere né trattare la causa di un prete contro un Vescovo. Si scrive, si invita a rispondere, si reclama giustizia, e la giustizia tace, e si risponde con un profondo silenzio. Fiat! Quel Dio che mi ha protetto a Roma sotto l'inspirazione di V. E. R.ma, penserà a proteggermi in avvenire fino da finire questa noiosissima causa. Pare che sia scosso quel monastero delle Viperesche, la cui Superiora ebbe a dire alle tre morette ultime che il Papa è un birbante, che Pio IX non ha facoltà di toccare il V. G. da quel Convento, e che le Suore di S. Giuseppe sono spazza strade.
Questo cito all'E. V. a scarico della mia coscienza, dichiarandole con giuramento aver ciò confessato le morette a me ed a un nostro padre. Credo però che a Roma ne avranno delle belle decine di questi argomenti. Perdoni se mi lascio trasportare a questo sfogo di dolore.
1615
Finalmente Iddio nella sua bontà mi dà la croce, nei gravi pensieri che mi opprimono dell'economia. Colonia, che meco si obbligò a 5000 franchi, me ne diede finora 8300. Lasciando da parte una discreta somma lasciata al Vescovo pel piccolo Sem.o di Verona, e i danni cagionatimi dal Vic. Ger. per aver mantenuto un mese in Francia parte della mia carovana etc., vennero nelle mie mani N¼. 7000 franchi offertimi da particolari benefattori di Francia, Italia, e Germania. Ma le spese fatte sinora montano a Fr.chi 17600. Non so come andare avanti. Ho già limitato a quel che ora abbiamo il numero degli individui dei due Istituti, che rimarrà stazionario fino a che non avrò assicurati i mezzi di sussistenza a' medesimi, riflettendo d'altronde che in questi due piccoli Istituti sonvi già gli elementi sufficienti per esercitare una discreta azione cattolica a pro' dei neri dimoranti in Egitto.
1616
In mezzo a queste tribulazioni io mi sento tutto il coraggio e la fiducia in Dio: l'importanza di questi due primi Istituti è capitale per l'opera della Conversione dei neri: le grazie speciali e straordinarie che veggo mi rendono certo che Dio verrà in soccorso dell'Opera sua. Però vede l'E. V. che il mio povero cuore ha bisogno di conforto; e un grande conforto sarebbe per me se l'Em. V. R.ma avesse tanta bontà da ottenere dal S. Padre la taumaturga sua ap.lica Benedizione per me e pei miei due Istituti d'Egitto. Oh! questa Benedizione sarà efficacissima a consolarmi.
1617
Jeri moriva all'Ospedale Suor Xaveria Jobstreibizer dopo 20 giorni dacché arrivò dalla Toscana in Cairo. La pia armena Sr. Maddaleine, che ha vestito e fatto i voti ai piedi di V. E. si comporta da vera figlia di S. Giuseppe, e fa progressi nella perfezione. I miei buoni compagni studiano l'arabo. Mgr. Massaia scrisse dal Regno di Choa al Cav. Madrus in Cairo.
Le mie case quanto allo spirito camminano come qualunque osservantissimo Ist.o religioso d'Europa.
Chiedendole perdono di questa troppo lunga lettera, ho l'onore di offerirle i sensi della mia profonda venerazione e di baciarle la sacra porpora, dichiarandomi

di V. E. R.
um.o oss. e dv. figlio
D. Daniele Comboni
N. 251 (236) - A CLAUDE GIRARD
AGB
W.J.M.J.
Cairo Vecchio, 26/6 = 68
Mio caro e venerabile amico,

1618
Mi permetta di inviarle, ora solamente, due righe perché sono molto occupato per il momento, poiché ho cambiato casa per avere un'aria migliore e delle stanze più vaste per la comunità.
Non ho parole per ringraziarla adeguatamente per il suo buon cuore, per la sua generosità e per quello che fa per i neri e per la fede. Le sono ancora sensibilmente obbligato per la sua cara lettera del 6 giugno che mi ha fatto molto piacere. Accetti tutto il mio affetto. La gloria di Gesù Cristo e la salute delle anime è il legame prezioso che renderà la nostra amicizia eterna; e siccome la Francia è il sostegno dell'apostolato della Chiesa, così come la protettrice del potere temporale del Sovrano Pontefice, io mi sento ancora più unito a lei, perché è figlio della figlia maggiore della Chiesa Cattolica.
1619
D'ora in poi avremo due corrispondenze insieme: l'una segreta tra lei e me, l'altra pubblica, cioè che lei potrà pubblicare sul suo apprezzato giornale che è sovente disprezzato da parte di qualcuno, perché contiene delle verità (molto impressionanti) che fanno colpo.
Questa lettera è segreta.
1620
Le domando mille volte perdono per non aver potuto inviarle alcune mie lettere: ne avevo preparate molte, l'avevo pur detto al nostro caro amico Ildenfonso e scritto a Mons. Canossa, ma non ho mai, mai trovato il momento di spedirgliele. Lei è molto caro e buono. Lei ha continuato a inviarmi il suo ammirevole giornale (che io proverò a diffondere e divulgare per moltiplicare gli associati, soprattutto a Roma).
1621
A Claude Girard - 26.6.1868
Se volessi descriverle le croci che ho, non basterebbe un volume. Mons. Canossa non le conosce tutte. Ma, mio caro, non mi perderò mai di coraggio con la grazia di Dio. Prima di riuscire ad attirare Mons. Canossa all'opera (già da 15 mesi) ho sofferto molto per l'opera che volevo fondare per l'Africa: sono abituato alle battaglie. Anche se restassi solo, senza appoggio, io continuerei solo l'Opera che Dio mi ha mostrato che viene da Lui. L'acquisto di Mons. Canossa è molto vantaggioso: il suo nome, il suo zelo per la salvezza delle anime, il suo grande cuore per le grandi opere è molto utile per l'Opera. Egli appartiene a una famiglia tra le più nobili, rinomate e antiche d'Italia. Discende direttamente dalla Contessa Matilde di Canossa, che ha donato una parte del potere temporale ai Papi; è nipote di Maddalena di Canossa che ha fatto molti miracoli e che sarà tra poco venerata sugli altari. Monsignore è stato ispirato e portato in braccio da lei; suo fratello, il Marchese Ottavio è, può darsi, migliore del Vescovo (sia detto fra di noi) per molti rapporti, ma tutti e due sono ammirevoli. Monsignore è molto venerato dall'Episcopato Cat-tolico e assai amato dal Papa. Io ho calcolato tutto ciò e ho trovato che sarebbe molto opportuno per presiedere e dirigere l'Opera del-l'Africa, degna del suo cuore così infiammato per la salvezza delle anime.
1622
Francese come lei è, fu Lodovico di Canossa nel 1512, uno dei più celebri Vescovi di Bayeux, che era di questa famiglia, nella quale la pietà, la fede, l'attaccamento al Pontificato e la carità sono tradizionali. La famiglia Canossa è la madre dei veronesi cattolici: è per questo che i malvagi e i massoni la detestano.
Io non rispondo alla sua lettera ora. Solamente le dichiaro che non posso seguire il suo consiglio là dove lei mi dice: "Io la consiglio di non appoggiarmi, di non parlare di me in presenza di quelli che sono poco intelligenti..." Questo mai. Io sono sincero, non posso mentire, devo dare il merito a chi l'ha: non parlo o dico la verità. Questi poco intelligenti mi conoscono perfettamente. O io parlerò bene di lei, come ho fatto, o non parlerò. So bene ciò che è opportuno. Lei perciò sia sicuro che dice delle grandi verità; può darsi che le si rimproveri d'essere più francese che cattolico, ma anche questo non è vero. Lei difende francamente il Papa e desidera tutto quello che occorre per la rigenerazione dell'Oriente. Lei non ama (nemmeno io) che si faccia in Egitto e in Terra Santa un monopolio delle anime. Gli ordini religiosi sono le braccia della Chiesa, ma non sono tutto il corpo. Lei mi comprende.
1623
Quanto a me, le espongo le mie grandi necessità. Ho 30 persone e non ho un soldo. Dio sa come lavoro. Per la mia cappella, eccettuata per celebrare una Messa, ho ciò che necessita: due pianete ecc., ma non per dirne due, né per dare la benedizione ecc. Sembra che, dalla lettera di Mons. di Canossa, lei abbia dei soldi da inviarmi. Io la bacerei mille volte.
Sui miei viaggi nell'Africa centrale, dal Mar Rosso alle Indie ecc. io le scriverò e anche sui progressi reali dei miei due Istituti.
Lei ha tutto il cuore di
Don Daniele
Traduzione dal francese.


N. 252 (237) - AL CARD. ALESSANDRO BARNABO'
AP SC Afr. C., v. 7, ff. 1277-1278
W.J.M.J.
Cairo, 29 giugno 1868
E.mo Principe,

1624
Ho ricevuto con sommo piacere il preg.mo suo foglio 4 corr.te, col quale l'E. V. R.ma degnavasi comunicarmi la venerata dichiarazione di S. S. che i crocifissi dalla cosiddetta Corona d'Italia debbono rifiutare la decorazione. Benché l'E. V. R.ma avrà rilevato a quest'ora dall'Unità Cattolica aver io già perfettamente adempiuto all'ossequiato desiderio di S. S., tuttavia non credo sconveniente di renderle conto del mio operato in tale circostanza.
1625
Ai 4 corr.te il Console Italiano spediva al M. R. P. Guardiano
di Terra Santa in Cairo un plico al mio indirizzo. Il giorno dopo essendomi stato consegnato trovai essere il Diploma reale del Cavalierato accompagnato da una lettera assai gentile dello stesso Console. Temendo che rifiutando nelle mani dello stesso Console il Diploma, egli non avesse a rispedirlo tosto a Firenze, avendo anche altri affari, andai subito in Alessandria per consultare Mgr. Vic.o Ap.co e stabilire con lui il modo più sicuro ed opportuno di rimandare quanto prima la mia rinuncia col Diploma al Ministero
di Firenze. Ma non avendovi trovato S. E. R.ma ch'era partito per Port Sad, ho inviato al Vescovo di Verona il Decreto reale colla seguente lettera, incaricandolo di spedir tutto a Firenze, e pregandolo di far inserire nell'Unità Cattolica detta lettera di rinuncia, e ciò subito.
1626
Avrei desiderato di fare al Governo di Firenze una dichiarazione assai logica, quale si conviene ad un vero figlio della Chiesa e del Papa: ma essendo stati con tal sorta di decorazioni insigniti molti Vescovi, per rispetto ai medesimi parvemi conveniente di rimanermi nel mio picciolo, di non andar loro dinanzi, e di limitarmi a questa semplice dichiarazione indirizzata al Sig.r Cibrario Consigliere di Stato e Capo del nuovo Ordine Cavalleresco.
1627
"Eccellenza,
Al Card. Alessandro Barnabò - 29.6.1868
Al mio carattere di sacerdote cattolico, ed alla mia qualità di missionario apostolico non convenendo l'onore della Croce di Cavaliere della Corona d'Italia, che S. M. ebbe la degnazione di destinarmi, mi fò lecito di rimettere all'E. V. il Diploma che mi nomina a Cavaliere di questo nuovo Ordine Equestre, e che il R.o Agente e Console generale in Egitto ebbe la premura di farmi testè pervenir nelle mani in Cairo; assicurandola in pari tempo che studierò sempre di comportarmi in ogni circostanza ed ovunque da cattolico italiano, nella maniera che si addice ad un vero sacerdote e missionario della S. Chiesa cattolica, apostolica, romana, e ad un suddito fedele del mio amato Sovrano.
Nel supplicare l'E. V. a presentare al trono di S. M. i miei umili ringraziamenti, ed a essere l'interprete dei miei profondi sentimenti di ossequio verso l'augusta sua persona, ho l'onore di segnarmi con tutto il rispetto
di V. E.
um. e dev. servo
D. D. Comboni.
1628
Siccome poi i veri sacerdoti di Cristo devono nel miglior modo possibile confessare al cospetto dei fedeli e del mondo e professare i sani principi in tempi sì calamitosi e di tanto deliramento, sia per soddisfare al proprio cuore, sia per dar buon esempio agli altri, e siccome uno di questi modi è di offerire per l'obolo di S. Pietro, benché io versi in estrema povertà, ho indirizzato all'Unità Cattolica (pel tramite del Vescovo di Verona) la mia tenue offerta di 20 lire colla seguente troppo lunga, ma opportunissima dichiarazione:
1629
"Gran Cairo (Egitto). D. Daniele Comboni Miss.o Ap.lico all'im-mortale Pontefice e Re, il gran Sacerdote della Nuova Alleanza, il Successore degli Apostoli, il Principe dei Vescovi, il Pastor dei Pastori, Pio IX; al quale Iddio conferì il Primato di Abele, il Domi-nio di Noè, il Patriarcato di Abramo, l'Ordine di Melchisedecco, la Dignità di Aronne, l'Autorità di Mosè, la giurisdizione di Samuele, il valor di Davidde, la Potenza di Pietro, l'Unzione di Gesù Cristo e ne ha fatto il centro dell'Unità cattolica, la pietra fondamentale della sua Chiesa, il testimonio sincero della sua rivelazione, il depositario fedele della sua dottrina, l'interprete infallibile dei suoi oracoli, il sostenitore impavido de' suoi altari, il vindice giusto della sua legge, il Propagatore legittimo della sua santa Religione. Saluto in Voi, o B.mo Padre, il vero amico dell'umanità, la gloria del Supremo Pontificato, il protettore della giustizia e del diritto, il Salvatore della Società moderna, il campione dell'incivilimento universale, il terrore dell'idra multiforme dell'empietà, il fortissimo atleta, il martire illustre, l'eroe del secolo XIX che l'attual generazione venererà sopra gli altari, il santo, di cui la fede, la sapienza, il coraggio, la fortezza, la pietà, la costanza regge, sostiene, difende, salva, esalta e glorifica la veneranda Sposa di Gesù Cristo contro il furore e gli assalti delle potenze infernali che s'adoperano invano di annientarla, e che non riusciranno mai a stracciare l'inconsutile veste di questa gloriosa Regina, che vincitrice delle nazioni e dei re vede passarsi davanti i secoli stupefatti, la cui voce risuona dall'orto all'occaso, il cui manto ricopre i popoli, come il padiglione dei cieli ricopre il mondo.
1630
Spargete, o SS.mo Padre, la taumaturga vostra benedizione sopra di me vostro povero figlio, sopra de' miei cari compagni missionari, sopra l'Opera del B. Pastore per la Rigenerazione dell'Africa, e sopra i due nascenti Istituti dei negri, che sorgono a pochi passi dalla S. Grotta, ove dimorò la Sacra Famiglia esule in Egitto, e che sono destinati a formare poderosi elementi per la conversione dell'infelice Nigrizia. Meglio è soffrire con Voi che godere col secolo: la croce e i travagli sostenuti con Voi per amore di Dio, son mille volte più dolci e soavi delle onorificenze del mondo e di tutte le prosperità della terra. Accettate la piccola offerta di Lire 20, che è l'elemosina di una Messa celebrata nel sudd.to Santuario della S. Famiglia, e che io vi consacro, qual tenue omaggio del mio cuore a Voi, Pontefice e Re."
1631
Nell'atto che le annunzio l'acquisto di un'altr'anima appartenente alla setta dei Copti eretici di Abissinia, e che sto istruendo nel Cattolicesimo, la ringrazio della preziosa sua lettera surriferita, e Le bacio la Sacra Porpora, professandomi sempre

di V. E. R. um.o e dev.o figlio
D. D. Comboni



N. 253 (238) - A CLAUDE R. GIRARD
AGB

W.J.M.J.
Marsiglia, 15/7 = 68
Mio caro e venerabile amico,

1632
Sarà sorpreso di vedermi d'un tratto in Francia. E' naturale. Un uomo impacciato come mi trovo io deve cercare di uscire dall'imbarazzo.
E' per questo che dopo il consenso di Mons. Ciurcia, ho deciso di recarmi ove possa trovare del denaro. Andrò subito a Colonia, ma prima di tutto voglio afferrare questa occasione favorevole per venire a trovare e sfogarmi con il mio venerabile e carissimo signor Girard a Grénoble e trattare insieme gli interessi della razza più sfortunata e abbandonata.
1633
Perciò sono felice di vedere che la Croce di Gesù Cristo mi circonda e ringrazio il buon Dio delle spine con le quali affligge la mia esistenza: questo mi consola e mi dona più coraggio che tutte le ricchezze della terra, perché sono dei segni dell'amore divino e che l'Opera nella quale lavoriamo è un'Opera tutta di Dio.
A Claude Girard - 15.7.1868
Fra due o tre giorni avrò l'onore di vederla a Grénoble e le porterò una lettera del nostro caro Ildefonso.
Ho perciò l'onore di essere nei Sacri Cuori di Gesù e di Maria

suo d.mo Don Daniele Comboni

Non ho trovato D. Biagio Verri che è a Verona.

Traduzione dal francese.




N. 254 (239) - A MONS. LUIGI DI CANOSSA
ACR, A, c. 14/57


Lodato G. e M. In eterno così sia.

Marsiglia, 16/7 = 68
Eccellenza R.ma,

1634
Dopo aver presa e pagata per tre mesi la nuova bellissima casa, mi trovai al verde di denaro con nuovi bisogni imperiosi, e senza speranza di avere soccorsi, né dalle Società che stanno mute, né dai privati benefattori, che per ora non esistono. Dopo aver bene esaminato l'affare tutti e quattro, decidemmo di andare a Colonia uno di noi: ed esposto da me l'urgenza a Mgr. Delegato in Alessandria, trovò il galantuomo giustissima la nostra determinazione: laonde dopo avermi dato nelle mani una bella Commendatizia aperta, ed una lettera chiusa (che avanti mi lesse) pel Presidente dell'Opera della Propagazione della Fede di Lione a Parigi, colla sua benedizione alle 4 p.ne partii sul Sad per Marsiglia, ove arrivai felicemente quest'oggi. Domani, se la febbre mi lascia, vado a Grenoble dal nostro caro M.r Girard, e poi a Colonia. Di là andrò a Parigi, indi a Verona, e poi in Egitto, spero, coi due Camilliani Tezza e Savio, e col Missionario postulante di Piacenza, si ita placebit all'E. V. R.
1635
Veggo dalle croci che il Signore manda, e dall'Opera protetta dal Delegato Ap.lico dell'Egitto, che è un'Opera di Dio. Dunque coraggio, Monsignore; prima ancora che imprendessimo l'opera, prevedevamo le croci: ora che arrivano, non saremmo noi consolati? Ce ne devono toccare di nuovo conio: ma è qui dove io trovo un grande conforto. Ad onta di tutto questo il demonio sarà schiacciato, e Gesù trionferà.
1636
Cercai a Marsiglia di D. Biagio Verri, per concertare su quanto esposi al Cardinale Patrizi due anni fa, e che trovasi stampato nell'Annuario di Colonia 1866. Cioè di darci la mano reciprocamente, con molto maggior utile per la conversione dell'Africa; ma egli venne a Verona, e temo che avran combinato poco, essendocché egli è aspettato a Marsiglia, ove arrivano dal Cairo, Siria, Asia Minore, Smirne e Grecia 12 morette da lui fatte comprare al Cairo.
1637
Non posso continuare più, perché ho un po' di febbre fredda. Ella mi accompagni colla sua benedizione e preghiere. Il P. Zanoni adempie ora le mie funzioni in Cairo, aiutato dallo stimabilissimo e veramente buono P. Carcereri.
Bramerei sapere ove si trova M.me Therèse: ma già lo saprò a Parigi.
Frattanto preghi e faccia pregare per me: offra i miei ossequi al M.se Ottavio, e tutta la famiglia, a tutti del Consiglio, a D. Vincenzo ed anche a Giovannino.
Le bacio la S. Veste, e mi dichiaro nei SS. Cuori di G. e M.

Tutto Suo dev. figlio
D. Daniele


N. 255 (240) - CONSACRAZIONE DELLA NIGRIZIA
A NOTRE DAME DE LA SALETTE
"La Terre Sainte", (1868)

La Salette, 26 luglio 1868
"Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. Così sia.

1638
Vergine Immacolata de La Salette, riconciliatrice dei peccatori, eccomi ai tuoi piedi, prostrato davanti a Gesù Cristo nel tuo santuario privilegiato per patrocinare una causa così difficile, la più ardua che ci sia mai stata e tuttavia la più importante dell'apostolato cattolico, quella della razza maledetta di Cam, dei poveri neri che vivono in quelle immense regioni, ancora inesplorate, dell'Africa centrale.
1639
Chiamato dalla Divina Provvidenza da molti anni a questo laborioso apostolato, io ti devo, o Maria, di non essere ancora morto come tanti Missionari, per le grandi fatiche e privazioni che ci aspettano in quei brucianti paesi e d'aver potuto anche studiare i mezzi per sormontare gli ostacoli che, fino a oggi, hanno impedito l'evangeliz-zazione di quelle nazioni che popolano l'Equatore. Sei tu, divina Madre, che mi hai ispirato il nuovo piano per la rigenerazione dell'Africa centrale, che il Vicario di Cristo e molti Vescovi hanno approvato come il più saggio e il più opportuno.
E anche con l'autorizzazione della S. Sede, mi sono dedicato, con dei generosi compagni, alla conversione dei neri ancora infedeli malgrado gli sforzi della Chiesa, anche se il Sangue di Gesù Cristo li ha riscattati e che Tu, o Maria, li hai anche adottati come figli sul Calvario.
1640
Consacrazione della Nigrizia - 26.7.1868
Profondamente commosso per la tua apparizione per invitare gli uomini all'espiazione e annunciare la riconciliazione della terra con il cielo, sono venuto su questa santa montagna per implorarti, Vergine divina, che hai pianto qui sui mali dell'umanità e sei venuta qui per cambiare la giustizia in misericordia, io vengo dunque a lanciare verso di Te un grido di estrema disperazione che Tu cambierai in un grido di speranza e di salvezza.
Innumerevoli sono i mali che da secoli opprimono i poveri neri; sono pure orribili le superstizioni e i crimini che li degradano... Più di cento milioni di anime sono oppresse sotto il giogo di Satana... ma il terribile anatema di quaranta secoli deve infine essere tolto.
1641
O Vergine Immacolata de La Salette, rigeneratrice del genere umano, è qui che sei scesa per proclamare al mondo questa grande novità, è qui che hai ordinato di farla sapere a tutto il Tuo popolo, è qui che ogni giorno manifesti i prodigi della Tua potenza e della Tua bontà; qui ti mostri veramente nostra Regina per dominare, ma anche nostra Madre per ottenerci grazie e perdono, perché è veramente un nuovo Calvario, un altro altare di espiazione. O Maria, rifugio dei poveri peccatori, mostrati anche Regina e Madre dei poveri neri, poichè anch'essi sono Tuo popolo. Io voglio far loro imparare questa grande notizia che hai proclamato dall'alto di questa santa montagna.
1642
Sì, buona Madre di misericordia, Tu sei la Madre dei neri: in questo momento io, loro padre e loro missionario, li metto tutti ai Tuoi piedi affinché Tu li metta tutti nel Tuo Cuore: mostrati Madre! Lo so che ti domando un grande miracolo. Ma, Divina Madre, Tu non sei venuta a piangere in questi luoghi che per moltiplicare i Tuoi miracoli. Io a mia volta, piango con Te per ottenerne uno in favore dei miei neri: mostrati Madre!
L'Oriente si è già voltato verso questa santa montagna. Vediamo dei bimbi di Sem tra quelli di Japhet. In questa solennità io vengo per unire i figli di Cam in modo che tutto il genere umano sia consacrato alla Vergine del perdono e della salvezza.
1643
O mia divina Madre, Tu sai quante anime belle e cuori generosi io, grazie a Te, ho trovato tra queste tribù dell'Africa.... Sì, c'è in queste primizie della mia Missione, che metto di nuovo sotto la Tua protezione, la certezza che il tempo è venuto in cui l'umanità intera, che è il popolo di Dio e il Tuo, non deve più formare che un gregge sotto il vincastro del Buon Pastore. Ebbene, Vergine della riconciliazione, mancherebbe qualche cosa alla Tua gloria e il Tuo trionfo e quello della Chiesa sarebbe incompleto se la razza di Cam restasse ancora respinta dal festino del Padre di famiglia. Dei paesi omicidi dei poveri neri, hanno arrestato lo slancio dei Missionari cattolici; ma nello stesso tempo in cui gli orientali scismatici si convertiranno principalmente per mezzo degli orientali cattolici, io ho compreso, per una Tua ispirazione, che bisognava lavorare soprattutto per la conversione dei neri per mezzo dei neri stessi. O Maria, opera questa meraviglia: io Te li consacro, io Te li affido affinché Tu li lavi dalle loro sozzure e togli questa terribile maledizione che pesa ancora su loro: allora essi diventeranno degni di tutto il Tuo amore.
1644
Allora, come ti ha proclamata il mio venerabile Pastore, il Vescovo di Verona, come ti ha proclamato il Pontefice della Tua Immacolata Concezione, Tu sarai sempre la Regina dell'Africa, la Regina della Nigrizia. Fa' in modo che più essi siano liberati dalla sfortuna, più siano tuffati per mezzo Tuo, in tutte le gioie della fede, della speranza e della carità. O Maria, Tu sei molto potente e poiché Dio può fare con delle pietre dei figli di Abramo, io Ti chiedo, di grazia, Figlia dell'Altissimo, di fare figli di Abramo questi sfortunati figli di Cam, a tal punto che ormai la Chiesa applichi loro questo elogio che fa di Te lo Spirito Santo: Sono nera, ma bella, mia figlia di Gerusalemme." Così sia.
Don Daniele Comboni
Missionario Apostolico dell'Africa Centrale

Traduzione dal francese.


A Mons. Luigi di Canossa - 27.7.1868
N. 256 (241) - A MONS. LUIGI DI CANOSSA
ACR, A, c. 14/58

(La Salette) 27 luglio 1868
Ill.mo e R.mo Monsignore,

1645
Una sola parola le scrivo dalla santa Montagna, ove da 4 giorni mi trovo col nostro caro amico M.r Girard, Mgr. Millos Arciv.o d'Acra, e Mgr. Salzano Vesc. napolitano, incaricato pontificio residente a Napoli per l'assistenza delle trentasei diocesi vacanti del napoletano. Non le posso esprimere l'impressione che mi ha fatto la S.ta Montagna; essa è maggiore di quella provata nella visita dei Luoghi Santi in Palestina. Impegno l'E.V. a visitare la Salette, che Monsig.r Millos chiama la Terra Santa dell'Occidente. Per andarvi si parte da Grénoble alle 6 ant.e sopra una carrozza tirata da tre cavalli. Per arrivare a Corps si cambiano 4 volte i cavalli; la seconda volta si metton sotto 6 cavalli, la terza 5, la 4.a 4. Arrivammo a Corps alle
4 12 pom. Alle 5 sopra il cavallo partimmo per l'erta del monte; e alle
7 12 giungemmo al Santuario. E' uno spettacolo di devozione e di pietà che intenerisce. Non ho tempo di descriverle la nostra funzione di ieri in cui Mgr. Millos consacrò la Caldea, io i poveri negri. La Terre Sainte stamperà il nostro atto di Consacrazione.
1646
Ieri dopo che Mgr. Salzano ha pontificato i Vespri, io ho montato il pergamo, e parlai sull'importanza dell'atto che noi facevamo e sviluppai una chiara idea dell'apostolato della Caldea e dell'Africa centrale. Smontato dal pergamo fummo tutti all'altar maggiore. Monsig.r Millos lesse in caldeo il suo atto di Consacrazione, e poi il Sup.re dei Missionari della Salette lesse dal pergamo il medesimo atto di consacrazione in francese. Poi mi inginocchiai io davanti alla Madonna circondato dai due Vescovi e da M.r Girard, e da un altro signore quali rappresentanti in Francia gli interesse d'Oriente, e lessi ad alta voce il mio atto di consacrazione in francese. La commozione era la colmo. Poi si terminò la funzione colla benedizione del SS.mo. Alla sera io montai di nuovo di pergamo, e parlai dei negri e della Nigrizia. V'erano moltissimi Sacerdoti, signore e signori pellegrini. Insomma ho perorato la causa dei negri, e dei caldei; e il pio Superiore dei Missionari della Salette mi disse: ÇOccorre che la Santa Vergine esaudisca la sua preghiera, qui noi pregheremo sempre; lei sta per partire già esauditoÈ.
1647
Il fatto è che la mattina appena detto la messa, chi mi cercò di qua, chi di là per ricevere la benedizione. Io diedi a tutti la benedizione: ed in ricambio riceveva io pure da molti la benedizione, perché chi mi diede 10 franchi, chi 20, chi trenta e uno 50 fr. Il fatto è che in meno di un'ora, in cui io diedi la benedizione, ricevetti io pure la benedizione di 220 franchi, che appena giunto a Grénoble, manderò in Cairo con altri 50 fr. ricevuti dal generale della Certosa di Grénoble. Oggi lasciamo la S.ta Montagna, perché domani predico a Grénoble, ove predicai pure mercoledì passato. Bisogna assolutamente che il padre veneratissimo dell'Africa venga alla Salette. A voce le dirò lo spettacolo della Santa Montagna e come è impossibile che uno vi venga e non si converta o si migliori. Massimino è a Versailles: gli parlerò; non corrispose troppo alle grazie di Maria, di cui però è devotissimo. Melania sta in un monastero di Castellamare vicino a Napoli.
1648
A Chambery alloggiai dal Cardinale Arcivescovo e vi dormii. Corsi al Sacro Cuore in cerca di M.me Teresa Durazzo: ma da due anni è ripartita per Parigi, ove andrò a trovarla.
Venendo alla nostra Opera, confidi nella Madonna della Salette, che riuscirà perfettamente: non temiamo né di mezzi, né di nulla. Oh! quanto ho ringraziato Maria sulla Santa Montagna per avere chiamato a reggere le sorti dei poveri negri un Vescovo nipote di una santa! oh! quanto ho ringraziato la Vergine dello zelo che Ella, nostro padre, ha preso per l'opera di Dio, e per la causa della Nigrizia! Oh Maria, dall'alto di questa montagna benedirà Lei, Verona, la sua famiglia, M.se Ottavio, e l'Africa.
1649
L'ho detto dal Pergamo, ove terminai così il mio sermone: ÇPrima di lasciarti, Madre mia, ti dirò ancora una parola dolorosa: so bene che sto per ferire il tuo cuore, ma Tu hai pianto su questa montagna, sui dolori del tuo popolo... Pensa, Madre mia, che i cento milioni di neri che ti ho offerto sono tutti, tutti condannati alla perdizione eterna, tutti cadranno nell'inferno se non vieni in loro soccorso. Madre mia amatissima, sopporterai questo? Oh, no! Pensa, te lo ripeto, pensa che in Africa cento milioni di neri, che sono tuoi figli e che tendono piangendo le loro braccia, ti dicono: "Regina dell'Africa, salvaci: noi cadiamo tutti, tutti nell'inferno se non vieni in nostro soccorso" ecc.È. Coraggio, o Monsignore, che nessun ostacolo ci spaventi. Confidiamo tutto nei Cuori di G. e di M.: confidiamo tutto nella Madonna della Salette.
1650
Monsig.r Girard ha un cuore immenso ed una pietà singolare: è un cattolicone di prima classe. Mi spedì col vapore del 9 corr.te n¡ 300 franchi e mi diede qui altri 100 franchi e tutto paga qui per me. I missionari della Salette (che è un corpo di santarelli, destinato a giganteggiare nella Chiesa) mi accolsero (grazie a M.r Girard) gratis alla Montagna e a Grénoble. Il Superiore farà delle questue per i nostri Ist.i. Giovedì parto per Lione e Colonia.
1651
Si ricordi di quello che tante volte le dissi e scrissi: Le Canossiane devono essere apostole dei negri, perché hanno lo spririto di G.C. e grande abnegazione. Confidi tutto in Dio, nella Vergine, e nella santa sua zia, che a tempi più lontani eleggeremo ad essere una delle patrone dell'Africa; anzi fin d'ora come tale nel mio cuore la invoco. Oh! quanto è buono Gesù! quanto è cara Maria!
Mille ossequi al M.se Ottavio, Mgri Vicario, Perbellini etc. tutti i membri del Consiglio, D. Vincenzo etc. Al mio caro fratello D. Alessandro non ho tempo di scrivere: supplisca questa piccola immagine che toccò il luogo dell'Apparizione. Le bacio la S.V., le mani e mi dichiaro.
Suo um.o ed aff.mo figlio
D. Daniele Comb.


N. 257 (242) - ALLA PROPAGAZIONE DELLA FEDE - LIONE
APFL, Répertoire des lettres des années 1868-1881,
p. 278: à Egypte
5 agosto 1868
Richiesta di soccorsi.


N. 258 (243) - A CLAUDE GIRARD
AGB

W.J.M.J.
Lione (2 Rue des deux
Cousins), 7/8 = 68
Mio amico carissimo,

1652
A mons. di Canossa - 27.7.18698; a Claude Girard 7.8.1868
desideravo scriverle dai primi giorni che era arrivato a Lione, ma volevo dire qualche parola sul risultato soprattutto della Propagazione della Fede. Le dirò che i membri mi hanno ricevuto con molta bontà. Se per il momento non riceverò niente, perché gli assegni sono già stati emessi, tuttavia posso sperare di ottenere un piccolo assegno per l'anno prossimo, perché il Consiglio ha riguardato con molto interesse il mio rapporto: il Vicariato Apostolico dell'Africa centrale e i due Istituti dei neri in Egitto, che io ho dovuto esporre affinchè la mia domanda fosse introdotta nel Consiglio. Se anche il Consiglio di Parigi è favorevole, mi si darà qualche cosa in questo anno.
1653
La signora Contessa di Starane è una vera donna del Vangelo; sono molto riconoscente di avermi raccomandato alla sua protezione. Il Cardinal Arcivescovo di Lione mi ha ricevuto con molta bontà, come pure il venerato Conte di Herculais. Io pranzo sempre a casa della Contessa e del Conte di Herculais. Qui ho sentito parlare con molto entusiasmo e stima di Mons. Millos e ho scelto questa occasione per manifestare la mia opinione a qualche membro del Consiglio, cioè che per aiutare la Caldea, il miglior mezzo è quello di sostenere Mons. Millos che, a mio avviso, rappresenta attualmente la speranza della Chiesa caldea. Io farei pesare sull'animo di questi signori questa verità.
E' superfluo ringraziarla per la bontà del suo grande cuore, vasto come l'universo e che aspira unicamente alla gloria di Dio e alla salvezza delle anime. Al ritorno da questo piccolo viaggio le scriverò una lettera degna di essere pubblicata nel suo giornale.
1654
La prego di inviarmi il suo giornale a Colonia dove spera di arrivare tra 4 o 6 giorni.
Scriva anche lei a Mons. di Canossa. Le faccia comprendere che nutro la più viva riconoscenza per lo zelo e l'amore che egli ha per l'Africa e faccia risaltare soprattutto che io le ho detto (e ne ho tutta la convinzione) che se l'Opera è iniziata è perché egli l'ha presa a cuore e ne ha fatto il desiderio del suo cuore. Del resto lei sa meglio di me che le esprimo i miei sentimenti. Da parte sua le faccia molto coraggio, perché in effetto, l'Opera di Dio si compirà in favore del-l'Africa, malgrado tutti gli ostacoli delle potenze infernali. Lei sa che, dopo la grazia, tutto dipende dalla nostra costanza, saggezza e dedizione.
1655
Del resto coraggio, mio caro amico, amico incomparabile; Dio è con noi, perché noi desideriamo unicamente la Sua gloria: è tempo di eccitare tutti i cuori dell'universo per far amare Dio, la Chiesa, il suo Capo e le Missioni e soprattutto i più abbandonati.
Sono stato ad Ars e ho provato molto piacere.
1656
Invii i giornali alla signorina Leonia Castillon a San Vallier Drome: ella mi ha appena scritto che li aspetta. Poi anche a Roma al Cavalier Da Gama e alla Principessa Falconieri. Lei li ha mandati anche alla Contessa Carolina Mocanigo Soranzo a Cremona. Se gli interessati non le inviano i soldi, metta tutto a mio carico, ma li mandi loro. Del resto penserò io a procurare molti associati.
Ringrazi moltissimo per me la Superiora de La Salette. Io le scriverò quando sarò tranquillo. Mille cordialità alla signora Girard e ai suoi cari e buoni figli.
Tutto suo

D. Daniele Comboni
1657
P.S. Le scriverò ancora da Lione prima di partire. Non partirò da Lione prima di lunedì prossimo. Dovrà inviare la cassa dei paramenti di chiesa al sig. Lorenzo a Marsiglia.

Traduzione dal francese.


N. 259 (244) - DAL REGISTRO DEI PELLEGRINI DI ARS
AA - Registre des Pélerins - ARS
Ars, 7 agosto 1868


N. 260 (245) - AL CARD. ALESSANDRO BARNABO'
AP SC Afr. C., v. 7, ff. 1281-1282v

W.J.M.J.
Lione, 10 agosto 1868
E.mo Principe,

1658
Perché i due piccoli Istituti di moretti e morette fondati in Cairo abbiano solide basi, è necessario che sieno forniti di una rendita sufficiente, che abbia almeno quella stabilità che può compromettersi dalla carità delle Associazioni cattoliche. Siccome il legato perpetuo lasciatomi dalla Società di Colonia non è sufficiente, mi sono rivolto per iscritto sia immediatamente sia mediatamente a quelle fonti; da cui veniva sostenuto il Vicariato dell'Africa centrale, facendo osservare che lo scopo ultimo dei novelli Istituti mira all'evangelizzazione della Nigrizia interiore.
1659
Le mie suppliche non avendo avuto che un magro effetto, e trovatomi oppresso da varii pensieri, ho aperto il mio cuore al veneratissimo Vic.o Ap.co dell'Egitto, il quale dopo matura considerazione, ha trovato espediente di munirmi di una lettera commendatizia presso il Consiglio di Lione, affinché venissi io stesso in persona a perorare la mia causa, memore della gran verità che chi vuole vada, e chi non vuole mandi.
1660
al card; A. Barnabò - 10.8.1868
Pien di fiducia in Dio mi presentai a questo Consiglio di Lione, ed in un breve Rapporto intitolato: Il Vicariato ap.co dell'Africa Centrale, e i due nascenti Istituti dei Negri in Cairo, esposi le piccole mie risorse fisse, e le spese di prima urgente necessità che ho dovuto e debbo sostenere per la fondazione e mantenimento dei due Istituti. Benché tutti i membri abbiano realmente preso un grande interesse per la mia causa, e desiderino davvero di aiutarmi, tuttavia dall'orizzonte che mi brilla allo sguardo parmi dover dedurre con certezza, che il Consiglio consulterà l'E. V. R.ma; e dalla di Lei venerata risposta, piglierà una risoluzione.
1661
Benché io abbia chiaramente esposto (perché il Consiglio n'era già informato dell'esistenza) che la pia Opera del B. Pastore ha per unico oggetto di mantenere il piccolo Seminario di Verona, pure mi sembra che questi signori la calcolino come un'opera che aiuta i due nascenti Istituti di Cairo, ciò che non è e non sarà mai vero. Ne risulta quindi che la piccola Società di Colonia è finora l'unico appoggio sicuro che io mi abbia.
1662
Stando le cose in questi termini, io rivolgo all'E. V. R. un'umile e calda preghiera, affinché per quella carità ond'è acceso il suo cuore, e per quello zelo che le arde in petto per la salute dell'anime le più abbandonate della terra, pelle quali ho sinora molto affaticato e sofferto e sacrificherò la mia vita intera, si degni di appoggiarmi validamente presso il Consiglio della Propagazione della Fede, il quale, come Le accennai, ho buoni argomenti per lusingarmi che desidera vivamente di venire in mio soccorso, qualunque sia il senso e la forma, con cui ha consultato la Propaganda.
Nel frattempo che si effettua questa trattativa, io vado a Parigi per avere alcuni vantaggi dal Ministro degli Esteri, per ritornar subito in Cairo, conforme all'intelligenza dell'amatissimo mio Superiore locale, Monsig.r Vicario Ap.lico.
1663
Leggo sui giornali francesi queste precise parole: "Le Pape vient de confier à Mgr. Lavigerie Archev. d'Alger un territoire de 25,000 lieurs carrées, un territoire grand comme l'Europe, qui comprend le Touarik, le Sahara, et l'intérieur de l'Afrique iusqu'au Senegal". A questa missione si darà il nome di Vicariat ap.lique de Sahhara. Benché il genio francese sia un po' inclinato all'esagerazione, tuttavia mi sembra che in ciò il giornalismo abbia ecceduto di soverchio. Sono felice e beato di vedere che a poco a poco si pensa a questa povera Africa centrale, i cui confini sono immensi giusta il decreto di erezione del Vicariato dell'Africa centrale emanato da Gregorio XVI. Mi sembra più preciso il dare alla novella Missione del-l'Arciv.o d'Algeri: Vicariato ap.lico del Sahara Occidentale, perché il Sahara tocca non solo l'oriente di Senegal, ma la Libia e la Nubia.
Confidando in una potente raccomandazione al Consiglio di Lione, le bacio la S. Porpora, e mi dichiaro

di V. E. u.mo ubb.o figlio
Lione, Presso i Missionari

D. Daniele Comboni


N. 261 (246) - A TERESA COMBONI
ACR, A, c.14/131
Colonia (Prussia), 17 agosto 1868
Breve biglietto.
N. 262 (247) - A MONS. LUIGI DI CANOSSA
ACR, A, c. 14/59


Sia lodato G. e M. In eterno così sia.

Colonia, 18 agosto 1868
Eccellenza R.ma,

1664
Due giorni fa mi giunse da Cairo la preziosissima sua 3 luglio p.p. che mi inondò di consolazione perché conteneva i sensi di un S. Ignazio verso i suoi figli, e le dico il vero che mi sentii e mi sento sempre più il desiderio di patire e portare la croce; tanto le sue parole piene di unzione e di Spirito del Divin Pastore sono potenti sul mio cuore. Ci voleva veramente quella cara sua lettera, che baciai e ribaciai più volte, per preparare il mio spirito a sostenere con forte rassegnazione e per amor di Gesù il colpo terribile che mi ha recato la sua sempre carissima del 15 agosto, che ricevetti stamane, ed alla quale m'affretto a rispondere con quella tranquillità d'animo, sincerità, e verità, che deve avere un missionario e un uomo di Dio verso il suo Superiore, un figlio verso il suo padre.
1665
L'Istituto femminile, come sempre le scrissi, camminò come qualunque buon Istituto d'Europa. Fino dal primo giorno, dietro il pieno accordo reciproco fra di noi, ho stabilito quella separazione che la strettezza del luogo permetteva, e che era sufficiente a guarentire il decoro e la riputazione nostra e delle femmine, separazione che è maggiore di quella che vi è a Lione nei due rispettabilissimi Seminari per le Missioni africane e Diocesane, nei quali le Suore fanno la cucina e servono l'economia de' missionari. Ma siccome in Egitto vidi che io doveva aver riguardo e temere più dei Francescani (che sono alieni dal vedere istituzioni eterogenee di buon occhio) che del popolo, in ogni cosa chiamai il venerabilissimo P. Pietro francescano Parroco di Cairo vecchio, e mi acquietai solo dopo la sua piena approvazione. Tutto a lui sottomisi, anche per essere guarentito presso il Vic.o Ap.co.
1666
Fino da principio ho stabilito, che il P. Zanoni, essendo il più vecchio avendo la barba bianca, fosse quello che soprastasse immediatamente all'Istituto femminile. L'essere stato Prefetto del Suo Ordine in Mantova, il godere che ha fatto sempre stima e riputazione nel Veneto, e l'avere la barba bianca, mi parvero motivi sufficienti per fidarmi di lui, e di attendere io più esclusivamente alla partita esteri, e sorvegliare gli altri più giovani. Credo che qualunque uomo saggio al mio posto avrebbe fatto così. Mio veneratissimo Padre, io e tutti gli altri ci siamo ingannati.
A Mons. Luigi di Canossa - 18.8.1868
Siccome la visita di un medico al Cairo vecchio vale un Nap.n d'oro, e siccome il P. Zanoni sa bene di medicina, così, dopo aver passato parola col R.mo Parroco (che egli stesso chiamò Zanoni più volte e dalle monache Clarisse e fuori per esercitare la medicina), io gli permisi di esercitare la medicina nei nostri due piccoli Istituti, e ciò comunicai subito a Mgr. Ciurcia.
1667
Fino al maggio tutto passò fra tutti un'armonia invidiabile: tutto camminava benissimo secondo la umana prudenza e lo spirito di G. C. Il Signore permise che un nembo di malattie e il vaiuolo terribile in Egitto ci visitasse: allora, come è naturale, si dovette chiudere gli occhi sopra la severità di qualche regola stabilita. Col permettere al P. Zanoni di esercitare la medicina, s'intendeva naturalmente che la dovesse esercitare nel modo come si conviene a religioso. Ma il pover'uomo ha abusato un po' troppo, e si permise delle confidenze assai indecenti. Fino dal giugno avendo osservato in lui qualche irregolarità, io subito l'avvisai, e l'avvertii colla carità di G. C.; fino che giunsi a restringergli l'autorizzazione.
Si vede che il pover'uomo non era avvezzo molto a cose simili; perché al mio avvertimento, volendo negare e scusarsi, commise tali imprudenze e ragazzate, che mi somministrò tutti gli argomenti per confermarmi nel mio giudizio. Siccome con tutta prudenza io tastai il P. Carcereri, e fummo ambedue d'accordo, così Zanoni sospettò che Carcereri facesse presso di me la spia a suo carico: di qua un odio mortale contro di lui, che giunse fino a non parlarsi più insieme. In una parola scoprimmo tutto, che qui epilogo in due parole: "Zanoni sotto specie di visita medica (ciò che io non permetterei nemmeno ad un medico che facesse sopra di me, a costo di morire), visitò in verendis et in pectore alcune morette buonissime, alle quali esitanti a lasciar fare, egli mostrò il Crocifisso etc." In un brevissimo tempo, cambiata casa, si pose rimedio a tutto, ed ora l'Istituto cammina benissimo sotto opportunissimo Regolamento che ho sottomesso al Parroco, e che vedrà.
1668
Già da tempo Zanoni mi avvertiva avere Franceschini qualche simpatica tenerezza colla buona e piissima Petronilla. Oltre di avere incaricato Stanislao di sorvegliarlo nella circostanza in cui poteano vedersi in Chiesa, stetti io stesso con cent'occhi. L'assicuro Monsignore, che non vi fu e non v'è niente. Franceschini è un piissimo e bravo giovane, docilissimo, buono, pieno di spirito religioso, e che diverrà un vero missionario camilliano. Quanto poi al P. Stanislao (parlando in affari interni, perché la diplomazia s'impara sol coll'esperienza) ha mostrato in tal circostanza un'anima, un giudizio, ed un cuore da santo. Monsignore io sono facile a santificare gli altri; ma qui devo dirlo con vera cognizione di causa. Stanislao è un vero sacerdote e religioso, e tutto quello che di lui si dirà o si disse da Zanoni in contrario, è falso.
1669
Tutte le cose stavano in famiglia; e si era tutto e con tutta prudenza terminato. Siccome si tratta di affare serio, voleva tutto sapere pria di scrivere a Lei; e già avea stesa una lunga lettera, allorché mi venne una terribile oftalmia che credea di perdere la vista. Appena convalescente, siccome il P. Zanoni si è veduto decapitato nella riputazione dell'Istituto, e vede che cogli attuali soggetti non potrà mai far bene; così mi chiese di andare a Gerusalemme, e poi in Europa. Siccome io mi trovava al verde di mezzi, e col Vicario Ap.lico decidemmo, che io facessi una gita in Europa, così pregai Zanoni a rimanere fino al mio ritorno (perché in 7 mesi partire i due missionari più vecchi, la cosa sarebbe data troppo nell'occhio, etc.). Egli è per questo che decisi di aspettare alla mia venuta a Verona, a aprire con Lei il mio cuore, e combinare insieme le misure prudenziali sul quid agendum in avvenire, e far ritornare il P. Zanoni con suo decoro e con quello degli Istituti.
1670
A giustificare il suo ritorno, sembra che questo povero padre vada esagerando le cose e la povertà dell'Istituto. Sembra che voglia per conservare se stesso, rovinare gli altri. Ma il Signore veglia sull'innocenza e sull'Opera tutta sua; è falso affatto che i debiti ci vogliono arenare. Io godo credito grande in Egitto, sì che potrei far debiti a mio piacere: ma io che ho paura dei debiti, e non voglio che vi entrino nell'Opera nostra, non ne ho fatti che con persone sicure e buone: al momento in cui sono, io in Egitto non ho nemmeno un centesimo di debito, perché coi 3000 franchi che ieri ho spedito, resta ancora da vivere un mese. Con questo che ho, e che riceverò dalle Società; come ho tutta la speranza, i due piccoli Istituti di Cairo sono provveduti. Colonia mi ha dato 5000 franchi adesso; e per mostrarle come io mi trovo in fatto di credito a Colonia, le spedisco l'Annuale di quest'anno.
1671
Non dico altro per ora, perché sono in un oceano di dolore. La sua lettera, il contenuto, sono spine anche al mio cuore, già straziato da altre croci. Fiat! Io la ringrazio di cuore, perché oltre di venerare in Lei un vero padre, ho la grazia di avere un medico saggio. Gesù Crocifisso, Maria Addolorata, ecco i miei cari conforti. Siccome Dio le ha dato un zelo immenso per l'anime, così spero che non rallenterà il suo coraggio a perseverare nell'intrapresa santa, difficilissima, e che ci darà croci ancora più grandi di queste che abbiamo.
Benedica, Monsignore questo povero

Affez.mo e afflittissimo figlio
D. Daniele Comboni M. A.

A Mons. Luigi di Canossa - 18.8.1868
Alle messe ho già pensato. Carcereri le scriverà. I nostri Istituti hanno guadagnate più anime in 6 mesi che i Francescani in due anni (Haec inter nos). Il P. Artini conosce a fondo Zanoni.

N. 263 (248) - AL PADRE LUIGI ARTINI
APCV, 1458/151


W.J.M.J.
Colonia (Prussia Renana), 20 agosto 1868

R.mo ed amatissimo Padre,

1672
Mi reca somma sorpresa il vedere che pel nostro buon P. Franceschini non si è ancora ottenuta da Roma la grazia, mercé cui possa essere quanto prima promosso al Sacerdozio. Dall'orizzonte che mi si para dinanzi sono inclinato a pensare che qualche motivo abbia indotto il veneratissimo nostro Padre, Mgr. Vescovo di Verona, a prorogarne la domanda. Conoscendo io bene a fondo questo giovane e degno figlio di S. Camillo, che è pieno dello spirito religioso, e potendo in coscienza rispondere sul suo conto, mi permetto di pregarla ad umiliare calde suppliche a Monsignore, perché si degni di affrettare dalla S. Sede la grazia, affinché possa essere subito ordinato Sacerdote da Mgr. Vic.o Ap.co dell'Egitto. Franceschini merita una tal grazia; né vi è circostanza o motivo qualsiasi perché gli venga ritardata.
1673
Sembra che il Signore nell'infinita sua bontà Le abbia preparato una spinosa mortificazione, che da qualche po' di tempo angustia pure il mio spirito. Il nemico dell'uman genere sta sempre pronto a disturbare le opere di Dio. Ma coraggio, mio P. amatissimo. L'Uomo-Dio non ha mostrata in miglior modo la sua sapienza che nel fabbricare la Croce: è questa il vero conforto, il sostegno, il lume, la forza dell'anime giuste; è questa che forma le anime grandi, e le rende atte a sostenere ed operare gran cose per la gloria di Dio e salute dell'anime.
1674
Sollevi dunque il suo spirito sul sacro adorabile altar della Croce, e pensi che se la V. P. R. non avesse fatto altro che allevare alla Religione ed educare allo spirito di G. C. un Carcereri Stanislao (e mi lusingo di poter aggiungere un Tezza), ella ha fatto abbastanza. Sono in grado di poter emettere questa proposizione. Io conosco abbastanza i tre suoi figli, con cui ebbi la felicità di dividere le fatiche dell'Apostolato egiziano.
1675
Sono certo che Ella pure conosce a fondo il P. Zanoni, e perciò mi astengo dall'esprimere su di lui il mio giudizio. Se debbo rimproverarmi qualche torto (chi mangia è soggetto ad errare), egli è quello di aver posto in lui troppa fiducia. Ma ho di che scusarmi anche di questo, perché la P. V. R. sa che è facile essere abbagliati dalla barba bianca, e dal riflesso che Zanoni godette per anni la fiducia di molti anche distinti personaggi, e sostenne onorevoli uffici nell'inclita Provincia Lom.-Ven. del venerato Ordine Camilliano. Alzando gli occhi al cielo, e stringendosi al petto il dolcissimo tesoro della Croce di G. C. prepari il nostro caro P. Tezza ed il buon Savio alla prossima partenza per l'Egitto.
1676
Confidi nel gran Dio Crocifisso e nella Madre nostra Regina dell'Africa e madre della consolazione, perché a dispetto del dragone d'abisso, che infierisce in codesta misera Italia contro le più venerande Istituzioni, non sarà lontana l'epoca in cui la Croce di S. Camillo brillerà luminosa fra le tribù dell'infelice Nigrizia sedenti ancora nelle tenebre e nelle ombre di morte. La Croce sosterrà l'animo contro i colpi delle umane vicissitudini. Carcereri, Tezza, e Franceschini saranno tre valorosi campioni dell'Apostolato africano, che conforteranno validamente il gran cuor di V. P. R., che è fatto per godere i frutti di queste piante elette del suo giardino, degno oggetto delle paterne sue fatiche.
1677
Bramerei che per ora il mio cenno sul P. Zanoni rimanesse fra Lei, Mgr. Vescovo, il P. Tomelleri, e se crede il buon Tezza. A voce poi il resto quale mel detta la coscienza, ed una sufficiente cognizione di causa benché il nostro caro P. Stanislao lo renderà bene informato delle cose.
Nel mentre che la prego a salutarmi il P. Peretti, Tomelleri, Tezza, Savio, et omnes, le bacio le mani, e mi dichiaro con tutto il rispetto e la venerazione

di V. P. R.
u.mo, ed aff.mo servo e figlio
D. Daniele Comboni M.o A.


N. 264 (249) - AL PADRE LUIGI TEZZA
APCV, 1458/159

Rosenheim, 17/9 = 68
Carissimo mio P. Luigino,

1678
Fatemi il favore di scrivere col primo vapore italiano a Stanislao che mi mandi subito a Parigi la nota di tutto ciò che abbisogna la nostra cappella. Ho battuto fuori tutto, spero, in Francia: ma è meglio constatare ogni cosa.
1679
A Padre Luigi Tezza - 17.9.1868i
Tenetevi in pronto pel mese venturo, voi, Savio, Ferroni, Rolleri, che uniti a tre more ed a me, andremo a mangiare i datteri novelli al gran Cairo. Abbiamo, carissimo, una sublime missione a compiere degna dei veri Sacerdoti di Cristo, e dei veri figli dell'eroico S. Camillo. Coraggio adunque: non lasciamoci abbattere dal soffio di qualche procella. Abbiamo il vero spirito di G. C., e desideriamo unicamente la sua gloria e la salute dell'anime, e poi avanti. Le croci ci saranno compagne, ma soffriremo con Cristo e con S. Camillo.
1680
Sono ansioso di arrivare a Parigi, per leggere lunghe e dettagliate lettere di Stanislao, e forse di Zanoni, e avere notizie di Cairo. Parto stamane: non mi fermo che due ore a Strasburgo. Baciate per me la mano al venerato e caro P. Provinciale, a Tomelleri, Peretti, Bresciani, Carcereri etc. ricevete il più affettuoso abbraccio

dal vostro D. Daniele


N. 265 (250) - A MONS. LUIGI CIURCIA
AVAE, c. 23
W.J.M.J.
Parigi, 19 sett. 1868
Eccellenza R.ma,

1681
Col prossimo vapore francese scriverò all'E. V. R.ma tutto in dettaglio, perché coll'attuale è impossibile, essendo io arrivato in Parigi solo stamane da Bamberga e da Monaco.
Benché le mie cose sieno andate benino in Germania, e m'abbia pigliato 400 Nap.ni d'oro, tuttavia ho l'animo alquanto afflitto per le notizie che trovai in molte lettere posta restante a Parigi. La più grave è il tristo ed iniquo procedere del P. Gio. Batta Zanoni, che finalmente, grazie al cielo è partito. Riservandomi a quest'altro vapore lo scriver tutto, per ora mi limito a rimetterla al nostro venerato P. Pietro, che è a giorno del sostanzial delle cose, ed a chiederle umilmente perdono per non avere io in Alessandria esposto all'E. V. quello che v'era di fatto e che si poteva prevedere a quel punto. Voleva ed era dispostissimo ad esternarle tutto l'affare dello sconsigliato P. Zanoni: ma poi non ebbi il coraggio, dopo che m'avvidi che l'E. V. era occupatissima.
1682
Frattanto siccome vi fu chi scrisse a Roma che io non ho stabilito una conveniente separazione fra l'Ist.o femm.le e noi, e siccome il Card. Barnabò me ne rese avvertito con una lettera che spedironmi d'Egitto e che ricevetti stamane, così trovo necessario di pigliare ad affitto mezzo Convento dei Maroniti, che il nuovo Superiore e Parroco offerse: e quindi ho ordinato al P. Carcereri di consultarsi in proposito col P. Pietro, e se è d'uopo coll'Ecc. V. R.ma, per operar subito questa traslazione; benché tanto nelle due case dei Maroniti, quanto nell'attuale, vi sia stata una separazione conveniente pari a quella del Seminario delle Missioni Africane in Lione, e dell'Ist.o delle Suore dell'Apparizione in Roma, allorché la M.e Emilia Julien dal 1856-61 abitò colle sue Suore il 1¼. e 2¼. piano di Casa Castellacci, ed al 3¼. v'era Monsignore col fratello e 9 figli.
1683
Al Card. Alessandro Barnabò - 22.9.1868
S. Ecc. Mgr. Arciv.o di Monaco (che grazie alla sua potente raccomandazione mi diede 1000 fr.) la riverisce distintamente, come pure i Sig.i Baudri e Soci del S. Sepolcro di Colonia.
Mentre rinnovo le mie suppliche di un generoso perdono, e di una speciale assistenza morale nell'attuale procella che sembra manifestarsi sopra i due piccoli nascenti Istituti, pieno di fiducia in quell'adorabile Gesù, per la cui gloria unicamente intendo di lavorare e soffrire, le bacio la sacra veste, e mi dichiaro con tutta gratitudine e ossequio

di V. E. R.
umil.o ed ubb.mo figlio
D. Daniele Comboni


N. 266 (251) - AL CARD. ALESSANDRO BARNABO'
AP SC Afr. C., v. 7, ff. 1307-1310v

Parigi, 22 settembre 1868
E.mo Principe,

1684
Avendo io calcolato che il Presidente dell'O. P. di Lione comunicando colla S. C. avrebbe alquanto ritardato a prendere una determinazione sulla mia supplica, ho deciso di rispondere all'invito fattomi di intervenire al Congresso generale dei Cattolici della Germania a Bamberg, affine di toccarvi col mio confratello D. Aless. Dalbosco la causa dei negri.
1685
Arrivato sol ieri a Parigi vi trovai le pregiatissime lettere N¼. 3, 4¼. e 5¼., che l'E. V. ebbe la degnazione d'inviarmi. Mentre la ringrazio vivamente degli utili e preziosi avvertimenti che tutte e tre contengono, e dei quali studierò di giovarmi efficacemente, Le rispondo circa i due punti capitali che abbraccia l'ultima sempre veneratissima sua; cioè, 1¼. la risposta che l'E. V. diede al Presidente di Lione; 2¼. la partecipatale coabitazione di me e de' miei compagni colle Suore e morette, di cui con tratto di speciale e paterna bontà l'E. V. degnavasi farmi cenno fino dal 4 agosto p.p.
1686
Il primo punto costituisce per me una croce assai più pesante di quella che mi voleva addossare Vittorio Emanuele, e dalla quale ben difficilmente potrò liberarmi, come ho fatto con quella. La risposta che V. E. diede al Presidente, ho giusti motivi di supporre che mi abbia decapitato nella riputazione presso quell'inclito Consiglio, e m'abbia fatto comparire un vero imbroglione, in guisa che non avrò più in avvenire né il coraggio di avvicinarmivi, né la speranza di ricever mai alcun soccorso. E ciò che raddoppia ancor di più il mio cordoglio, si è, che una tale risposta temo che abbia fatto scomparire anche il venerato mio Superiore, il degnissimo Vic.o Ap.co dell'Egitto, che mi ci avea caldamente appoggiato con una speciale commendatizia.
1687
L'E. V. ha creduto suo dovere di dichiarare a Lione il vero stato delle cose. E qual'è il vero stato delle cose dichiarato?... Sono proprio sfortunato, o E.mo Principe, perché senza saperlo e volerlo l'E. V. ha dichiarato specialmente due cose che sono affatto aliene dalla verità. In ogni mia azione ho sempre usato schiettezza e verità; ed all'E. V. ho sempre fatto conoscere i miei passi anche quando temeva di non operare con saggezza e prudenza. Mi pare impossibile che sia sfuggito alla tenacissima sua memoria le comunicazione che io Le ho fatte sull'Opera del B. Pastore. Ecco le due cose:
1688
Ad primum. L'E. V. ha confermata l'opinione erronea che aveva il Presidente di Lione, che l'Opera del B. Pastore è diretta a mantenere lo stabilimento dei negri in Cairo; e lo conferma talmente, che poi si degna soggiungermi: "se la S. C. desidera la civilizzazione della Nigrizia, non può consentire che se ne procurino mezzi con svantaggio della benemerita pia Opera." Basta che l'E. V. si degni di scorrere il 1¼. articolo dello Statuto generale di essa, per convincersi che l'O. del B. P. ha per fine di mantenere e moltiplicare le Opere preparatorie d'Europa, cioè, hic et nunc il nascente piccolo Seminario di Verona, cosa affatto estranea alla sfera della carità della sant'Opera della Prop.e della Fede (che aiuta soltanto gli stabilimenti di missione in partibus Infidelium), come sono estranei i Seminari delle Missioni Estere di Milano, Lione, Parigi, Londra etc. Il Semin.o di Parigi ha beni propri, di Lione si sostiene con questue quotidiane, quel di Londra con una questua straordinaria in America.
1689
Per fondar quello di Verona ho calcolato che nei tempi difficili che corrono, giammai privati benefattori doteranno stabilimenti ecclesiastici pel giusto timore che nel turbine di una rivoluzione vada tutto assorbito dalle leggi degli incameramenti. Perciò usando io del diritto di associazione riconosciuto teoricamente anche dai governi liberali, ho ideato l'Opera del B. Pastore, che ha per fine di sostenere Seminari in Europa, per educare ecclesiastici all'Ap.lto della Nigrizia, come quel di Parigi forma apostoli per l'India, Cina, e Giappone.
Di tal fondazione io toccai nel mio Rapporto alla S. C. 1866 fatto dietro l'invito di V. E. Prima di fondare quest'Opera vi ho pensato due anni, ho consultato eminentissimi personaggi, Vescovi, e uomini versatissimi nelle opere di simil genere; ed ebbi incoraggiamenti da tutti. Lo stesso toccò a Mgr. Canossa, che fu incoraggiato assai; e mi pare che anche l'E. V. me n'abbia mostrato più volte il suo alto gradimento. Dal che l'E. V. può vedere che l'Op. del B. Pastore niente ha da che fare, né può recare svantaggio alcuno all'O. P. di Lione e Parigi, come niente hanno da che fare 53 Opere di simil genere benedette dalla Chiesa che fioriscono in Germania, nel Belgio, ed in Francia. Confido nel Signore che l'O. del B. P. contribuirà in pochi lustri a dar buoni apostoli alla Nigrizia centrale.
1690
Ad secundum. L'E. V. ha dichiarato al Presidente di Lione che l'Opera del B. Pastore è solamente decorata di 40 giorni d'Indulgenza dal V.o di Verona, senza notare che essa fu arricchita dal S. Padre di 6 Indulgenze Plenarie, e ciò con un autografo rescritto, che pervenuto nelle mie mani alle 4 pom.e di un giorno del luglio del 1867, mi sembra il 25, io alla sera ebbi l'onore di presentarlo all'E. V., che lo ha letto da capo a fondo, e se n'è mostrato compiacentissimo. Stampata poi in Verona la pagella che qui le accludo, io ho ritenuto fino ad oggi di averla presentata a V. E. nello scorso novembre: ma veggendo ora che Ella non ne ha fatto menzione, dubito che turbato dalla procella che ebbi a soffrire da parte del Vicegerente, ho certo dimenticato di comunicargliela, e ne chiedo venia.
1691
Al Card. Alessandro Barnabò - 22.9.1868
A questi due punti aggiungo un'altra dolorosa osservazione. L'E. V. ha dichiarato al Presidente di Lione che il Programma fu stampato in Propaganda a di Lei insaputa, che io ho trattato particolarmente col Cav. Marietti, e si estese in altri particolari in guisa che, dal complesso della pregiata sua narrazione sembra apparire che io non abbia in simil negozio agito schiettamente, ed abbia fatto dei sotterfugi in detta stampa. La pura verità è che, dovendosi stampare i Programmi con qualche accessoria modificazione dall'edizione veronese, io stesso ho suggerito al Vicegerente di stamparli in Roma, e gliene addussi in ragione che le cose stampate in Roma hanno più credito all'estero. Io poi nel mio animo era indotto da un più forte motivo ad usare i tipi di Roma; cioè, che non io, ma il Vicegerente avrebbe pagato la stampa, come mi avea promesso. Difatti fu lo stesso Monsignore che mi diede il denaro per pagare Marietti.
1692
Tutte queste cose, insieme ad altri particolari che l'E. V. ha giudicato bene di esporre e citare al Presid.te di Lione ove io fui benissimo accolto, mi hanno fatto assai male; come mi ha recato e mi reca gran pregiudizio il ripetere che l'E. V. fa di tanto in tanto che D. Comboni è un matto, un pazzo da 14 catene etc., perché una tal cosa ha trattenuto qualche insigne benefattore ch'era disposto a soccorrermi, ed ha raffreddato moltissimi che mi avean prima dato buoni argomenti che pigliavano grande interesse dell'Opera da me concepita. Non è questo un lamento che io gliene fo', o E.mo Principe; è solo uno sfogo di profondo dolore, nel vedere che dopo tante fatiche e pericoli della vita a cui mi esposi, dopo tanti studi, viaggi e spese da me solo sostenute senza disturbare la Propaganda, dopo 15 anni di assidui patimenti e lavoro in un'Opera per se stessa difficilissima, e che tanti hanno abbandonata (sia anche che non sia riuscito a far nulla, benché costante fu il sacrificio), mi sembra che L'E. V. mi tratti con qualche severità.
1693
Io merito più di questo, perché sono gran peccatore ed ho dei debiti da pagare con Dio; e quindi la ringrazio di tutto cuore, perché l'E. V. (che in altre circostanze mi ha fatto del bene) come Capo di tutte le Missioni è assistita e guidata da Dio: e perciò nel ringraziarla sinceramente mi giova ripetere: hic ure, hic seca, hic non parcas, ut in aeternum parcas.
1694
Dopo tutto questo mi permetto di aggiungerle, che se nella profonda sua saviezza l'E. V. trova conveniente di chiarire al Presid.te di Lione i punti sovraesposti, ed anche di incoraggiarlo a darmi subito qualche soccorso pei due piccoli Stabilimenti di Cairo, ed a raccomandargli che li soccorra in avvenire per mezzo del Vic.o Ap.co come Opera diocesana d'Egitto, nella guisa che vengono aiutati i Frères, le Clarisse, e le Suore del B. Pastore in Cairo, Ella mi farà una somma carità, e mi aiuterà in momenti di grande bisogno.
1695
Pensi da quante croci fui tribulato in un anno: non so come vi abbia potuto resistere: la grazia di Dio è grande. Pensi che l'Ist.o ha salvato dell'anime; e solo nel testè passato agosto ben tre adulte furon battezzate, ed un bambino musulmano in articulo mortis. Che se l'E. V. non crederà opportuno di esaudire l'umile mia preghiera, ne la ringrazio lo stesso: è segno che Dio non vuole: sia fatta la sua SS.ma volontà: Dio penserà a liberarmi in altra guisa da tante angustie: Maria adiuvabit.
1696
Al secondo punto sulla pretesa nostra coabitazione colle Suore e morette Le risponderò domani. Fino a che nemici particolari si rapportano alla Propaganda, nulla ho a temere, perché la Chiesa non si gabba, e tosto o tardi viene a conoscere la verità.
Nel mentre che le chiedo perdono di quanto ho osato esporle in questo foglio, le bacio la sacra porpora, e mi dichiaro con tutto l'ossequio

di V. E. R.
umil.o indeg.mo afflitt.mo figlio in G. C.
D. Daniele Comboni


N. 267 (252) - AL CARD. ALESSANDRO BARNABO'
AP SC Afr. C., v. 7, ff. 1311-1313v

W.J.M.J.
Parigi, 25 sett.e 1868
E.mo Principe,

1697
Eccomi a toccarle sulla pretesa coabitazione di me e de' miei compagni colle Religiose e morette, a cui l'E. V. con un tratto speciale di paterna bontà degnavasi di richiamare la mia attenzione colle venerate sue ultime lettere, che solamente l'altro giorno ricevetti a Parigi.
1698
Giunto colla mia carovana in Cairo la vigilia dell'Imm.ta Concezione dell'anno scorso, collocai le Suore e le morette all'Ospitale Europeo presso le Suore di S. Giuseppe, mentre noi fummo caritatevolmente ospitati dai P. Francescani, e dai Fratelli delle Scuole Cristiane: il che ebbe luogo per 10 giorni, fino a che pigliai a pigione il Convento dei Maroniti di Cairo Vecchio.
Il convento è composto di due case, l'una all'oriente, l'altra all'occidente della Chiesa, le quali sono tra loro affatto separate, ed hanno l'uscita al deserto. Nel 1838 i Maroniti comprarono un'altra casa all'occidente della Chiesa, che riunirono al Convento con una grande muraglia. Questa casa ha uscita propria all'occidente dalla parte diametralmente opposta all'uscita delle altre due case. In questa abitarono già delle Suore orientali. Tutte queste tre case comunicano colla Chiesa mercé altrettante porte che mettono in una gran corte. Nella prima casa abitano i frati Maroniti quando vanno in Cairo vecchio: nella seconda abitai io coi miei compagni; nella terza abitarono le Suore e morette, le quali per andare in corte deono passare dalla porta interna chiusa a chiave, e poi per un corridoio a pian terreno pur chiuso.
1699
Benché io non fossi soddisfatto di questa divisione, perché sono italiano, e non francese, pure (trattandosi di cosa provvisoria) chiamai a consulta il nostro Parroco francescano, il P. Pietro da Taggia, uomo venerabile, vecchio, e di coscienza delicata, e m'assicurò che la cosa potea passare senza taccia di sorta. Difatti vi è certo tanta separazione in queste due Case quanta ve n'ha nel Semin.o Africano di Lione e in tanti altri stabilimenti di buonissima riputazione da me visitati, in cui le Suore fan la cucina, come han fatto per noi le nostre Suore e morette.
1700
In queste due case si abitò fino al 15 giugno, in cui presi un'altra casa più grande delle due sopraddette appartenente al Sig.r Bahhry Bey. Questa ha due grandi appartamenti e due piani, che mettono in un grande scalone che mette in un giardino, a cui sta annesso un altro piccolo giardino di datteri diviso da un alto muro, ove sta la cappella. Nel I¼. piano stanno le Suore e morette; nel 2¼. noi. Alle suore appartiene il 1¼. giardino e l'uscita dalla parte verso il Nilo; a noi il 2¼. giardino e l'uscita dalla parte della città.
Al Card. Alessandro Barnabò - 25.9.1868
Benché questo nostro soggiorno fosse affatto provvisorio, fino a che avessi combinato di prendere per noi un'altra casa, pure anche in questa casa di Bahhary Bey, prima di andarvi dentro, chiamai il P. Pietro Francescano e il Parroco copto per vedere se era conveniente che noi vi abitassimo provvisoriamente; ed ambedue trovarono convenientissimo l'abitarvi. Difatti qui c'è più separazione fra i missionari e le Suore di quel che vi fosse in Roma, quando le Suore di S. Giuseppe abitavano in primi piani di Casa Castellacci, mentre all'ultimo dimorava Monsig.re Arciv.o di Petra e la numerosa famiglia di suo fratello.
1701
Finalmente l'avvio mercé il nuovo Superiore dei Maroniti avendoci offerto a buonissimi patti il suo Convento, io accettai definitivamente; ed ora le Suore e le morette sono in Casa Bahhry Bey; ed il Collegio maschile e miei compagni stanno al C.to Maroniti distanti l'uno dall'altro come dalla Propaganda a Piazza di Venezia.
1702
Fin da quando io ho ideato di erigere questi Istituti, ho sempre inteso di regolarli secondo lo spirito del Signore, e come si conviene ad un'opera di Dio perché abbia a raggiungere l'alto scopo prefisso. Il principio di una fondazione è sempre arduo e malagevole, e vi vuol sempre tempo per riuscire ad una regolare sistemazione. Quello che si fa nel primo anno è sempre cosa provvisoria: la lentezza ed il tempo, come avviene del grano di senape, sviluppano a poco a poco l'opera di Dio. Durante questo stato provvisorio, io, dopo avervi riflesso, permisi tre cose:
1¼. Essendo tutto caro in Egitto, e soprattutto la man d'opera, io, ed i miei compagni nel debito modo facemmo da muratori, fabbriferrai, falegnami, e pittori etc. anche nella casa femminile, per riattarla e toglierla dal suo deperimento.
2¼. Una visita di un medico costando in Cairo vecchio 8 scudi, ed il P. Zanoni Camilliano sapendo bene la medicina che studiò e praticò durante 15 anni nei grandi Ospitali etc., ho permesso al medesimo di esercitare la medicina nell'Ist.o femminile in ciò solo che spetta all'ordinazione di qualche rimedio; non mai in uffici che non si addicono alla dignità di sacerdote e religioso; perché per ciò venne sempre un medico abile dell'ospital turco. Di ciò avvisai il Delegato. Zanoni fu più volte consultato da frati, da Preti cofti e Suore Clarisse, e rese servigi a molti poveri turchi: il suo nome è in ciò benedetto da tutti.
3¼. Al P. Zanoni affidai l'ispezione immediata dell'Ist.o femminile perché egli avea la barba bianca e 49 anni, fu altre volte direttore di Monache, sostenne per 20 anni onorevoli uffici nella Provincia Veneta Crocifera, fu per 7 anni Prefetto della Casa Camilliana di Mantova, e nel Veneto in generale ha goduto del credito. Un uomo di prudenza nel mio caso avrebbe agito così.
1703
Stabilito fin da principio opportuno regolamento, e messa in azione da me la più assidua vigilanza, ho sorvegliato tutto, ed anche il P. Zanoni (perché, o Eminenza, in giornata non mi fido più di nessuno, neanche di mio padre, essendo stato corbellato fino da Arcivescovi e frati), e le cose camminarono benissimo, e i due piccoli Istituti godettero e godon tuttora credito grande circa il morale, e godono ottima riputazione presso i cristiani e presso i turchi, e furono visitati da laici, da preti, da frati, da monache, e da Vescovi; e mai nessuno ebbe a farmi la minima osservazione. Certo è che io non sarei stato mai contento, fino a che non avessi avuto due case distanti mezzo miglio l'una dell'altra.
1704
Nel marzo venne a colpirci il turbine delle malattie e soprattutto del vaiuolo, che infierì fino al luglio, e furono attaccate tutte le Suore, quasi tutte le morette, due giovanetti, il P. Franceschini, ed io: la Superiora stette tre mesi a letto, ed uno convalescente, tre morette ed un moretto morirono. Come è naturale in così grande sconcerto i regolamenti si osservarono fino ad un certo punto, ed io fui molto occupato nel provvedere a tutto.
1705
Fu durante quest'epoca calamitosa che il P. Gio. Batta Zanoni (che sempre godette prospera salute) abusò della sua delicata posizione; e cogliendo il momento in cui io andava al gran Cairo per affari economici, egli, ad una ad una in epoche diverse, fece spogliar nude alcune morette, sotto pretesto di curarle e preservarle dalla morte: e queste essendosi rifiutate, o fuggendo, egli le arrestò, e col crocifisso alla mano (cosa inaudita!) le pregava in nome di Dio per amore di quel Crocifisso, e della loro salute a lasciarsi esaminare. Egli riuscì infatti a praticare un tale esame in parti che non lice nominare. Di più ebbe special dilezione verso Maria Zarea, una di quelle more che volea farsi monaca, dilezione, che si cambiò in odio, dopo che ella accortasi, non volle più vederlo.
Malgrado i suoi 49 anni, e la sua astuzia, malgrado le condizioni eccezionali in cui l'Ist.o femminile si trovava, Zanoni non potè sfuggire alla mia vigilanza: con ogni precauzione possibile feci le più scrupolose indagini, ho messo in azione altres la vigilanza del P. Carcereri, religioso di molta coscienza e illuminato; e constatai la assoluta verità dell'esposto. Dio solo sa quanto mi pesò questa croce. Chiamato Zanoni al redde rationem, ebbe il coraggio di negarmi tutto con tali argomenti puerili, che mi avrebbero convinto, se non lo fossi stato, della sua realtà. Il medesimo constatò il P. Carcereri.
1706
Fu allora che presi la casa Bahhari, ed occupatala nel modo sovraesposto, stabilii un apposito regolamento da rendersi impossibile ogni inconveniente. Il Zanoni conosciuta pienamente la sua posizione, la riputazione perduta, e la sua impossibilità di più rimanere nel mio Istituto, esacerbato viemaggiormente dal vedere i suoi due Camilliani opinare per la verità, cioè approvare il mio operato, e disapprovare altamente la sua condotta, per salvare se stesso escogitò l'insano progetto di screditare gli Istituti, e portare un colpo mortale ai medesimi, a me, a Franceschini ed a Carcereri: contro costui specialmente serba un'avversione ed odio mortale, benché sia stato da Carcereri trattato più che fratello.
1707
Al Card. Alessandro Barnabò - 25.9.1868
Io non so quali passi abbia fatto realmente il Zanoni: sembrami che abbia cercato d'insinuare le sue idee a Mgr. Delegato, ad alcuni P. Francescani, e al Padre che dirige le Suore di S. Giuseppe all'Ospedale, col quale io me la intendo poco a ragione: credo che abbia scritto a suo modo al P. Guardi, e forse a V. Em.; credo che abbia scritto a Verona a molti, ed abbia fatto credere che ritorna perché non vi sono mezzi abbastanza.
1708
Checché abbia fatto, io ho tutta la mia confidenza in Dio; Gesù è il solo amico degli afflitti. Se fossero mancati in qualche punto gli altri missionari più giovani, avrei scrupolo, e temerei di aver mancato io a provvedere alla dovuta separazione: ma un vecchio di 49 anni!!! Ah! credo che Zanoni non sia arrivato a questo punto in un sol colpo. All'iniquità si arriva per gradi. Il fatto è che Zanoni partì dal Cairo, facendosi fare attestati medici falsi, e facendo mille imbrogli. Fu il più sano e robusto di tutti. L'Istituto femminile cammina ora assai bene, e gode ottima riputazione presso i Cristiani ed i turchi, e continua la sua missione di trarre dalle tenebre anime infedeli; e già anche il dì dell'Assunzione tre morette furono battezzate, di cui ne avea fatto cenno all'E. V. fino dal giugno passato.
1709
Sull'affare Zanoni le scriverò ancora. Il passato è sempre una scuola per l'avvenire. Mgr. Delegato avrà messa al chiaro la S. C. dell'avvenuto: vedrà l'E. V. che anche in questa nuova burrasca, il nemico dell'umana salute cercò di farmi del male; e comprenderà che sono tante le tempeste che mi opprimono, che è un miracolo se potrò resistere al peso di tante croci. Ma io mi sento talmente pieno di forza e di coraggio e di confidenza in Dio e nella B. V. Maria, che sono sicuro di superar tutto, e di prepararmi ad altre croci più grandi per l'avvenire.
1710
Già vedo e comprendo che la croce mi è talmente amica, e mi è sempre sì vicina, che l'ho eletta da qualche tempo per mia Sposa indivisibile ed eterna. E colla croce per isposa diletta e maestra sapientissima di prudenza e sagacità, con Maria mia madre carissima, e con Gesù mio tutto, non temo, o E.mo Principe, né le procelle di Roma, né le tempeste d'Egitto, né i torbidi di Verona, né le nuvole di Lione e Parigi; e certo a passo lento e sicuro camminando sulle spine arriverò ad iniziare stabilmente e piantare l'Opera ideata della Rigenerazione della Nigrizia centrale, che tanti hanno abbandonata, e che è l'opera più difficile e scabrosa dell'apostolato cattolico. Certo mi raccomando, benché indegno di essere esaudito, all'E. V. R.ma; Ella mi sia padrone, medico, maestro, e padre. Io non ho altro pensiero per ora fuorché quello di stabilir bene il piccolo Seminario di Verona, e i due piccoli Istituti di Cairo. D. Aless. Dalbosco, è una perla pel Semin.o di Verona: mi dice che D. Rolleri è un buon missionario: a poco a poco farem tutto. Veggo in pratica verificarsi quello che l'E. V. ebbe la bontà di dirmi e scrivermi; tempo, lentezza, prudenza, preghiera; ed io aggiungo anche Croce, ma croce che venga da Dio, non che sia procurata dalla propria insipienza, parmi sentir l'E. V. aggiungere.
Insomma io le offro i miei sensi della più profonda venerazione e gratitudine; mentre Le chieggo perdono di tutto, le bacio la Sacra porpora, e mi dichiaro

dell'E. V. R. um.o ubb.mo osseq. figlio
D. Daniele Comboni
Spedisco questa lettera per mezzo del Nunzio Ap.lico perché contiene cose delicate.


N. 268 (253) - A CLAUDE GIRARD
AGB

Parigi, 5 ottobre 1868
Mio carissimo amico,

1711
una circostanza straordinaria mi ha impedito di scriverle prima di oggi. Sono contento di sapere che va a Orléans poiché è il motivo più forte che mi può condurre là, ma occupato com'ero fino a oggi ad assistere la venerabile Contessa di Havelt, non ho potuto decidere il mio viaggio a Orléans. Ora che la signora è in cielo, mi sembra che potrei. Mi scriva subito a Parigi il giorno in cui arriverà a Orléans, e dove si fermerà che verrò senz'altro. Ho bisogno di lei, della sua direzione, poiché finora, dopo il mio ritorno dalla Germania, non ho guadagnato un soldo e non ne ho da spendere. Addio. A tutta la famiglia tutto il mio affetto

Suo aff.mo amico Comboni
1712
E' orribile la guerra del P. Zanoni. Egli ha scritto a Roma ecc. ecc. Ma il Buon Dio lo raggiungerà. Con le più nere menzogne non si fa trionfare che l'ingiustizia. Egli ha tentato di rovinarmi a Roma e a Verona e poi presso il Delegato Apostolico. E tutto ciò perché ho fatto un atto di giustizia, facendo il mio dovere dichiarando che egli ha fatto male e agito male. Ma, mio caro amico, Comboni non teme niente, né le tempeste di Roma, né i temporali dell'Egitto, né i nuvoloni di Verona: io ho con me i Cuori di Gesù e di Maria e questo mi basta. Ciò che io ho sofferto e ciò che mi resta da soffrire non basteranno per abbattere il mio cuore: l'Opera della conversione e della rigenerazione dei neri sarà fondata, malgrado tutti gli ostacoli dell'inferno, poichè le corna di Gesù Cristo sono più dure di quelle del diavolo. Coraggio, e Dio sarà con noi.
A Claude Girard - 5.10.1868
Addio amico mio.

Suo dev.mo D. Daniele Comboni

Traduzione dal francese.
N. 269 (254) - A MONS. LUIGI CIURCIA
AVAE, c. 23

W.J.M.J.
Parigi, 8 ottobre 1868
Eccellenza R.ma,

1713
Allorché ricevetti a Parigi una lettera di S. E. il Cardinal Prefetto, che trattava della risposta data dall'E.mo al Consiglio di Lione, e sulla partecipatagli coabitazione di me e de' miei compagni colle Religiose e morette, io ho pensato di spedire all'E. V. R. una copia delle risposte che io diedi a Sua Eminenza su questi punti importanti. Ma ora, siccome queste sono troppo lunghe, ho giudicato che L'E. V. gradirà meglio un piccolo abregé, riserbandomi alla prossima mia venuta di sottometterle tutto, e rendere esatto conto del mio operato.
1714
Riguardo al primo punto, cioè la risposta di S. Em. a Lione, temo che non abbia troppo appoggiato la mia causa, perché ha confermata l'opinione erronea che aveva il Consiglio, cioè, che l'Opera del B. Pastore è diretta a mantenere lo stabilimento dei negri in Cairo, e si è disteso nel dichiarare al Presidente che detta opera non è approvata a Roma, e non ha annessa che l'indulgenza di 40 giorni applicati ad essa da Mgr. Canossa. A questo errore io ho risposto che basta che S. Em. esamini il Programma di detta Opera e la pagella delle Indulgenze Plenarie concesse con autografo papale da Pio IX (le cui copie consegnai io stesso nelle mani del Cardinale il p.p. ottobre 1867), per convincersi che l'Opera del B. Pastore ha per fine di sostenere il piccolo Seminario di Verona, e che fu arricchita di sei plenarie indulgenze da S. S. Pio IX. Del resto, a quanto mi fu detto da uno dei più attivi membri del Consiglio di Lione, il R.mo De Georges Superiore dell'Inclito Seminario Chartreux, l'Opera della Propagazione della Fede farà sempre calcolo della venerata commendatizia di V. Ecc. R.ma, e sosterrà il mio Istituto qual'Opera diocesana dell'Egitto, perché il Consiglio sa bene che il nostro rispettabilissimo Cardinale ha preso un granchio.
1715
Riguardo al secondo punto della pretesa coabitazione, ho esposto a S. Em.a un'esatta descrizione tanto delle due case componenti il Convento dei Maroniti, quanto della nuova casa Bahri, che abbiamo occupata il 18 giugno p.p., ed ho fatto vedere che nella casa Maronita v'era più separazione fra i missionari e le Suore, di quello che vi sia attualmente e vi sia stata nel rispettabile Seminario di Lione, in cui le Suore, stando nella medesima casa colla rispettiva separazione, fanno la cucina etc. agli alunni di detto seminario africano, e più separazione v'è che in quasi tutti i conventi femminili di Germania, in cui il confessore e cappellano abitano lo stesso convento e la stessa casa colla separazione solo di porte; e quanto alla casa di Bahhari v'è più separazione fra i due vasti piani di quello, che vi sia stata a Roma nella casa Castellacci, in cui dal 1856 al 1862 la Madre generale colle Suore abitavano il primo e secondo piano, mentre Monsignore con suo fratello e nove figli e figlie abitavano il terzo.
Feci osservare a S. Em. che la nostra attual posizione era cosa provvisoria, perché fu sempre mia intenzione di pigliare due case a tempo migliore distanti almeno mezzo miglio l'una dall'altra; e essendo io al principio di tal fondazione poteva la cosa passare con tutta la prudenza umana.
1716
Chi ha suscitato questo semenzaio, mi consta con certezza essere stato il povero P. Zanoni, il quale veggendosi decapitato nella riputazione, e conoscendo l'assoluta impossibilità di rimanere nel mio Istituto (per ciò che ha commesso, e che il P. Stan. Carcereri le deve aver fatto conoscere, cosa che forma l'oggetto del mio più vivo dolore), ha cercato di giustificare la sua partenza col portare un colpo al mio Istituto, a me, ed agli altri due, e screditarci e a Roma e a Verona, ed ovunque egli potè. Ciò fece dopo la mia partenza. Scrivendo al P. Generale dei Crociferi, il P. Guardi, amico intrinseco del nostro Cardinale, e scrivendo a suo modo, e con molta malizia, io n'ebbi a soffrire assai al cospetto di Sua Em.za, la quale con tutta ragione non mi ha appoggiato presso il Consiglio di Lione.
1717
Io ho un peccato a rimproverarmi, ed è di non aver aperto il mio cuore subito coll'E. V., e favellarle del P. Zanoni. L'E. V. avrebbe posto subito rimedio, e le cose sarebbero camminate bene. Ma sì perché la partenza subitanea del P. Zanoni avrebbe impedita la mia, che era d'altronde necessaria; e sì perché il parlare dell'argomento che dovea allontanare il P. Zanoni era una cosa talmente dura al mio cuore oppresso, che non mi ci poteva risolvere. Spero che il cuore più che paterno di V. E. mi accorderà benigno perdono, perché d'ora innanzi non mi lascerò arrestare da veruna contrarietà, e troverà in me un figlio.
Del resto sono impaziente di restituirmi in Egitto. Qui a Parigi le cose sono lunghe, perché tutti in campagna. In ogni modo spero di lasciare l'Europa ai primi del mese venturo.
1718
A Mons. Luigi Ciurcia - 8.10.1868
Se il Signore mi aiuta, ho fiducia di avere un sussidio dalla Santa Infanzia, ed un piccolo da Mgr. Soubiranne, e dal ministero del fondo orientale, e qualche cosa dall'Institut d'Afrique di cui sono Presidente onorario dall'anno scorso. La Duchessa di Valenza la riverisce, e il Barone di Havelt, di cui sono ospite, come gran patrocinatore delle Missioni le offre i suoi ossequi.
Io le bacio il S. anello, e raccomandandomi al suo cuore, che fu più che paterno per me, mi dico
Dell'E. V. U. dev. figlio
D. Daniele Comboni
N. 270 (255) - A MADAME A. H. DE VILLENEUVE
AFV, Versailles

W.J.M.J.
Parigi, 9/10/68
Mia carissima e venerata Signora,

1719
mi trovo da qualche giorno a Parigi e non partirò mai senza vederla. Speravo che lei venisse a Parigi durante il mese di ottobre, ma mi si dice che resterà a Quimper nel mese di novembre. Ebbene, io verrò a trovarla in questo mese. Sono felice di vederla qui e cerco di vedere oggi la signora Maria.
Penso sempre a lei, al mio caro Augusto e alla sua cara famiglia.
1720
Ho appena assistito la signora Baronessa di Havelt della quale ho accolto l'ultimo respiro; ho passato molte notti prima, le ho dato la Benedizione Papale e diciotto volte l'Assoluzione; ella è andata in cielo.
Sono felice di ascoltare il signor Désiré comunicarmi delle belle notizie del mio caro Augusto. Una madre unica e incomparabile come lei, deve essere esaudita dal Buon Dio. La sua dedizione e l'amore materno colpisce di più il Buon Dio che qualsiasi preghiera. Tuttavia pregheremo sempre.
La prego di fare i complimenti al signor Augusto e al mio buon ragazzo Urbansky del quale mi dà buone notizie Désiré.
Addio, mia venerata signora; sono impaziente di vederla e di trascorrere una giornata con lei e con il mio caro Augusto. E' con questi sentimenti che ho l'onore di dirmi nel Sacro Cuore di Gesù

Suo aff.mo D. D. Comboni

Traduzione dal francese.


N. 271 (256) - A MONS. LAVIGERIE
APBR, B. I, 468

Parigi, 15 ottobre 1868
22 Rue des Saints Pères
Eccellenza Reverendissima

1721
Consacrato da quindici anni all'apostolato dell'Africa centrale, per il quale ho stabilito di consumare la vita intera nonostante tanti ostacoli e pericoli che io sopporto nelle tribù dell'Equatore e del deserto che ho attraversato quattro volte, non posso essere indifferente di fronte alla fortuna e alle speranze che mi sembra di contemplare a proposito dell'Africa, di questa parte del mondo più disgraziata e più abbandonata a causa degli ostacoli enormi che le ha conferito l'Islamismo; io non posso essere indiferente ai trionfi che il coraggio e la costanza cattolica hanno riportato. Lei è stato, Monsignore, l'oggetto della mia ammirazione e del mio profondo stupore, allorché al Cairo sono stato informato dai giornali cattolici che lei ha avuto la forza e il coraggio apostolico di difendere e proteggere i sublimi interessi d'una grande parte di questa cara Africa che la Provvidenza divina, per mezzo dell'autorità del Vicario di Cristo, ha affidato al suo grande zelo, alla sua acuta intelligenza, in una parola, al suo cuore episcopale che gareggia col grande cuore dell'illustre Vescovo di Milano, S. Ambrogio.
1722
Lei ha trionfato, Monsignore, contro l'idra multiforme del-l'empietà che guidava il suo gregge; lei, Pastore incomparabile, ha saputo proteggere le sue care pecorelle contro gli attacchi dei lupi malvagi e la saggezza e il cuore dell'Imperatore, Dio permettendo, le ha assegnato la vittoria. Nella mia piccolezza di povero e piccolo Missionario, che non vive che per il bene e la felicità dell'Africa, oso levarmi per renderle i miei omaggi e felicitarmi di tutto cuore, tanto più che la S. Sede e l'illustre Vicario di Cristo, che è guidato dallo Spirito Santo, ha saputo scegliere la persona più capace e più attiva per intraprendere l'opera molto difficile, ma molto importante, dell'evangelizzazione di una gran parte dell'Africa centrale che da tanti secoli siede ancora nelle tenebre e nell'ombra della morte.
Il Vicariato Apostolico del Sahara è un nuovo elemento per il suo grande zelo di apostolo che stabilirà una nuova era di salvezza per gli sfortunati africani. E' questa una delle più grandi gioie della mia vita, perché i suoi tentativi e le sue cure daranno molta luce per trovare a poco a poco il modo più opportuno e pratico per evangelizzare gli indigeni e le popolazioni nomadi dell'Africa interna.
1723
A Mons. Lavigerie - 15.10.1868
Io ho avuto la fortuna di vederla pià volte con Mons. Massaia e di parlare con lei a Parigi nell'occasione della consacrazione del Vescovo di Chalons: ebbi anche l'onore di parlarle a Roma [....] suo apostolato di Nancy e Toul. Ma siccome non potevo prevedere che lei sarebbe diventato un apostolo dell'Africa, non ho mai colto l'occasione di consultarla per la piccola opera che ho intrapresa per la conversione della Nigrizia e allorché l'anno scorso ho promosso una riunione di Vescovi a Roma e soprattutto i Capi delle Missioni Africane, sono andato a cercarla al suo albergo a Roma e mi era molto spiaciuto di non averla trovata, perché lei era partito il giorno prima per la Francia. Questa riunione aveva lo scopo di stabilire la fondazione dei due primi Istituti sulla base del mio Piano; in effetti si è scelto il Cairo dove li ho appena fondati sotto la protezione di Mons. Ciurcia, Arcivescovo di Irenopoli, Vicario e Delegato Apostolico dell'Egitto.
1724
Raccomando alle sue preghiere la mia opera e desidero che sia stabilito un centro di comunicazione tra noi nel Cuore di Gesù. Desidero informarla degli sviluppi della mia Opera, affinché in avvenire possa attingere ai lumi della sua esperienza pratica per meglio riuscire allo scopo di stabilire la fede cattolica nel centro dell'Africa che si riallaccia alla parte orientale del suo grande Vicariato.
Desidero dare a Sua Eccellenza delle notizie sullo stato attuale della mia opera che è tuttora agli inizi.
1725
Dal 1848 al 1861 abbiamo avuto 39 Missionari che hanno percorso l'Africa centrale tra il 23¼ e il 4¼ grado di L. N. Abbiamo fondato quattro stazioni, cioè Scellal al 23¼ grado, Khartum al 15¼, Santa Croce al 6¼ e Gondokoro al 4¼. Abbiamo composto il dizionario e una grammatica ecc. in due lingue e appreso la numerazione di più di 20 lingue. Ma 32 Missionari sono morti e io sono stato undici volte in punto di morte. Abbiamo in seguito chiamato i Francescani, che ne hanno inviato sessanta tra preti e laici del loro Ordine, ma essi sono ritornati quasi tutti, eccettuato uno che è a Khartum.
1726
Non creda, Monsignore, che si muoia così facilmente. Noi siamo stati i primi ad andare là: la maggior parte dei missionari erano tedeschi, molto bravi, molto santi, ma volevano vivere nutrendosi secondo l'abitudine tedesca e ciò è dannoso in quei paesi. Io sono del parere che con la prudenza e le precauzioni necessarie si può vivere, soprattutto nel gran deserto, dove l'aria è pura e sana. Basta vivere secondo lo spirito cattolico, la moderazione e la sobrietà che ci sono raccomandati dalla Chiesa e che sono necessari per vivere. Uno dei nostri cari compagni, il P. Pedemonte di Napoli, Gesuita, di 60 anni è vissuto molto tempo a Khartum e fra i Bari al 4¼ grado. Egli era stato richiamato a Napoli ove vive ancora.
1727
Tuttavia la Propaganda, vedendo la morte di tanti Missionari, ha riflettuto seriamente. Il Card. Barnabò mi ha incaricato di fare un rapporto sullo stato della missione dell'Africa centrale e di proporgli un Piano, per esporgli le mie vedute sulla maniera di stabilire il cattolicesimo in quelle tribù centrali. Questo Piano è generale perché doveva essere la Propaganda stessa che doveva effettuarlo, avendo l'influenza e il potere di invitare le Congregazioni religiose, ecc.
1728
Come sistema pratico e generale questo Piano è stato giudicato molto opportuno da un gran numero di Vescovi che ho consultato e dal Papa stesso che l'ha letto per intero. Fra le altre cose vi è il principio di incaricare i Vicari e i Vescovi che abitano sulle coste per una valida direzione delle Missioni del Centro, ciò che la Propaganda ha già cominciato a mettere in pratica. Dal canto mio e nella mia piccolezza, ho stabilito le opere seguenti, dopo aver pregato Mons. di Canossa, Vescovo di Verona, che conoscevo dalla mia infanzia, a esserne il capo e il presidente.
1¼ E' stato fondato a Verona un Seminario per le Missioni dell'Africa Centrale e l'Opera del Buon Pastore per mantenerlo. Se Dio benedirà questo e potessimo fondare altri Seminari, spero che potremo anche essere utili al suo grande apostolato.
2¼ Ho da poco fondato un Istituto per i neri e uno per le nere con alcune Suore francesi, al Cairo; questi proseguono molto bene, hanno già convertito molte anime, poiché ho 16 maestre nere istruite in quattro lingue e in tutti i lavori femminili. Alcune di queste nere le abbiamo presentate al Papa che ha trascorso due ore insieme nei giardini vaticani con me, Mons. Castellacci e il Conte Vimercati, l'anno scorso e di cui mi permetto inviare le fotografie a Sua Eccellenza. Al Cairo ho costatato che tutte le volte in cui alcune morette pagane vedono le mie nere o le sentono parlare o le odono cantare in chiesa, domandano di farsi cattoliche e io ne ho fatte istruire e battezzare molte in questo anno. Lo stesso fatto si verifica per i ragazzi. Tuttavia, per scegliere quelle che devono essere apostole verso gli altri, è meglio accettarle piccole e allora riusciranno bene.
1729
Come vede, Monsignore, la mia opera è ancora nella sua infanzia. Io la raccomando alle sue sante preghiere. Quanto a me farò pregare tutti i giorni per la prosperità di Sua Eccellenza e per la sua grande opera. Da quello che ho potuto capire, sono convinto che lei riuscirà molto bene nell'opera generosa che ha intrapreso e che il Buon Dio ha affidato a lei, poiché con la grazia di Dio niente le sarà impossi-bile.
A Marie Deluil Martiny - 15.10.1868
Mentre mi felicito con lei, chiedo perdono per l'ardire che ho avuto nell'indirizzarle questa lettera e mi sento onorato di baciare le sue sante mani e di firmarmi con i sentimenti più profondi della mia venerazione e rispetto
di Sua Eccellenza u.mo e d.mo servo
Don Daniele Comboni
Missioario Apostolico dell'Africa Centrale
Superiore degli Istituti per i Neri in Egitto
Le porgo gli ossequi da parte del Barone di Havelt, presso il quale sono ospite.
Appena stampato in francese le invierò il mio Piano per la Conversione...
Traduzione dal francese


N. 272 (257) - A MARIE DELUIL MARTINY
AFCI, Berchem Anvers
Vive + Jesus!
Parigi, 15 ottobre 1868
Molto venerabile Suora,

1730
nell'occasione del mio viaggio in Germania per intervenire al Congresso generale dei Cattolici a Bamberga, ho parlato molto e ho cercato di divulgare la nostra cara Guardia d'onore. Ho dispensato tutto ciò che la venerata prima zelatrice mi ha dato di medaglie e di carte. Nel celebre santuario di Nostra Signora di Altštting c'è un magnifico convento delle Dame Inglesi che è la Casa Madre di otto altri conventi sparsi nella Baviera. I conventi ricevono l'élite delle giovani della Germania e dell'Austria e una infinità di scolari. Ora io ho stabilito con la Superiora Generale di fondare la Guardia d'onore in tutte le sue istituzioni e nelle parrocchie e diocesi ove esse sono. Questa venerata Superiora Generale ha uno zelo ammirevole e uno spirito eminentemente religioso. Le regole di questa Congregazione sono le regole dai Padri Gesuiti.
Ella ha al suo fianco una Suora di una eminente santità e buon senso, che conosce molte lingue e per l'iniziativa di un opera è una francese.
1731
Per riuscire in ciò è necessario che lei invii ad Altštting tutto quello che può: medaglie, quadretti, libri ecc. Li mandi anche in latino, per stabilirla presso i Redentoristi e il pio clero di Passau. Spedendo là tutti questi oggetti, si metta in comunicazione con il Vicario. Lei stabilirà un posto di apostolato per la Guardia d'onore che farà grande piacere a Gesù.
Ecco l'indirizzo che lei deve fare:
Alla R.da Madre Maria Saveria Koeniger
Direttrice e Maestra delle Novizie
presso le Dame Inglesi
Altštting (Baviera)

Altštting è la Loreto di Italia, uno dei primi santuari della Germania, dove più di duemila pellegrini giungono ogni giorno. Là ci sarà pure chi predicherà la Guardia d'onore.
1732
Le chiedo di pregare e di far pregare per me e per la nostra Opera, poiché ho tante croci, che è un miracolo se io possa vivere: ma
Gesù è onnipotente. La Guardia d'onore è per me una forza e mi
dà tanto coraggio che il diavolo sarà schiacciato, perché non è che per Gesù che noi lavoriamo. E per di più le stesse terribili croci
che mi opprimono sono per me la più grande consolazione, perché Gesù ha sofferto, Gesù è una Vittima, Gesù ha scelto la Croce, Gesù ha detto: "Coloro che seminano nelle lacrime, mieteranno nella gioia..."
Ah, questo Cuore benedetto che non respira che per le anime, che è una Vittima continua, che è stato ferito da una lancia è un grande aiuto per noi... Ah, come sono felice nelle mie pene! Io ne ho di tutte le qualità, in Egitto e nell'Africa centrale, a Roma e a Verona e anche in Francia. Ma io sono felice perché il S. Cuore di Gesù nella Sua Guardia d'onore mi assiste potentemente.
1733
Ecco tradotto in francese quello che sto per scrivere al Card. Barnabò, Prefetto della Sacra Congregazione di Propaganda Fide che è il mio Capo: "Deve sapere, Eminenza, che da un po' di tempo la Croce mi è talmente amica ed è così assiduamente vicino a me che l'ho scelta per mia carissima Sposa, tanto che ho deciso di vivere sempre con Lei fino alla morte e, se fosse possibile, nell'eternità! Sa, Eminenza, che il Cuore di Gesù è stato ferito dalla lancia sulla Croce mentre Egli era morto e che questo colpo terribile di lancia ha trapassato il Cuore della nostra Madre Maria: questo colpo di lancia si ripercuoterà anche nell'Africa.
1734
E' in Africa che con la mia croce ho portato la Guardia d'onore del Cuore trafitto di Gesù, che sua Em.za può darsi non conosca, ma avrò io la fortuna di fargliela conoscere. Sa lei quale forza dona al mio spirito questa Guardia d'onore nella quale io venero il Cuore di Gesù e la ferita della lancia? Essa mi dà la forza di portare la mia croce con gioia, come se io avessi fatto fortuna per le Missioni; e con la Croce mia Sposa carissima e maestra di prudenza e di saggezza, con la Santissima Vergine, mia cara Madre, e con Gesù, mio Tutto, io non temo, o Em.za, né le tempeste di Roma, né le persecuzioni d'Egitto, né il furore della Nigrizia, né i nuvoloni di Verona, né il diavolo dell'inferno, perché io sono il più felice degli uomini e sono nella condizione più desiderabile.
1735
Oh! il mio Gesù ha mostrato una saggezza completamente divina allorché, dopo aver creato l'universo, ha fabbricato la Croce". Ora con la Croce che è una sublime effusione della carità del Cuore di Gesù, noi diveniamo potenti. Ho una obiezione da fare qui, cioè che io sono convinto d'essere un gran peccatore. Non ho alcuna vergogna a confessare il mio nulla a lei, mia buona Suora, perché ho anche un potente rimedio. Siccome Gesù è venuto a salvare i peccatori, Egli è venuto a salvare anche me e come Egli si degna di donarmi la Sua Croce, è il segnale più sicuro che Egli vuole salvarmi. Guardi quale bontà ha il Buon Gesù! Mentre mi regala tante croci, fa compiere tanto bene ai miei Istituti che ho da poco fondato in Egitto presso la Grotta della Santa Famiglia.
A Marie Deluil Martiny - 15.10.1868
Ho appena avuta la notizia che qualche giorno fa tre nere di 20 anni sono state battezzate dai miei Missionari e che altre tre aspettano me perché le battezzi. Una è morta con la pagellina della Guardia d'onore sul cuore dopo tre giorni che era stata battezzata.
1736
Dunque preghi e faccia pregare per la conversione delle anime più abbandonate della terra, i poveri neri dell'Africa centrale. Mi sembra che nel tempo in cui i cristiani cospirano contro il Signore e il Suo Cristo, il Cuore di Gesù si deve effondere con un raddoppiamento d'amore verso quelli che sono ancora avvolti nelle tenebre e nell'ombra della morte. Desidero inviarle il mio Piano per la rigenerazione dell'Africa che uscirà fra pochi giorni, Piano che ho pensato al Vaticano il 18 settembre 1864, mentre assistevo alla Beatificazione di M. Margherita Alacoque. Nella prima edizione del 1864 è scritto anche il giorno della Beatificazione. Dunque attendo che la Beata mi assista perché amava tanto il Sacro Cuore di Gesù.
Preghi e mi scriva. Al mio ritorno verrò a Bourg. Viva Gesù nel Suo Cuore.
Don Daniele Comboni

Ho passato una giornata a Bamberga presso Monaco dalle Suore della Visitazione dalle quale ho ricevuto una moretta. Vi è colà stabilita la Guardia d'onore.
La prego di offrire i miei rispetti alla molto R.da Madre Superiora.

Traduzione dal francese.


N. 273 (258) - A MONS. LUIGI DI CANOSSA
ACR, A, c. 14/60

Lodato G. e M... in eterno c.s.
Parigi, 15 ottobre 1868
(22 Rue des Saints Pères)
Eccellenza R.ma,

1737
Ho tardato a scrivere, fui occupatissimo, e gli affari sono lunghi a Parigi, e passai molte notti in piedi per assistere malati d'importanza. Sono alloggiato cortesemente dall'Ill.mo B.ne di Havelt Protettore di Terra Santa e Commissario Pontificio per l'Esposizione Universale, il quale per appoggiarmi, invita a pranzo i personaggi che possono favorirmi, come Druin de Luis, il Ministro della Marina, il Presidente della Propagazione della Fede etc. Ad onta di ciò gli affari sono lunghi: ecco i principali:
1¼. Sussidi da chiedersi alle seguenti Opere
a) Propagazione della fede
b) Santa Infanzia
c) Oeuvre des Ecoles d'Orient
d) Oeuvre apostolique
ÊÊÊ oggetti di culto
e) Oeuvre des tabernacles
2¼. Lettere commendatizie pel Pascià d'Egitto, ed altri Pascià influenti
3¼. Qualche sussidio del Ministro Esteri sur les fonds du Lévant.
4¼. Passaggi e trasporti di provvigioni gratuiti da Marsiglia.
5¼. Sonder le terrain à l'Institut d'Afrique per vedere quali vantaggi possiamo trarre.
6¼. Speciale Commendatizia del ministro degli Esteri Mustier.
7¼. Fonti per cavar Messe per V. E.
8¼. Visita a qualche insigne benefattore. Hic et nunc tutti quasi sono in campagna: sicché pazienza un poco.
1738
Pria di lasciar la Baviera ho esplorato la fonte buona al Ministero del Culto, per avere alcune migliaia di Messe da Altštting: ecco la via da tentarsi suggeritami ai Culti. E' d'uopo che l'E. V. scriva a Mgr. Enrico Hofstaetter Vescovo di Passavia (Baviera), le esponga che i suoi missionari e gran numero di Sacerdoti della sua Diocesi etc..... tutto quel che può dire... e lo preghi di autorizzarla a ricevere l'onere di 7 oppure 8

(D. Daniele Comboni)

Lettera incompleta.


N. 274 (259) - A MADAME A. H. DE VILLENEUVE
AFV, Versailles

Parigi, 20/10 = 68
22 Rue des Sts. Pères
presso il Barone di Havelt
Signora,

1739
non so esprimerle la consolazione che mi ha recato con la sua cara lettera. La corrispondenza l'ho appena ricevuta poiché da molto tempo non passavo dall'hotel delle Missioni straniere, perché sono presso il Barone di Havelt.
La sua grande bontà mi sollecita a venirla a trovare, poiché desidero vederla e vedere pure il sig. Augusto, mio caro amico, e ringraziare per tanta bontà che lei ha usato per il buon ragazzo Urbansky. Ho ricevuto notizie da Dresda del tanto bene che lei ha fatto a questo buon ragazzo; sembra che le sue solerti cure l'abbiano salvato dalla morte. Lei mi colma di bontà e io mi sento ingrato verso di lei.
1740
A M.me de Villeneuve - 20.10.1868
Sebbene sia partito all'improvviso dal Cairo, tuttavia ho potuto radunare al Cairo degli oggetti della Madre Rosa, molto interessanti per il nostro caro Augusto. Arrivato ad Alessandria tutto è stato rotto. Tuttavia ho potuto riempire un piccolo sacco da notte. Questo nel viaggio dalla Germania si è quasi tutto rotto in modo che non è restato che poca cosa. Ho ordinato a Khartum (due mesi di viaggio dal Cairo) una collezione di armi dei neri, ma non sono ancora arrivati dal Cairo.
Oggi ho scritto a Verona per farmi arrivare delle reliquie; questo piccolo cofanetto che ho è per lei. Sono molto occupato; quando sarò libero verrò a casa sua. Si sta stampando a Parigi il mio Piano; aspetto che sia stampato per portarle delle copie.
Tanti saluti ad Augusto e a Désiré ecc. dal suo devotissimo

Don Daniele Comboni
Traduzione dal francese.


N. 275 (260) - AD AUGUSTE DE VILLENEUVE
AFV, Versailles

Parigi, 20/10/68
Breve biglietto.


N. 276 (1150) - AL P. STANISLAO CARCERERI
AGCR, 1964/54

Parigi, 20 ottobre 1868

1741
Se i Camilliani hanno una Missione prima del Seminario di Verona che importa "non quaero gloriam meam sed eius qui misit me"; di fisso io ho annualmente 10,000 Fr. e di aggiunta quanto ne batto fuori. N¼. 5000 li cedo (coll'obbligo di batterne fuori altrettanti) ai Camilliani; purché sieno appagati i desideri del mio caro Stanislao.

D. Daniele Comboni


N. 277 (261) - A MONS. LUIGI DI CANOSSA
ACR, A, c.38/10

Parigi, 21 ottobre 1868

1742
Colgo questa occasione per inviarle i miei rispettosi e filiali omaggi. Nel nostro venerato P. Callisto troviamo un uomo che cerca puramente la gloria di Dio, la salute dell'anime, e il vero decoro dell'inclito Ordine Trinitario, al quale, cessata la schiavitù dei Cristiani, si compete una parte dell'apostolato dei neri.
Quanto ai passi che si dovranno effettuare colla Propaganda, Vic.o Ap.co dell'Egitto, e Francescani, per aiutare l'Ordine Trinitario a partecipare all'importantissimo apostolato dell'Africa centrale, studieremo ed esamineremo le cose a testa fredda a Verona, dopo che vedremo i risultati dell'attuale pendenza coll'Ordine Camilliano.
1743
Intanto confidiamo in Dio, ed in Colei, che l'E. V. R. ha avuto l'onore di proclamare il primo la Regina dell'Africa, e riceva gli affettuosi omaggi del devoto suo figlio

D. Daniele


N. 278 (262) - A CLAUDE GIRARD
AGB

Parigi, 31 ottobre 1868
Mio carissimo amico,

1744
A Claude Girard - 31.10.1868 ; a mons. di Canosa 11.1868
spero che verrà a Parigi e che mi scriverà prima di recarsi a Orléans. La saluto affettuosamente. La prego di porgere i miei ossequi alla signora Girard e ai suoi cari figli. Se mi scrive, indirizzi le lettere a "22 Rue des Saints Pères" dove sono alloggiato.
Dopodomani uscirà il mio Piano in un legatoria: la metà è comparsa nell' "Apostolat". Mi sembra di risuscitare se lei verrà. Non ho più ricevuto il suo giornale. Arrivederci mio caro. Arrivederci. Il nostro caro e venerato P. Callisto è un amico sul tipo del R.do Girard, cioè incomparabile; egli mi ha reso molti servizi. Addio.
Dal Cairo buone notizie, battesimi ecc.
P. Zanoni, grazie a Dio, se ne è andato. Egli ha fatto del male, ma non importa niente.
La cassa con l'ostensorio è già arrivata al Cairo.

D. Daniele Comboni


N. 279 (263) - A MONS. LUIGI DI CANOSSA
ACR, A, c. 14/64

Lod. J. M. In et. così sia
Parigi, inizio novembre 1868
Eccellenza R.ma,

1745
Qui confidit in D.no non confundetur. La Propagazione della Fede di Lione e Parigi m'ha assegnato definitivamente ier sera la somma di 5000 franchi da tirarsi subito a Lione. Così mi comunicò stamane Nicolas, Cochin, ed il Presidente ottuagenario, che mi lesse il rapporto del Consiglio di Lione, e la lettera dell'E.mo Card. Barnabò, il quale raccomandò in modo speciale l'Opera nostra e D. Comboni. E' questa una grazia staordinaria di Dio, ed un segno che è Egli che agisce e non l'uomo. Dio mette rimedio a' miei spropositi colla sua grazia. Tutti i membri di Lione e Parigi m'hanno dato segni di speciale attenzione: non si danno mai somme fuori della generale distribuzione di maggio, e non si accordano somme immediatamente che ai Vicari e Prefetti Ap.lici. Come l'Africa è pagata dal cassiere di Lione, così là toccherò il denaro. Mi si fa sperare che l'assegno dell'anno venturo sarà maggiore. Benediciamo il Signore, e facciamo grande assegnamento sulla Provvidenza di Dio, anche quando ci sembra di essere abbandonati. Ora non temo più dei mezzi.
1746
Di più l'Opera del S. Sepolcro mi assegnò 500 franchi. L'anno venturo avrò di più. Di più sto organizzando un Comitato di Signore; e domani alle 4 sarò ricevuto dalla Principessa Clotilde, e forse la pregherò ad essere la Presidente; è l'epoca opportuna mentre il Principe Napoleone è in Inghilterra.
E' probabile che riusciamo a formare un Comitato di uomini a Parigi. Ma avanti è d'uopo studiare le suscettibilità della Prop.n della Fede, i cui consiglieri bramano di essere soli.
1747
M.r l'Abbè Cloquet direttore dell'Apostolato fu da me incaricato di formare un Consiglio Diocesano dell'Opera del B. Pastore, ed accettò. Solo mi disse che il nome non piace in Francia, perché sotto questo vocabolo qui non s'intende che un Comitato per soccorrere donne perdute.
Domani arriverà a Parigi M.r Girard: mi scrisse ier sera da Orleans, che verrà col Superiore dei Greci di Costantinopoli ed aggiunse: "tachez de nous faire admettre à votre table chez M.r le Baron du Havelt, où vous ミtes logé". Vedremo.
1748
Sarebbe bene che l'E. V. R. rispondesse al P. Callisto che alla mia venuta in Verona discuterassi sul modo di rispondere a suoi desideri, e che l'E. V. sarebbe felice e lieta di cooperare all'introduzione dell'inclito Ordine Trinitario nell'apostolato dei negri. Al tempo stesso soggiunga che avendo inteso da D. Comboni che gli ha assegnate parecchie elemosine di messe (500), lo prega ad occuparsi di questo affare perché ha centinaia di preti senza elemosine. Il P. Callisto ne potrà procurare all'E. V. parecchie migliaia solo dalle Monache Trinitarie in Francia. Io già gli raccomandai questo. Ma è più potente la raccomandazione di V. E., dalla quale spera di essere favorito ne' suoi desideri africani.
Aspetto risorse anche dalla S. Infanzia, e dall'Opera delle Scuole d'oriente. Gran bene mi fa il mio caro Barone di Havelt; e bramerei che l'E. V. scrivendo a me, ne esprimesse i di lei ringraziamenti, perché invita ministri, personaggi etc. per me.

Suo indeg.mo figlio
D. Daniele
Le mando l'opuscolo che fu prodotto dall'Apostolat. Stasera riceverò lettere d'Egitto. Al M.se Ottavio etc.
N. 280 (264) - A MONS. LUIGI DI CANOSSA
ACR, A, c. 14/61

Parigi, 13 S. Stanislao Koska /68
13 novembre 1868
Eccellenza R.ma,

1749
Le mando gli ossequi di M.me Terèse, che ho veduto ieri: sta benissimo, saluta la M.sa Clelia e tutta la famiglia, ed è zelatrice dell'Opera nostra presso le Dame del Sacro Cuore. E' un'anima che prega.
1750
Nel mentre che noi invochiamo l'aiuto del cielo per l'Opera dell'Africa, il Signore vuole la nostra cooperazione. S. Em. il Card. Barnabò colla sua famosa circolare rese inefficace l'autografo del S. Padre, e dichiarò illegittimo il nostro operato. Di più si basò sul falso principio che l'Opera del B. P. serve a mantenere gli Istituti in Cairo, e fondamento della sua proibizione accennò essere il volere dei Consigli della Propagazione della Fede. Senza tante spiegazioni per amore di brevità, le annuncio il fatto che sto mettendo in esecuzione, e che paralizza gli sforzi del Cardinale. Noi facciamo questo pel bene dell'Africa, e per rispetto al Papa, che con pontificio autografo indulgenziò l'Opera.
1751
Sto fondando a Parigi un Comitato dei più distinti personaggi Cattolici di Francia, che ha per oggetto di raccogliere elemosine pel Seminario di Verona ed altri che fonderemo. Membri di questo Comitato sono tre dei più distinti ed attivi membri del Consiglio della Propagazione della Fede di Parigi, e sono:
M.r Baudon Presidente delle Conf.ze di S. Vincenzo de Paoli;
M.r Cochin, dell'Istituto ed Accademia di Francia.
M.r Auguste Nicolas Consigliere alla Corte Imperiale ed Autore des Etudes philosoph.
Questi hanno accettato. Di più hanno accettato:
Il Barone di Havelt, ove io dimoro, fondatore dell'Opera del Pellegrinaggio in Terra Santa, e Commissario Pontificio per l'Esposizione Universale.
M.r Faugère Ministro Plenipotenziario e Direttore del Ministère degli Esteri.
M.r C.te de Courcelles antico Ambasciatore Francese a Roma.
M.r le Prince Broglie dell'Accademia francese
M.r le C.te de Mèrode fratello di Mgre.
M.r le C.te de Segur fratello di Mgre.
M.r de Valette Canonico di Notre Dame di Parigi
M.r de Reineval Vicario alla Maddalena, e fratello di un antico Ambasciatore a Roma.
1752
M.r Edmond Lefont Presidente del Denaro di S. Pietro.
A Mons. Luigi di Canossa - 13.11.1868
Ho altri nomi e membri del Clero. Io sono di opinione di non favellare punto a Roma di questo Comitato nemmeno quando sarà fondato (cosa di una o due settimane): quindi è bene che l'E. V. combatta colle armi che ha; e caso che il Cardinale trionfi (cosa che mi pare impossibile), l'esistenza del Comitato di Parigi, composto di uomini sommi, sarà quell'arma che deciderà della vittoria. Non mi allungo a notare i molti argomenti dell'utilità di questo Comitato.
1753
Ricevetti una lettera magnifica ed affettuosissima del Duca di Modena da Vienna, che m'incoraggia.
Ho stretto intimi rapporti con Carlo VII e colla moglie figlia della Duchessa di Parma. Se va, come spero, sul Trono di Spagna, bene per l'Africa. Visito questi due giovani piissimi spesso.
Attendo il suo consenso, la sua benedizione, e sono

Suo um.o indeg. figlio
D. Daniele Comboni
Per rispetto al Cardinale, non ho consentito che l'Apostolat pubblichi il Decreto di erezione canonica del B. Pastore, prima che Ella non autorizzi.


N. 281 (265) - A MADAME A. H. DE VILLENEUVE
AFV, Versailles
Parigi, 15/11 = 68
22 Rue des Sts. Pères
Signora,

1754
appena ho ricevuto la sua lettera, quantunque molto occupato, sono andato da Erode a Pilato, da Anna a Caifa, poi sono ritornato da Pilato per avere delle informazioni su Conrad e adempiere ciò che la sua eminente carità m'aveva ordinato. Ma mentre facevo ciò, ecco che arriva "lupus in fabula", cioè il polacco. Mi sembra che abbia un aspetto molto buono, perché è ben nutrito e riposato.
1755
Mi ha detto che ha trovato una vera mamma in lei e che ha ricevuto tutto da lei, da Augusto e da Désiré. Ma io avrei voluto che egli avesse seguito in tutto i suoi consigli materni, tanto più che Augusto ha la bontà di amarlo parecchio. Ma la gioventù è sempre gioventù. La paura di perdere l'anno, egli dice, l'ha deciso di recarsi a Parigi, ciò che io non credo poiché, in fatto di scuola, ho tutte le conoscenze possibili. Siccome sono molto occupato non son potuto andare a trovarlo e vedere bene le cose, dal momento che ha una buonissima salute. Tuttavia, non avrò sufficienti parole per ringraziarla di tanta bontà che ha avuto per me. Io vorrei dimorare un anno con lei e curare con il mio amore il mio caro Augusto e comunicargli tutto ciò che io possiedo di talento e scienza, ma, ahimè, bisogna che io ritorni in Egitto. Non potrò trascorrere con lei che qualche giorno. Tuttavia pianterò il centro della mia opera a Parigi e spero che soggiornerò in avvenire molto sovente in sua compagnia.
1756
Fonderò un Comitato di dame patronesse a Parigi: tengo molto che lei e Maria ne facciate parte. La prego di dirmi fino a quale giorno lei resterà lontano da Parigi. Mi dia sue notizie e dei suoi cari figli. Io le invierò degli opuscoli.
1757
Sono ancora nella sua quarantena di preghiere. Nell'ottavario dei Morti ho celebrato una Messa per il suo caro marito. Se lei vedesse la signora di Poysson le porga i miei ossequi.
Mentre le esprimo tutta la mia riconoscenza e i sentimenti del mio grande affetto, ho la fortuna di dichiararmi

Suo d.mo D. Daniele Comboni

Mère Emilie sta molto bene. Mi ha appena scritto

Traduzione dal francese.


N. 282 (266) - AD AGOSTINO COCHIN
APFP, Bote G-84

Parigi, 26 novembre 1868
Signore,

1758
le ho appena accusato ricevuta della lettera per mezzo della quale lei m'ha fatto l'onore di informarmi di quello che si è detto relativamente alla mia Opera nell'ultima riunione dei membri della Propagazione della Fede. Le sono infinitamente riconoscente. Voglia permettermi di presentarle qualche osservazione a questo riguardo.
Ad Agostino Cochin - 26.11.1868
In quanto al giornale del sig. Cloquet mi era stata data un'idea favorevole e non pensavo certo che questa pubblicazione contrariasse l'Opera della Propagazione della Fede. Se ho affidato all' "Apostolat" la pubblicazione del mio Piano per la rigenerazione dell'Africa, è unicamente per ragioni di economia e per non avere a mio carico le spese della stampa, ma non avevo punto l'intenzione di fare dell' "Apostolat" l'organo della mia Opera a Parigi. Mi sarebbe, al contrario, un piacere e un dovere di riconoscenza di dare sia agli Annali, sia al Giornale delle Missions Catholiques le informazioni sulla Missione dell'Africa centrale e sui miei Istituti d'Egitto.
1759
Per quanto concerne la formazione di un Comitato a Parigi, si è frainteso sicuramente sulle mansioni e lo scopo che doveva avere. Si è creduto che sarebbe destinato a creare delle risorse per le Missioni della Nigrizia interna e per i miei Istituti d'Africa; ma il fatto è che esso era destinato solamente di procurare alla mia Opera a Parigi uno stabile dove ci si possa riunire e formare i soggetti francesi che si destinano alla mia missione, conformemente a quello che ha luogo già a Verona, dove l'Opera del Buon Pastore, benedetta e lodata dal Papa Pio IX e diretta da Mons. Vescovo di Verona, sostiene con le elemosine che raccoglie un Seminario per i nostri Missionari italiani. Una casa simile mi è proprio indispensabile a Parigi, sia a causa dei miei rapporti con il Governo francese, la cui influenza è così grande in Oriente, sia perché si trovano più facilmente in Francia i soggetti che si dedicano alla Missione.
1760
Ho creduto di non poter contare, per questa fondazione, sulla Propagazione della Fede, perché mi avevano detto che le sue risorse erano unicamente destinate alle Missioni straniere. Se posso però avere la sicurezza di aver sbagliato, rinuncio da questo momento e per sempre a preoccuparmene io stesso, sia per il sostentamento del mio Seminario di Verona, sia per la fondazione di quello di Parigi. Del resto, ciò che provo veramente è che non volevo affatto, nella formazione del Comitato in questione, dispiacere alla Propagazione della Fede; io mi ero indirizzato precisamente a delle persone che fanno già parte del Consiglio di questa Opera capitale, che io mi farò sempre un obbliigo di sostenere e di sviluppare io stesso come ho già fatto nel passato.
1761
Io non intraprenderò mai niente senza riferirmi sempre al Consiglio della Propagazione della Fede.
Le sarò molto riconoscente, signore, se a tutte le bontà cui io le devo, aggiungerà quella di volere essere l'interprete dei miei devoti e rispettosi sentimenti verso tutti i membri della Propagazione della Fede.
Gradisca, signore, l'assicurazione del mio profondo rispetto e mi creda con tutta la mia riconoscenza
il suo devoto servo
Don Daniele Comboni
Missionario Apostolico
Traduzione dal francese.


N. 283 (267) - ALL'OPERA DELLA S. INFANZIA
AOSI, Parigi

Parigi, 29 novembre 1868

Ai signori Membri del Comitato della Santa Infanzia
Signori,

1762
la benevola collaborazione che loro accordano ai Missionari che si dedicano all'educazione dei bambini nei paesi infedeli, mi incoraggia a esporre loro quali sono, sotto questo aspetto, la posizione e i bisogni della mia Missione.
1763
Consacrato da dodici anni all'Apostolato dell'Africa centrale, ho dovuto, per raggiungere questo scopo, fondare dapprima al Cairo, con l'autorizzazione della Propaganda, due Istituti ove i giovani neri, ragazzi e ragazze, che sono educati nei principi della fede cattolica per diventare, in seguito, utili ausiliari per la conversione dei popoli del centro della Nigrizia.
Questo sistema che ho presentato a Sua Santità Pio IX e a un grande numero di Vescovi e di Superiori di Missioni africane, è stato ritenuto come il solo capace di procurare la salvezza dei nativi dell'Africa centrale.
1764
L'Istituto dei ragazzi fondato al Cairo è diretto da quattro Missionari del mio Seminario di Verona e conta, per il momento, una decina di allievi.
L'Istituto delle ragazze è diretto dalle Suore di S. Giuseppe dell'Apparizione di Marsiglia e da molte istitutrici nere già formate nell'Istituto Mazza di Verona e conta, per il momento, diciasette allieve. Queste hanno già fatto dei progressi rimarcabili nella pietà e nell'istruzione. Esse coltivano con successo tutte le arti che si addicono alle donne, in modo di diventare buone donne di famiglia.
1765
I bambini che noi educhiamo ci impongono dei pesanti oneri,
sia per acquistarli, sia per crescerli e mantenerli. Noi li vediamo qualche volta che, deboli e malati, languiscono sulla strada o nei crocicchi; noi non esitiamo a incaricarcene, poiché abbiamo fondato, accanto a ciascuno dei suddetti Istituti, una infermeria e una farmacia, perché abbiamo imparato che la carità per gli ammalati è un potente mezzo per guadagnare le anime a Gesù Cristo. Loro signori comprendono facilmente quanto sia grande il carico che noi ci assumiamo per loro e quanto noi abbiamo bisogno che ci vengano in nostro soccorso.
Del resto, indirizzando questa domanda io non sono che l'interprete delle intenzioni di Mons. Ciurcia, Vicario e Delegato Apostolico dell'Egitto e incaricato "ad interim" della direzione del Vicariato dell'Africa centrale, che ha voluto consegnarmi a questo riguardo una lettera di raccomandazione.
1766
AllÕOpera della S. Infanzia - 29.11.1868
A misura che la mia Opera si svilupperà, come ho tutte le ragioni per sperare, chiamerò successivamente in mio aiuto degli altri religiosi francesi, poiché ho potuto constatare l'attitudine speciale dei bambini della loro nazione per le opere di apostolato. E per finire, faccio loro rimarcare, signori, che dalla buona riuscita dei due Istituti, per i quali ho avuto l'onore di intrattenerli, dipende senza dubbio la conversione di un buon numero di tribù dell'Africa centrale e io sono sicuro che questo motivo di procurare la gloria di Dio e la salvezza delle anime, farà loro esaudire i desideri di colui che, pieno di speranza nella loro carità, ha l'onore di dirsi

di loro, signori, u.mo servo
Don Daniele Comboni
Missionario Apostolico dell'Africa centrale
Superiore degli Istituti dei neri in Egitto


Traduzione dal francese.



N. 284 (268) - A UNA SIGNORA SPAGNOLA
ACR, A, c. 15/139


Parigi, 3 dicembre 1868
22 Rue des Saints Pères
Stimatissima Signora,

1767
Sebbene non abbia il piacere di conoscerla personalmente, so quanto siano buoni i suoi sentimenti religiosi e proverbiale la sua generosità, per cui mi prendo la libertà, che mi vorrà scusare, di scriverle questa lettera, per chiedere a favore di un'opera essenzialmente cattolica, la "Rigenerazione dell'Africa" e la propagazione della nostra santa religione, in quelle vaste regioni, un'elemosina che Dio ha promesso di "ricompensare generosamente" quando viene fatta per Suo amore.
1768
Si tratta di salvare migliaia di anime e S. Agostino assicura che "chi salva un'anima, salva la sua". Quale ricompensa più grande?
Il Santo Padre ha benedetto ripetutamente e aiutato con le sue limitate risorse quest'opera, concedendo poi ai suoi benefattori molte grazie e indulgenze.
1769
Povero per vocazione e per necessità, sacrifico tutta la mia esistenza per soccorrere i miei fratelli in Cristo come sacerdote missionario dell'Africa centrale, che conosce i bisogni di di quella nascente società cristiana, vengo oggi a supplicare il benevolo e caritatevole suo cuore, perché si interessi di tanti infelici che giacciono immersi nelle tenebre e nella più orrenda idolatria.
1770
Mai avrei voluto disturbarla, ma so quanto lei sia buona e comprensiva nei confronti delle disgrazie altrui e per questo sono sicuro che non rimarrà insensibile nemmeno di fronte ai mali degli infelici africani, mali tanto più gravi perchè possono essere eterni, se la carità cristiana non mette a disposizione missionari e mezzi per riscattarli, convertendoli in esseri felici che benediranno per sempre i generosi benefattori cattolici.
Scusi questa libertà che mi sono preso e mi creda suo riconoscente e devoto servitore e cappellano

S. M. B.
D. Daniele Comboni

Traduzione dallo spagnolo.


N. 285 (269) - A MADAME A. H. DE VILLENEUVE
AFV, Versailles

Parigi, 5 dicembre 1868
Mia carissima signora,

1771
l'altro ieri ho ricevuto la sua cara lettera. Quante cose avrei da dirle. La più deliziosa è quella di sapere che il 12 o il 13 lei sarà a Parigi ed è là che io sono deciso di attenderla. Il pensiero di venire a Quimper e Prat-en-Raz in mezzo a tanti affari che ho avuto, mi ha reso esitante per quanto immenso sarebbe stato il piacere; ora sono felice perché fra una settimana avrò la fortuna di vederla a Parigi.
1772
L'Egitto mi aspetta, ma io aspetto la signora di Villeneuve, il mio caro Augusto e i suoi cari figli che amo molto; se avessi fatto il viaggio a Prat-en-Raz, avrei avuto lo scrupolo per la spesa, poiché non mi è permesso, in coscienza, di spendere un soldo per il mio piacere. In ogni caso sarei venuto a Prat-en-Raz, se non venisse a Parigi.
1773
Sull'affare di Urbansky ne parleremo a viva voce. Egli ha fatto una grande sciocchezza a lasciare lei e Augusto. E' ben a ragione che ora egli si pente, poiché io gli ho parlato chiaro e paternamente. Quando lei mi ha scritto di consultare il suo medico e i suoi superiori della scuola, io sono andato dappertutto. Mi è occorso molto tempo e fatica per avere notizie della scuola, patronato, ecc., ma le persone che dovevo consultare non le ho mai trovate. In questo momento egli è arrivato a Parigi. Mi sembra che non abbia più il buon aspetto che aveva quando è venuto a Parigi. E' ancora un ragazzo che non riflette abbastanza, per quanto sia un buon ragazzo. Io gli ho preparato un buon confessore perché non frequenta quasi mai; sembra che si sottometta.
1774
A Madame A. H. De Villeneuve - 5.12.1868
Quando lei pensa al suo caro marito occorre che non abbia mai i pensieri che mi esprime. Pensi che la misericordia di Dio è infinita e che è impossibile che egli non abbia trovato grazia presso Dio dopo tante preghiere e dedizione da parte sua. Lei è stata una sposa ammirevole, poiché lei è una madre che non ho mai trovato di simile sulla terra. Dio è carità. La collera di Dio si cambia in dolcezza di fronte alla carità.
1775
Io credo e sono convinto che Dio abbia esaudito la sua carità e la sua ammirabile dedizione per lui, carità e dedizione che le ha avuto per lui prima e dopo la morte; pensi che suo marito era un uomo eccellente che faceva onore alla società; era un uomo onesto. Il solo peccato era di non essere stato praticante; ciò può darsi sia dipeso dalla sua educazione e di trovarsi immerso negli affari. So però che è stato un uomo caritatevole e che ha fatto del bene al suo prossimo. Ora questa virtù non può rimanere senza ricompensa. In più, mediante il matrimonio cristiano, l'uomo è tutt'uno con la donna e siccome lei ha fatto molto bene prima e dopo la sua morte, trovo una ragione in più per avere tanta confidenza nella misericordia di Dio. Confidenza, dunque, nel Buon Dio e sia sicura che Dio ha avuto misericordia di lui; continui a pregare per lui e sia tranquilla e consacri tutti i mesi di novembre della sua vita in suo suffragio, poiché è un mese di grazia e di misericordia.
1776
Quanto alle indulgenze della grande Croce di Gerusalemme se ha il Crocifisso, lei può lucrare l'indulgenza plenaria ogni volta che fa la Via Crucis. Alle reliquie non è unita nessuna indulgenza. Tutti gli oggetti che hanno toccato il Santo Sepolcro di Gerusalemme, i Padri della Terra Santa me l'hanno assicurato, hanno l'indulgenza plenaria ogni volta che si baciano se si è confessati e comunicati, ecc. E' certo che vi è l'indulgenza plenaria in punto di morte. Del resto, per assicurarla di tutto, glielo scriverò più tardi, quando avrò consultato la pagella delle Indulgenze di Gerusalemme.
1777
E' da molto che non ricevo lettere dalla Principessa Maria, cioè dell'8 novembre, quando ella mi diceva che era stata ammalata. Se non le ha scritto è segno che non ha ricevuto la sua lettera, poiché le vuole bene e la stima molto. Dunque, le scriva poiché ella ha molto piacere di ricevere le sue lettere e le parli di Augusto e della signora Maria. Oggi stesso le scriverò di lei. La prego di porgere i miei ossequi alla signora Poysson. Sarei ben contento di vederla ancora.
1778
Attendo con impazienza il suo arrivo a Parigi. Augusto sarà tanto buono se lui o lei me lo facciate sapere subito, perché verrò alla stazione o a casa sua immediatamente.
Preghi per mio padre che è ammalato. Egli le renderà le sue preghiere, perché da molti anni egli prega otto o nove ore al giorno; è un uomo giusto; è un po' scrupoloso; è tutto l'opposto di suo figlio.
Gradisca i sensi della mia più alta stima e affetto

D. Daniele Comboni

Traduzione dal francese.

N. 286 (270) - A MONS. LUIGI DI CANOSSA
ACR, A, c. 14/62

W.J.M.J.
Parigi, 14 dicembre 1868
4 pom.
Eccellenza R.ma,

1779
Sicut placebit Domino ita fiat: sit semper nomen Domini benedictum. Ricevo in questo momento un dispaccio concepito in questi termini: "Dal Bosco temo non vivrà fino a sera, rispondete = Tommasi. Jeri una lettera mi giunse, che mi annunzia mio padre essere da trentasei giorni gravemente ammalato. A questo aggiunga le molte croci che alla bontà di Dio piacque di darmi. Il nostro caro Gesù è molto buono: è un invito veramente amoroso che ci muove ad amarlo davvero. Benché sia molto ma molto imbrogliato, tuttavia non ho lingua che valga a ringraziare Iddio convenevolmente.
1780
Se D. Dalbosco avesse ad andare in Paradiso (cosa che me la sento come certa) come faremo ad aggiustare le cose pel piccolo Seminario di Verona? Insomma, Monsignore e Padre mio veneratissimo, gettiamoci nelle braccia di Gesù, che ha molta carità, talento, e sa bene combinare le cose: sit nomen eius benedictum in saecula.
1781
Io sono sulle mosse per venire a Verona: ho ottenuto il passaggio gratuito per me da Susa a Verona, e per otto da Verona a Genova. Aspetto il passaggio da Parigi a St Michel, e da Monaco Nizza e Marsiglia per la carovana. Di più sono certo che il Ministero Esteri mi accorda gratis da Marsiglia ad Alessandria; ma non ebbi ancora finito questo affare per non esservi il Ministro che sta a Compiègne. Il mio piano è di aspettar questo, venire a Lione per ricevere i 5000 franchi, passar da Torino per conferire con D. Bosco...... e volare a Verona. Se all'E. V. tornasse gradito che modificassi questo piano, non ha che a darmene un cenno, e sarò a suoi venerati comandi.
1782
A Mons. Luigi di Canossa - 14.12.1868
Del resto confidiamo in Gesù: sono troppo felice di essere da lui onorato con tante croci, che sono preziosi tesori della sua divina grazia. Siccome noi lavoriamo per la conversione dell'anime le più abbandonate della terra, e intendiamo di lavorare unicamente per fare la sua divina volontà, così sia sempre benedetto Gesù in prosperis et adversis, nunc et in saecula.
Se il Signore ci lascia in vita il nostro D. Alessandro, lo benediremo; se chiama quest'anima eletta in paradiso, avremo un avvocato di più nel cielo.
Le bacio la sacra veste, e mi dichiaro nei SS. Cuori di G. e di M.

Suo um.o indeg. figlio
D. Daniele Comboni
N. 287 (271) - A MONS. LUIGI DI CANOSSA
ACR, A, c. 14/63

Lod. G. e M. In eterno e così sia
Parigi, 20/12 = 68
Ill.mo e R.mo Monsignore,

1783
E' una gran perdita che abbiamo fatto: ma non abbiamo perduto Gesù; e quindi possediamo tutto. Anzi la stessa perdita è forse una conquista, perché D. Alessandro Dalbosco, che fu un santerello, dall'alto dei cieli pregherà il Dator d'ogni bene, e colla sua intercessione ci assisterà nella gran lotta. D.nus dedit, D.nus abstulit....... sit nomen D.ni benedictum.
1784
Io senz'altro in tre o quattro giorni parto da Parigi. Ho già salutato M.me Therèse che sta benissimo. Ho scoperto una Diocesi che dispensa 20,000 messe all'anno: è Nmes. Il Vescovo è allievo del Seminario des Chartreux a Lione, il cui Superiore è mio amico, ed è membro da 30 anni della Propagazione della Fede di Lione, presso il quale io alloggio. Io cercherò di metterlo in croce in guisa, che le manderà molte messe.
Da Lione passerò a Torino e Verona.
1785
Qualunque sia l'imbroglio in cui ci troviamo, mettiamo tutta la confidenza in Dio e nella Regina dell'Africa. Uomini e denaro; denaro ed uomini. Sono due cose che sono di assoluta necessità. L'Ecc. V. per mezzo del Pastorale, io colle strade ferrate e co' piroscafi traversando e terra e oceani, troveremo denari e uomini. Pazienza, fiducia, coraggio, costanza, ma nei Cuori di Gesù e di Maria, ci farà piantar l'opera e salvare gran numero di anime. La Regina di Spagna mi ha raccomandato la sua figlia e il C.te di Girgenti che verranno in Egitto. Io ho loro tracciato il viaggio.
1786
Nel mio dolore per la morte di D. Alessandro ho un gran conforto: quello di vedere che Gesù mi manda delle croci. Se tutte le opere di Dio si sono fondate colla Croce, vorremmo noi fondare quella dell'Africa col vento in poppa?... No; baciamo la croce e confidiamo in Gesù.
Le bacio la Sacra Veste, e riceva tutto il cuore del

Suo indeg.mo figlio
D. Daniele Comboni


N. 288 (272) - I L P I A N O
APFP
1868
Edizione francese.
N. 289 (273) - ALLA SOCIETA' DI COLONIA
"Jahresbericht..." 17 (1869), pp. 20-61

1868


NOTIZIE BIOGRAFICHE
dei Missionari, Suore e Maestre Nere
della spedizione di Don Daniele Comboni in Egitto per la fondazione di scuole per i negri in Cairo nell'anno 1867

Giovanni Battista Zanoni
1787
Zanoni è il figlio di una famiglia assai rispettabile e benestante di Verona, ove nacque nell'anno 1820. Nella sua giovinezza si dedicò agli studi e si acquistò nel ginnasio una buona conoscenza della letteratura italiana e latina; ma più tardi si rivolse alla meccanica e all'idraulica, un ramo nel quale si dedicò con molto impegno. Vi si esercitò per più anni nella sua città natale e si acquistò tanta abilità da rendere il suo nome subito conosciuto tanto da essere ritenuto, dopo il famoso professore Avesani suo maestro, come primo in quell'arte. E' stato lui che nel 1838 mostrò per primo all'Imperatore Ferdinando I d'Austria, un modello di una macchina a vapore per ferrovie, per la quale aveva inventato un nuovo condensatore, con cui si accumula una considerevole quantità di vapore, che senza di esso andrebbe perduto, al fine di dare maggiore energia al locomotore. L'invenzione fruttò al Zanoni una menzione onorevole da parte dell'Imperatore e una medaglia al merito dall'Esposizione di Venezia. Più tardi ebbe anche la soddisfazione di vedere introdotto il suo condensatore in diversi paesi d'Europa, specialmente in Inghilterra.
Alla Società di Colonia - 1868
Nell'anno 1844 il Zanoni si rivolse allo stato religioso ed entrò nell'Ordine di S. Camillo de Lellis, detto Clericorum Regularium Ministrantium Infirmis. Aveva intenzione di dedicarsi alla cura degli infermi come semplice fratello laico, ma i Superiori riconobbero subito in lui un uomo di talento e pieno di vera pietà. Lo persuasero non solamente a continuare i suoi studi letterari, ma a intraprendere anche quegli filosofici e teologici per diventare sacerdote. Negli anni 1850-51 abbiamo studiato insieme teologia dogmatica nel Seminario di Verona. Zanoni era seduto nello stesso banco tra me e il pio Don Angelo Melotto, il quale ultimo più tardi come Missionario in Africa Centrale, visitò con me le tribù dei Kic ed Eliab sul Fiume Bianco e morì a Chartum fra le mie braccia. E' stato allora che il Zanoni fu preso dal pensiero di andare in Africa per dedicarsi alla conversione dei negri ed aprì la sua anima a quel venerando e saggio Missionario, ora defunto, che egli amava con speciale affetto.
1788
Anche durante il tempo, in cui esercitò il ministero sacerdotale nel convento, Zanoni non aveva trascurato la sua vecchia specializzazione, la meccanica e ciò che ad essa è affine, l'architettura e la pittura, a cui si era dedicato da laico con tanta diligenza, e siccome passava la maggior parte del suo tempo negli ospedali tenuti dai Confratelli del suo Ordine, si dedicò pure agli studi scientifici e pratici di medicina, chirurgia e farmacia. Attraverso un lungo esercizio vi ha fatto molto progresso. E' pratico anche di agricoltura e inoltre non è estraneo a molti rami dell'artigianato. E' un abile fonditore, fabbro, orologiaio, muratore, falegname ecc. ed è straordinariamente attivo. Come ecclesiastico è bravo predicatore, ottimo religioso e assai abile infermiere. E' familiare con la lingua italiana, latina e francese, e ora sta studiando l'arabo.
In più occasioni i suoi Superiori si servirono di lui in vari uffici importanti. Così fu Direttore spirituale in vari conventi, dal 1858 fu Prefetto del convento camilliano di Mantova, e nel 1862 fu mandato a Roma per prendere parte alla elezione del Superiore Generale del suo Ordine.
1789
Era ancora Prefetto del convento di Mantova, quando in forza della legge diabolica del 7 giugno 1866 il suo Ordine fu soppresso. Fu questo il motivo per cui, dopo che venne a conoscenza del nostro Piano per la conversione dell'Africa, rivolse insistente domanda alla S. Sede di dedicarsi a questa Opera, desiderata da lui fin dal principio della sua vita religiosa. Con grande gioia del suo animo ottenne questo permesso per mezzo del Rescritto del 7 luglio dello scorso anno.
In ogni ramo della sua scienza ha lasciato segni di ricordo, ovunque egli è stato. Così a Verona, a Padova, a Venezia, a Mantova e infine a Marsiglia. Tra essi sono da menzionare: la chiesa di Nostra Signora (Auxilium Christianorum), S. Giuliano a Verona, il coro e altri posti nei dintorni della chiesa di S. Anna presso il ricovero dei vecchi e dei poveri a Padova, due modelli di macchine a vapore con il condensatore nell'Accademia delle Scienze a Venezia, inoltre il convento e la cappella di S. Giuseppe a Mantova con vari quadri e sculture e un magnifico progetto per la costruzione di un ospedale preferito a tutti gli altri e premiato dal municipio; infine l'orfanotrofio dell'Ordine a Mantova, due grandi quadri dipinti a Marsiglia il novembre scorso per la Casa-Madre delle Suore di "S. Giuseppe dell'Apparizione".
I suoi precedenti Superiori provarono grande dolore nel vederlo partire per unirsi alla nostra spedizione per l'Egitto.
L'Opera della rigenerazione dell'Africa, ne sono persuaso, trarrà grandi vantaggi dal suo zelo apostolico, dalle sue cognizioni matematiche e dalla sua abilità nella meccanica e nelle belle arti, come pure dalla sua capacità come Superiore e amministratore.
Stanislao Carcereri
1790
Nato nell'anno 1840, figlio di una famiglia di contadini, povera ma timorata di Dio, a Cerro, un piccolo paese dalla diocesi di Verona, paese natale di Don Angelo Vinco, che trovò la morte sul Fiume Bianco, sotto il quarto grado di Latitudine Nord, a 11 anni, in forza di un privilegio apostolico a causa della giovane età, entrò nell'Ordine dei Chierici Regolari di S. Camillo de Lellis. Dotato di eminente talento, fece nella letteratura italiana e latina, come nelle scienze filosofiche e teologiche tali progressi, che i suoi Superiori lo incaricarono subito dell'insegnamento in varie materie.
Educato fin dalla giovinezza alla scuola della sapienza cristiana, coltivò in questo ambiente sacro così intensamente lo spirito di pietà, che si distinse tra gli allievi di S. Camillo per l'esercizio di tutte le virtù come modello di una vita gradita a Dio.
1791
Nell'anno 1859 affrontò con molto onore il severo esame statale per conseguire il titolo di Doctor Philosophiae nel Liceo di Verona; ma non potè completarlo, perché lo colpì una malattia pericolosa. Più tardi insegnò, in una scuola a S. Maria del Paradiso, storia universale, geografia, statistica, letteratura latina, filosofia, religione, diritto canonico e teologia dogmatica e morale. Nell'anno 1862 ebbe l'ufficio di segretario provinciale della Provincia Lombardo-Veneta e quello di archivista, e da ultimo fu Superiore del convento di Marzana presso Verona.
Fornito di intelligenza acuta, di alta spiritualità e di zelo per le anime, è assai adatto come consigliere spirituale. Come sacerdote è un buon predicatore, capacissimo nella spiegazione del catechismo e nell'assistenza spirituale ai religiosi, ai sacerdoti e al popolo. Possiede perfettamente la lingua latina e italiana; è abbastanza familiare col greco, tedesco e francese; e ora si è dedicato allo studio dell'arabo.
1792
L'idea di associarsi alle Missioni cattoliche gli era venuta già nel 1857. Dopo i primi indizi della soppressione degli Ordini religiosi in Italia, all'inizio dell'anno 1867, nel desiderio di diventare Mis-sionario tra gli infedeli, si rivolse ai Seminari di Milano e di Lione e ricevette una risposta favorevole, nel caso che si verificasse veramente la soppressione del suo Ordine.
Alla Società di Colonia - 1868
In quel tempo, si era all'inizio della Quaresima dello scorso anno, in circostanze provvidenziali mi si offrì un'occasione di conoscere le aspirazioni generose dalle quali erano animati egli e i suoi confratelli Zanoni, Tezza e Franceschini. Mi affrettai perciò a guadagnare questi quattro uomini; il Vescovo di Verona, Monsignor Canossa, fece di tutto per conseguire il fine e così essi volsero i loro sguardi verso quella parte del mondo la più infelice e la più bisognosa di aiuto. Dio ha benedetto l'opera della sua Provvidenza, nello scegliere Stanislao Carcereri per Apostolo dei negri.
1793
Nonostante il Breve di S. Santità Pio IX, i suoi Superiori non vollero dargli il permesso di partire; ripetutamente gli offrirono accoglienza nella Casa Generalizia di Roma. Egli resistette, e il permesso datogli dal Vicario di Gesù Cristo con grande rapidità, fu per lui un nuovo segno della volontà di Dio, che lo chiamava all'Africa, dove solamente - così lo sentiva - la sua anima avrebbe trovato soddisfazione. Per questo abbandonò tutto: le speranze promettenti, perfino il suo vecchio padre, che affidò alle cure del suo fratello maggiore, un eccellente e pio religioso di S. Camillo de Lellis. Ora ha il conforto di aver ricevuto gli auguri di benedizione da coloro che prima avevano tentato di distornarlo dalla sua determinazione, nella quale avrebbero dovuto vedere la volontà del Cielo. Si sente assai felice nella sua vocazione e ne ringrazia Dio ogni giorno.

Giuseppe Franceschini
1794
Franceschini è figlio di una famiglia assai timorata di Dio. E' nato nel 1846 a Treviso, venne più tardi a Venezia con suo padre, che venne impiegato come portiere nell'ufficio governativo austriaco di Venezia, dove frequentò con grande diligenza le aule dei venerandi Padri della Congregazione di S. Filippo. Qui fu riempito dello spirito di vera pietà; qui nasceva la vocazione allo stato religioso, e assieme a sei suoi compagni, che più tardi entrarono in vari Ordini religiosi, si dedicò alla vita monastica. Questo giovane levita possiede un talento straordinario, è di ottimo spirito, sveglio e intraprendente.
Nell'anno 1860 entrò nell'Ordine di S. Camillo de Lellis, ove si comportò in modo da essere amato da tutti. Fin dal principio della sua vita religiosa ebbe una forte inclinazione alla vita missionaria, e cercò di prepararvisi degnamente con grande cura. Per prepararvisi, non solamente si dedicò con fervore straordinario ai suoi studi, ma si rivolse anche a quelle arti e mestieri, che sono necessari per un tale stato. Tra l'altro sa molto bene cucinare e ha conseguito una discreta abilità come sarto, calzolaio, falegname e anche infermiere. E' assai attivo, e tutto gli riesce bene al momento, così che sa ingegnarsi a fare tante cose per cui affronta tanti bisogni e tanti imbarazzi. Conosce perfettamente la lingua italiana e latina, discretamente il greco e il francese, e un po' di tedesco. Ora si occupa nello studio dell'arabo. Per quanto sia solo suddiacono, ha fatto tutti gli studi teologici con grande successo.
1795
In forza del Breve di Pio IX del 5 luglio, ha ricevuto il permesso di seguirci in Africa, e qui è arrivato alla meta dei suoi più ferventi desideri. Ci promettiamo ottimi successi dalle sue grandi virtù, dal suo spirito di dedizione e di pietà, che lo anima in maniera straordinaria, come pure dal suo talento e dalle sue attività, tutto per il profitto e per il vantaggio dei negri.
La Congregazione delle Suore
di "S. Giuseppe dell'Apparizione"
1796
Per il fatto che la prima Congregazione religiosa, scelta dalla Provvidenza per la conversione dei neri, e cioè per la direzione degli Istituti femminili, destinata a formare elementi per le Missioni in Africa centrale secondo il Piano da noi per questo scopo elaborato, sia stata quella delle Suore di S. Giuseppe dell'Apparizione, chiamate Suore della carità cristiana, conviene farla conoscere ai nostri pii collaboratori e generosi benefattori della Germania cattolica.
La Congregazione delle Suore di S. Giuseppe dell'Apparizione è stata fondata nel 1829 dalla signora De Vialar, che fondò la prima Casa a Gaillac nel Dipartimento di Tarn in Linguadoca con mezzi propri. I suoi statuti furono approvati la prima volta nel 1835 dall'Arcivescovo di Alby. Siccome questa pia fondatrice, ardente di carità cristiana e di zelo per la salvezza delle anime, ebbe anche premura di preparare elementi per le Missioni estere, per mezzo di essi ebbe l'intenzione di consacrare la propria vita e il suo Istituto a quest'opera. L'educazione delle giovani ragazze, l'istruzione gratuita dei poveri, la direzione di asili, la cura dei malati, i servizi domestici ai prigionieri, le visite ai vecchi e poveri nelle loro abitazioni e la conversione degli infedeli, tali sono gli scopi di questa Con-gregazione, introdotta da molti Vescovi e Vicari Apostolici nelle loro Diocesi e Missioni, e che fu assai lodata dal saggio Papa Gregorio XVI nelle sue Lettere apostoliche dell'anno 1840, e pubblicate dalla S. Congregazione dei Vescovi e Regolari.
1797
Il nuovo Istituto in pochi anni si diffuse in parecchie diocesi della Francia, e trovandosi la signora de Vialar circondata da una notevole schiera di vergini, formate da essa stessa alla vita apostolica, si recò nel 1836, accompagnata da Suor Emilie Julien in Algeria, credo che siano state le prime Suore ad andarvi dopo la conquista del paese da parte dell'esercito francese, e vi fondò due stabilimenti. E' difficile descrivere i miracoli di carità cristiana e la dedizione di queste Suore, nelle circostanze più pericolose, fra malattie contagiose, peste e colera, da cui queste infelici regioni sono tormentate, le loro sofferenze, fatiche e le persecuzioni che ebbero a soffrire nei primi anni per amore di Dio.
1798
Alla Società di Colonia - 1868
Ma secondo l'esempio del Divin Salvatore e della sua diletta Sposa, la Chiesa, la cui storia è una successione di sofferenze e prove, anche a quest'opera era destinato da Dio di nascere e di crescere ai piedi della Croce in mezzo alle prove più dure. Come alla Passione e Morte di Gesù Cristo seguì la sua Risurrezione e come la Chiesa dopo la persecuzione e il martirio ha sempre vinto, così anche le persecuzioni e le prove della Congregazione di S. Giuseppe dell'Apparizione finirono con la sua espansione a Tunisi e Tripoli, nella Barberia e in altri paesi dell'Africa settentrionale, dove ha operato un grande bene.
1799
La signora De Vialar ritornò in Francia per rivedere le varie case della Congregazione e per fondare a Marsiglia una Casa Madre, come un centro ben opportuno per la direzione dell'Istituto e per le partenze delle Suore verso le varie Missioni estere, e con l'aiuto delle veterane più capaci e più piene di abnegazione ha avuto la fortuna di fondare in pochi anni numerosi stabilimenti. Così a Malta, in Grecia, nel Levante, in Asia Minore, in Armenia, nell'Oriente, in India e in Australia.
Io stesso venni a conoscere la prima volta un tale Istituto nell'anno 1857 a Gerusalemme, ove ho visitato la loro casa nelle vicinanze del S. Sepolcro, diretta dalla reverenda Suora Jenech, una Maltese, ed ho avuto l'occasione di vedere i molteplici frutti dell'abnegazione delle Figlie di S. Giuseppe.
Più tardi nei miei viaggi attraverso l'Europa e in paesi stranieri, nei quali la divina Provvidenza si serve di queste Suore generose come strumenti per la salvezza di molti milioni di anime che ora godono la visione di Dio in Cielo, ho trovato tante prove preziose della loro attività.
1800
La prima eroina sul campo dell'apostolato di questa Congre-gazione è Suor Emilie Julien, la presente Superiora Generale. La conosco fin dall'anno 1860; essa più volte mi ha aiutato molto a fare del bene alle anime. Dopo una gloriosa attività piena di croci e sacrifici in Africa Settentrionale, dove dall'età di 21 anni per la durata di sei anni fu Superiora di alcuni stabilimenti, si recò nell'anno 1846 in Siria con le sue Suore e assieme al Rev.mo P. Massimiliano Ryllo S. J., che per sedici anni era stato missionario apostolico in Siria, ed è morto a Chartum come Provicario dell'Africa Centrale. Essa dopo le celebri Crociate è stata la prima a fondare uno stabilimento di Suore nella Città Santa, in quella terra in cui sono avvenuti i grandi misteri della nostra redenzione.
1801
Con la fondazione del primo convento di Suore essa ha innalzato fra le mura di Sion il vessillo della carità cristiana, di cui erano animate le donne del Vangelo, e là ha seminato i gigli della santa verginità per il bene degli infedeli. Fu essa pure che fondò le case di Betlemme, Giaffa, Saida, Aleppo, in Cipro ed altre, che fioriscono in Oriente; le diresse tutte in qualità di Superiora Provinciale del-l'Oriente con residenza a Gerusalemme.
1802
Dopo la morte della signora De Vialar a Marsiglia, Suor Emilie Julien fu eletta Superiora Generale di tutta la Congregazione. Ritornò in Europa, ma trasferì la sua residenza a Roma, dove ha aperto un Noviziato. Contemporaneamente fondò "l'Opera Apostolica", che presiede dal 1863, e che secondo il modello di quella di Parigi è un luogo di raduno di pie signore, perfino della più alta società, che lavorano per ornamenti di chiesa e forniscono oggetti necessari per il culto esterno nelle Missioni estere.
Negli undici anni della sua dimora a Roma Madre Emilie si è acquistata la stima e ammirazione del nostro Papa, il glorioso Pio IX, del Card. Barnabò, Prefetto Generale della S. Congregazione di Pro-paganda, di un gran numero di altri Principi della Chiesa, e non me-no dei Principi e Principesse reali delle varie case europee e della nobiltà romana.
1803
Una carità sublime, una ammirevole prudenza, un talento sodo e distinto, che conosce uomini e affari e il modo di trattarli, un nobile coraggio, una fiducia eroica nella Provvidenza e pieno abbandono alla volontà di Dio, - queste le note fondamentali del carattere di questa donna secondo il Vangelo, che ha prestato alla Chiesa e alle Missioni tanti servizi. Ha dovuto subire tremende tempeste e prove di ogni genere, ma la sua pazienza, la sua rassegnazione e la sua virtù le hanno conservato una calma meravigliosa; si deve dire che col "Fiat", che ha sempre sulle labbra, sa affrontare tutti i mali.
Oltre alla Provincia di Toscana, formata di otto case, essa da Roma ha fondato in varie parti del mondo anche altri stabilimenti, fra i quali nel 1864 l'Ospedale di Cairo. Fu pure durante il generalato di Suor Emilie Julien che il Nostro Santo Padre Papa Pio IX, in data 31 gennaio 1863, dietro raccomandazione di vari Ordinari di questi paesi in cui la Congregazione aveva delle case, in considerazione dei copiosi frutti ottenuti, confermò l'Istituto come Congregazione di voti semplici e nello stesso tempo gli attuali statuti, sottoponendola alla giurisdizione degli Ordinari secondo le norme dei sacri canoni e delle Costituzioni apostoliche e attraverso la Segreteria di Stato nominò il Card. Barnabò suo protettore.
1804
Alla Società di Colonia - 1868
Non dobbiamo forse in tutto ciò ammirare l'adorabile Prov-videnza, che scelse precisamente le Figlie di S. Giuseppe come le prime direttrici del nostro primo Istituto per la conversione dell'A-frica? Una serie di circostanze provvidenziali ha fatto nascere ques-t'opera nella famosa terra dei Faraoni, a pochi passi dalla S. Grotta, dove quel grande Patriarca è vissuto colla sacra Famiglia, e la sua presenza durante sette anni ha fatto crollare gli idoli di Egitto ed ha fondato al posto di essi la fede in Gesù Cristo e un seminario di vita religiosa, che produce tanti eroi per il Cielo, e diffondendosi ovun-que, ha abbellito la Chiesa cattolica di tanti modelli di virtù. Per mez-zo delle sue opere meravigliose e le sue gloriose conquiste in tutto l'universo, ha coronato con trionfi la Chiesa in tutti i tempi e la coronerà fino alla fine del mondo.

Suor Maria Bertholon
Superiora dell'Istituto delle Suore in Cairo.
1805
Suor Maria, figlia di onesti genitori, è nata il 9 febbraio 1837 a Lione. Nonostante che frequentasse fin dall'età di sette anni la scuola delle Suore del Santissimo Sacramento, la cui Casa Madre si trova ad Autun, con grande diligenza e non senza utilità, mostrò tuttavia nella sua giovinezza poca inclinazione alla vita religiosa. Solamente a diciasette anni in seguito alla lettura degli Annali della Propagazione della Fede e dopo aver sentito le prediche da un Gesuita, le venne il pensiero di entrare in qualche Congregazione che si dedica alle sante Missioni. Scelse il convento di Gesù e Maria, rifiutando con grande abnegazione un invito delle pie Suore del SS. Sacramento, dalle quali era stata educata. Tutto era pronto per la sua entrata nell'Ordine, quando i consigli di un degno Missionario di ritorno dalla Siria, ove era stato testimonio del gran bene che vi operavano le Suore di S. Giuseppe dell'Apparizione, la decisero a dedicare le sue forze in questo Istituto.
Aveva 20 anni, quando nella Casa Madre a Marsiglia cominciò il suo noviziato sotto la direzione di Suor Clotilde Delas, allora Maestra delle novizie. Ci voleva proprio quella brava veterana Missionaria, che fu per 14 anni ad Algeri e Tunisi (essa è al presente Superiora della Toscana, dove io l'ho visitata più volte) per formare Maria nella sua determinazione e coltivare nel suo cuore lo spirito di rinnegamento di se stessa e la dedizione delle antiche donne del Vangelo. La Provvidenza che l'aveva chiamata a diventare una buona madre delle negre, l'aveva anche disposta all'esercizio di quelle occupazioni, che non sono le meno importanti nel servizio delle Missioni. Per quattro anni fu a Requista nel Dipartimento di Beyron, dove le era stata affidata la seconda classe di una scuola. Poi venne mandata in Africa nella diocesi di Rodez, dove esercitò tutte le incombenze della casa, visitò gli infermi e aiutò i poveri di ogni specie nelle loro abitazioni.
1806
Le note fondamentali del carattere di Suor Maria Bertholon sono una carità eminentemente cristiana e dedizione vera, sincera umiltà e grande attività. Parla solamente la sua lingua materna e un po' di italiano, ma è molto esperta in tutti i rami dei lavori domestici. Educata alla scuola di una pietà vera, ha acquistato in grado eminente la virtù dell'abnegazione e della rinuncia alla propria volontà, e fu questo che le rese più facile il sacrificio nel momento in cui fu richiamata dalle Missioni, che erano la meta della sua vocazione.
Quando arrivammo a Marsiglia, essa era stata destinata a Malta. E ci riuscì di farla assegnare alle suore, che dovevano accompagnare le negre al Cairo. Il suo animo fu ripieno di gioia, allorquando la Superiora le disse semplicemente: lei andrà in Egitto. Non sapeva che lei stessa era stata destinata per Superiora e con grande sorpresa e tristezza sentì da noi al suo arrivo al Cairo la novità della destinazione, alla quale Dio l'aveva chiamata. Non voleva credere di essere stata scelta per un ufficio così importante per il quale nella sua profonda umiltà si credeva indegna e incapace.
1807
Nonostante le nostre obiezioni essa voleva essere sottomessa ad un'altra oppure rinunciare al suo ufficio nella Missione, che pure aveva tanto bramato. Ci volle l'intervento della Superiora Generale, che le ricordò il voto di ubbidienza, per farla acconsentire. Solo per fare la volontà di Dio ora sta adempiendo con ammirevole perfezione i doveri di una Superiora, e ha intrapreso con molto fervore lo studio della lingua araba. In questi tre mesi che è con noi, ci diede prove sufficienti di essere all'altezza della sua missione, che sarà di grande utilità per l'apostolato nell'interno dell'Africa.

Suor Elisabetta Cambefort

1808
Alla Società di Colonia - 1868
Suor Elisabetta ha 35 anni. E' nata da una famiglia benestante a Montauban. A sei anni fu affidata al pensionato delle Suore del S. Nome di Gesù e vi rimase solo 18 mesi, perché la morte della madre la costrinse a ritornare in famiglia. Le fu permesso di continuare a frequentare la scuola del convento.
Da quel tempo pensava già di consacrarsi alla vita religiosa. Ha dovuto superare molti ostacoli, che le furono opposti da parte della sua famiglia, per poter entrare infine della Congregazione di S. Giuseppe dell'Apparizione, che le era stata consigliata dal Rev.do P. Blancart, Missionario della Congregazione del Monte Calvario, desiderando essa di dedicarsi alle Missioni estere. Entrò nel Noviziato di Marsiglia, sotto la direzione di Suor Clotilde Delas, che più tardi seguì a Montelupo in Toscana. Qui rimase otto anni al servizio dei prigionieri e dell'asilo per le giovani ragazze perdute. Nel novembre u.s. fu richiamata a Marsiglia, e là ricevette la destinazione di seguire le Negre al Cairo.
Suor Elisabetta parla oltre la lingua materna anche l'italiana molto bene e ora studia pure lei l'arabo. E' molto esperta in tutti i lavori domestici ed è un modello di pietà.

Suor Maddalena Caracassian

1809
Una bella mattina del luglio di qualche anno fa, stavo seduto nel mio alloggio al quarto piano in Roma, quando entrò da me un venerando sacerdote anziano, senza respiro, accompagnato da una vecchia signora vestita di nero. Dal suo volto raggiante di gioia si poteva facilmente capire che un avvenimento straordinariamente felice lo commuoveva, e anche gli occhi vivamente splendenti della vecchia donna manifestavano una gioia intima. Quel sacerdote era il P. Nicolò Olivieri, comunemente venerato da tutti e che ora si trova in Paradiso, e la signora che l'accompagnava era la sua domestica, la vecchia Maddalena.
Lo scopo della sua venuta presso di me era di venire a prendermi per una visita alle giovani negre appena arrivate dalla Siria, ospitate presso le Suore di S. Giuseppe dell'Apparizione, dopo che erano state da lui riscattate in Egitto dalla schiavitù. Si sa quanti aiuti prestano le Suore di S. Giuseppe all'Opera del riscatto degli schiavi. Le negre vengono dall'Egitto a due o a tre, condotte prima in Palestina nelle case di queste Suore e di lì poi in Europa.
1810
Scendemmo in strada, seguiti dalla vecchia Maddalena. Il pio vecchio aveva una tremenda tosse, e si capiva che non sarebbe vissuto più tanto a lungo. Giunti a Piazza Farnese, ci siamo girati a destra e siamo arrivati nella Piazza della S. Trinità dei Pellegrini. Qui, prima di entrare nella Piazza del Monte di Pietà, sotto un arco vi è una immagine miracolosa della Madonna, molto venerata. Il pio Olivieri era abituato a inginocchiarsi davanti a questa immagine e a pregare ogni mattina, quando si recava alla posta, dalla sua abitazione nel monastero dei Trinitari a S. Crisogono in Trastevere. Più volte l'ho accompagnato su questa strada distante un quarto d'ora e fui testimone di quanti sospiri per le povere negre uscivano dalla sua anima e con quanto fervore, con quante lacrime le affidava alla S. Vergine.
Questa volta, inginocchiato sulla nuda terra, dopo aver pregato, nel suo fervore gli sfuggì, forse senza accorgersene, improvvisamente l'esclamazione: "Grazie, mamma, grazie tanto, grazie!"
1811
Siamo andati oltre e, passando da S. Carlo in Piazza dei Catinari e a S. Caterina dei Funari, siamo poi arrivati in Piazza Margana alle Suore di S. Giuseppe. Appena seduti in parlatorio, alcune piccole negre entrarono accompagnate da due Suore. Tre giovani armene, vestite di nero e coperte da un bel copricapo del loro paese, le seguivano. Davano l'impressione di discendere da famiglie benestanti e di essere state bene educate. Erano arrivate da Costantinopoli assieme alle negre.
In un primo momento prestai poca attenzione a queste tre bianche, poiché era tutta rivolta alle piccole africane e più ancora al nostro caro Olivieri, che le guardava tutto beato, come pure alla ammirevole vecchia Maddalena, che era stata in Egitto 16 volte, e che di nuovo sentiva il desiderio, come se fosse ancor giovane, di ritornarvi ancora una volta. Dopo un quarto d'ora entrò l'Arcivescovo di Armenia, Mons. Hurmy, e questa circostanza indirizzò finalmente la nostra attenzione alle ragazze armene. Una di esse era la nostra Suor Maddalena, sulla cui fronte si leggeva innocenza e sincerità.
1812
Chi avrebbe pensato allora che questa giovane esistenza sarebbe stata una delle prime a fare da madre alle negre e che mi avrebbe seguito in Egitto, per dedicarsi per sempre alla nostra Opera per la rigenerazione dell'Africa?
Suor Maddalena ha 19 anni e discende da una famiglia benestante di mercanti in Erzerum. Suo padre, il Signor Giovanni Caracassian, morì pochi mesi dopo la sua nascita. Sua madre di nome Serpuis, (che in armeno significa santa), era assai pia. Diventava vedova a 21 anni, avendo ricevuto proposte vantaggiose per contrarre un nuovo matrimonio, le respinse coll'osservazione che, dovendo educare tre anime per il Cielo, aveva abbastanza da fare. Si dedicò completamente alla educazione dei suoi bambini, della figlia Caterina ora sposata e madre essa stessa di tre figli, di suo figlio Gregorio di 21 anni e ora commerciante, e della nostra piccola Maddalena.
Sotto la guida prudente della madre, sino dalla sua infanzia fu imbevuta di spirito di pietà, e poiché essa mostrava molta intelligenza e ingegno, suo zio materno, P. Serafino Pagia, un pio sacerdote del culto armeno-cattolico, si assunse il compito di educarla diligentemente nella religione e nelle scienze elementari, e ne fece molto profitto. All'età di otto anni fu affidata alla scuola delle Suore di S. Giuseppe dell'Apparizione ad Erzerum. Vi imparò molto bene, oltre i lavori femminili, le lingue armena, turca e francese sotto la direzione della Suora Accabia Akccia, un'armena, e della Suor Maria, una francese. Quest'ultima è stata la sua maestra in tutti i lavori domestici.
Già fin dal settimo anno Maddalena pensò di dedicarsi alla vita religiosa, ma solo a tredici anni si decise, contro qualsiasi ostacolo che le si opponesse, per l'Istituto delle Suore di D. Giuseppe del-l'Apparizione.
1813
La grazia sa sempre vincere la natura. Maddalena amava assai teneramente la sua buona mamma, e questa non aveva mai pensato di vedersi una volta e forse per sempre separata da questa sua figlia, che amava in un modo del tutto speciale. Non so chi di queste due, o madre o figlia, si mostrò più forte e più generosa in più di un anno di continue e dolorose lotte. E certo che la signora Serpuis Caracassian, seguendo il bell'esempio di madri animate da vero spirito cristiano, offrendo la sua figlia, ha fatto a S. Giuseppe un sacrificio completo. Maddalena, per potersi consacrare del tutto a Dio, si è separata per sempre da sua madre così teneramente amata.
Partì da Erzerum. Dopo un viaggio di otto giorni a cavallo, arrivò a Trebisonda in Anatolia, ove si imbarcò su una nave postale, che fa servizio sul Mar Nero, e andò a Costantinopoli. In questa capitale del regno turco dimorò presso le Suore della Carità di S. Vincenzo de Paoli. Poi passò attraverso i Dardanelli e via Grecia, Messina e Napoli arrivò a Roma. Qui entrò subito in Noviziato sotto gli occhi della Superiora Generale.
La veneranda Superiora riconobbe perfettamente il suo talento e lo spirito che l'animava,e la fece istruire in tutti i rami del sapere, necessari per fare di lei una donna apostolica.
1814
Alla Società di Colonia - 1868
Si può dire che Suor Maddalena fosse nata per la vita religiosa. Per tutto il tempo che dimorò nella Città eterna fu ammirata come modello di tutte le virtù religiose. Essa non ha volontà propria; la sua volontà è la volontà di Dio manifestata a lei per mezzo dei Superiori; ed è quella di fare sempre il proprio dovere in qualunque cosa le sia comandata. L'innocenza, la purità della sua anima, la sua ubbidienza unita a una intelligenza pronta e penetrante, sono le doti preziose di cui la divina grazia l'ha arricchita abbondantemente.
Il suo confessore ordinario era Monsignor Arsenio Avek-Wartan Angiarakian dell'Ordine dei Conventuali armeni, Arcivescovo di Tarso. Più tardi, quando quel degno Prelato si recò nell'Oriente per occuparsi della elezione del Patriarca, lo furono i Padri Villefort e Franco della Compagnia di Gesù.
E' familiare con la lingua armena, turca, francese e italiana e si occupa ora con grande successo dello studio dell'arabo.
1815
In occasione della sua professione religiosa il Card. Barnabò ricevette i suoi voti, e il 24 novembre fu affidata a me. Io dovetti condurla assieme alle negre da Roma a Marsiglia. Qui la Superiora Generale la destinò ad accompagnare le negre e per il nostro stabilimento al Cairo. Le sue virtù e le tanto belle qualità e le speranze, che noi al riguardo fondavamo su di essa, ci indussero a pregare la Superiora Generale di farci una promessa formale di non sottrarla più alla nostra impresa. Madre Emilie Julien in seguito a ciò mi ha fatto una dichiarazione conforme ai nostri desideri, e noi facciamo istruire Suor Maddalena nelle lingue abissina, denka, bari, gallas, etc., come pure nella medicina, nella chirurgia, in breve in tutte le materie adatte a fare di essa una donna secondo il Vangelo e secondo i bisogni della nostra Opera per la rigenerazione dell'Africa.
Spero che Dio farà di questa giovane una vera figlia della carità cristiana, una apostola dei negri.

Schizzi biografici sulle maestre negre
del primo Istituto di Cairo in Egitto.
Perché queste biografie?
1816
Fra i tanti mali che tormentano i popoli infelici dell'Africa Centrale, uno dei più deplorevoli è quello di cui io spesso sono stato testimonio oculare presso la gente del Fiume Bianco - la rapina violenta o clandestina di poveri esseri umani, che hanno un'anima altrettanto preziosa e un cuore ugualmente nobile come abbiamo noi, e specialmente di bambini di ambo i sessi. Questa tremenda aberrazione morale, questa dimenticanza di ogni umanità è in parte un effetto delle frequenti guerre tra tribù e tribù, fra diverse regioni, e perfino fra villaggio e villaggio, e in parte un effetto dell'infame cupidigia del più forte e del più potente per migliorare la propria situazione per mezzo del commercio di schiavi.
Ora, nel momento in cui descrivo queste cose, vi sono centinaia di migliaia di vittime, che a causa della guerra e della cupidigia dei mercanti, sono strappati alla loro patria, sono esposti ad ogni genere di mali e condannati a non rivedere più il volto dei loro genitori e il paese nel quale sono nati, e a dover sospirare per tutta la loro vita sotto il peso crudele della più dura schiavitù.
1817
Le guerre sono molto frequenti, quasi continue in quei paesi; nascono generalmente dall'odio tradizionale tra famiglia e famiglia, tra villaggio e villaggio, fra tribù e tribù, o per rapina di bestiame oppure di bambini, e per occupazione illegittima di una regione amica. Il negro ritiene ciò una legge naturale e necessaria, per vendicarsi contro il suo nemico, diventa furioso come una tigre; alla vendetta sacrifica tutto, la sua vita e quella dei membri della sua famiglia.
Il rapimento di bambini si pratica presso i negri tra amici e nemici, e così la schiavitù e il commercio di esseri umani si è molto sviluppato. Un padre e una madre non venderebbero mai i loro figli; poiché l'amore paterno e materno è troppo grande e vero tra i negri; rischierebbero piuttosto la loro propria vita. Una eccezione in questa faccenda vi fa soltanto il matrimonio. E' un vero commercio, che il padre combina con lo sposo per un prezzo, che viene stabilito conforme alla situazione del padre e alle belle qualità della ragazza.
1818
Quando eravamo presso i negri del Bahr-el-Abiad nell'interno dell'Africa, vi eravamo molto stimati e amati; ci distinguevano completamente dagli altri bianchi, sia che fossero turchi o commercianti europei, che dai negri erano temuti, disprezzati e considerati come nemici. Per questo si permise ai bambini di visitarci e di ascoltare i nostri insegnamenti. Mai però si affidarono a noi i bambini, per educarli a Chartum o in Europa; mai i genitori permetterebbero che i loro figli vengano allontanati dal seno della loro famiglia e dalla regione.
Ma come è possibile che ancora adesso ogni anno vengano messi in vendita tante migliaia di negri in parte pubblicamente in parte clandestinamente sui mercati di Chartum, Cordofan, Dongola, Suakim, Gedda, Berber, Cairo e in altre città della costa africana? Ciò è dovuto alla rapina violenta e sequestro segreto da parte dei musulmani, che alimentano e praticano ancora il tremendo commercio degli schiavi; ciò è dovuto all'Islam che favorisce la schiavitù, questa vergogna dell'umanità, nonostante tutti i trattati fra i governi civili, nonostante le leggi severe ma inefficaci del governo turco, nonostante la buona volontà di Ismail Pascià, il Vicerè d'Egitto. Ancora l'altro ieri, 17 marzo, è arrivata qui al Cairo segretamente una numerosa carovana di poveri schiavi neri, strappati con la forza dalla loro patria, e come al solito quando queste carovane di infelici esseri umani scendono su barche dal Nilo, essi erano stipati come aringhe sul pavimento della nave e coperti di legna. Avviene naturalmente spesso che, dopo tali trasporti, parecchi vengono trovati morti.
1819
Alla Società di Colonia - 1868
I Baggara e numerose altre razze musulmane, che immigrarono dall'Arabia nel sec. 7¼ e 14¼ dell'era cristiana, e dopo che ebbero percorso piano piano l'Africa orientale e settentrionale, si estesero all'interno e portarono la superstizione e il fanatismo dell'Islam tra i negri - questi musulmani, che abitano nelle regioni confinanti dei negri e che ne possiedono perfino alcune in proprio, sono essi in generale che rapiscono segretamente o con la forza i poveri bambini alle loro famiglie. Li vendono poi come si vendono pecore e buoi ad altri musulmani, e questi li trafficano poi ai Giallaba, i quali gestiscono come mestiere lo scambio di mercato con schiavi.
I poveri neri migrano così da mercato a mercato, da padrone a padrone, e dopo aver superato le più grandi fatiche di viaggi faticosi e pericolosi, spesso camminando a piedi scalzi sulla sabbia cocente del deserto, nel quale una gran parte muore di una morte crudele, vengono alle coste dell'Africa per essere trafficati a padroni terribili, che li trattano come cani, e, sotto la protezione crudele della legge dispotica di Maometto, preparano loro una vita misera, una vita che li porta prematuramente alla morte eterna.
1820
Solamente Colui, che col suo sacrificio glorioso sul Golgota volle che fosse estirpata per sempre dalla terra la schiavitù, Egli che annunciò agli uomini la vera libertà, chiamando tutte le nazioni e ogni singolo essere umano alla figliolanza di Dio, al quale l'uomo rigenerato con la vera fede può dire Abba Pater, solamente Lui potrà liberare l'Africa dalla macchia della schiavitù. Solamente il Cattolicesimo potrà ridonare la piena libertà a una gran parte della famiglia umana, che ancora sospira sotto il giogo vergognoso della più crudele schiavitù. Proprio in questo consiste l'alta importanza della nostra santa Opera per la rigenerazione dell'Africa, benedetta dal nostro venerabile Papa Pio IX, anche se si volesse considerare solamente come opera filantropica. Abbiamo il grande scopo di portare la luce della Fede in tutte le regioni dell'Africa Centrale ancora abitate da popoli primitivi*, di stabilirla ivi solidamente e per sempre, di alzare il vessillo luminoso della libertà del Figlio di Dio e così ridare la vita a molte migliaia di anime, che dormono ancora nell'ombra di morte.
1821
Questo è il fine per il quale si distingue la nobile Opera della Società per il soccorso dei poveri bambini negri in Colonia; perché questa Società è l'anima della grande impresa. E' essa che ha suggerito, votato e fondato quest'opera di redenzione, che con la benedizione di Dio potrà diventare l'opera più grandiosa di apostolato del sec. 19¼ per la salvezza del continente più abbandonato, per la salvezza delle popolazioni più infelici e disprezzate della società umana.
1822
Dopo questa sommaria esposizione si capiranno facilmente i motivi seri che mi hanno spinto a scrivere queste brevissime biografie delle nostre care negre, destinate a diventare le prime apostole dei negri viventi nell'interno del paese. Nove di loro sono state ricolmate di benefici dalla nostra pia Società di Colonia e altre quattro hanno ricevuto lo spirito della nostra S. Religione nel seno della Germania cattolica. I nostri venerati collaboratori e cari benefattori, per mezzo di queste piccole biografie, per mezzo di questi semplici ma veri racconti della rapina e del crudele sequestro di queste prime maestre indigene, acquisteranno:
1. un'idea vera delle condizioni infelici delle tribù della Nigrizia, la cui rigenerazione spirituale essi aiutano e promuovono attraverso le loro elemosine;
2. concepiranno un giusto ed alto concetto della grande Opera, di cui sono felicemente membri e si sentiranno incoraggiati a fare i sacrifici necessari per aiutare con tutte le loro forze, quest'opera anche in avvenire;
3. troveranno in queste piccole biografie una buona e pia lettura, adatta a nutrire la propria pietà, e a dare un nuovo impulso alla loro compassione;
4. vi troveranno uno degli argomenti più convincenti per dimostrare che la nostra Opera per la rigenerazione dell'Africa, secondo il nostro Piano, è quel mezzo radicale, che alla ragione umana pare il più adatto per convertire i negri al cattolicesimo;
5. impareranno ad apprezzare ancora di più il grande zelo, da cui era animato il Rev.do P. Nicolò Olivieri di santa memoria e la sua opera di sublime carità cristiana, sostenuta tanto efficacemente dalla nostra venerata Società di Colonia.
Io comincio con le biografie di quelle negre, che sono state educate nei monasteri della Germania cattolica.

I. - Petronilla Zenab
1823
Petronilla ha 21 anni all'incirca. E' interessante sentire brevemente per quali vie la Provvidenza la condusse nel grembo del Cattolicesimo. Secondo quello che mi raccontò con poche parole nella sua lingua materna durante il suo viaggio verso l'Egitto, potei accertarmi che era nata nel regno di Kafa, e precisamente presso i Gallas. Uno schiavista abissinese la rapì con la forza, essendo rimasta sola nella campagna paterna. Ha poi fatto con lui stesso a piedi un viaggio di tre mesi attraverso i regni di Enarea e Scioa fino alla costa del Mar Rosso, e dallo Yemen fu trasportata con altre 15 ragazze su una barca araba attraverso il mare alla Mecca e di lì a Medina.
Alla Società di Colonia - 1868
In queste città, sacre ai musulmani, ha dimorato per mezzo anno, finché un turco venuto come pellegrino alla Mecca, la comprò, e la condusse oltre Yeddo al Mar Rosso e, attraverso il deserto di Suez, al Cairo. Là, assieme a quattro altre negre, fu venduta ad un turco di nome Omar, dal quale il nobile Console generale di Sardegna, Sig. Cerrutti, la acquistò per il P. Olivieri. Questi la affidò alla pia signora Rossetti in Cairo, presso la quale rimase 14 giorni, e la condusse poi ad Alessandria, da dove sotto la protezione della vecchia Maddalena, con altre 13 negre, passando per Trieste e Verona, venne a Milano, poi fu mandata, via Tirolo e Monaco, a Salisburgo. A quest'ultimo posto arrivò alla fine di febbraio dell'anno 1856. Passò un giorno e una notte presso le Orsoline, venne poi al monastero delle Benedettine, la cui Superiora Ildegunde ebbe molta cura di lei e la ammise fra le giovani pensionanti.
1824
Dopo la morte di Ildegunde, la Superiora che le succedette fece anch'essa con spirito veramente cristiano da vera madre alla nostra piccola negra. L'affidò alla direttrice del pensionato, Suor Maria Wenefrida, che l'amò molto affettuosamente, e verso la quale Petronilla conservò vivi sentimenti di gratitudine per i tanti benefici, di cui era stata da lei ricolmata.
Per la sua preparazione al Battesimo è stato impiegato quasi mezzo anno. Le impartiva l'istruzione l'Arcivescovo di Salisburgo, il Rev.mo Mons. Massimiliano Giuseppe von Tarnoczy, e madrina fu la signora Francesca Schider, moglie del medico personale dell'imperatrice Carolina. Petronilla ha avuto più volte l'onore di comparire davanti all'imperatrice, che le mostrò molta benevolenza.
1825
Alle degne Benedettine di Salisburgo io devo esprimere i miei più sinceri ringraziamenti, per aver educato questa bambina nello spirito della nostra santa fede e ad una vera pietà, per aver fatto di essa una vera figlia della carità cristiana. L'educazione che le negre hanno avuto nella Germania è in generale molto soda. Le Suore istruiscono le alunne negre non solamente nella religione, ma anche in tutti i lavori della vita ordinaria. Si ha di loro perfino una cura maggiore del necessario, così che, ritornate in Africa, vi trovano difficoltà ad abituarsi alle condizioni povere della loro patria. Anzitutto però non si lascia mai mancare loro ciò che è essenziale: una fede ferma e un alto spirito di pietà, e per questo motivo i monasteri di Germania hanno una parte notevole nello sviluppo della nostra Opera.
1826
Essendo il clima di Salisburgo troppo freddo, le buone Suore si decisero per il tentativo di vedere se il clima di Francia fosse meglio adatto per Petronilla. Nel Settembre del 1863 incaricarono il Rev.do Sig. Leandro Capella di portare la moretta a proprie spese a Parigi. Là dimorò per un mese e mezzo presso le Figlie della S. Croce. Ma anche l'aria di Parigi era ancor troppo fredda per la piccola africana. Si decise perciò di portare Petronilla verso il Sud, e Madre Saveria, Superiora delle Suore di S. Giuseppe in Siria, la prese con sé a Marsiglia, ove rimase nella Casa Madre fino al novembre dello scorso anno.
1827
Petronilla ha visto il P. Olivieri quattro volte a Salisburgo, e lo ha assistito nella sua ultima malattia, che lo colpì a Marsiglia. Essa lo ha visto quando nella sua ultima ora in seguito alle sue suppliche fu levato dal letto e deposto sul nudo terreno, sul quale è morto come un santo. Non posso pensare a questi segni mirabili della santità di quest'uomo senza piangere. Olivieri è morto sulla nuda terra, sostenuto tra gli altri dalla nostra cara e buona Petronilla, che egli aveva guadagnato a Cristo. Del resto fra il nudo pavimento e il suo letto, che io ho visto a Marsiglia, non c'è grande differenza. E' lo stesso letto, sul quale ora ordinariamente dorme Don Biagio Verri, animato dallo stesso spirito di abnegazione, di penitenza e di carità cristiana.
1828
Petronilla appartiene ad una delle migliori tribù dell'Africa. Ha un carattere fermo e serio, è fidata, discretamente intelligente e pia; pare che abbia gran desiderio di dedicarsi alla conversione delle negre infedeli. Contiamo molto su di lei. Petronilla capisce abbastanza bene il tedesco e il francese e si occupa ora dell'arabo. E' molto esperta in tutti i lavori femminili. Tutto questo, unito a una capacità di giudicare molto solida e a una costanza virile, ci fa sperare che farà del gran bene all'Africa; corrisponderà molto bene, ne ho tutta la fiducia, al nostro programma di condurre l'Africa alla rigenerazione per mezzo dell'Africa stessa.

II - Amalia Amadu
1829
Amalia ha ora circa 19 anni, ed è nata nel gran regno del Bornu nell'Africa Centrale. Essa un giorno giocava con altri bambini su di un prato, quando alcuni musulmani a cavallo, avvicinatisi a loro, li rapirono tutti. Si tappò loro la bocca con stracci di cotone e, caricati insieme su due cavalli, li frustavano appena davano segno di gridare. Poi si diressero verso l'interno del paese, e presto, con la protezione della notte, senza essere inseguiti, raggiunsero una capanna, che poteva essere distante all'incirca una mezza giornata di viaggio dal villaggio dei bambini.
Amalia più tardi fu venduta a un giallaba, il quale con oltre 100 giovani negre e quattro piccoli ragazzi, viaggiò ininterrottamente 4 mesi, la condusse attraverso il Sahara e il deserto, sempre sopra sabbie cocenti, fino al Cairo.
1830
Alla Società di Colonia - 1868
Là esposta sul grande mercato degli schiavi, venne nuovamente venduta a un certo Abramo Hut, presso il quale rimase con altre quattro per circa mezzo anno, senza essere occupata. La comprò poi un turco, dal quale l'acquistò un cristiano per incarico del P. Olivieri. Fu consegnata alla vecchia Maddalena e subito dopo assieme al P. Olivieri fece il viaggio sul Mediterraneo per Trieste e, passando per Milano, il Tirolo e per Monaco, nel qual ultimo luogo si fermò tre giorni nel monastero delle Figlie delle Scuole Pie, giunse al villaggio di Beuerberg in Baviera. Qui giunse verso la fine del 1856 e fu affidata al monastero dell'Ordine della Visitazione di Maria.
1831
Secondo il modello di S. Francesco di Sales, quelle buone pie Suore, fecero di tutto per formare di Amalia una genuina figlia di Maria. Esse hanno avuto successo: la giovane negra è diventata brava, ubbidiente, ed esperta in tutti i lavori femminili, piena di buona volontà e di vera pietà. Fu battezzata il 19 giugno 1857 dall'Arcivescovo di Monaco, il Rev.do Mons. Gregorio Scherr. La sua madrina fu la principessa Amalia Adalbert di Baviera. Fu cresimata il 1¼ Luglio 1858 dallo stesso Arcivescovo, e testimone in questa occasione fu la contessa Arco-Valley.
1832
Amalia conserva una cara e riconoscente memoria per le buone Suore di Beuerberg e per la loro Superiora, Suor Maria Carolina von Pelkhoven; ha pure la massima gratitudine e affetto a Suor Luisa Regis, alla quale deve la sua abilità nei lavori femminili.
In settembre Mons. Matteo Kirchner, al quale la missione dell'Africa Centrale deve gratitudine per tanti servizi e sacrifici e nel quale ebbe anche un degno promotore apostolico, mi scrisse se potevo associare Amalia alla spedizione per l'Egitto, che si stava preparando. In seguito alla mia risposta affermativa, la Superiora del monastero di Beuerberg in ottobre la mandò a Monaco, ove s'incontrò con due negre al monastero delle Benedettine. Di là le tre partirono per Verona, accompagnate dal Rev.do Sig. Stefano Reger, ispettore e confessore di Seligenthal presso Landshut. Là si fermarono 14 giorni presso le Figlie della Carità cristiana, le cosiddette Canossiane, una Congregazione la cui fondatrice è stata la marchesa Maddalena di Canossa, la zia del Vescovo di Verona. Poi partirono sotto la protezione dei Missionari e di una pia signora, la mia compatriota Margherita Bettonini-Tommasi, e arrivarono il 27 ottobre a Marsiglia, da dove il 29 novembre insieme abbiamo iniziato la traversata per l'Egitto.
La vera pietà di Amalia, la sua ubbidienza, la sua straordinaria comprensione mi permettono di sperare di fare di essa un abile strumento per la conversione dell'Africa, tanto più che ora gode buona salute, sebbene, come mi scrisse la Superiora di Beuerberg, durante la sua dimora in Baviera fosse qualche volta sofferente. E' l'unica che è sopravvissuta alle altre negre. La Superiora di Beuerberg mi ha spedito in ottobre una discreta somma, per impiegarla a favore di Amalia.

III - Amalia Katmala
1833
Amalia Katmala, che nel nostro Istituto, per distinguerla da Amalia Amadu, viene chiamata Emilia, ha all'incirca vent'anni. E' nata in un villaggio, chiamato Bego, distante una giornata di viaggio dal confine sud-orientale del grande regno del Darfur, il cui passaggio agli europei è proibito sotto pena di morte.
Un mercante di gomma arabica, musulmano, ritornando dal Darfur, si era fermato a Bego per raccogliere gomma e trovò ospitalità presso la famiglia della nostra piccola negra, ospitalità di cui egli approfittò a lungo per più mesi. La famiglia gli diede confidenza e lo trattò come amico. Come tale egli si presentò esternamente; ma egli apparteneva a quegli amici che prendono, e non danno.
1834
Questo musulmano, che si comportava come un Nubiano, era però animato da un invincibile desiderio di migliorare la sua situazione economica con ogni mezzo e decise di rubare la figlia del suo ospite assieme al fratellino. Riuscì, forse attraverso doni segreti, di indurre una amica più grande di Emilia a condurre i due bambini nel bosco per raccogliervi la legna. Si trovò presto una occasione per ciò.
Quando i tre bambini, portando sulla testa la legna raccolta, ritornavano dal deserto, venne loro incontro il crudele mercante di gomma e ordinò di gettar via la legna e di seguirlo. Strappò via i fagotti dalla testa, li afferrò per le mani e li portò via con sé. Quando i bambini cominciarono a gridare, li buttò crudelmente a terra, tirò fuori dalla manica sinistra un lungo coltello e li minacciò di morte se avessero ancora fiatato un poco. Tremanti e angosciati al massimo, tacquero e seguirono pazientemente per tre ore il rapinatore finché giunsero a una capanna, in cui furono rinchiusi. In questa capanna si fermarono otto giorni. Durante questi giorni Emilia si rifiutò di mangiare, ma poi alla fine vi fu costretta.
1835
Trascorsa una settimana i prigionieri furono condotti da tre uomini nel Darfur, ove rimasero nuovamente 14 giorni. Durante questo tempo Emilia fu separata da suo fratello. Egli fu venduto, e da quel momento essa non più ha visto né il fratello né la compagna, che l'aveva portata nel deserto. Essa stessa viaggiò più tardi con un giallaba in compagnia di tre ragazzi e di un gran numero di negre verso il Kordofan. Questo viaggio, che essi dovettero fare a piedi sempre sotto i raggi infuocati del sole, camminando a piedi nudi sulla sabbia infuocata, durò tre mesi. Durante questo viaggio non ricevettero altro nutrimento che la così detta belilla (grano di durra cotto a metà o mais nero). Nel Kordofan fu venduta ad un Nubiano che la portò, su un cammello carico di pelli di mucca, fino a Dongola.
Da Dongola si proseguì attraverso il deserto lungo la riva sinistra del Nilo, passando per Wadi-Halfa e Hint, fino al Cairo. Per arrivarvi ci vollero ancora tre mesi.
Alla Società di Colonia - 1868
Al Cairo Emilia fu venduta ad un eunuco negro, capo di un harem turco, e da questi fu consegnata a una donna, che si occupava della educazione di giovani negre per l'harem del Pascià. Qui si manifestarono le imperscrutabili intenzioni della divina Provvidenza. Emilia avrebbe dovuto essere educata per diventare lo strumento infelice del peccato, delle vergognose dissolutezze del musulmano; invece la bontà di Dio l'aveva destinata per se stesso. Si ammalò e perciò fu restituita come invalida all'eunuco.
1836
Egli per mezzo di un'araba la fece vendere assieme ad altre invalide, e venne così nelle mani di un signore europeo, che la contrattò per incarico del P. Olivieri e la portò ad una cattolica, che abitava nella casa appositamente affittata da quell'apostolo dei negri e fondatore dell'Opera del riscatto degli schiavi. Là rimase otto giorni con altre sette negre e fu poi trasferita ad Alessandria presso il convento delle Suore di S. Vincenzo de Paoli. Vi fece la conoscenza di Alessandra Antima. Nell'inverno del 1856 con questa si imbarcò, in compagnia del P. Olivieri, di un Trinitario, della vecchia Maddalena e di molte altre negre, per Trieste.
1837
Da Trieste Emilia ed Alessandra vennero a Verona presso le Suore Canossiane, poi a Milano presso le Suore della Misericordia di Lovere, e da queste alle Suore Visitandine di Salò, poi ad Arco presso le Suore dei sette Dolori e finalmente a Trento presso le misericordiose Canossiane. Dopo che trascorse in tal maniera un anno in Italia, furono condotte, passando per Monaco, ove durante una fermata di otto giorni poterono conoscere il Cappellano della corte reale MŸller, a Seligenthal nella diocesi di Regensburg, presso le Bernardine.
Emilia ottenne un posto tra le giovani pensionanti del monastero. Suor Maria Angela Zetl divenne la sua maestra nel leggere e scrivere, e Suor Engelberta HŠkl la istruì nei lavori domestici. Queste Suore hanno messo in lei un solido fondamento di pietà e di moralità, che io ho avuto occasione di ammirare sufficientemente in occasione del nostro primo breve incontro. Anche a Suor Ignazia SteckmŸller essa deve moltissima riconoscenza, e per questo l'ama ancora adesso con affetto del tutto particolare.
Emilia rimase nel monastero più di un anno, prima di ricevere il santo Battesimo, che le fu amministrato dal Vescovo di Regensburg, il Rev.mo Mons. Senestrey, il 3 aprile del 1859 nella chiesa del monastero; le fece da madrina la signora Amalia, moglie del Consigliere governativo di Baviera Kalchgruber. Ricevette la Santa Cresima qualche giorno più tardi, il 7 aprile, dallo stesso Vescovo e vi fu testimone la signora Francesca Simson di Monaco.
1838
Sembra che Emilia preferisca i lavori domestici a quelli intellettua-li, per quanto anche sotto questo rapporto è discretamente istruita. Si intende bene di lavori domestici e sa farsi utile specialmente in cucina; in essa è stata occupata per tre anni e mezzo nel monastero. Per la civilizzazione della Nigrizia tutto è di utilità, e perciò anche la nostra Emilia per la sua buona educazione morale e il suo amore per il lavoro, darà utili servizi all'apostolato dell'Africa.
Nel settembre scorso il Priore del monastero delle Bernardine, Mons. Alfonso Brandt, mi pregò di accogliere Emilia e Alessandra Antima, per impiegarle nella nostra Opera. Contemporaneamente mi spedì una bella somma per sostenere le spese di viaggio, frutto della beneficenza del venerando monastero di Seligenthal e della Società di S. Ludovico di Monaco.

IV - Alessandra Antima
1839
Questa giovane negra avrà forse 19 anni. Nata nel Darfur, fu rapita mentre giocava con altre bambine, portata nel Kordofan e a Chartum, e di lì, attraverso il deserto di Bayouda e quello situato all'occidente del Nilo, al Cairo. Questo viaggio durò oltre tre mesi. Al Cairo venne nelle mani di un turco, che la tenne presso di sé per mezzo anno, e poi la portò ad Alessandria e la vendette a una signora araba. Da questa l'acquistò il P. Olivieri.
Da allora in poi la storia di Emilia è anche la sua. Alessandra pervenne, come sappiamo, nel monastero delle Cirstercensi a Seligenthal. La sua maestra fu in principio la defunta Suor Gotfrida e poi Suor Maria Luisa. Tutte due si impegnarono con grande fervore a insegnarle a leggere e a scrivere in tedesco. Nei lavori domestici fu istruita con lo stesso grande fervore da Suor Ida.
1840
Anch'essa fu battezzata il 3 aprile 1859 dal Vescovo di Regensburg nel monastero di Seligenthal e poi fu cresimata. Come madrina di Battesimo ebbe la Principessa Alessandra di Baviera, che si fece rappresentare dalla signorina Anna Neuhuber di Landshut e per la Cresima fu testimone la signora Teresa Hunger di Monaco.
Alessandra passò otto anni a Seligenthal e tre anni a Wadsassen presso Eger. Una cura speciale ebbe per lei Suor Ildegarda Smith, la sorella della Superiora, per cui Alessandra è legata con grande predilezione e riconoscenza a quest'anima buona. Le Suore Bernardine hanno piantato nel cuore di Alessandra soprattutto un profondo senso morale, che costituisce la forza principale per resistere a tutti i pericoli, che minacciano la donna, che vuol dedicarsi al lavoro pieno di spine dell'apostolato nell'interno dell'Africa Centrale.

(D. Daniele Comboni)

Traduzione dal tedesco.


N. 290 (274) - EPISODIO MASSONICO
Da "La Voce Cattolica" (Novembre 1974), nn. 130-131

Parigi, 1868

TRAGEDIA FRAMASSONICA NARRATA
DA UN MISSIONARIO DELL'AFRICA CENTRALE

1841
Episodio massonico - 1868
La sera del 22 Dicembre 1868 io mi trovavo a Parigi, dove stavo raccogliendo limosine per i piccoli negri e dove era stato mandato per istabilirmi in salute. Quel giorno io aveva raccolto una buona messe per i miei bambini, ed eramene tornato stanco e ringraziando Dio, alla mia abitazione. Quand'ecco che mentre io diceva il breviario, sulle ore dieci, qualcheduno picchia alla porta della mia camera. Sorpreso di essere ricercato a quell'ora così tarda, prendo una candela accesa e vado io stesso all'incontro di chi batteva, e chiedo che cosa cercasse da me. Il forestiero, un signore vestito distintamente e con maniere signorili, risponde inchinandosi:
"Perdonate, signore, se vi disturbo a quest'ora. Io son venuto per chiamarvi presso un moribondo, che desidera parlarvi prima di morire". "Ma, soggiungo io, perché domanda egli l'assistenza spirituale da me forestiero, anziché al suo parroco?" "Il moribondo ha domandato espressamente i vostri soccorsi e non quelli d'un altro; se volete adempiere l'ultimo desiderio di chi sta presso a morire, non c'è tempo da perdere."
Io allora, senza aggiungere nulla, seguitai lo sconosciuto giù per la scala. Nella via vidi una magnifica carrozza. Il signore mi fece cenno cortesemente d'entrarvi, e si sedette quindi sul sederino. A mia gran sorpresa, al chiaro dei lumi della via, osservai altri tre uomini nella carrozza con facce così sospette ch'io feci atto di voler saltar giù, ma in quell'istante uno di essi con una mano mi afferra, e coll'altra mi pone un pugnale sul petto; gli altri impugnano pistole a rivoltella contro di me, io non poteva più pensare alla fuga. Essi mi promisero che, se non resisteva, non mi avrebbero fatto alcun male; ma che poteva io non temere da quegli uomini misteriosi?
Senza resistenza mi lasciai bendare gli occhi, e credeva la mia fine ormai venuta. Io domandava all'Onnipotente di aver pietà di me.
Noi avevamo all'incirca fatto due ore di cammino; quando ci arrestammo, mi fecero discendere ed entrare in una vasta casa; scale di qua, scale di là, corridoi, andirivieni da tutte le parti. Finalmente mi levarono dagli occhi la benda e lo stesso sconosciuto mi chiuse la porta dietro. Io mi trovai in una magnifica sala arredata con ogni eleganza; mobili di palissandro, pendole dorate, sedie e divani mollemente imbottiti; ma cercai indarno un letto con un malato. Io non sapevo che dire o pensare.
1842
Ma ecco che in un'elegante poltrona vedo un rispettabile signore, sano e florido, in tutta la forza della virilità, che mi chiama graziosamente e m'invita presso di lui; io gli risposi che mi avevano chiamato presso un moribondo, ma che m'accorgevo d'esser stato ingannato, che egli era sanissimo, se gli occhi non m'ingannavano.
"Avete ragione, reverendo Padre, la sanità del mio corpo nulla lascia a desiderare, ma devo morire fra un'ora e vorrei che mi preparaste ad una morte cristiana. In breve vi dirò ch'io, membro d'una società segreta, fui promosso ad uno dei più alti gradi, perché la mia influenza nello stato e nella società, come la mia risolutezza nell'adempimento delle più difficili intraprese, era apprezzata. Volenteroso ed ardito, io ho adempito per ben ventotto anni ai fini della nostra società.
Quando, designato testè dalla sorte per togliere di vita un venerando Prelato stimato da tutti, io ricusai risolutamente questo incarico, tuttoché fossi certo che cotal rifiuto mi costerebbe la vita secondo i nostri rigorosi statuti. La sentenza è pronunziata: io devo morire fra un'ora. Quando entrai nella società non volli prestare il giuramento di ricusare i soccorsi spirituali in vita e in morte, e siccome io poteva essere per loro un membro utile, mi accettarono anche senza questo giuramento; ed è perciò che acconsentirono alla mia domanda di farmi venire un prete. Chiamarono poi voi forestiero per eludere ogni sospetto, come persona che ha poche relazioni in questa città.
Mi disse ancora che la sua sentenza si sarebbe eseguita tagliandogli le due vene della gola vicino alla clavicola, e così non vi sarebbe stata ferita aperta. Egli soggiunse di averne fatti morir molti in questo modo per aver mancato di parola o per altre ragioni.
"A questa sentenza non c'è appello, dicevami, i fili segreti della nostra società si tendono in tutto il mondo".
1843
Quindi egli mi pregò di ascoltare subito la sua confessione, ché il tempo era limitato. Mai in mia vita io non dissi con più fervore: "Il Signore sia nel tuo cuore e sulle tue labbra affinché tu mi dichiari bene i tuoi peccati".
Non era ancora passata un'ora, che aprono fortemente la porta, e si presentano tre uomini per prenderlo. Egli domanda ansiosamente ancora mezz'ora per finir la sua confessione. Quegli ricusano e l'afferrano: ma egli invocando la promessa fattagli dai suoi di lasciargli libertà per prepararsi a morire, ed io unendomi a lui, gli concedono per grazia venti minuti. Egli finisce la sua accusa col più gran pentimento, e ricevuta l'assoluzione, mi bacia riconoscente la mano, sulla quale cade una lacrima furtiva.
Io non poteva dargli la Comunione, sì perché non vi era delega dal parroco, sì perché quei manigoldi non me ne lasciavano il tempo; ma toltami dal collo una reliquia della Santa Croce in un reliquiario d'argento, gliela diedi, dicendogli d'invocar fino all'ultimo Colui che non aveva avuto rossore dell'ignominia della Croce per salvarci dai nostri peccati. Con effusione la prese, la baciò e se la mise al collo sotto i suoi abiti.
1844
Episodio massonico - 1868
Gli domandai se non aveva incarichi da darmi; allora mi disse di domandar perdono a sua moglie, la più virtuosa donna del mondo, degli eccessi che lo avevano condotto a sì deplorevole fine; soggiunse che aveva una figlia religiosa al Sacro Cuore, la quale amavalo così svisceratamente, che sarebbe felice di sentire che aveva fatto una morte cristiana. Io gli domandai un segno per render loro testimonianza che realmente io aveva avuto una conferenza con lui, e lo pregai di scrivere loro qualche cosa sul mio taccuino. Con una matita vi tracciò queste righe:
"Mia cara Clotilde, al momento di lasciar questo mondo, ti prego di perdonarmi il gran dispiacere che io ti preparo con la mia morte! Saluta la mia cara figlia, e consolatevi entrambe colla certezza che io muoio riconciliato con Dio e spero vedervi lassù. Pregate molto per la povera anima mia! Il tuo "Teodoro"
Conobbi allora il nome del condannato che mi supplicava di infondergli coraggio e forza. Appena ebbi detto poche parole, la porta si aprì e quattro uomini entrarono per afferrarlo. Io li supplicai con tutto quello che potevo dir loro di più commovente, di risparmiare la vita di un marito, e di un padre così amato.
Vedendo che tutte le mie parole erano inutili, mi gettai ai loro piedi, scongiurandoli di sacrificare la mia piuttosto che la sua vita. Tutta la loro risposta fu un calcio. Già avevano legato la vittima. Al momento di uscire si rivolse ancora verso di me e mi disse:
"Dio vi renda merito, Padre mio, di tutto quello che avete fatto per me, ricordatevi di me nel santo Sacrifizio!"
Dopo quello che abbiam detto, condussero via il condannato ed io rimasi come tramortito dallo spavento. Con labbra tremanti pregai Dio di aver misericordia di quell'infelice che non ne trovava più presso gli uomini. Ciò che soffrii io quell'ora, lo sa solo Quegli che conosce tutto.
Ma non è questo un rumore? Sì, sempre più s'avvicina: sono passi di persone che si avanzano. La porta s'apre, io vedo davanti a me i terribili uomini della vendetta. E che sono quelle macchie fosche sulle loro mani?
1845
Sangue fraterno! Adesso, dissi tra me, viene la mia volta! Senza esserne richiesto, presentai le mie mani, perché me le legassero; ma non ne fecero nulla, solo mi bendarono gli occhi. Di nuovo scale su e giù, corridoi, anditi, qua un odore squisito di delicate essenze, là un fetore di marcio che mi penetrava le midolla.
Finalmente mi è tolta la benda, io mi trovai in una sala riccamente illuminata e mobiliata con grande sfarzo. Sopra la tavola coperta di un ricco tappeto di damasco, erano piatti rigurgitanti di pasticci e frutti del Sud e di tutte le ghiottonerie; sopra la fiamma a spirito fumava, uscendo da canali d'argento, l'odore del vero thé della Cina; innumerevoli bottiglie di diversa forma, colore ed etichetta facevano presentire colà una suntuosità luculliana.
Molti signori e signore aggiravansi per quella sala, chi pizzicando un pasticcio, chi bevendo un bicchiere, gli uni chiaccherando in un canto, gli altri in un altro.
Qualche signora si approssimò a me, offrendomi dei rinfreschi che ricusai, dicendo che dovevo dir Messa al mattino, ed erano le due dopo mezzanotte. A dir il vero io non potevo distogliermi da un cotale sospetto. Il veleno e il pugnale sono fratelli.
Allora feci cenno che desiderava di partire; alcuni signori, non però quei di prima, mi accompagnarono, bendandomi gli occhi; giù per molte scale, e finalmente mi misero in carrozza.
Dopo un cammino di molte ore, la carrozza si ferma. Silenziosi, i miei accompagnatori mi fanno discendere giù, e poi, dopo qualche passo, sedere sopra un oggetto di ferro. Era desso una ghigliottina, o un istrumento di martirio? Ad ogni momento io credeva che, o un colpo separasse la mia testa dal corpo, o un pugnale mi ferisse il cuore. Un'ora io stetti in quell'angustia di morte. Non sentendo mai nessuno, mi attentai a rilevare un tantino la benda dei miei occhi, e mi trovai in un giardino ben coltivato, dove fiori e legumi dormivano ancora il sonno dell'inverno.
Mi alzai, per trovare un'uscita sulla strada, picchiai ad una porta, mi aperse una giovine donna, sorpresa di ricevere visite all'ora dell'alba. Io mi scusai dicendo di essere stato ad assistere un moribondo, non volendo raccontar niente dell'accadutomi per tema che questa famiglia non fosse d'accordo coi framassoni.
Mi dissero che ero distante tre ore di cammino da Parigi, ma che se volessi andarci, presto il marito, dovendo portare a Parigi fiori e legumi, mi avrebbe condotto nella sua carrettella. Accettai riconoscente quell'offerta e m'incamminai verso Parigi.
1846
Quella mattina non dissi Messa, perché era troppo agitato. L'indomani l'offrii per la vittima delle società segrete, e la celebrai nella chiesa del monastero del Sacro Cuore. Siccome ebbi quindi da parlare colla Superiora, ella si accorse ch'io era tutto turbato e me ne domandò con premura la ragione.
Raccomandandole il segreto, le raccontai tutto, ed ella mi disse che realmente la figlia di questo disgraziato era fra le sue religiose, e che pregava molto pel suo padre, ch'ella sapeva nelle società segrete; ch'ella sarebbe molto consolata dalla notizia della conversione di lui. Ma io le proibii espressamente per allora di fargliene parola.
Episodio massonico - 1868
Due giorni dopo, festa di Natale, io gettai gli occhi sopra un giornale di Parigi, e tra la lista dei morti, vidi che vi erano sconosciuti e posti alla "Morgue", ma tra i sei cadaveri che vi erano, non riconobbi l'infelice che cercava. Quando appesa a un muro, vidi la preziosa reliquia della vera Croce: commosso esaminai meglio il cadavere che più vi era vicino: Dio mio! egli era realmente, desso, sfigurato dalla morte, ma i segni caratteristici erano riconoscibili. Per convincermene di più, scoprii il collo e le spalle; al collo si vedevano due buchi; e le due vene del collo erano trafitte. Non c'era più dubbio: era desso.
1847
L'indomani andai di nuovo a celebrar Messa al Sacro Cuore, come l'aveva promesso. Finita questa, venne alla porta una monaca e mi disse sospirando e singhiozzando: "Vi supplico di pregare nella Messa e nelle vostre preghiere pel mio infelice padre". "Posso io domandarle che sorte è toccata a suo padre?" "Ah!, rispose ella, temo d'averlo perduto pel tempo e per l'eternità!... Se egli avesse subito la morte in stato di grazia, io potrei rassegnarmi a quella perdita; ma morir così presto dopo una vita lontana da Dio.... è terribile e doloroso! Ah! se io potessi salvar l'anima di mio padre, vorrei soffrire tutte le malattie e pene di questa terra, vorrei prendere su di me per salvar l'anima sua i tormenti stessi dell'inferno".
"Si consoli, o Madre! Il Salvatore ha avuto pietà anche del buon ladrone. Le sue preghiere pel padre avranno fruttato." "Io ne dubito, perché mio padre apparteneva ad una società segreta, i cui membri ricusano alla morte ogni consolazione spirituale". "E se suo padre avesse ricevuto i soccorsi della religione?"
1848
La religiosa mi guardò dubbiosa e senza speranza. Allora io presi il mio portafoglio e le presentai l'ultima pagina. I suoi occhi si trasfigurarono, ella premette sulle labbra quelle parole e, cadendo in ginocchio, alzò le mani al cielo, e guardandolo con occhi pieni di lacrime, gridò con voce commossa:
"Dio sia ringraziato in eterno! Mio padre è salvo!"

(D. Daniele Comboni)


N. 291 (1200) - FIRME DELLE MESSE CELEBRATE
IN "NOTRE DAME DES VICTOIRES" A PARIGI
ANPD, Registro Messe


N. 292 (1201) - FIRME DELLE MESSE CELEBRATE
NELLA CHIESA DI CAIRO
ACR, A, 24/1


N. 293 (275) - FIRME DELLE MESSE CELEBRATE
NELLA CHIESA DEGLI ISTITUTI DI CAIRO
ACR, A, 24/1


N. 294 (276) - FIRME DELLE MESSE CELEBRATE
IN "NOTRE DAME DES VICTOIRES" A PARIGI
ANDP, Registro Messe


N. 295 (1151) - FIRME DELLE MESSE CELEBRATE
IN S. CATERINA AD ALESSANDRIA D'EGITTO
ASCA, registro Messe

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