A Madre Emilie Julien - 18.1.1870tc "A Madre Emilie Julien - 18.1.1870" \l 1
1 8 7 0


N. 343 (321) - A MADRE EMILIE JULIEN
ASSGM, Afrique Centrale Dossier

Cairo, 18/1 70
Mia carissima e reverenda Madre,

2016
Non posso esprimerle il dolore che provo nel vedermi obbligato a lasciar partire per Gerusalemme Sr. Maria Bertholon. Sarà impossibile trovare una Suora così buona e così disponibile. Da questo momento le dichiaro di non rinunciare a Sr. Maria. La lascio partire per seguire l'obbedienza che le ha inviato, perché altrimenti io temo che la Congregazione di S. Giuseppe non mi soddisferebbe nelle preghiere che farei in avvenire per ottenere delle Suore. Sr. Maria si è dedicata moltissimo alla mia Opera: non potrei mai ricompensarla abbastanza per tutto il bene che ha fatto nel mio Istituto. Ella ha sopportato con costanza ammirevole tutte le pene che sono inseparabili in un'opera agli inizi. Vi è un grande lutto nel mio Istituto a casua della sua partenza. Non si mangia, non si cucina; le morette sono inconsolabili. Ella resterebbe molto volentieri, ma siccome è una vera religiosa, non ama mancare all'obbedienza. La lascio dunque partire perché spero che mi prometterà in una lettera di accordarmela in breve tempo. Ella ha sempre domandato di non essere Superiora, ma non ha mai domandato di abbandonare le mie morette. E' talmente umile che sarebbe ben felice di rimanere qui sotto la direzione di Sr. Veronica.
Faccia dunque attenzione, mia buona Madre; io tengo Sr. Elisabetta per sempre, ma nella speranza che Sr. Maria sia concessa al mio Istituto. La buona Suor Veronica non la conosco, ma a giudicare da quei pochi giiorni in cui ella è da noi, mi piace molto ed è molto amata dalle morette. Spero che sarà la Superiora che mi abbisogna. Dunque la prego di conservare Sr. Maria per me e di non destinarla altrove. Ella va a Gerusalemme, ma la prego di accordarla al mio Istituto quando gliela domanderò. Prima di tutto l'obbedienza, ma poi le raccomando la carità. Le chiedo una brava e buona Suora araba: l'aspetto dopo la festa di S. Giuseppe. Così avrei quattro Suore, e più tardi, cinque con Sr. Maria e sarà contento. E perché cinque Suore? Perché non tarderò a inoltrarmi nell'Alto Egitto (clima migliore di quello d'Europa) allora o bisogna andare là, o intraprendere, con l'aiuto di S. Giuseppe, la scuola delle ragazze al Cairo Vecchio, occupata attualmente dalla Madre Caterina, della quale ignoro del tutto la destinazione.
2018
Ho una grande stima della brava Sr. Maraval, Assistente, ma mi sembra che si sia lasciata montare la testa, togliendomi Sr. Maria. Io non posso perdonarla. Tutta la mia fiducia è posta in lei, mia buona Madre. Lei m'ha fatto tanto del bene e me ne aspetto ancora in questa circostanza. La ringrazio molto per avermi concesso Sr. Veronica perché mi sembra, come le ho già detto, ben a proposito per noi, ma la ringrazierò meglio se mi accorderà ancora Sr. Maria e una buona Suora araba. Mi risponda in proposito per cui ho già incaricato P. Stanislao. Dopo la sua risposta mi metterò d'accordo con il Delegato (che farà il mio piacere) e tutto sarà finito.
Porga i miei ossequi a Sr. Celeste, alla signora de Villeneuve e preghi per il suo umilissimo figlio


D. Daniele Comboni
Traduzione dal francese.


N. 344 (322) - A MADRE EUFRASIA MARAVAL
ASSGM, Afrique Centrale Dossier

W.J.M.J.
Cairo, 25/1 70
Mia M. R.da Madre,

2019
E' con il più grande rammarico che lascio partire Sr. Maria; se non avessi il timore di compromettermi con la Congregazione e di causare dispiacere alla Madre Generale, non avrei lasciata partire una Suora che lei sa quanto stimi e alla quale io tenevo molto. Ma le dichiaro che non rinuncio a Sr. Maria, ma la reclamerò più tardi per la mia Opera che, per lo sviluppo che sta prendendo, ha bisogno almeno di cinque Suore. Ho scritto alla Madre Generale e al Card. Barnabò che reclamerò a suo tempo Sr. Maria, come colei che ha dedizione per le morette. Ella ha chiesto di essere sollevata dalla carica del superiorato, ma non ha chiesto di essere trasferita altrove. Sr. Maria è umile; può darsi che per la sua umiltà sarebbe felice di sottomettersi a una nuova Superiora. Ma ella si preoccupa prima di tutto dell'obbedienza: vuole obbedire ed è per questo che è ancora più stimabile.
Lei avrebbe potuto inviarmi Sr. Veronica (che mi sembra molto buona e assai capace e mi piace molto, come al P. Piero) e lasciarmi in più Sr. Maria. Lei avrebbe potuto farmi evitare un dispiacere così grande, ma le perdono a condizione che aiuti la mia causa presso la Madre Generale al fine di concedermi di nuovo Sr. Maria e una brava Suora araba. Mi occorrono le Suore per due case.
In confidenza le annuncio che il Card. Barnabò mi ha chiamato a Roma per affari della Missione. Egli mi ha fatto un grande rimprovero cardinalizio perché ho condotto le Suore di S. Giuseppe in Egitto senza un regolare permesso di lui, Prefetto di Propaganda e Protettore e perché non gli ho scritto tutti i mesi. Io non ho fatto che ridere e gli dirò che ho guadagnato una indulgenza plenaria facendo la mia santissima volontà. Il Cardinale mi farà concedere anche Sr. Maria e la Madre Generale (che sarà a Roma) sarà molto buona con me. Non partirò che verso la fine del prossimo mese, ma la prego di non dire ciò a nessuno, perché il bel tacere non fu mai scritto.
La prego di porgere i miei ossequi alla Superiora dell'ospedale e alla cugina del mio carissimo amico, il celebre Gesuita maltese Padre Fenek. Ora c'è dolore a casa nostra per la partenza di Sr. Maria. E' appena uscito il nostro medico turco che ha invocato in testimonio Maometto, che ha pianto ed è infelice per la partenza di Sr. Maria perché non c'è, ha detto, una donna al mondo come Sr. Maria. Fiat! Il Buon Dio ce la concederà amcora.
Gradisca l'espressione della mia stima e del mio dolore.

Suo affezionatissimo
D. Daniele Comboni
M.o A.o
Traduzione dal francese.


Al Padre Luigi Artini - 27.1.1870
N. 345 (323) - AL PADRE LUIGI ARTINI
APCV, 1458/242

W.J.M.J.
Cairo, 27/1 70
Mio R.mo P. Provinciale,

E' molto tempo che io le avea preparata una lunga lettera, che sta sul mio tavolo ancora, e non l'ho spedita nemmeno per Bachit. Finalmente oggi ho pensato di scriverle, benché affogato da mille occupazioni. Ho scrupolo e dolore per aver concesso ai due pellegrinanti soli 20 giorni fra andare e venire da Gerusalemme: io ne ho loro concesso 20 perché se ne piglino 40; ma furono esatti oltre ogni credere, cento volte più di Comboni; e contro la mia aspettazione lieti e contenti mi capitarono a casa ai 7 gennaio. Mai veduta tanta esattezza in vita mia. Sono lezioni del Paradiso. Altra lezione magnifica del Paradiso.
Ho ottenuto finalmente dalla Delegazione Ap.lica il P. Bernardino, che dal 2 al 22 febbraio mangerà, berrà, dormirà, e lavorerà in casa mia, mentre dai 2 agli 11 darà gli esercizi alle Istitutrici more mie, e dagli 11 al 21 darà gli esercizi alle mie Monache. Stanislao me ne ha condotta una da Gerusalemme che è una perla. Al 22 una magnifica veleggiata sul Nilo chiuderà il nostro convegno del Paradiso. S'intende che il P. Provinciale è il protagonista della scena. Oggi p.e. il P. Bernardino passò una bella giornata, disse; il P. Stanislao non v'era, avendolo ieri mattina mandato in Alessandria.
2024
I suoi due cari figli Stanislao e Beppi sono due perle di missionari. Essi si preparano per la Nigrizia, e già la sanno lunga come se fossero vecchi missionari. Che io dica il vero è un fatto; e lo potrà constatare col P. Bernardino, dopo che sarà vissuto con noi 20 giorni. Monsig.re Arciv.o poi stima molto il P. Stanislao: me ne accorsi nei miei colloqui con lui. Dunque è d'uopo comporre le cose in modo, da non solamente consacrare alla Nigrizia questi due, ma di mandarne degli altri. Ne parleremo a voce. Dica al P. Tita Carcereri dell'Ospedale che avea ragione di scrivere a suo fratello che il Concilio ecumenico non si può fare senza D. Comboni. Infatti l'altro giorno mi scrisse il Vescovo, e ieri S. Em. il Cardinale annunziandomi di recarmi in quella dominante per mettermi in regola circa le cose della missione.
2025
Io non partirò dall'Egitto prima dei 19 o 29 febbraio, perché ho molto a fare in Egitto, ed anche perché al ritorno dall'Alto Egitto le loro Altezze Imperiali gli Arciduchi Rainieri ed Ernesto e l'Arciduchessa Maria Carolina verranno ai nostri Istituti per tenere a battesimo 4 mori. Già vennero a farci visita giovedì scorso, e il P. Stanislao parlò molto con Loro. Ma siccome ho combinato coll'Arciduca Rainieri un colpo magico col Pascià, così sarà facile che passi tutto il mese di febbraio in Egitto. Ma ciò che mi consola è che Mgr. Vescovo di Verona si è inteso perfettamente col P. Guardi. Questa è cosa che V. P. R.ma deve sapere. Il Vescovo non mi dà ulteriore spiegazione; solo mi comanda di comandar a Stanislao di scrivere una lettera umile al P. Guardi; io ho fatta l'obbedienza; e Stanislao mi promise di fare la sua. Dunque preghi e faccia pregare perché si compongano le cose a gloria di Dio, ed a salute della Nigrizia. Così vuole Iddio, così desidera Comboni, così pregano i due figli di S. Camillo africani. Se preghiamo, tutto è fatto, perché Cristo è un galantuomo. Il P. Bernardino oggi mangiò molta polenta; è la prima volta che la mangiò in oriente. E' sempre quel lepido, e caro padre Bernardino del Paradiso; e dall'abito e barba, in fuori non ha nulla nulla cambiato.
2026
Anche S. Camillo è un galantuomo. Molti mi hanno aiutato colle chiacchere; e S. Camillo ha fatto i fatti. Non sono contento, mio R.mo Padre, finché non la porto in Africa. Qui vivrebbe 10 anni di più. Ma veggo che è troppo necessario in Europa. Ho pianto dalla consolazione quando lessi l'Album delle Comunioni etc. Questa è opera diretta e condotta a termine dal P. Artini. Dio deve benedire il P. Artini, perché ha il cuore fatto secondo quello di Dio.
Riceva gli ossequi di tutti noi, e mandi una larga benedizione a questo

povero, crocifisso, ma sempre
allegro e contento Suo
D. Dan. Comboni


N. 346 (324) - A MONS. LUIGI CIURCIA
Relazione storica sul vicariato - 15.2.1870
RELAZIONE STORICA SUL VICARIATO APOSTOLICO
DELL'AFRICA CENTRALE
AVAE, c. 23

Cairo, 15 febbraio 1870

Vicariato Apostolico dell'Africa Centrale

Fu il molto reverendo Padre Massimiliano Ryllo, polacco di nascita e membro della Compagnia di Gesù, il primo che concepì la nobile idea di fondare la Missione dell'Africa Centrale. Essendo stato molti anni Superiore Generale dei Gesuiti in Siria, ove egli ha lavorato con uno zelo infaticabile e ottenuto un grande successo in mezzo a ostacoli e guerre orribili, soprattutto all'epoca delle conquiste di Mahhammed-Aly, vicerè d'Egitto, aveva fatto conoscenza con un negoziante cristiano che aveva fatto una considerevole fortuna in Sudan col commercio dei denti di elefante e che aveva raccontato molti dettagli interessanti sulla condizione e i costumi dei neri, dei quali aveva constatato la disposizione a essere civilizzati, vedendo due ragazzi schiavi che erano stati condotti a Khartum.
Uomo eminentemente istruito, pieno di zelo e di coraggio e suscitato dal Buon Dio per lanciarsi nelle imprese più difficili e pericolose, per la gloria della Chiesa, il Padre Ryllo, essendo stato nominato Rettore del Collegio Urbano di Propaganda Fide all'epoca in cui i Gesuiti erano incaricati di dirigere questo glorioso cenacolo di apostoli e di martiri dell'universo intero, si fece premura di proporre alla S. Congregazione il piano di erigere una Missione nell'Interno della Nigrizia.
In effetti, la Propaganda, stupita dall'importanza di questa santa impresa destinata a ricondurre nell'ovile di Gesù Cristo la parte del mondo più disgraziata e più abbandonata, nella seduta del 26 dicembre 1845 dichiarò l'Africa Centrale Vicariato Apostolico. Ciò che il grande zelatore delle Missioni straniere, Gregorio XVI, confermò con un Breve del 3 aprile 1846. I confini di questo grande Vicariato, secondo il Decreto apostolico erano:
a Oriente il Vicariato dell'Egitto e la Prefettura dell'Abissinia
a Occidente la Prefettura delle Guinee
a Settentrione la Prefettura di Tripoli, il Vicariato di Tunisi e la Diocesi d'Algeri
a Mezzogiorno i Monti Qamar, detti anche Monti della Luna. (1)
Per intraprendere la coltura di questo vasto campo evangelico, la Propaganda ha scelto questi primi venerabili soggetti:
1¼ S. E. Mons. Casolani di Malta, Vescovo di Mauricastre i.p.i. e Vicario Apostolico
2¼ Il molto R.do P. Massimiliano Ryllo della Compagnia di Gesù
3¼ Il P. Emanuele Pedemonte di Genova (una volta ufficiale sotto l'impero di Napoleone I)
4¼ Don Ignazio Knoblecher di S. Cantien (Diocesi di Laybach), dottore in Teologia e allievo del Collegio di Propaganda a Roma
5¼ Don Angelo Vinco di Cerro (Diocesi di Verona), allievo dell'Istituto Mazza.

2029
Questi validi Missionari si erano proposti la nobile impresa della conversione dei popoli neri, d'impedire ovunque l'infame commercio degli schiavi e di prendersi cura di alcuni cattolici che, per motivi di commercio, si erano dispersi in quelle lontane contrade. Il cammino che la nuova carovana doveva seguire, la sede che doveva scegliere, non le furono stabiliti.
La destinazione della Provvidenza e l'esperienza dei Missionari dovevano deciderne. Mons. Casolani era del parere di prendere la strada di Tripoli e del Fezzan, attraversare con il cammello il grande deserto del Sahara in 84 giorni e stabilirsi nel vasto impero di Bornù. Il P. Ryllo, al contrario, era convinto che sarebbe stato prudente seguire la via del Nilo e della Nubia, visto che c'era un percorso più sicuro e già conosciuto dai viaggiatori e praticato dalla spedizione egiziana quando Mahhammed-Aly fece nel 1822 la conquista del Sudan orientale, E' quest'ultima idea che prevalse.
2030
Prima che la carovana potesse avviarsi, Gregorio XVI morì, ma l'augusto Pio IX, animato dallo stesso zelo per la conversione della Nigrizia, confermò i Decreti del suo glorioso Predecessore, benedì la santa impresa e i nuovi apostoli dell'Africa Centrale. Ma siccome i preparativi di questa spedizione richiedevano ancora del tempo e Monsignor il Vicario Apostolico doveva ancora attendere qualche mese per accomodare alcuni affari di famiglia, si stabilì che il Knoblecher con il P. Pedemonte e Don Angelo Vinco lasciassero Roma il 3 luglio 1846 per recarsi in Siria presso i Maroniti, dove essi dovevano abituarsi a una vita orientale che avesse qualche rapporto con le usanze dei paesi della Nubia e del Sudan, ove dovevano andare. Questo soggiorno fu di otto mesi, durante i quali essi hanno approfittato per lo studio della lingua araba che è parlata fino al 13¼ di Latitudine Nord. Essi visitarono Gerusalemme e i Luoghi Santi memorabili per la vita e i miracoli del Divin Salvatore.
Nella primavera seguente tutti i Missionari si riunirono in Alessandria, ma con un cambiamento nella direzione della Missione, per dei motivi dei quali è inutile farne qui menzione.
Mons. Casolani seguiva come semplice Missionario la santa carovana, alla testa della quale c'era P. Ryllo che era stato nominato Provicario Apostolico dell'Africa Centrale con Decreto apostolico del 18 aprile 1847. La spedizione era munita di circa 50.000 franchi, di cui la Propaganda ne aveva forniti 37.634:41 (7.000 Scudi Romani).
Cinque mesi furono impiegati in Alessandria e al Cairo per fare i preparativi, durante il quali i Missionari ebbero il vantaggio di apprendere le informazioni necessarie più esatte sul Sudan presso l'illustre ingegner francese sig. d'Arnaud che aveva visitato la Nubia e alcune tribù dell'interno e guidata la spedizione egiziana sul Fiume Bianco.
Il P. Ryllo, che conosceva a fondo l'anatomia dello spirito turco, ebbe il coraggio di presentarsi personalmente a S. A. Mahhammed-Aly e al suo valoroso figlio Ibrahim Pascià. Questi, qualche anno prima, aveva destinato in Siria una somma considerevole a chi gli avesse portato la testa del coraggioso Gesuita, perché aveva incoraggiato i cristiani del Monte Libano e i Maroniti a resistere all'orgoglioso conquistatore che voleva impadronirsi del paese, malgrado il suo padrone, il grande signore di Costantinopoli.
Relazione storica sul vicariato - 15.2.1870
P. Ryllo, che parlava perfettamente l'arabo, seppe comportarsi così bene alla Corte egiziana, che guadagnò la confidenza dell'illustre guerriero, come del glorioso vicerè d'Egitto che colmò di favori il suo antico nemico e gli rilasciò un documento firmato che proteggeva presso i governanti e i capi del Sudan i Missionari fino ai più lontani confini della dominazione egiziana. Così favoriti dalla Provvidenza i Missionari lasciarono il Cairo per risalire il Nilo per l'Alto Egitto e per la Nubia. Il loro piano era quello di dirigersi verso le tribù dei neri per la via di Khartum, la capitale delle nuove conquiste egiziane del Sudan, situata a due miglia dalla punta del triangolo della penisola del Sennar, là dove il Fiume Bianco e il Fiume Azzurro si uniscono per formare il Nilo entro il 15¼ e il 16¼ di Latitudine Nord.
Verso la fine del mese di ottobre la santa carovana fece la sua prima entrata nei confini del Vicariato dell'Africa Centrale al di là della prima cateratta nella celebre isola di File, presso il Tropico del Cancro, dove il battesimo di un bambino musulmano moribondo produsse il primo fiore di questo importante apostolato e la primavera del loro difficile e pericoloso ministero.
Quale vasto campo da evangelizzare si presentava davanti ai nostri zelanti Missionari! Non parlerò qui dell'enorme numero di territori e di paesi di questa grande Missione, come delle numerose lingue e dialetti parlati tanto dalle popolazioni come nelle tribù che occupano questa immensa distesa che la geografia non ha ancora potuto classificare che sotto il nome generico di Regioni Sconosciute dell'Africa.
2034
Direi soltanto una parola in generale della vasta distesa di questo immenso Vicariato, poiché pur escludendo lo spazio occupato dalle missioni che sono state fondate dopo l'erezione di questa e calcolando i suoi confini meridionali dei Monti della Luna (nel caso che esistano realmente) posti tra il 5¼ di Latitudine Sud e l'Equatore, pressapoco là dove i celebri viaggiatori Speke e Grant hanno scoperto con molta probabilità nel 1858 il Nyanza Vittoria tra il 3¼ di Latitudine Sud e l'Equatore, cioè il lago che forma la prima sorgente del Nilo e là dove Sir Samuel Baker aveva constatato nel 1864 il grande Bacino che costituisce la seconda sorgente del detto fiume, cioè il Nyanza Alberto o Louta N'Zige all'Equatore (2) risulta che questa grande Missione abbraccia pressapoco la distesa che esiste tra il 5¼ Lat. Sud e il 24¼ Nord racchiusa tra il 10¼ e il 35¼ di Longitudine orientale del Meridiano di Parigi.
Inoltre abbraccia lo spazio che esiste tra il 10¼ e il 29¼ Lat. Nord, tra il 9¼ occidentale e il 10¼ Longitudine orientale secondo il suddetto Meridiano. Ciò ci fa concludere che il Vicariato dell'Africa Centale, dopo il Decreto Apostolico d'erezione, è quasi 20 volte più in estensione della Francia. Per quanto la Propaganda abbia tolto dopo, nel 1868 da questa grande Missione una parte considerevole all'ovest per formarne la Prefettura Apostolica del Deserto del Sahhara affidata all'Arcivescovo di Algeri, tuttavia bisogna riconoscere che il Vicariato dell'Africa Centrale è il più vasto del globo.
2035
Tuttavia è vero che la S. Sede erigendo questa immensa Missione ha inviati questi primi operai evangelici al fine di formare altri Vicariati e Prefetture Apostoliche secondo la speranza e i risultati che l'azione cattolica ne potrebbe offrire, secondo le diverse Congregazioni religiose o Società ecclesiastiche che il Vicario di Gesù Cristo destinerebbe per cooperare alla rigenerazione religiosa e civile di questa vasta parte del mondo che è ancora avvolta nelle tenebre della morte.
Durante il viaggio nella Nubia inferiore il P. Ryllo fu colpito da una violenta dissenteria, ciò che costrinse la carovana ad abbandonare la via diretta del Deserto di Korosco e Abu-Hammed, per seguire la strada più lunga di Wady-Halfa e di Dongola percorrendone così il braccio dell'arco che segna il corso del Nilo attraverso le cateratte della Nubia. Dopo molte pene e sofferenze e anche forti spese, essi infine raggiunsero Khartum l'11 febbraio 1848.
Questa città era allora formata da capanne e da piccole case in paglia o in mattoni cotti al sole a un solo piano, che la pioggia sovente distrugge e di cui i piccoli angoli non possono proteggere che una parte dei suoi abitanti, mentre gli altri dimorano sotto delle piccole tende e, di solito, sotto le stelle. La sua popolazione contava appena 15.000 abitanti di cui gran parte era composta di schiavi di ogni specie e di differenti colori, strappati con violenza da tutte le tribù della Nigrizia. Tutti i nostri Missionari, riparati sotto delle modeste tende erette sui bordi del Fiume Azzurro, erano malati per le fatiche e i pesanti lavori di un lungo e pericoloso viaggio. La malattia del P. Ryllo aumentò. I viveri e le provvigioni erano quasi finiti. Le risorse di cui essi erano provvisti, diminuivano considerevolmente. Era impossibile continuar il viaggio. D'altra parte la città di Khartum era l'ultima Stazione del commercio europeo, la metropoli del Sudan egiziano, l'ultimo posto dove ha luogo la corrispondenza con l'Egitto e il punto di partenza e di comunicazione degli affari tra il Cairo e l'interno della Nigrizia.
Relazione storica sul vicariato - 15.2.1870
Nessun luogo parve ai Missionari più conveniente per avere una sicura corrispondenza con gli indigeni dell'Africa Centrale e arrivare anche a formare dei progetti saldi e positivi sul sistema e il modo di esercitare il loro futuro ministero e poter prepararsi a studiare il genere di vita, le credenze, le superstizioni e i costumi del paese, come le diverse lingue degli schiavi che erano necessarie per ben compiere i doveri del loro stato. Infine per abituarsi poco a poco al clima del Sudan così differente da quello dell'Europa e per stabilirvi un luogo di riposo per i poveri Missionari che, dopo essere stati per qualche tempo sparsi nelle differenti tribù per portarvi la Parola di Dio, potessero infine riunirsi per riprendersi un po' e sopportare meglio in seguito le fatiche e i lavori del loro santo ministero.
Si decise dunque di erigere una Stazione a Khartum. Un signore turco, Cherrif Hhassan, che aveva già offerto ai Missionari una generosa ospitalità a Dongola, volendo adempiere un dovere di riconoscenza verso alcuni Preti Maroniti del Monte Libano che gli avevano salvato la vita nella spedizione della guerra del Vicerè d'Egitto in Siria, procurò loro anche in questa città tropicale dei generosi aiuti e una benevola protezione.
Ma il 17 giugno 1848 il molto reverendo P. Ryllo, pieno di meriti e in preda alle più terribili sofferenze, rese la sua anima al Creatore, dopo aver ceduto il titolo di Provicario a Ignazio Knoblecher. Fu sepolto nel mezzo della piazza che è stata, poco tempo dopo, trasformata in un vasto giardino. Colà vi è stato eretto un modesto mausoleo dove gli allievi si riuniscono, da allora, tutti i giorni prima del tramonto del sole, per recitare il rosario.
Dopo la morte di P. Ryllo, Mons. Casolani era ridotto a un tal punto di debolezza che gli era quasi impossibile restabilirsi. Quale destino per questi poveri Missionari inviati al di là del deserto, senza mezzi e sotto i colpi delle più terribili malattie! Al posto dei soccorsi che si erano tanto sollecitati dall'Europa ricevevano, al contrario, delle terribili notizie. La tempesta della rivoluzione aveva invaso tutta l'Europa e tutto ciò che era stato in onore e venerazione fino a quel momento fu calpestato e la santa Fede, come le basi dell'ordine sociale, parvero distrutte. I predicatori della Divina Parola furono perseguitati e cacciati; le pie istituzioni per la conversione e la propaganda della Fede e anche il Sovrano Pontefice: tutto era in rovina.
Chi con un simile rovesciamento poteva ancora pensare alla lontana Missione dell'Africa Centrale? Come potevano i Messaggeri della Fede sperare dei soccorsi nell'interesse della loro impresa tanto difficile? La Propaganda di Roma che aveva subito i colpi più terribili della rivoluzione, dichiarava solennemente che ella non era più nella possibilità di aiutare i Missionari e dava loro il permesso di rientrare in Europa per essere destinati ad altre Missioni.
2039
Fu il venerabile Dott. Knoblecher che non si spaventò e ispirò coraggio ai suoi cari compagni. Senza Knoblecher la Missione dell'Africa Centrale sarebbe caduta dal 1848 e non esisterebbe più.
Il Padre Ryllo, mentre era in vita, aveva comperato un terreno sui bordi del Fiume Bianco a Khartum. Il Dott. Knoblecher lo fece trasformare in giardino, costruì una piccola dimora con una cappella molto stretta e assai povera, ma sufficiente per i più stretti bisogni dei Missionari. Essi poterono ogni giorno offrire il Santo Sacrificio della Messa, ringraziare il Divin Salvatore dei benefici della Redenzione e domandare tutti i giorni la sua assistenza e la sua benedizione, in un paese che fino a quel tempo non aveva conosciuto altro che gli errori del paganesimo e la cecità del maomettanesimo, al fine che questi differenti popoli entrassero nel grembo della Chiesa, unico porto di salute eterna.
2040
C'era a Khartum un grande mercato di schiavi. Questi sfortunati prigionieri dell'Africa Centrale strappati con violenza e con la forza dal seno delle loro famiglie, erano messi in vendita e incatenati come vili animali. Fra questi prigionieri si vedevano sovente bambini delicati consegnati a coloro che li comperavano ad alto prezzo.
I Missionari acquistarono su questo mercato molti ragazzi che sembravano molto intelligenti e che davano segni non equivoci di buona riuscita. Trovarono qui anche qualche discendente di europei sovente abbandonati senza pietà dai loro genitori, ricaduti nell'incredulità delle loro madri. Questi bambini furono accolti nella casa della Missione. Si cominciò a istruirli nelle cose più semplici che potevano essere loro utili nelle loro patrie, ma soprattutto nelle verità dela nostra santa Religione.
Essi dovevano formare la prima comunità cristiana dell'Africa Centrale e si doveva, un giorno, rendere loro la libertà; essi dovevano ritornare nella loro patria presso i loro compaesani su dei cammini sicuri, servir loro come apostoli e divenire i sostegni attivi e sicuri dei Missionari. Animati da un grande zelo questi giovani accoglievano favorevolmente la Divina Parola; il loro amore per Dio era vivo, le loro abitudini dolci e calme e nutrivano un cordiale affetto per i Missionari. In poco tempo i primi tra loro poterono ricevere il santo Battesimo che fu loro amministrato il giorno di Tutti i Santi.
La sera della vigilia del grande giorno il Provicario, visitando com'era solito il dormitorio di questi ragazzi per assicurarsi che tutto era in ordine, scorse i catecumeni riuniti insieme in ginocchio in preghiera. Domandò loro cosa facessero: "Noi preghiamo, risposero, la Santa Vergine nostra Buona Madre, affinché ci ottenga da Dio la grazia di arrivare all'indomani, giorno felice nel quale diventeremo cristiani". Quanta fede nei primi ragazzi dell'Africa Centrale!
Relazione storica sul vicariato - 15.2.1870
D'altra parte Knoblecher e i suoi compagni erano a loro volta i discepoli dei loro scolari perché cercavano, per quanto era possibile, di imparare le lingue delle differenti tribù alle quali questi ragazzi appartenevano e anche raccoglievano con cura tutti i fatti che potevano illuminarli sui loro costumi e usanze e su tutto ciò che poteva servir loro per conoscere la condizione delle loro terre natali. Questo al fine di riuscire meglio, più tardi, nell'apostolato che si proponevano d'intraprendere nel seno stesso della loro patria. Quando i soccorsi dall'Europa tardavano a venire, non diminuiva per questo lo zelo e l'attività era sempre la stessa. Gli allievi non erano privati di niente, perché i Missionari si privavano loro stessi per sovvenire ai loro bisogni.
Tutto era sopportabile per questi degni ministri di Gesù Cristo che non cercavano che la gloria di Dio e la salute delle anime le più abbandonate. Nella piccola comunità di Khartum regnava la pace, l'ordine e lo spirito di Gesù Cristo.
Tuttavia il Dott. Knoblecher, tutto confidando nella Provvidenza di Dio, era preoccupato della posizione finanziaria della Missione. Per sollecitare dei soccorsi in Italia approfittò del ritorno in Europa di Don Angelo Vinco. Mons. Casolani, non potendo più sopportare il clima opprimente di Khartum, né le grandi fatiche della Missione, se ne ritornò a Malta con l'intenzione di non più ritornare sui suoi passi.
Il Provicario Apostolico incaricò Don Vinco di accompagnare Monsignore in Egitto e di recarsi poi in Italia per sollecitare delle elemosine per la Missione. Il 19 gennaio 1849 questo coraggioso Missionario arrivava a Verona all'Istituto che l'aveva educato al servizio di Dio e formato all'apostolato. Ma se era stato sfortunato per non essere riuscito nello scopo principale del suo viaggio a causa della rivoluzione e dei deplorevoli avvenimenti di quei giorni, egli aveva tuttavia doppiamente guadagnato mediante il suo ritorno in patria, per essere riuscito, senza nemmeno essersi accorto, a ottenere un gran successo per l'avvenire della Missione. La Provvidenza l'aveva condotto nella città eminentemente cattolica e fedele, che fu teatro di lavori insigni e dell'apostolato di uno dei più grandi Santi e Martiri africani: San Zenone, Protettore di Verona, è africano. Là dove i pii veronesi venerano da secoli le gloriose relique del loro primo Protettore, S. Zenone, per suscitare la prima scintilla della vocazione apostolica che più tardi hanno abbracciato molto membri del venerabile Istituto dell'illustre professore Don Nicola Mazza di Verona.
2044
Avendo raccontato con tutto lo slancio della sua anima molti dettagli assai interessanti ai cinquecento allievi dei suoi Istituti di S. Carlo e di Canterane e date molte spiegazioni sulla deplorevole condizione degli sfortunati ragazzi della razza camita, vi accese il fuoco di questa carità divina che non può arrestarsi che nella carriera di dedizione completa e del sacrificio per la salvezza degli infedeli
I racconti di Don Angelo Vinco fecere una grande impressione nello spirito ardente di quel prodigio di carità e di saggezza, Don Nicola Mazza, degno emulo dei gloriosi campioni della Chiesa, S. Vincenzo di Paola e S. Carlo Borromeo. Questo venerabile fondatore, animato da un fuoco soprannaturale per la salvezza degli africani e vedendo fra i suoi allievi alcuni disposi ad assecondare il suo zelo, s'è deciso a cooperare all'apostolato della Nigrizia con i suoi due Istituti che fiorivano a Verona, di cui il primo poteva fornire degli zelanti Missionari e il secondo delle vere donne del Vangelo per la conversione dell'Africa Centrale.
2045
Seguendo questo nobile pensiero Don Nicola Mazza si era detto: "Il mio Istituto maschile, che fornisce ogni anno dei buoni preti alla Diocesi di Verona, potrà ben donare all'Africa dei buoni Missionari ed educare dei ragazzi africani, che potranno essere più tardi gli apostoli della loro patria. Il mio Istituto femminile che istruisce e mantiene ogni giorno più di 300 ragazze, potrà ben istruire sulla religione e la morale cristiana delle povere nere, affinché divengano utili per la loro patria". E' per gli elementi di questi due Istituti di Verona che si potrà intraprendere, con l'autorizzazione dela S. Sede, una Missione nell'Africa Centrale per la propagazione del Vangelo.
Tale era l'idea dell'illustre Fondatore Mazza. In effetto, per l'attiva cooperazione del Rev. P. Geremia di Livorno, francescano missionario in Egitto, egli introdusse nei due Istituti di Verona molti africani dei due sessi per educarli nella Fede e nella civiltà cristiana e cominciò a preparare dei preti e dei buoni soggetti per intraprendere la sua opera.
2046
Nel frattempo Don Ignazio Knoblecher, trovandosi a Khartum solo con il P. Pedemonte, aveva sollecitato per mezzo di questi, dei Missionari presso il Padre Generale della Compagnia di Gesù: Egli ottenne così P. Luigi Zara di Verona con un altro Padre e altri Gesuiti laici.
Fu verso la metà del 1849, quando la miseria era al suo colmo, che dei soccorsi da Laybach arrivarono in tempo opportuno per aiutare la Missione nella sua miseria. Questi soccorsi. giunti su sollecito di lettere private, testimoniavano che la Fede e la partecipazione alle opere per la propagazione del Vangelo, non erano ancora estinte in Europa e davano anche delle speranze per l'avvenire. Tutte le pene sopportate fino a quel tempo, sembravano dolci e soavi ai cuori generosi di questi zelatori della salute degli africani, perché erano animati da questa felice fiducia che non fa mai difetto nello spirito di coloro che confidano in Dio.
Dopo il ritorno di Don Angelo Vinco a Khartum, il Dott. Knoblecher prese la risoluzione di controllare l'esecuzione del grande progetto della Missione e di penetrare, per quanto possibile, nell'interno dell'Africa per meglio conoscere il campo dei suoi futuri lavori. Tutti gli anni in novembre, quando il vento del Nord cominciava a soffiare, il governatore generale del Sudan inviava da Khartum numerosi battelli per risalire il Fiume Bianco, al fine di provvedere ai bisogni necessari degli abitanti egiziani situati lungo il fiume e di scambiare con i neri dei coralli in vetro per dei denti di elefante. Il Dott. Knoblecher aveva stabilito di unirsi a questa spedizione. Un mercante musulmano offrì il denaro con delle condizioni un po' indiscrete. Egli si era proposto di esplorare con cura il paese per trovare un posto sicuro, sano e provvisto di acqua e di legna, per stabilirvi una Stazione cattolica.
Relazione storica sul vicariato - 15.2.1870
Nella ferma speranza di riuscire nel suo disegno, egli intraprese nel novembre del 1849 il suo viaggio sul Fiume Bianco. Nei 64 giorni di navigazione verso sud, il suo battello gettò l'àncora ai piedi della piccola montagna di Lagwek tra i Bari. Egli è stato così ben accolto da questi popoli che gli fu impossibile il ritorno senza promettere loro di ritornarvi nell'anno seguente. Dopo aver ben esaminato il paese egli intraprese delle esplorazioni nelle contrade vicine ai Bari; aveva osservato tutto e si è convinto che la tribù dei Bari era un punto sicuro e opportuno per stabilivi una Missione cattolica; dopo questo se ne ritornò in fretta a Khartum.
Ora, il campo da coltivare era trovato. Ma tutto ciò che parve necessario per riuscire nell'opera, cioè il numero dei compagni di lavoro e i mezzi di mantenimento e i diversi elementi per dare un'educazione morale e cristiana ai popoli che si dovevano convertire e per garantire, come per la Missione, dagli attacchi inattesi dei loro vicini, tutto ciò mancava per la santa impresa. Tutti i tentativi fatti in Europa presso la S. Congregazione di Propaganda e presso pie Società che aiutavano le sante Missioni, non avevano avuto alcun buon risultato anche per i bisogni di prima necessità. Per questo, credendo assolutamente necessario intraprendere un viaggio in Europa, dopo aver incaricato i reverendi Padri Gesuiti della direzione della Missione, egli si mise in cammino per la Germania.
2050
Arrivato a Laybach, nella sua patria, aveva cercato e trovato dei pronti soccorsi per mantenere, per qualche tempo, la casa di Khartum. Dopo ciò aveva pensato al modo di trovare i mezzi per la sua futura impresa sul Fiume Bianco e ci riuscì; soprattutto egli fu molto felice a Vienna, ove aveva trovato alla Corte Imperiale, un appoggio senza eguali. Il Dott. Knoblecher ha chiaramente esposto in poche parole in una piccola Nota, il Programma della sua Opera e l'ha presentata a S. Maestà Apostolica.
L'Imperatore Francesco Giuseppe I aveva ricevuto il Provicario con molta amabilità; dimostrò il più grande interesse per questa nobile impresa; si mise a capo dello slancio suscitato in Austria in favore della Missione dell'Africa centrale e donò egli stesso dalla sua cassa privata, una somma di 25.000 lire austriache (20.835 franchi). Tutti i membri della famiglia imperiale, gli Arciduca, i Principi e le Principesse, come i Ministri cattolici dell'Impero e i capi dei diversi dicasteri, ciascuno secondo la propria possibilità, cercarono di rendersi utili alla Missione. Le più nobili dame della capitale e dell'impero venivano a deporre nelle mani del Provicario dei considerevoli aiuti in cambiali e in moneta.
2051
Questa accoglienza favorevole la ricevette anche dai Vescovi e dal Clero austriaco. Poco dopo comparvero le sollecitazioni e le lettere pastorali degli Ordinari, in cui si raccomandava la nuova Missione ai fedeli delle loro Diocesi, domandando loro delle offerte. Ciò che è da rimarcare è che da tutte le parti si presentavano dei degni ecclesiastici e dei pii laici che per amor di Dio e la salvezza del prossimo, desideravano intraprendere un viaggio in Africa per cooperare alla grande Opera della Missione. Non c'era bisogno di incoraggiamento e di attrattiva per cooperare al bene dell'impresa. La comparsa personale del venerabile Dott. Knoblecher eccitò un santo entusiamo: la sua presenza entusiasmava tutti i cuori e li attirava irresistibilmente a lui.
2052
Sembrava dunque che la Missione avesse il necessario per la Stazione di Khartum e per la nuova fondazione nei paesi dei Bari. Ma che ne sarebbe stato per l'avvenire? Le fondazioni del Knoblecher sarebbero state costruite sulla sabbia, senza la speranza che i soccorsi continuassero per l'avvenire. Il più brillante inizio non produce dei grandi risultati in un'opera senza il marchio della perpetuità che assicuri la continuazione e il perfezionamento della stessa.
Per questo il Dott. Knoblecher, dopo i consigli di un venerabile Vescovo suo compatriota, Mons. A. Meschutar, consigliere aulico e capo della sezione del Ministero dei Culti, aveva riunito un Comitato composto da persone molto distinte e influenti nell'impero d'Austria e, con l'approvazione del governo imperiale, era stata eretta l'Associazione di Maria per la Missione dell'Africa Centrale che fu diretta prima dal suddetto Vescovo, Mons. Meschutar.
Dopo l'approvazione della S. Sede ottenuta con il Breve del 5 dicembre 1852 essa fu posta sotto la protezione di S. Em.za il Card. Principe Federico Schwarzenberg, Arcivescovo di Praga e sotto la presidenza di S. E. il consigliere aulico Federico de Hunter, storiografo dell'impero di S. M. Apostolica e dell'impero austriaco.
Questo personaggio era uno dei più brillanti prodigi della grazia del secolo XIX. L'alto Comitato di questa Associazione aveva indirizzato delle circolari a tutti i Vescovi dell'impero ed essa fu stabilita in tutte le loro diocesi e aveva raccolto, durante molti anni, delle somme enormi per l'Africa Centrale. Sua Maestà l'Imperatore mise la Missione sotto la sua protezione e le ottenne un Firmano del grande sultano che le assicurava tutti i diritti e i privilegi in tutti i possedimenti del Vicerè d'Egitto, a cui la le Missioni cattoliche si congiungessero, dopo i Trattati nelle altre province dell'impero Ottomano. Un consolato austriaco era stato eretto a Khartum espressamente per proteggere i diritti e gli interessi della Missione.
Dopo aver ben assestato gli affari a Vienna, il Dott. Knoblecher si recò, per la via di Monaco, a Bressanone nel Tirolo per raccomandare gli interessi della sua impresa al cuore magnanimo di uno dei suoi più stimabili amici che aveva conosciuto a Roma nel 1845 e dal quale era stato perfettamente compreso. Questo illustre e sapiente professore era il Dott. G. C. Mitterrutzner, canonico regolare dell'Ordine di S. Agostino, uomo di rari talenti, che è stato la colonna della missione al quale il Vicariato dell'Africa Centrale deve i più grandi servizi. Dirò solamente che egli aveva raccolto ogni anno delle somme ingenti per la Missione alla quale egli aveva pure mandato un buon numero di preti quasi tutti del Tirolo tedesco.
Relazione storica sul vicariato - 15.2.1870
Aveva pure impiegato ogni sorta di mezzi, ma soprattutto la penna, per contribuire alla grande impresa. Infine, mediante i manoscritti che gli sono stati offerti dai Missionari e assistito da due indigeni africani che egli aveva fatto venire a Bressanone, era riuscito a comporre i dizionari, le grammatiche e i catechismi nelle due lingue più importanti e più diffuse della Missione, cioè il Denka e il Bari. Così facendo egli ha procurato ai futuri Missionari dell'Africa Centrale gli elementi e le materie che sono necessari per esercitare il ministero apostolico sulla vasta distesa che si trova tra il 13¼ Latitudine Nord e l'Equatore, nelle regioni del Fiume Bianco.
Knoblecher ricevette un'accoglienza molto favorevole presso l'illustre Mons. Gallura, Principe Vescovo di Bressanone e presso il suo pio e sapiente Clero. Egli fu ricevuto con santo entusiasmo a Verona e a Monza e, per la via di Genova, si recò a Roma per rendere conto alla S. Sede sugli affari della Missione. Ma ecco che nella città eterna si presentarono grandi ostacoli. La Propaganda, in seguito alle rimostranze di Mons. Casolani che s'appoggiava soprattutto sulla mancanza di mezzi finanziari necessari alla Missione e che S. Em.za il Card. Fransoni dichiarava di non poterne fornire, aveva deciso di abbandonare la Missione. Il Decreto di soppressione era già stato firmato e l'ordine di richiamare da Khartum i Missionari pronti per essere destinati ad altre Missioni, era già stato dato.
Il Rapporto di viaggio del Knoblecher nei paesi dei Bari e i felici risultati che egli aveva ottenuto in Austria, ne avevano arrestato il terribile colpo. Egli però vi era riuscito con molte pene e difficoltà.
2057
Pio IX in un'udienza particolare l'ascoltò con molta attenzione e vivo interesse. Knoblecher fu nominato Provicario Apostolico dell'Africa Centrale ed è stato di nuovo incaricato della direzione della Missione. Nel mese di agosto del 1851 si recò a Trieste per prendere le provviste abbondanti che aveva raccolte in Germania e per ricevere i nuovi Missionari con i quali partì per l'Egitto.
Ecco i nomi di questi zelanti Messaggeri della Fede:

R. P. Bartolomeo Mozgan
" " Martino Doviak
" " Ottone Tratant tutti Slavi
" " Giovanni Kociiancic
" " Matteo Milharcic

2058
Costoro erano accompagnati da numerosi laici votati alla Missione e utili per la loro attitudine alle arti e mestieri.
I missionari furono obbligati a prolungare il loro soggiorno nella capitale dell'Egitto di un tempo maggiore del previsto. Il Dott. Knoblecher, come abbiamo detto, era munito di un Firmano di Costantinopoli per la protezione del Vicariato presso il governo del Sudan Egiziano. Ma fu ben spiacevole che i diritti competenti, come i privilegi della nuova Missione, dovessero essere conosciuti dal Vicerè, poiché quel poco di intesa che esisteva da lungo tempo tra le "Alte Porte" e il "Divano" del Cairo, facesse credere che tali ordini non ottenessero in Egitto tutta l'obbedienza voluta. Il Dott. Knoblecher fu molto ben ricevuto all'udienza del Vicerè. Anche il Divano ricevette l'ordine di emanare delle disposizioni nel senso espresso nel Firmano ai plenipotenziari del Sudan. Tuttavia, malgrado tutte le rimostranze possibili, fu rifiutato di rimettere alla disposizione del Provicario il Firmano del Gran Pascià.
2059
Le astuzie e gli intrighi che l'insolente musulmano si permise di adoperare e l'esperienza che egli aveva del passato, avevano convinto Knoblecher che, senza il possesso di questo documento, le sue fatiche potevano essere facilmente eluse e restare senza successo. Fu allora che egli inviò una Nota al grande Divano nella quale egli dichiarava che si vedeva forzato di domandare a Costantinopoli un altro Firmano e farvi aggiungere che lo stesso Firmano restasse in possesso della Missione.
La risposta fu ch'egli sbagliava ad aspettare le disposizioni di S. A. il Gran Pascià e nel breve tempo di 48 ore ricevette dal governo egiziano una copia del Firmano costantinopolitano firmato da S. E. il Vicerè medesimo
Prima di lasciare la capitale il Provicario pensò di provvedere la Missione di una barca abbastanza comoda per trasportare le provviste e i Missionari e fare i viaggi e le visite apostoliche sul Fiume Bianco. Acquistò dunque una grande barca chiamata dagli arabi "dahabia" che S. E. Heiraldin Pascià gli aveva concesso a un modico prezzo. Era un elegante vascello in ferro con tre vele che il 15 ottobre il Provicario ha solennemente benedetto, mettendogli il nome di Stella Mattutina. La cerimonia fu molto commovente. L'ultima delle tre stanze era veramente adatta per una piccola cappella. L'armonium, che accompagnava il canto dell'Ave Maris Stella e la devozione dei pii cattolici che vi erano intervenuti, resero molto interessante la festa sulle rive del Nilo, ai piedi delle piramidi.
La Stella Mattutina divenne celebre nell'Africa Centrale. Era stata salutata con una straordinaria gioia da tutte le immense popolazioni del Fiume Bianco e considerata dai neri come un presagio di fortuna per tutta l'estensione da Berber a Gondokoro. Nella stessa maniera il nome di Abuna Soliman (nostro Padre principe della pace) con il quale è sempre stato chiamato il Dott. Ignazio Knoblecher, era sentito e pronunciato con una grande venerazione da tutti e da qualsiasi tipo di persona da Alessandria all'Equatore.
Relazione storica sul vicariato - 15.2.1870
Il 18 ottobre tutta la carovana partì dal Cairo a bordo della "Stella Mattutina" per risalire il Nilo nell'Alto Egitto e la Nubia. A Korosko (21¼ L. N.) la carovana si era divisa. Il Provicario con quattro missionari e qualche laico prese la strada del Deserto dell'Atmur e arrivò a Khartum verso la fine dell'anno. P. Kociiancic traversò sulla Stella Mattutina le grandi cateratte di Dongola e il 29 marzo si gettò l'àncora a Khartum.
Dall'autunno del 1850 Don Angelo Vinco aveva intrapreso, con l'approvazione dei Padri Gesuiti che dirigevano la missione, un viaggio sul Fiume Bianco. Il sig. Brun Rollet, negoziante savoiardo nel Sudan, aveva messo a sua disposizione una delle sue imbarcazioni. In poco tempo Don Vinco imparò la lingua del paese, visitò con cura numerosi luoghi della tribù dei Bari e fu il solo missionario che esplorò la tribù dei Beri a Sud-est di Gondokoro. Nella speranza che dei missionari sarebbero venuti dopo per stabilirvisi, cominciò un vero apostolato presso quei popoli. La sua pazienza, la sua abnegazione e la carità di cui era dotato e soprattutto il suo coraggio, lo resero ben presto l'uomo più importante e venerato del paese. Incominciò a istruire dei bambini; ne battezzò molti in "articulo mortis", ha ben disposto dei villagi a ricevere i Missionari con un vero amore.
2063
La sua reputazione era aumentata di più per il fatto seguente: c'era in un villaggio dei Bari un enorme leone che devastava il paese e divorava persone e soprattutto bambini. Abituato dalla sua giovinezza alla caccia sulle montagne di Cerro, suo paese natale, egli ha potuto non senza sforzi e confidando in Dio, uccidere con una carabina il terribile animale. Non si può immaginare le grida di gioia e di riconoscenza che gli ha prodigato quella gente che lo chiamavano figlio del tuono e gli portavano dei buoi e dei doni considerevoli come segno di una venerazione staodinaria. Il suo nome era celebre presso i neri.
2064
Il P. Pedemonte visitò i Bari e vi dimorò qualche tempo facendo molto del bene, mentre il pio P. Zara restò a Khartum dove lasciò un ricordo molto buono. Tutti e due lavorarono ad educare nella Fede e nella morale cattolica dei bambini cofti; essi prepararono una strada nel giardino della Missione che avevano ben coltivato. I Padri erano stati benedetti nell'Africa Centrale. Ma furono obbligati ad abbandonarla perché la Compagnia di Gesù, essendosi abbastanza ristabilita dalle rovine della rivoluzione del 1848, dopo i felici risultati dei passi di Knoblecher, richiamò i suoi soggetti dal Vicariato dell'Africa Centrale.
Il P. Zara fu destinato a Ghazier in Siria dove, qualche anno più tardi, rese l'anima al suo Creatore. Gli altri furono richiamati a Roma e il P. Pedemonte andò a Napoli dove coronò la sua carriera apostolica con una santa morte. Nel 1864 questo grande missionario settua-genario mi aveva dichiarato che il più grande sacrificio che egli aveva fatto in tutta la sua vita era stato quello di aver abbandonato la Missione dell'Africa Centrale, per la quale aveva concepito le più belle speranze.
2065
Dopo l'arrivo dei nuovi Missionari a Khartum, Kociiancic e Milharcic erano stati destinati per questa Stazione, mentre tutti gli altri si disponevano a partire per il Fiume Bianco. Il Provicario Apostolico scriveva nel 1852 in questi termini: (3)
"La Stazione di Khartum ci offre, dopo il nostro ritorno, l'immagine di una vita molto attiva. Noi siamo divisi e classificati dalle differenti occupazioni alle quali ci dedichiamo. Il R.do P. Milharcic, dotato di tutte le qualità necessarie per la buona direzione dei bambini, si occupa della scuola dei ragazzi. Essa conta, dopo che i copti scismatici ci affidano i loro bambini, più di quaranta scolari che danno agli educatori un gran lavoro. Nel nostro laboratorio tecnico si lavora dal mattino alla sera ed è così che arriviamo, poco a poco, alla possibilità di costruire i mobili più necessari. Il talento del R.do P. Kociiancic ci sorprende di tanto in tanto per l'invenzione di nuovi oggetti utili".
2066
Nella festa di Tutti i Santi dei ragazzi neri della scuola furono battezzati. Essi erano stati comperati sul mercato di Khartum. Mi riservo di parlare un'altra volta sulla schiavitù in Africa Centrale. E' sufficiente per il momento dire una sola parola sul mercato di Khartum come l'ha descritto il Dott. Knoblecher (4): "Non c'è niente che strappi di più il cuore come l'attraversare il venerdì (giorno consacrato dai turchi al culto divino) il mercato degli schiavi a Khartum per constatare l'abuso infame che si fa con tutta indifferenza e tra una folla di uomini, di donne, di ragazzi, di giovinette e di bambini. Questi miserabili, prima di essere concessi ai compratori, subiscono una visita indiscreta in molte parti del loro corpo. E' veramente straziante per un'anima cristiana di essere testimonio oculare di tutte le infamie che si fanno subire a questi poveri sventurati nostri fratelli in Gesù Cristo.
Con quale indiscrezione gli acquirenti prima di concludere l'infame mercato mettono le loro mani sacrileghe su questi innocenti vittime e visitano a ciascuna i denti, la lingua, la gola e palpano con sangue freddo le loro mani, il loro collo, le loro orecchie, i loro piedi ecc. E' increscioso vedere come questi strilloni pubblici corrono di qui e di là, come si grida, come si trattano questi poveri schiavi senza che nessuno pensi che chi è sottoposto a tutto ciò è suo fratello e sua sorella! Io vidi nello stesso tempo in un angolo del mercato, alcune madri stordite e preoccupate alle quali erano stati strappati dei ragazzi e delle figlie e che non dovevano più rivederli qui sulla terra. Queste povere madri si attendevano da un momento all'altro la sorte dei loro figli. Ma ciò che mi fece grande impressione fu di vedere una giovane mamma con tre bambini di cui il più piccolo poteva avere appena due giorni, seduta per terra e tutta curva, appoggiava la sua testa al suo braccio destro, mentre con la sinistra stringeva il suo piccino sul suo seno.
Relazione storica sul vicariato - 15.2.1870
Così immersa nel suo dolore, guardava i suoi due ragazzi più grandi che si stringevano a lei con uno sguardo così toccante e un sentimento così vivo, come se presumessero la prossima separazione. Tutto a un tratto si sentì gridare: 'Quanto volete per questa famiglia?' A queste parole la madre afflitta alzò gli occhi; ma io non ebbi il coraggio di sentirne la fine. Soltanto da lontano potei intendere queste parole: 'Settecento piastre' (182 franchi). Ahimè! una famiglia, un uomo riscattato dal Sangue di Cristo, per un tale prezzo! Così assorto nei miei pensieri, arrivavo al posto dove si teneva il mercato degli uomini. Questi sembravano sottomettersi alla loro sorte con più tranquillità. Guardando tutto attorno a loro, attendevano il loro turno di asta. Ma essi non ignoravano anche che al minimo mormorio sarebbero stati puniti con la flagellazione, con dei violenti colpi di frusta o strettamente legati a pesanti catene".
Il molto reverendo Provicario Apostolico mise in ordine gli affari a Khartum e partì sulla Stella Mattutina per il Fiume Bianco con i reverendi Padri Mozgan, Dociak et Trabant. In questo viaggio tutti avevano molto sofferto per le febbri. Il Provicario ne ebbe un eccesso forte che furono obbligati ad amministragli gli ultimi Sacramenti. Dopo molte fatiche e sofferenze egli raggiunse per la seconda volta il territorio dei Bari il 3 gennaio 1853. Qui trovò Don Angelo Vinco colpito da un colpo di sole e da una violenta febbre che degenerò in tifoidea.
Dopo qualche giorno questo coraggioso Missionario, dopo un corto ma laborioso apostolato, assistito nei suoi ultimi momenti dal suo venerabile Superiore che gli amministrò tutti i Sacramenti dei moribondi, rese l'anima al suo Creatore a Mardiouk nella tribù dei Bari, primo apostolo e martire della Fede e della civiltà cristiana sul Fiume Bianco. Il nome di Don Angelo Vinco è ancora in venerazione presso i popoli Chir, Beri e Bari che gli consacrarono, in certe occasioni, dei canti nella loro lingua e che sono diventati popolari nel Fiume Bianco al di là del 7¼ Lat. Nord.
2070
A Gondokoro (4¼40' L. N. e 31¼47' Long. Orient. di Parigi) il Dott. Knoblecher pensò d'acquistare un terreno per una fabbrica con giardino. Alcuni ricchi proprietari gliene offrirono e soprattutto un vecchio, chiamato Lutweri, si presentò per cedergli una parte considerevole della sua possessione. L'affare fu discusso in presenza di tanti capi, tra i quali si trovava anche il celebre capo dei Beri chiamato Nighila. Questa è una tribù assai guerriera al Sud-Est di Gondokoro.
Per questo il Provicario fece drizzare una tenda che dei pii benefattori d'Europa gli avevano fatto preparare per delle simili circostanze e donò a ogni capo una lungua veste azzurra con un "tarbusc" (fez rosso) per coprire la testa. Poi si rivestì con un abito bianco e una lancia in mano in forma di croce, segno della nostra Redenzione (5) al posto di una lancia o di una spada omicida. Così accompagnato da molti capi andarono sotto la tenda, ove tutti si sedettero. A un tratto uno di loro si alzò per fare un'allocuzione, alla quale ne succedeva un'altra; così tutti parlarono.
2071
I loro discorsi vertevano su questo punto: "Lo straniero deve comperare per sé e per i suoi fratelli un terreno per piantarvi degli alberi e per istruire i bambini e poiché questi signori non hanno niente in comune con i ladri e gli assassini stranieri, affinché nessuno disturbi i loro fratelli nel possesso del loro terreno, i capi si obbligano di sorvegliarlo. Dopo che tutti ebbero parlato, il Provicario, con l'aiuto del suo interprete, tenne loro un discorso sulla sua missione divina. Tutti i capi rimasero in piedi per testimoniare la loro approvazione e tutti ne sono stati molto soddisfatti. Tutti i capi gli espressero che erano persuasi delle sue parole e che avevano in lui molta fiducia. Da parte sua il Provicario li assicurò che egli e i suoi fratelli si sarebbero sforzati con tutte le loro forze, nella loro missione per il più grande bene del loro paese, così come per tutto il loro popolo.
Allora il capo Nighila si alzò per la seconda volta e parlò al congresso dicendo che solamente coloro che erano più vicini alla missione dovevano proteggere i Missionari contro gli oltraggi e gli attacchi del nemico e che quelli che abitavano più lontano, soltanto ogni tanto avrebbero visitato la casa e il giardino della Missione.
L'assemblea fu terminata e il terreno considerato come proprietà della Missione. Ma ciò non fu senza difficoltà per determinare i confini e i limiti. Dopo aver finito, il Provicario chiamò il venditore e questi, accompagnato, dai capi, lo seguì fino al battello "Stella Mattutina", munita di una metà zucca vuota e secca che, con grande sua soddisfazione, gli fu riempita fino all'orlo di coralli in vetro di diverse qualità, dal Provicario. Il contratto della vendita fatta in lingua Bari era stato letto ai capi e ciascuno mise con grande rispetto il dito sulla penna del Provicario Apostolico a fianco del suo nome, facendone il segno di croce. Knoblecher distribuì a ciascuno dei coralli in vetro e tutti se ne tornarono col cuore contento.
Relazione storica sul vicariato - 15.2.1870
Comprato il terreno si dovette pensare a costruire una cappella per il servizio di Dio, una dimora per i Missionari e un orto per i bisogni della Missione. Ma mancavano operai capaci di eseguire l'impresa. Ricco di dedizione per questi popoli, il Provicario e i Missionari si facevano tutto a tutti, si dedicavano all'opera con un coraggio eroico. Bisogna tener presente che i Missionari che avevano bisogno di esercitare una grande influenza sui paesi dei Bari come sulle tribù vicine, avevano bisogno di una sede stabile ove essi potessero imparare le diverse lingue per poter meglio adempiere i doveri della loro vocazione, istruendone la gioventù, insegnando dei lavori a un popolo fino allora primitivo. Ci si domandò: "Dove si potrebbero trovare (avendo pure la provvista sufficiente di materiali) dei muratori, dei carpentieri, dei contadini, dei falegnami, dei fabbri ecc. per i lavori?
Il Missionario doveva provvedere a tutto questo se voleva procurarsi un posto permanente in queste regioni ove i poveri neri con un poco di paglia e di fango costruiscono oggi le loro capanne che domani, a causa di un po' di pioggia caduta nella notte, saranno obbligati a ricostruire. Là il povero Missionario doveva essere ben in imbarazzo quando, girando gli occhi, scorgeva tante teste e mani imcapaci di eseguire la sua opera. Fu forzato a mettere in opera i suoi propri mezzi. Tutte le conoscenze tecniche che egli aveva acquisite a tempo perso durante le sue ricreazione in collegio, gli servirono in questo momento.
Dopo la S. Messa si prendeva per amor di Dio, talvolta la cazzuola, tal'altra la sega, la scure, chi armato di un'accetta, di un martello, di una zappa, di una vanga ecc. mostravano a quelli che li attorniavano, il modo di eseguire questi nuovi lavori ed esortandoli a imitarli. E' così che con il sudore della fronte si è eretta prodigiosamente tra quella gente, una casa alla gloria di Dio. E l'opera prosperò ammirabilmente poiché due anni dopo, quando il Provicario ritornò a Gondokoro, diede di questa Stazione i seguenti dettagli: (6)
2075
"Nel mezzo del territorio delle superbe tribù nere dei Bari, là dove le rive del fiume misterioso si elevano a un'altezza come non si vede in nessuna parte durante il suo percorso, si trova una fondazione che è un contrasto sorprendente con tutti i villaggi indigeni. Dalla parte nord e da quella del fiume si vede già da lontano, su una morbida altura, una costruzione quadrata, mentre le dimore degli indigeni sono di una forma sferica con un tetto a forma di cono, essendo il vero tipo di una costruzione indigena. Dalla parte ovest verso il fiume e verso sud, appare allo sguardo un grande viale d'alberi e di piante che non si trovano in nessuna parte del paese e che sono state portate da una regione ben lontana. Nel mezzo di questa distesa di terreno s'innalzano al di sopra dei pignoni, dei piccoli forti costruiti con il legno degli alberi di una altezza considerevole, con i quali si fanno anche dei pali per le barche del Nilo.
2076
Oggi la cima è sormontata da una Croce metallica che brilla da lontano al levare e al tramonto del sole e annuncia agli africani vicini all'Equatore, la venuta della salvezza e della Redenzione. Ai piedi della Croce sventola ogni tanto un orifiamma bianco con una stella azzurra che annunzia al vicinato le feste di Nostro Signore e quelle della Santa Vergine che celebra la Chiesa cattolica.
Ecco l'aspetto che ci presenta l'esterno di N. S. di Gondokoro sul Fiume Bianco, per la cui fondazione e decorazione i nostri amatissimi fratelli d'Europa hanno fornito il necessario".
2077
Knoblecher aveva stabilito come Superiore della Stazione di Gondokoro il R.do P. Mozgan Bartolomeo e, accompagnato dal principe dei Beri, Nighila, se n'era ritornato a Khartum da dove egli dovette prepararsi per recarsi in Egitto per fare delle consistenti spese e per aspettare dei nuovi messaggeri della Fede, da poco annunciati, dei quali ecco i nomi:
1¼ Luc Jeram
della Carnia
2¼ Joseph Lap
3¼ Joseph Gostner
del Tirolo
4¼ Luigi Haller
5¼ Ignazio Kohl della Bassa Austria
(Sul margine destro è scritto) C'era anche un eccellente laico di Vienna, Martino Hansal, maestro ed eccellente musicista.
2078
All'inizio del settembre 1873 essi arrivarono ad Alessandira, dove il Provicario Apostolico li attendeva. Il capo dei Beri, come abbiamo detto, aveva accompagnato Knoblecher nel suo lungo viaggio per il 27¼ di Lat. N. Il signor Gostner scriveva così da Alessandria all'illustre professor Mitterrutzner sul suo incontro con Knoblecher e il suo principesco compagno Nighila, che portava ancora il nome di "Mougha". Infine apparve il venerabile Provicario stesso tra gli arabi, i turchi, giudei, greci ecc. e dava da ogni parte, io non so in quante lingue, i suoi ordini. Tutti avevano un grande rispetto per Abuna Soliman. Quando fummo arrivati all'Hotel del Nord gli altri andarono a cena, ma io fui condotto dal Knoblecher al convento dei R.di Padri Francescani, dove egli ricevette un'ospitalità benevola e là noi mangiammo. In seguito il Provicario chiamò Mougha e come un lampo il principe dei Beri corse da un blocco di pietra dove si era steso e venne davanti a me presentandomi la sua mano, mi salutò cordialmente dicendomi: "Come state?" Alla mia risposta riprese: "Va bene".
Egli non parla che nella sua lingua che nessuno capisce, salvo Knoblecher che, come sembra, parla correttamente con il capo dei Beri. Costui ha 25 anni e la sua statura è di sei piedi (Knoblecher dice che è uno dei più piccoli della sua razza); è magro e snello, nero come il carbone; nelle sue mosse e nel suo contegno ha qualcosa di spontaneo, tuttavia non senza rispetto. Egli non si accontenta di rimanere in camera, vuole essere libero e restare all'aria. Al collo ha una massa di collane in perle di vetro di differenti grandezze e colori; alle mani e ai piedi una quantità di braccialetti e di anelli in argento e ferro ed in avorio. Sono la sua gioia e il suo piacere. In una mano tiene sempre una piccola bacchetta di legno e nell'altra mano o sulla spalla, un grazioso piccolo sgabello di legno sul quale si siede subito appena arriva in un luogo.
Relazione storica sul vicariato - 15.2.1870
Non ha la barba e sui suoi capelli raggruppati fino alla sommità attacca delle penne di struzzo. Egli fa qui un gran fracasso.... ma i più grandi signori e signore s'interessano molto a questa altezza nera... Noi andiamo sovente da lui ed egli ci stringe la mano dicendo: "Doto" (Come state?) e si sforza di farci imparare a contare fino a dieci.
Dice che i suoi non volevano lasciarlo andare presso i bianchi, perché costoro avrebbero tagliate le orecchie ai neri e li avrebbero anche mangiati... Il comandante della fregata austriaca Bellona invitò iil Provicario e S. Altezza nera a cenare a bordo. Il buon principe non sapeva se saziarsi di stupore per le cose che egli vide a bordo; il suo buon cuore lo spinse anche lontano allorché si trovava a tavola a cenare, prese il bicchiere del comandante e glielo presentò per farsi versare dell'acqua dalla sua mano, con la quale l'asperse... e lo fece re al modo dei Beri.....
Quando il Provicario si allontanò dalla fregata Bellona, tredici colpi di cannone annunciarono alla città di Alessandria quanto si stimava e venerava il capo della Missione dell'Africa Centrale. Il signor Chaevalier Huber, console generale d'Austria e molti signori vennero il 17 settembre a dare il loro addio ai Missionari.
2081
Allora Mougha, in tono regale, s'è piazzato in mezzo all'assemblea e disse (il Dott. Konoblecher faceva da interprete): "Gli europei potranno sempre visitare il nostro paese; gli arabi, al contrario, devono restare fuori, poiché essi vengono soltanto per mettervi il fuoco, uccidere, saccheggiare e farvi la rivoluzione". E il Dott. Kerschbaumer professore a S. Pšlten, che doveva ritornare in Austria, fu incaricato da Mougha di porgere i suoi ossequi e i suoi complimenti a tutti gli amici del suo Padre Abuna Soliman, il Provicario Apostolico.
2082
In Alessandria e al Cairo il Dott. Knoblecher fece delle abbondanti provviste e delle notevoli compere per le due Stazioni di Khartum e di Gondokoro. All'inizio di ottobre la grande carovana abbandonò la capitale dell'Egitto per risalire il Nilo. Arrivata al Tropico del Cancro si alzarono delle tende di fronte all'isola di File, mentre si preparavano a Korosko 700 cammelli per attraversare l'Atmur fino a Berber.
2083
Fu a Korosko che due Missionari educati all'Istituto Mazza di Verona si unirono a questa carovana. Erano il R.do P. Giovanni Beltrame di Valeggio (diocesi di Verona) e il R.do P. Antonio Castagnaro di Montebello (Vicenza). Don Nicola Mazza, seguendo il suo nobile intento di venire in aiuto dei poveri neri, aveva fatto molti preparativi per realizzare il suo progetto. Nel suo Istituto maschile c'erano dei preti che erano disposti per la Missione e che si occupavano dell'educazione dei giovani neri per prepararli alla santa impresa.
Nel suo Istituto femminile c'erano delle pie e brave maestre che sapevano molte lingue e perfettamente l'arabo e che erano occupate a educare delle giovani nere per formarle all'apostolato della Nigrizia. Vedendo che tutte le sue cure promettevano dei buoni risultati per l'avvenire, egli credette arrivato il momento opportuno per sottoporre il suo piano alla S. C. di Propaganda al fine di ottenere l'autorizzazione di eseguirlo. Fu il suo antico discepolo Mons. Besi, Vescovo di Canopo e anziano Amministratore Apostolico di Nankin in Cina, il personaggio che egli incaricò di presentare a Roma il suo progetto.
2084
Sua Eminenza il Card. Fransoni, Prefetto di Propaganda rispose che bisognava rivolgersi al capo della Missione dell'Africa Centrale per fissare le basi della sua azione cattolica e determinare il posto nel quale bisognava stabilire la sua opera, che la S. Congregazione sarebbe intervenuta per definire l'affare. Fu allora che Don Nicola Mazza inviò a Khartum due dei suoi più degni preti, Don Giovanni Beltrame di Valeggio, della diocesi di Verona e Don Antonio Castagnaro di Montebello presso Vicenza, per trattare della nuova impresa. Essi furono ricevuti a Korosko dal Knoblecher con molta benevolenza ed egli espresse tutta la sua soddisfazione di concedere loro tutto quello che domandavano, ma che desiderava che essi restassero un po' di tempo a Khartum, cioè fino al suo ritorno da Gondokoro; dopo questo si sarebbero stabilite le basi dell'Opera dell'Istituto Mazza.
Quando la notizia dell'entrata della grande carovana nel deserto dell'Atmur arrivò a Khartum il R.do Padre Milharcic con la Stella Mattutina ed altre imbarcazioni, si recò a Berber per ricevere i Missionari e trasportare tutti gli acquisti fatti in Egitto.
2086
Relazione storica sul vicariato - 15.2.1870
La Croce di Gesù Cristo non è mai separata dalle opere di Dio. A mezz'ora da Berber Milharcic terminò con una santa morte la sua corta ma laboriosa carriera. La carovana arrivata a Khartum il 29 dicembre, trovò Kociiancic che spirava e fu sepolto vicino a Padre Ryllo nel giardino della Missione. Nei primi giorni del febbraio seguente, Don Castagnaro fu colpito dalla dissenteria. Era un'anima pura e candida che da lungo tempo desiderava sacrificarsi e morire per la salvezza delle anime. Quando il sacerdote gli portò il Pane degli Angeli, nei suoi ultimi momenti, arrivato alla porta della capanna, dovette arrestarsi perché il morente, raccogliendo tutte le forze del suo spirito, si alzò e fece una tenera allocuzione a Gesù Cristo con un amore e un desiderio di morire per Lui, che tutti ne furono commossi e piansero molto. Egli Gli consacrò tutto il suo desiderio di salvare le anime, Gli offerse tutta la sua vita e morì vittima del suo amore il 6 febbraio a Khartum, dopo aver ricevuto tutti i Sacramenti della Chiesa e tutti i conforti dei moribondi.
Dopo aver incaricato il R.do P. Haller della scuola ed eletto il R.do P. Giuseppe Gostner Superiore della Stazione di Khartum e suo Vicario generale, accompagnato dal sig. Kohl, il Provicario andò a Gondokoro dove seppe che anche i R.di Padri Doviak e Trabant erano passati a miglior vita.
Abbattuto da questi terribili colpi l'anima generosa di Knoblecher non si scoraggiò. Il suo spirito che non viveva che di Dio, lo sostenne con la fede, nelle circostanze più spaventose; egli aveva posto tutta la sua confidenza in Dio seguendo l'insegnamento dello Spirito Santo: iacta curam tuam in Domino et ipse te enutriet.
Siccome qualche giorno dopo il suo arrivo nel paese dei Bari avvenne un incidente, che avrebbe potuto avere le più funeste conseguenze per la Missione di Gondokoro, ma contro le supposizioni dei suoi nemici, tornò a suo vantaggio. Il Provicario, come i Missionari, fecero il loro dovere verso i cattolici europei che, dimenticando i principi della Fede e della morale cristiana, si erano traviati. Soprattutto quando questi disgraziati infierivano contro i poveri neri in mille maniere, i Missionari avevano protetto l'innocenza e la giustizia presso il governo turco nel Sudan che, istruito dall'eloquenza dei fatti e dalla condotta dei Missionari, aveva una grande stima e confidenza nel Provicario e la Missione.
E' per questo che alcuni di questi disgraziati europei guardavano i Missionari con occhio cattivo, perché la loro presenza era un biasimo incessante e un rimprovero alla loro condotta. I neri avevano distinto bene tra i Missionari e gli altri bianchi, perché vedevano che la Missione, al posto di uccidere i poveri neri, rubare i loro figli, i loro bambini e le loro mucche asciugava sempre le loro lacrime, curava i loro malati e faceva loro imparare la moralità, la giustizia e la strada del cielo. Per questo essi ben compresero nell'incidente che sto per citare, che la Missione era ben lontana da ciò che la più sottile malizia e perfidia voleva attribuirle. Dio ha sempre protetto la giustizia.
2089
Fra i 40 battelli che salivano e scendevano sotto differenti bandiere il Fiume Bianco per far commercio dei denti di elefante e per esercitare l'ignominiosa tratta dei neri, si trovavano anche nelle vicinanza di Gondokoro tre imbarcazioni appartenenti al console di Sardegna a Khartum chiamato signor Vauday. Quantunque egli fosse in buoni rappporti con i Bari, tuttavia egli dichiarò apertamente che aspettava l'occasione per far loro guerra e che voleva dare loro una forte lezione anche prima della sua partenza. Diceva che aveva tutto il necessario, armi, polvere e uomini più che ne bisognassero. Tutto questo egli comunicò la sera stessa al Provicario dopo il suo arrivo (4 aprile 1854).
Knoblecher lo consigliò d'essere prudente, ma egli rifiutò il consiglio con risa beffarde. Il 5 aprile verso sera, uno dei battelli del signor Vauday mise l'àncora tra la Stella Mattutina e il giardino della Missione. Sembra che si volesse compromettere la Missione e far conoscere ai neri che la Missione aveva la sua parte nella guerra che si voleva loro fare.
2090
Il console stesso gettò l'àncora più in basso vicino a Libo. Un giovane turco, agente del console, venne a bordo del battello della Missione e fece dei tristi lamenti sugli insuccessi del commercio tra i Bari. All'arrivo della notte il battello lasciò la riva. Nello stesso momento due carabine ben caricate spararono tra gli indigeni; costoro erano senza armi. Con loro c'erano, per caso, dei marinai della Missione, ove erano andati per comperare della carne. Due ragazzi neri caddero. Grosse palle di carabine sfiorarono i bordi della Stella Mattutina. Il cuciniere che si trovava vicino al fornello fu ferito a un orecchio e cadde svenuto a terra. Dei ragazzi uno era stato ucciso e l'altro gemeva nel suo sangue. Tutto ad un tratto gli indigeni corsero come lampi da tutte le direzioni verso il paese, ma il battello remò con tutte le sue forze verso Libo.
Si seppe dopo che la Missione era una spina nell'occhio per Vauday e che aveva gettato tutte le sue malvage imprese sui Missionari. Si era pronti a pensare di vendicarsi per questo comportamento inaudito; si voleva eccitare gli indigeni contro la Missione e far loro credere che era questa che faceva loro guerra. I mercanti che ritornarono a Khartum avevano accusato il Provicario che aveva guastato tutto il commercio facendo dei regali di perle di vetro ai neri.
Lontano, nel paese, si sentivano i tamburi di guerra. Con delle grida terribili i neri, facendo oscillare le loro lance e le loro frecce, venivano da tutte le direzioni. I compagni del Knoblecher attendevano con impazienza che gli animi si mettessero in calma. Il Dott. Knoblecher proibì ai marinai della Missione, che volevano prepararsi per la resistenza, di caricare i loro fucili e ordinò a tutti di salire il battello; soltanto se lo vedevano cadere essi dovevano remare in mezzo al fiume e astenersi dal vendicarsi. Per fortuna dei Missionari il battello del console di Sardegna con il fuoco continuo aveva attirato i neri irritati. Essi lo seguirono così velocemente che dopo pochi minuti non si videro più i loro movimenti, nemmeno con il telescopio: soltanto si sentiva da lontano un sordo rumore di fucili.
Prima del tramonto del sole si raddoppiò e parve abbandonare la riva. Ci si accorse che c'era una battaglia micidiale, perché i neri portavano i feriti, uno dopo l'altro, ai Missionari.
Durante la notte si poteva vedere il fuoco sul ponte del battello. Non si poteva sapere niente di sicuro circa i feriti; per questo si mandò un domestico e un indigeno di fiducia ai campi dei neri per avere delle notizie. Li lasciarono entrare solamente quando capirono che i due appartenevano alla Missione. Intanto un marinaio del signor Vauday aveva nuotato dalle isole vicine e pregò il pilota della Stella Mattutina di procurargli un rifugio presso il Provicario Apostolico.
Relazione storica sul vicariato - 15.2.1870
Tremando per il freddo e lo spavento egli raccontò così quello che era successo: "Allorché Vauday intese i colpi, vedendo contemporaneamente accorrere i neri in folla, non attese l'arrivo di questo battello che si affrettava a partire e che avrebbe potuto facilmente gettare l'àncora in un posto del fiume dove le frecce non potevano arrivare, ma prese un fucile a due canne, obbligò i domestici che gli erano intorno a fare lo stesso e corse verso la folla armata di lance e di frecce.
Senza pensare a una ritirata Vauday accorse con il suo seguito verso i neri e, quantunque egli avesse delle armi migliori, fu sconfitto coi suoi compagni, perché il loro numero era più grande".
Tutto quello che apparteneva alla Stella Mattutina era a disposizione per curare i feriti e i malati. Mentre questi si trovavano alla casa della Missione, i loro parenti si presentarono in grande numero e li assistettero con tenero affetto.
Poiché la cura e il sacrificio dei Missionari non poteva sfuggire agli occhi degli indigeni, la fiducia aumentò in essi di giorno in giorno, talmente che Knoblecher, in rapporto a questo miserabile negoziante della Sardegna, poteva adattare le parole della Scrittura: "Voi pensate di farmi del male e Dio l'ha rivolto in bene". (Gn 50,20).
La grande stima della quale avvantaggiò Knoblecher e la Missio-
ne sollecitò diversi capi dell'Equatore (soprattutto dopo l'ultima circostanza in cui i Missionari esercitarono una grande carità) a invitare il Provicario a stabilirsi presso di loro. Fu per questa circostanza che dopo aver affidato la Stazione di Gondokoro al sig. Kohl, il Provicario decise di fare una esplorazione tra le numerose cateratte a Sud di Garbo, Gumba e Takiman, tra quelle numerose tribù.
Kohl si sentì ben felice nella sua situazione di condivivere la sua attività senza limiti nel lavoro e la cura dei feriti, nell'istruzione dei bambini e nel suo perfezionamento nella lingua dei Bari. In poco tempo egli guadagnò l'amore di tutti. Ma visitando un povero malato che abitava a una grande distanza durante l'alto calore del sole, si buscò una dannosa malattia che aveva preso una piega così pericolosa al ritorno del Knoblecher che costui fu obbligato ad amministrargli i Sacramenti dei moribondi. Egli sopportò per quattro giorni i più grandi dolori con la pazienza di un martire. Il 12 giugno rese l'anima al Creatore.
Questa grave perdita aumentò le pene del Provicario ed egli fu obbligato a prendersi ancora più cura per l'istruzione dei giovani per fare il più presto possibile per dare, prima della sua partenza per Khartum, il S. Battesimo ai più preparati che lo domandavano con ardente desiderio. Fra questi si trovava anche il vecchio Lutweri, precedente proprietario della Missione. Il vecchio aveva assistito tutti i giorni alle istruzioni e alle preghiere dei bambini. La grazia gli fu accordata.
La Stazione di Gondokoro era desolata perché il P. Bartolomeo Mozgan aveva da qualche tempo abbandonato i Bari per discendere al fiume e aveva fondato la nuova Stazione di Santa Croce nella tribù dei Kich, tra il 6¼ e il 7¼ di L. N.
Il 14 giugno, dopo aver dato le chiavi della casa al buon Lutweri e avendolo nello stesso tempo incaricato dell'amministrazione fino al suo ritorno, il Provicario ritornò a Khartum dove fu ricevuto in grande pompa dai Missionari che erano addolorati per i rapporti falsi che avevano ricevuto e cioè che egli sarebbe stato da tempo divorato dai neri.
Fu in questo tempo che il Dott. Knoblecher pensò di costruire nella capitale del Sudan una grande casa per la Missione con una chiesa, rispondenti allo scopo per il quale le abbondanti offerte dei membri del Comitato di Marienverein diedero i mezzi. Il R.do P. Gostner, Vicario generale, dopo la morte del bravo Kociiancic era in intensa relazione con il suo illustre Presidente per la realizzazione di questa opera che costava nel 1859 più di 500.000 franchi.
L'anno 1854 si preparò una nuova spedizione di Missionari composta da:
R.do P. Matteo Kirchner di Bamberga in Baviera
" " Antonio berbacher della diocesi di
" " Francesco Reiner Bressanone nel Tirolo
e si aggiungero dei laici come operai:
sig. Leonardo Koch, architetto
" Andrea Ladner
" Antonio Gostner (fratello del Vic. g.)
" Giovanni Kirchmair
" Giuseppe Albinger di Voralberg
Relazione storica sul vicariato - 15.2.1870

Relazione storica sul vicariato - 15.2.1870
Il 25 ottobre essi arrivarono a Khartum. Siccome Haller avevo preso le febbri dopo il 10 giugno 1854, P. Kirchner intraprese la direzione della scuola della Missione. I Padri berbacher e Reiner erano destinati ai Bari. Poiché quest'ultimo morì poco prima della partenza, il Provicario condusse con sé il sig. Daminger, un eccellente laico, che rese molti servizi alla Missione.
L'11 aprile 1855 la Stella Mattutina gettò l'àncora a una mezz'ora di distanza da Gondokoro. Tutti accorsero e si gridò pieni di gioia: "Il nostro battello arriva... il battello dei Bari arriva verso il fiume". Dopo s'intese da ogni parte: "Mougha, Mougha." Questi si vestì del suo abito rosso di Alessandria. Quali sentimenti invasero il R.mo Provicario Apostolico quando vide già lontano dalle rive la folla l'accompagnava con canti di gioia! I ragazzi e i bambini battevano le mani e tutti cantavano: "Il nostro Padre arriva, il nostro Padre ci ama... non ci ha dimenticato".
Dopo essere sceso a terra, ciascuno piccolo e grande volle presentarsi personalmente al Provicario, baciargli la mano ed esprimergli almeno con qualche parola la sua gioia per il suo felice ritorno.
Allora il Dott. Knoblecher apprese quali false notizie i battelli dei mercanti avevano diffuso presso i Bari: che egli era morto o che era ammalato, che aveva lasciato Khartum per ritornare in Europa, che non amava più i Bari e che non voleva più ritornare fra loro. Tanto più grande era la sorpresa, tanto più cordiale era la gioia di tutti per la sua inattesa riapparizione. Fu molto interressante il lungo colloquio che il capo Mougha ebbe con la folla e con molti capi che l'attorniavano. Egli raccontò con grande entusiasmo le meraviglie che aveva visto presso i bianchi.
La folla accovacciata attorno a lui tendeva le orecchie con un'avidità straordinaria, per ascoltare ciò che egli aveva visto coi suoi propri occhi.
Con una eloquenza piena di fuoco egli raccontò loro ciò che gli aveva fatto più impressione. Parlò loro degli immensi villaggi (Cairo e Alessandria), in cui la popolazione è numerosa come gli uccelli nelle loro migrazioni al tempo della pioggia; delle case come delle montagne e che sono tutte fatte dalle mani dell'uomo; del mare con le sue immense barche che si elevano fino alle nubi. Parlò loro dei costumi e degli usi delle nazioni straniere e come ci sono dei signori molto ricchi e molto grandi come dei sultani; come c'è una grande quantità di capi e di re e come vide un capo assai grande che è il capo di questi capi e di questi re (il vicerè d'Egitto)....
La folla gridava tutta meravigliata: "hha, hha!". Poi parlò loro dell'accoglienza benevola che ricevette e come i Missionari erano molto venerati dai capi e dai re. Come essi avevano delle case immense che sono eterne e che non si distruggono mai e che nemmeno la pioggia né le lance e le frecce possono farle cadere. Infine egli costatò la fortuna dei bambini dei Bari che erano educati in una grande casa a Khartum, che crescevano e imparavano come i bianchi ecc. ecc. Il trattenimento di Nighila durò più ore della notte. Tutti erano rimasti incantati.
Al mattino il R.do Padre berbacher discese dalla Stella Mattutina, salì su un mulo, attorniato dai bambini che cantavano il Laudate Dominum ecc. e le piccole bambine catecumene l'accom-pagnarono fino alla cappella.
A mezzogiorno del 12 aprile arrivò anche il Provicario con la Stella Mattutina tutta piena di popolo. Uomini, donne, bambini, ragazzi, ragazze, grandi e piccoli avevano seguito il battello dalle rive del fiume. Il paese sembrava rinascere a vita nuova.
2103
Il Dott. Knoblecher trovò il paese dei Bari immerso nella carestia. La pioggia aveva distrutto e rovinato tutto. I poveri erano felici quando trovavano nelle campagne delle erbe selvatiche e delle radici per saziare la fame. La missione fece tutto quello che poteva in questa circostanza. Il Provicario che aveva due barche di durrah (grano nero) fece rallegrare una grande quantità di poveri. Oltre a questi ai quali si distribuiva fuori, v'erano sempre i poveri che mangiavano una volta al giorno alla Missione.
I bambini si presentavano alla porta e gridavano: "Padre, abbiamo fame." Essi partivano pieni di gioia dopo aver mangiato.
2104
Il Provicario si mise con attività straordinaria a istruire i catecumeni e i neofiti. Egli diede prova di tutto il suo sapere nella lingua del paese nel tradurre in questa lingua il Pater, l'Ave Maria, il Credo e le preghiere più ordinarie dei cattolici. berbacher istruiva i piccoli, il Provicario gli adulti. Dopo qualche mese il Dott. Knoblecher potè battezzare molti Bari e diede la Santa Comunione, il Pane degli Angeli, a 31 cristiani.
Fra i battezzati si trovava il bimbo di sette anni (chiamato Logwit) dell'anziano proprietario del terreno della Missione, Lutweri, che ricevette il nome di Francesco Saverio e che venne otto anni più tardi nel Tirolo dove, dopo aver aiutato l'illustre professor Mitterrutzner nella lingua dei Bari, morì come un angelo a Bressanone. Il Provicario poi partì per Khartum dopo aver affidato la Missione al R.do P. berbacher che continuò da solo, come un vero apostolo, l'opera così santa, ma piena di spine, tra i popoli della tribù dei Bari.
Mentre Don Beltrame soggiornava a Khartum in aiuto alla Missione, prese delle informazione sulle diverse tribù dei neri per venire alla decisione di scegliere un posto conveniente per l'opera di Don Nicola Mazza di Verona. Gli si parlò molto sulle tribù dei Barta e dei Berta che abitavano all'ovest del Fiume Azzurro tra il 13¼ e il 10¼ di L. N., tra i Galla e la penisola del Sennar. Egli prese dunque la risoluzione di parlarne al Provicario Apostolico nell'idea che questi posti potessero essere adatti per una Missione sicura, essendo tra il Fiume Bianco e il Vicariato Apostolico dei Galla. Il Provicario consentì alla domanda di Don Beltrame che fece i preparativi necessari per intraprendere una esplorazione nei paesi dei neri che si trovano a Sud-Ovest del Fiume Azzurro.
Il Dott. Penay, medico capo del Sudan, aveva fatto questo viaggio e visitato questi paesi così come molti agenti civili e militari del governo egiziano, soprattutto per cercare la polvere d'oro di cui è ricco il paese. Lo stesso illustre tedesco Russegger visitò questo paese e fece una descrizione abbastanza esatta di questo viaggio e di ciò che vi era di più interessante, come si può vedere nei suoi bei volumi scritti con molta cura. Questo viaggio era stato fatto anche da uno dei più coraggiosi e zelanti Vescovi missionari del nostro secolo: Mons. Gugliemo Massaia, Vescovo di Cassia e Vicario Apostolico dei Galla, la storia del quale è troppo poco conosciuta in Europa, ma può essere paragonata con tutta verità (in rapporto agli enormi lavori apostolici) alla storia degli Apostoli e Martiri dei primi secoli della Chiesa.
Relazione storica sul vicariato - 15.2.1870
Allorché una terribile persecuzione in Abissinia, eccitata dal vescovo copto eretico Abba Selama, forzò Mons. Jacobis e Massaia ad abbandonare questo paese, nel momento in cui Mons. Massaia tentava di penetrare nel suo Vicariato dalla parte di Gondar al fine di eludere le furberie e gli intrighi di Abba Selama e del patriarca eretico. Egli concepì il progetto di penetrare nella sua missione per la via della Nubia e del Fazogl.
Sotto il nome di Khauaa Gerghes Bartorelli (nome della famiglia di sua madre) egli visitò tutti i santuari eretici dei copti scismatici dell'Egitto presso i quali conobbe tutti i tentativi che i suoi persecutori facevano contro di lui senza che essi si accorgessero. Siccome il suo nome era diffuso sul Fiume Azzurro, dove gli abissini avevano il commercio della cera, del caffè e del sale, il santo Prelato si travestì da povero arabo e con coraggio eroico, a volte facendo il piccolo negoziante al dettaglio di pepe, di zucchero o di droghe, a volte camminando a piedi e in brevi giornate, a volte mescolandosi tra i mendicanti, egli riuscì da solo a penetrare da Rossères e da Fadassi nella sua missione in otto mesi dopo aver avuto una lunga conferenza sul Fiume Azzurro con Abuna Daoud (che fu poi patriarca dei copti eretici) che veniva dalla predicazione in Abissinia contro i Vicari Apostolici dell'Abissinia e dei Galla.
Questo degno Prelato non trovò tuttavia opportuna questa via per penetrare tra i Galla, perché presentava troppe difficoltà e pericoli.
2108
Don Beltrame accompagnato dal sig. Francesco Mustafa, convertito dall'islamismo e battezzato a Milano, partì da Khartum su una barca del Dott. Penay il 4 dicembre 1854 e per la via di Wad-Medineh, Sennar, Rossères e Fazogl toccando l'estremità orientale delle tribù dei Barta e dei Berta, arrivò, dopo molte pene e fatiche, a Benichangol presso i Changallas vicino a Fadassi all'Ovest del Fiume Azzurro. Ma siccome le comunicazioni tra questi paesi e Khartum erano troppo difficili, non si trovò prudente fondarvi la prima casa di un'opera tale e quale doveva essere quella di Don Nicola Mazza. E' per questo che Don Beltrame se ne ritornò a Khartum con il progetto di cercare un altro posto sul Fiume Bianco.
Fu allora che il Provicario espresse il desiderio di accordare all'Istituto di Verona un posto nelle tribù dei Denka. Occorrevano però dei Missionari per questa impresa, perciò Beltrame ritornò a Verona per prelevare dei nuovi messaggeri della Fede, dopo aver concluso con il Provicario Apostolico ciò che è contenuto nel seguente documento:

Vicariato Apost.co dell'Africa Centrale
N. 10¼.
2109
Incaricati dal Vicario di Cristo ad evangelizzare i popoli infedeli dell'Africa centrale, desiderando quindi, quanto sta a noi, che venga effettuata quanto sia possibile la diffusione della nostra S. Religione, accordiamo con sommo piacere al R.mo Sig.r D. Nicola Mazza, fondatore di una Congregazione di Carità esistente in Verona, rappresentato del R.do Sig.r D. Giovanni Beltrame membro della stessa Congregazione, ed inviato a trattare in proposito, quanto segue:
1¼. di aprire nella nostra Missione un Istituto per l'educazione cristiana dei poveri infedeli, fra quella tribù pagana e in quel luogo, che i Sacerdoti esploratori a ciò inviati dal Superiore dello stesso Istituto di Verona si sceglieranno a loro piacere di preferenza.
2110
2¼. Avendo questo nuovo Istituto secondo l'espresso volere del fondatore a mantenersi coi propri mezzi comuni a tutti i due Istituti, cioè a quello già esistente in Verona, e a quello da aprirsi nel Nostro Vicariato, concediamo ai Sacerdoti della Congregazione sopraindicata la direzione amministrativa del medesimo Istituto.
3¼. Ci riserviamo per altro, come nostro dovere, quei diritti che garantiscono i S. Canoni ai Vicari Apostolici nelle loro Missioni.
4¼. Per facilitare poi la necessaria comunicazione siasi col Superiore del Vicariato, siasi coll'Europa e sollecitare in modo desiderabile il bene possibile dei missionari, sarebbe il nostro desiderio, che fin dal principio risiedesse un Sacerdote nella Stazione principale di Khartum, dove abitando nella casa della Missione, oltre di fare da Procuratore della propria Missione, troverebbe occupazioni efficienti e bastevoli, secondo gli ordini del Vicario, o Superiore della Stazione.
Intanto daremo parte del fin qui esposto alla S. Congregazione di Propaganda Fide per la conferma dell'asserito.
In fede di che emaniamo questo Documento munito della nostra suscrizione, e del sigillo di questo Vicariato Ap.lico.
Dalla Nostra attuale Residenza di Khartum
3 agosto 1855
(L.S.)
firmato D.r Ignazio Knoblecher
Pro-V.o Ap.co

Mentre il Provicario si trovava sul Fiume Bianco, una numerosa carovana di Missionari viaggiava su un vapore del Lloyd nel Mediterraneo diretto all'Egitto. Vi erano 4 preti, 1 maestro e 9 operari tutti del Tirolo: essi erano pieni di desiderio di sacrificarsi per il buon Dio e la salvezza dei neri nell'Africa Centrale.
Ecco i nomi dei Missionari:
Relazione storica sul vicariato - 15.2.1870
}
1¼ R. P. Giuseppe Staller
2¼"ÊÊ"ÊMicheleÊWurnitsch Diocesi di Bressanone
3¼ "ÊÊ"ÊFrancesco Morlang
4¼ "Ê "ÊLuigi Pircher di Leifers presso Bolzano, diocesi di Trento.
Sfortunatamente uno di loro, il R.do Padre Staller, fu obbligato a ritornare in Europa dietro consiglio dei medici a causa di una grave malattia. Un altro, il R.do Padre Wurnitsch morì qualche ora dopo la partenza da Korosko nel deserto, sulla sabbia. Egli fu sepolto al-l'inizio del deserto di Korosko. Gli altri raggiunsero felicemente Khartum. Morlang fu mandato presso i Bari, il R.do P. Luigi Pir-cher presso i Kich alla Stazione di Santa Croce. Costui era un'anima pura, un vero imitatore di S. Luigi Gonzaga. Egli morì troppo presto, pochi giorni dopo l'arrivo alla sua destinazione nel 1856. Gli altri operai furono destinati alla Stazione di Khartum. C'erano fra di loro dei veri cristiani che resero dei grandi servizi alla Missione con il loro buon esempio e una infaticabile attività nella costruzione della casa per amore del buon Dio. Non citeremo che questi:
Sig. Ferdinando Badstuber (ebanista falegname) morto qualche mese dopo;
Sig. Antonio Vallatscher (tessitore, calzolaio, saldatore);
Sig. Gottilieb Kleinheinz (cameriere e cuciniere);
Sig. Giovanni Juen (muratore e tagliatore di pietre);
Sig. Giovanni Fuchs (calzolaio ecc.).
2114
Innanzi tutto si distingueva il maestro J. Dorer, sul quale il Vicario generale, P. Gostner, scrisse da Khartum dopo la sua morte: "Per i nostri ragazzi Dorer era un padre prudente, una madre tenera, un saggio maestro; in una parola: 'tutto in tutto'. Il suo carattere morale si può esprimerlo in questa espressione: un angelo in carne umana'".
Il Provicario Apostolico visitò nel 1856 anche gli istituti di Santa Croce e dei Bari. Il primo giugno arrivò con la Stella Mattutina a Gondokoro. Egli fu salutato dagli scolari con dei canti pii nella lingua dei Bari che sono divenuti popolari in tutta la tribù. Egli vi trovò il P. berbacher che aveva lavorato con una dedizione e un profitto ammirevoli e che fu felice di aver ricevuto un nuovo compagno, il sig. Morlang.
2115
Quasi nello stesso tempo il R.mo P. Gostner Vicario generale, aveva accompagnato in Egitto otto scolari fra i più bravi e intelligenti della scuola di Khartum che dovevano essere condotti in Europa per ricevere una educazione superiore. Arrivati in Alessandria il primo settembre incontrarono il Prof. Mitterrutzner che conduceva una nuova carovana di Missionari dalla Germania.
Il 4 dello stesso mese il Dott. Mitterrutzner, rinunciando con un'abnegazione ammirevole a visitare i monumenti e la classica terra dell'Egitto, ritornò in Europa con i suddetti allievi di Khartum, tra i quali i due bravi Alessandro Dumont e Fr. Charris furono alloggiati nel Collegio di Propaganda di Roma; altri due furono posti presso l'infaticabile e pio amico della Missione, Luca Jeram di Laybach (che tentò due volte di rientrare a Khartum, ma a causa delle terribili malattie, la prima volta ritornò dal Cairo e la seconda da Assuan) e quattro andarono a Verona nell'Istituto Mazza, Ecco i nome dei Missionari arrivati:
}
R. P. Antonio Kaufmann
" " Giuseppe Lanz del Tirolo
" " Lorenzo Gerbl di Wasserburg in Baviera.
2116
C'erano ancora quattro operai laici di cui tre tirolesi. Essi trovarono nel Vicario generale un conduttore sbrigativo, sotto la direzione del quale essi arrivarono alla metà di ottobre a Korosko, dove incontrarono una fatalità inattesa. S. A. Reale Sad Pascià, Vicerè d'Egitto, fece un viaggio nel Sudan e durante numerosi mesi tutti i cammelli furono fermati per lui e il suo numeroso seguito per il viaggio attraverso il deserto. Solamente il 7 gennaio 1857 Gostner potè lasciare Korosko e alla metà di marzo arrivò a Khartum.
I PP. Kaufmann e Lanz ricevettero la loro destinazione: il primo a Gondokoro, il secondo a Santa Croce. Il pio e zelante giovane Missionario, sig. Gerbl, restò a Khartum. Di una famiglia ricchissima, fu il primo istitutore in Germania della Società dei giovani studenti che è ancora molto diffusa quando era ancora giovane e, nei posti in cui si era costituita, fece un gran bene, soprattutto per preservare gli studenti delle Università dal veleno del razionalismo e far loro praticare le massime della nostra santa religione.
All'età di 24 anni il P. Gerbl arrivò a Khartum dove egli ebbe sempre una buonissima salute. L'11 giugno del 1857 celebrò la Messa nella chiesa della Missione, visitò gli ammalati e a mezzogiorno pranzò. Nell'Ars (tre ore dopo mezzogiorno) fu colpito da un eccesso di febbre molto violenta mentre passeggiava nel giardino di Khartum con Francesco Mustafa. Discutevano sul modo di educare la gioventù africana. La sera dello stesso giorno il pio Gerbl era già sepolto.
Il Dott. Knoblecher accompagnò egli stesso Kaufmann e Lanz con la Stella Mattutina alla loro destinazione. Fu in questa epoca che si preparava a Verona la spedizione di Don Nicola Mazza.
Dopo il ritorno di Don Beltrame a Verona, questo venerabile Fondatore aveva preparato cinque preti e un eccellente e pio laico per la sua impresa. Eccone i nomi:
Don Giovanni Beltrame di 35 anni di Valeggio
Relazione storica sul vicariato - 15.2.1870
Don Francesco Oliboni, professore di 34 anni
della diocesi di Verona di S. Pietro Incariano
Don Alessandro Dalbosco di 27 anni di Breonio
Don Angelo Melotto di 29 anni di Lonigo, diocesi di Vicenza
Don Daniele Comboni di 26 anni di Limone, diocesi di Brescia
Sig. Isidoro Zilli di 37 anni di Trieste, fabbro e meccanico.
Tutti attendevano da lungo tempo la felice circostanza di abbandonare la loro Patria per recarsi nell'Africa Centrale e morire per Gesù Cristo. Ma c'era un terribile ostacolo: la mancanza di denaro. Il Dott. Mitterruzner, nel suo passaggio da Verona per recarsi in Egitto, non si era fermato nell'Istituto che pochi momenti il 23 agosto 1856. Ritornando da Alessandria il 12 settembre seguente con i quattro allievi della scuola di Khartum, di cui abbiamo parlato, vi si intrattenne qualche giorno.
Dimorando e vivendo durante questo tempo con i 34 preti che c'erano allora nell'Istituto, si accorse che molti di questi l'interrogavano sovente sulla Missione e che bruciavano dal desiderio di consacrarvisi.
Egli sondò bene il terreno e non comprendeva la ragione per la quale essi non partivano per l'Africa poiché lo desideravano, non meno che lo zelante Fondatore. Nella serata del 14 settembre prese in disparte Don Beltrame per interrogarlo sulla questione. Beltrame scoperse contento ogni cosa e dichiarò che il giorno in cui avessero avuto un po' di mezzi, tutti sarebbero partiti. Custodendo il segreto, Mitterrutzner ritornò nel Tirolo con il fermo proposito di rivolgersi all'alto Comitato di Marienverein a Vienna, per ottenere di mettere a disposizione di Don Nicola Mazza i mezzi necessari per fondare la sua Opera nell'Africa Centrale.
Dopo molte difficoltà, sia da parte del Comitato per accordare, sia da parte di Don Nicola Mazza per accettare, finalmente con la mediazione del Mitterruzner l'affare fu concluso verso la metà del mese di luglio 1857.
La Società di Vienna accordò i mezzi pecuniari all'Istituto Mazza per stabilirsi nell'Africa centrale e Don Nicola Mazza preparò subito la spedizione.
2120
Il 3 settembre le LL. AA. Imperiali Ferdinando Massimiliano e la sua novella sposa, l'Arciduchessa Carlotta, figlia del Re del Belgio, che più tardi salirono il trono imperiale del Messico, ci onorarono della loro visita e si intrattennero con noi un'ora e mezza, promettendo di venire entro sei anni a Khartum, (così mi aveva dichiarato l'Arciduca).
Il 5 la carovana partì per Trieste dove aumentò ancora di quattro pii operai e il 15 settembre, con il piroscafo Bombay, arrivammo in Alessandria.
Tre di noi, cioè Melotto, Dalbosco e io, visitammo Gerusalemme e i Luoghi Santi; in novembre abbandonammo il Cairo e, per l'Alto Egitto e il deserto, ci dirigemmo verso l'Africa Centrale. Il Dott. Knoblecher accolse i nuovi Missionari di Verona con una manifestazione paterna e tutta la gioia del suo cuore. Ordinò loro di stabilirsi alla Stazione di Santa Croce presso i kich da dove potevano esplorare poco a poco le diverse tribù dei neri e scegliere il posto dove fondare la prima casa della loro santa impresa.
Come è mia intenzione di fare un Rapporto a parte sui pericolosi viaggi e i travagli del nostro apostolato nell'Africa Centrale, non esco al presente dall'idea che mi sono tracciato qui di scrivere una semplice storia abbreviata del Vicariato Apostolico dell'Africa Centrale. E' per questo che mi avvio velocemente verso lo scopo di questo breve scritto.
Il Provicario Apostolico avendo costatato nel 1857 nelle tre Stazioni meno casi di morte che negli anni precedenti e incoraggiato dalla nuova spedizione di Verona che fortificava la Missione, decise di intraprendere un viaggio in Europa al fine di parlare alla Propaganda di Roma del Vicariato, fare degli accomodamenti per l'avvenire e soprattutto ristabilire la sua salute che era colpita considerevolmente dai pericolosi e reiterati viaggi e fatiche spirituali e corporali e soprattutto dalle malattie pericolose che aveva sopportato.
E' per questo che incaricò il R.do P. Matteo Kirchner di visitare le Stazioni del Fiume Bianco e di accompagnare i Missionari dell'Istituto Mazza alla loro destinazione.
Dopo aver lasciato a Khartum il nostro carissimo confratello D. Dalbosco in qualità di procuratore, con la benedizione del Vicario generale, Gostner, partimmo da questa città sulla Stella Mattutina sul Fiume Bianco.
Favoriti dal vento del Nord questo celebre battello procedeva con la rapidità di un piroscafo a vapore contro la corrente del fiume misterioso. Passammo i paesi molto vasti degli Hassanieh, dei Baggara, dei Abourof, dei Scelluk, dei Denka, dei Gianghe e di altre tribù.
Mai passava un giorno senza costatare coi nostri occhi, lo stato deplorevole e la condizione infelice dei poveri neri, del quale non mi è possibile farne ora la descrizione. Mai passava una notte senza sentire i leoni e vedere dei grandi gruppi di elefanti, di ippopotami, di tigri, di iene, di leopardi e di altre bestie selvagge.
Dopo aver sopportato molte pene e malattie arrivammo il 14 febbraio alla Stazione di Santa Croce dove il pio e bravo Giuseppe Lanz, aiutato da due laici Glasnik e Albinger, era il solo Missionario che era sopravvisuto. Mozgan, spossato per le fatiche, e colpito da una febbre perniciosa, aveva emesso qualche giorno prima il suo ultimo respiro.
Relazione storica sul vicariato - 15.2.1870
Mentre la Stella Mattutina conduceva Kirchner nei paesi dei Bari, noi tutti ci istallammo (il superiore Don Beltrame, Oliboni, Melotto, Comboni, Zilli) in una piccola capanna che aveva servito, fino a quel momento, per custodire le vacche, la cui altezza era di tre metri e il diametro di quattro metri. Il nostro letto consisteva in una piccola asse sormontata da una coperta che avevamo portato dal Cairo, eccetto Don Oliboni che dormiva appoggiato su una piccola cassa. Non c'era niente in quel paese.
Prima di tutto pensammo di imparare la lingua del paese, cioè il Denka che, dopo le informazioni che prendemmo, era la più diffusa tra le tribù del Fiume Bianco e delle regioni limitrofe.
Il primo che si era occupato di questa lingua fu il Dott. Knoblecher, ma fino a quest'epoca non aveva scritto che circa 600 parole per comprendere ed esprimere le cose di prima necessità. Dopo di lui fu Mozgan che si occupò di questa lingua così importante. Egli però non lasciò a Lanz in eredità che qualche dialogo e una piccola collezione di 600 parole che, al nostro arrivo presso i Kich, era il meno per farsi comprendere dagli indigeni nei bisogni più urgenti. Noi ci eravamo messi con una applicazione costante e assidua a studiare questa lingua.
Prima di tutto avevamo preso il dizionario italiano e ne avevamo trascritto più di 5.000 parole le più comuni e utili per il nostro ministero. Poi, con l'aiuto degli allievi della Missione e soprattutto del piccolo Antonio Kacional e della piccola Caterina Zenab di nazionalità denka, che conosceva bene la lingua araba da noi conosciuta, eravamo riusciti (Lanz, Beltrame, Melotto e io) nello spazio di dieci mesi a comporre un dizionario italiano-denka ricco di 3.000 parole, una piccola grammatica, dei dialoghi più comuni e un voluminoso catechismo contenente le materie dei dogma e della morale cattolica sufficienti per esercitare il ministero apostolico presso i nostri cari indigeni.
2125
Avevamo fatto delle indagini nei paesi dove il denka era parlato, dove constatammo gli costumi, gli usi, le credenze, gli errori e le superstizioni degli indigeni. Per dire su questo solo una parola (poiché sarebbe il tema di un trattato) direi che i neri di queste contrade sono generalmente affatto pagani e feticci. Essi credono che vi è un Essere Supremo che chiamano Dendid, che significa grande intenditore; ma parlando della Creazione essi dicono che sono stati creati come tanto l'elefante, quanto la mucca, quanto la luna.
Vi sono delle tribù che credono che i bianchi sono stati creati nell'acqua e i neri nel carbone, ed è questo, dicono, che spiega la ragione per la quale sono neri. Ve ne sono delle altre che affermano che i bianchi parlarono con Dendid, ma i neri non parlarono con lui.
Noi possiamo assicurare che la religione di Gesù Cristo non è mai penetrata in queste tribù, perchè non trovammo mai la minima tradizione delle verità del Nuovo Testamento. Al contrario, conservano molte tradizione dell'Antico Testamento, come i sacrifici, la legge del taglione, gli angeli e i demoni.
2126
Essi chiamano l'angelo Acek e il diavolo Acok. Considerando queste parole che non diversificano punto nelle consonanti, ma solamente nella vocale della seconda sillaba, ne risulta che i denka credono con noi che l'angelo e il demonio hanno una stessa natura. Essi fanno sempre dei sacrifici e hanno le loro cerimonie molto interessanti per questi sacrifici. Ma essi non sacrificano mai a Dio, né gli prestano alcun onore, perché non ha bisogno di essere sollecitato dagli uomini per fare il bene. Egli lo fa sempre per se stesso. Al contrario, essi sacrificano sempre al diavolo (Acok) per placarlo e renderlo propizio, impedendolo di fare del male agli uomini.
Fummo testimoni di innumerevoli sacrifici. Ed eccone uno: tra ottobre e novembre 1859 c'era stata una cometa nell'Africa Centrale come in Europa. Siccome essi credevano che la cometa era stata mandata nel cielo dal diavolo, i capi e i tiets (indovini e stregoni) si riunirono insieme e avevano discusso sul da farsi in quella sfortunata circostanza. Essi decretarono di sacrificare otto buoi al diavolo. In effetto essi uccisero solennemente gli otto buoi e, dopo molte cerimonie e canti, offrirono queste vittime ad Acok.
2127
Ma la cometa si manifestava sempre più formidabile. Allora in un'assemblea stabilirono di bruciare una grande quantità di praterie e di pascolo. Noi lo notammo bene una notte quando si vedeva la luce come il giorno e domandammo agli indigeni la ragione di ciò: "E' per bruciare, risposero, la cometa." "E perchè volete bruciarla?" ripresi. Essi risposero: "Perché la cometa è presagio di disgrazie e di disastri." Ma anche questa volta non erano riusciti a bruciare la cometa, così un giorno vedemmo una folla di gente armata di lance e di frecce avvelenate che, ben schierati in una pianura, lanciavano contro la cometa. Alla sera domandai a un capo il perché essi lanciarono delle frecce. "E' per uccidere la cometa", mi rispose. Quando la cometa, dopo il suo corso, finì per sparire gli indigeni fecero una grande festa e cantarono, ballarono e mostrarono la loro riconoscenza e finirono per dire che Acok (il diavolo) era pacificato e appagato.
Colui che fa i sacrifici, cioè il ministro, è un personaggio molto rispettato presso i neri. Si chiama tiet, cioè stregone, unisce le funzioni di prete, di medico e di sapiente. Quando c'è un malato ed egli è chiamato, deve prima dichiarare se il malato guarirà o morirà. Se la sua sentenza è per la guarigione, si circonda il malato di molte cure e sovente egli guarisce. Se, al contrario, egli dichiara che il malato morirà, allora lo si abbandona subito in modo che se non muore per la violenza della malattia, deve morire per essere stato abbandonato da tutti. Per quanto i neri del Fiume Bianco siano meno avanzati nel progresso dei nostri primi padri al tempo di Adamo ed Eva, tuttavia nei paesi nei quali non è penetrato il musulmano o l'europeo, essi hanno dei costumi semplici e puri. E' affatto sconosciuta la demoralizzazione. In poco tempo questi paesi si convertiranno al cattolicesimo se si potrà continuare il nostro ministero.
Queste tribù sono popolate anche da immensi branchi di elefanti. Non passa mai una notte senza sentire lo spaventoso ruggito del leone; la pantera, il leopardo e soprattutto l'iena sono quasi comuni come i cani in Europa. Si trovano in grande qualità i serpenti più colossali, così come i coccodrilli, gli ippopotami, gli scorpioni ben più grandi dei nostri ecc. Come si vede, tutte queste circostanze concorrono a rendere più pericoloso il soggiorno dei Missionari.
Relazione storica sul vicariato - 15.2.1870
Malgrado tutto ciò noi eravamo felici di poter rendere noto a quella gente le massime e la fede dell'Evangelo. Le basi degli alberi era il nostro pulpito per predicare ed era sempre attorniato dai capi e dai neri nudi, armati sempre di lance e di frecce avvelenate. Essi ascoltavano la Parola di Dio con un'avidità straordinaria e un'applicazione che ci dava molto da sperare. La nostra chiesa per offrire il Santo Sacrificio consisteva a volte in una piccola tenda, a volte in una piccola capanna di cinque piedi di altezza, a volte ai piedi di un grande albero. Nei paesi dei Ghog abbiamo innalzato una Croce di trenta piedi.
Era la prima volta che l'Evangelo era stato predicato in quei paesi. Avevamo detto a quegl'indigeni che la Croce era il segno della nostra salvezza e che essi dovevano sempre ricorrere là nei loro bisogni. Essi fecero ciò per lungo tempo e può darsi che continuino anche nel presente. Tuttavia, siccome noi siamo sicuri che il nostro ministero continuerà a causa della morte di tanti Missionari, non credemmo prudente di dare il Battesimo a coloro che ce lo domandavano, dopo aver ricevuto una istruzione conveniente.
L'epoca in cui i Missionari sia europei, sia indigeni potranno in-stallarsi solidamente presso gli africani, le tribù dell'Africa Centrale entreranno nell'ovile di Gesù Cristo.
2131
Nella tribù dei Kich costruimmo pure una chiesa. Essa costò molto sudore all'infaticabile Lanz e a tutti i Missionari. Siccome non c'erano pietre in questo paese, ci servimmo di legno d'ebano di cui ci sono immense foreste. Piantammo dei pali d'ebano e, con mattoni fatti di fango e conchiglie del fiume, costruimmo con le nostre mani la casa di Dio della larghezza di dodici metri e della lunghezza di 22 e coperta solidamente di paglia nel modo con cui si coprono le capanne della gente.
La chiesa, che era riuscita una meraviglia per i neri, aveva due altari dove celebravamo il Divin Sacrificio e le cerimonie delle feste dell'anno con una gioia che non era inferiore al giubilo che la pietà cattolica prova nelle magnifiche cattedrali d'Europa. I capi dei neri vi arrivavano da lontano e vi restavano con rispetto edificante.
2132
Ma quali dure prove la Provvidenza preparava ai poveri Missione dell'Africa Centrale! Il R.do P. Kirchner arrivando con noi al Santa Croce, trovò, come abbiamo detto, il presidente di questa Stazione Bartolomeo Mozgan che era morto.
Arrivato ai Bari trovò morto anche il presidente di Gondokoro, berbacher. Dopo aver nominato Superiore di questa Stazione Morlang, ritornò alla Stazione di Santa Croce ove trovò morto anche il nostro confratello Don Francesco Oliboni. Questo venerabile Missionario che era stato per dieci anni professore al Liceo Imperiale di Verona, era un uomo di eminente pietà e saggezza,
2133
In una parola, egli attraversò il deserto in 26 giorni e durante questo tempo, sotto un calore terribile, egli tollerò un digiuno e una astinenza molto rigorosi, perchè non mangiava né beveva mai che una sola volta al giorno al tramonto del sole. Per prepararsi poi alla festa del Natale nel deserto, rimase senza gustare nulla, né acqua dal mezzodì del 23 dicembre fino alle 10 del 25, cioè 45 ore continue dopo aver trascorso 18 giorni sul cammello.
Oltre le sue preghiere particolari che prolungava per molte ore del giorno, egli recitava tutte le notti da 50 a 60 Salmi di Davide con la meditazione di essi e, durante il suo soggiorno presso i Kich, non si era mai coricato, ma prendeva sonno seduto su una panca o una seggiolina, appoggiando il braccio su una cassa. Si coricò solamente il 19 marzo per morire il 26 dello stesso mese. Io l'avevo salassato tre volte; stava meglio il 24, ma una terribile febbre lo vinse. Negli ultimi momenti ci rivolse una tenera raccomandazione, incoraggiandoci a rimanere costanti fino alla morte per la conversione dei poveri neri. Pieno di fede e abbracciando il Crocifisso, rese il suo spirito a Dio.
Kirchner, arrivato a Khartum, trovò Don Alessandro Dalbosco capo della Stazione poiché il R.mo Vicario generale, Gostner, era deceduto. In questo valido Missionario il Vicariato dell'Africa Centrale aveva perso un grande appoggio.
Colpito da queste gravi perdite il R.do Kirchner si premurò di informare il Provicario Apostolico che era andato in Europa, quando, una settimana dopo, arrivò a Khartum la notizia che anche il Dott. Knoblecher era morto a Napoli. In effetto, quando il Provicario lasciò la Missione in ottobre del 1857 per recarsi in Europa, cadde ammalato sul Nilo e già al Cairo trovò la temperatura molto fredda che fece sulla sua malattia una cattiva impressione che fu obbligato a rimanere sempre nella camera del convento dei RR. PP. Francescani.
In Alessandria si trovò ancora peggio. Nella speranza di trovare in Italia meridionale dei mezzi più sicuri per ristabilirsi, il 5 gennaio s'imbarcò su un piroscafo che era diretto a Napoli. Egli arrivò molto sofferente a metà gennaio. L'ambasciatore d'Austria presso il re delle due Sicilie, sig. Chevalier De Martini, lo visitò nell'albergo dove egli aveva preso una forte tosse ed curato dal Dott. Zimmerman. Mediante l'interessamento del Nunzio Apostolico Mons. Ferrari, il Provicario ottenne una benevola accoglienza presso i Padri Agostiniani, che ne ebbero una grande cura.
Egli trovò nel R.mo P. A. Eichholzer, confessore della regina, un vero amico. Per suo interessamento il sig. Lucarelli, medico rinomato, incominciò il suo trattamento con grande cura. Ma la malattia sempre peggiorava per una violenta tosse, febbre continua e dei gravi dolori di petto. Ben presto fu costretto a letto; egli sputò molte volte sangue e ricevette i Sacramenti dei moribondi. Tuttavia le cure solerti, assidue e intelligenti dei dottori, in due mesi lo fecero entrare in convalescenza che dava delle speranze di guarigione.
Relazione storica sul vicariato - 15.2.1870
Siccome il Papa Pio IX aveva in quel tempo accordato un Giubileo, il Provicario volle guadagnare le indulgenze che vi erano annesse. Per questo pregò il suo confessore che era Padre Lodovico, Rettore del convento, di concedergli un ritiro di dieci giorni che fu per lui di grande consolazione.
"Quando sovente lo visitavo, scrisse in Germania, voleva che gli parlassi solamente su argomenti divini. Si confessò sovente e ricevette tante volte la Comunione. Gli faceva dispiacere soltanto non poter offrire il Santo Sacrificio della Messa". Forse per la sua applicazione agli esercizi del ritiro, egli ricadde in una malattia mortale. Dio chiamava questo grande Servo a Lui per donargli una degna ricompensa ai suoi grandi meriti. Quaranta ore prima della sua morte, essendo solo nella stanza, volle seguire gli esempi dei più grandi Santi e coricarsi per terra, attendendo in questa posizione, la sua fine. Il rumore scosse i religiosi che accorsero, lo misero a letto e gli ordinarono di sottomettersi alla volontà di Dio e di rimanere a letto.
La notte prima della sua morte fece chiamare il P. Priore. Con degli inesprimibili dolori egli fece togliere dal suo baule e accendere il cero che egli aveva ricevuto nella chiesa del Santo Sepolcro a Gerusalemme, che conservava dal 1847 e lo pregò di ricevere il suo ultimo atto di consacrazione della sua vita a Dio. Egli stesso prese nelle sue mani il Crocifisso e fece ad alta voce il sacrificio della sua vita a Dio suo Creatore in espiazione dei suoi peccati. Queste parole le pronunciò con un tale fervore che il Priore e tutti i Padri non poterono trattenere le lacrime.
2137
Il 13 aprile 1858 verso mezzogiorno il Provicario Knoblecher spirò all'età di 38 anni, 9 mesi, 7 giorni (egli nacque il 6 giugno 1819).
Il suo corpo fu esposto nella chiesa degli Agostiniani. L'Alto Comitato di Vienna gli fece celebrare un servizio funebre a Vienna e il Nunzio Apostolico, Mons. de Luca, pontificò. Il suo corpo fu poi trasportato a Laybach dove gli fu eretto un monumento imponente. Egli lasciò molti scritti per arricchire la geografia, la botanica, la storia naturale e la filologia delle lingue del Fiume Bianco. Le Missioni persero in Knoblecher un grande campione e la Chiesa cattolica uno dei suoi più degni figli e apostoli.
2138
Quando il Provicario Knoblecher intraprese il suo viaggio in Europa nel 1857, le Stazioni della Missione erano fiorenti. Erano state erette delle scuole a Khartum, a Santa Croce, a Gondokoro e c'erano degli uomini apostolici molto capaci che lavoravano con molto zelo e senza risparmiarsi per amore di Dio e dei poveri neri.
I Missionari erano sparsi sulla linea orientale dell'Africa Centrale tra il Tropico del Cancro e l'Equatore. Ma l'anno seguente, come abbiamo detto, la Missione ricevette i colpi più duri in tutte le sue tre Stazioni, ma soprattutto a Khartum dove il Vicario generale Gostner aveva agito con forza e zelo apostolico alla morte del Provicario e in Europa ci si consolò pensando che Gostner sarebbe stato capace di sostenere l'Opera. La Propaganda si era data da fare per eleggere Gostner a capo di questa grande Missione, ma questa notizia non gli era pervenuta poiché dopo tre giorni dalla morte di Knoblecher, una febbre violenta lo strappò alla vita all'età di 36 anni, a Khartum il 16 aprile 1858.
2139
Allorché il Prefetto della S. C. di Propaganda, il Card. Barnabò, apprese tutte queste perdite e soprattutto la morte di Gostner, parlò categoricamente: "Dopo tante perdite, dopo tali sacrifici, bisogna chiudere questa Missione". L'illustre professor Mitterrutzner, al qua-le il Cardinale aveva indirizzato queste parole il 6 settembre 1858, si permise di far conoscere e osservare a Sua Eminenza che le perdite erano grandi e pure grandi i sacrifici, ma che c'erano nella Missione molti uomini validi e capaci di continuare l'Opera incominciata e che si sarebbero trovati anche in avvenire. I sacrifici erano stati grandi, naturalmente, ma che non dovevano essere disprezzati i successi, che esistevano tre scuole fiorenti in questa Missione e giustamente gli allievi del Collegio di Propaganda Andrea Scharrif e Alessandro Dumont ne erano un esempio.
Una comunicazione scritta da Sua Eminenza, portava questi alunni al di sopra di ogni elogio in rapporto al loro talento, pietà e giudizio. Queste presentazioni erano la causa per la quale si finì per lasciare la Missione e ci si occupò della scelta di un nuovo Provicario.
Tanto da parte della Propaganda di Roma che del Comitato di Vienna, la scelta cadde sul venerabile Missionario Matteo Kirchner. Egli si trovava a Khartum quando gli arrivò la lettera della sua nomina a capo del Vicariato. Uomo di grande umiltà e spaventato dalle enormi difficoltà della santa impresa, egli decise di non accettare la direzione della Missione che dopo aver esposto alla Propaganda tutti gli ostacoli che vedeva per ben compiere il suo dovere, affinché decidesse tutto per il meglio della Missione.
Dopo aver affidato la Stazione di Khartum alla direzione del pio Don Alessandro Dalbosco, che nominò anche suo procuratore per le missioni del Fiume Bianco, egli partì per l'Europa.
Arrivato a Roma, dopo lunga resistenza, accettò il duro incarico di Provicario Apostolico dell'Africa Centrale. Dietro consiglio della Propaganda al fine di provvedere alla conservazione dei Missionari, egli fece il progetto di fondare una Stazione in un punto del Vicariato dove l'aria era buona e il clima assai sopportabile per gli europei.
Relazione storica sul vicariato - 15.2.1870
In questa Stazione dovevano raccogliersi tutti i Missionari per ristabilire la salute e riposarsi delle enormi fatiche del loro apostolato. Le Stazioni cattoliche di Santa Croce e di Gondokoro dovevano essere affidate, durante l'assenza dei Missionari, alla custodia di un indigeno sicuro e fedele e solamente una volta all'anno, all'epoca del vento del Nord, in novembre, alcuni Missionari dovevano lasciare la Stazione in progetto per visitare e sistemare gli affari delle Stazioni cattoliche di Khartum e del Fiume Bianco. La Propaganda si era preso l'incarico di fornire la moneta necessaria per la fondazione di questa Stazione per la quale si era scelto il villaggio di Scellal che è situato di fronte all'isola di File a 100 chilometri circa da Khartum e a 20 da Assuan, sul limite del territorio egiziano e nubiano, al di sopra della prima cateratta 24¼11'34" di Lat. Nord e a 30¼16' di Longitudine orientale di Parigi.
Il nuovo Provicario, al suo ritorno nell'Africa Centrale, prese con sé tre Padri dell'Ordine di S. Francesco d'Assisi: il P. Giovanni Ducla Reinthaller di Graz e due italiani della provincia di Napoli di cui uno morì già al Cairo. Il R.do P. Luigi Vichweider, nato a Virgl presso Bolzano nel Tirolo, diocesi di Trento, partì dall'Europa
il mese di giugno 1858; egli si era già sistemato a Gondokoro il 25 gennaio 1859.
2142
Mentre i Missionari di Don Nicola Mazza lavoravano con molta attività nel Vicariato dell'Africa Centrale sia a Khartum dove Don A. Dalbosco dirigeva la Stazione ed espletava le funzioni di procuratore generale del Vicariato, sia a S. Croce dove Don Beltrame, Melotto e Comboni, dopo aver appreso la lingua dei denka s'occupavano dell'istruzione dei Kich e visitavano con molta cura i paesi confinanti dove si parlava il denka, S. E. il Card. Barnabò espresse al pio Fondatore Don Nicola Mazza il desiderio di cedere ai suoi preti Missionari la Stazione di Santa Croce, mettendo così a disposizione del Provicario Apostolico il pio e bravo Missionario Giuseppe Lanz per le altre Stazioni, così tutti gli altri sarebbero stati più tardi destinati a questa Stazione. Ecco come ci scriveva da Verona Don Nicola Mazza l'8 marzo 1859:
2143
"Miei cari figli, S. E. il Card. Barnabò, Prefetto della S. C. di Propaganda a Roma mi ha scritto che sarebbe suo desiderio di affidare ai miei Missionari la Stazione di Santa Croce e di affidarla anche alle mie mani e che mi prenda tutta la cura possibile per educare nei miei istituti africani di Verona il maggior numero possibile di ragazzi neri dei due sessi per formarne dei maestri e delle maestre, al fine di poter fondare con questi elementi due collegi nella Stazione principale di Khartum, l'uno maschile e l'altro femminile. A questa lettera ho risposto che accetto ben volentieri la Stazione di Santa Croce e che farò tutto il possibile per fornire dei maestri e delle educatrici neri per i due collegi di Khartum.
2144
Mi pare che tali pensieri siano venuti da Dio: In questa maniera la Stazione di Santa Croce sarà per noi la Stazione fondamentale e come il capoluogo dalla quale ci si potrà introdurre poco a poco, nelle tribù dei denka. I due collegi fondati a Khartum dai nostri maestri educati da noi non ci causeranno del male, poiché trovando in questi collegi i nostri allievi, è certo che si sentiranno molto affezionati alla Missione dei denka ed essi faranno, più che potranno, del bene spirituale e temporale.
Per me e per voi, miei cari figli, ci sarà una grande gioia di poter agire con tutto il gradimento di Roma che è la nostra unica e carissima Madre. Mi sembra ancora che noi fornendo i due collegi di Khartum di maestri e di maestre ed educando dei neri e delle nere, la Stazione di Santa Croce e la Missione dei Denka non saranno prive di vantaggio, poiché io sono sicuro che si faranno giuste ripartizioni, soprattutto delle maestre e maestri originari di Santa Croce e dei denka e saranno assegnati a queste Missioni".
2145
Noi ignorammo completamente queste disposizioni della Propaganda e del nostro Superiore generale. E' per questo, seguendo sempre le istruzioni ricevute prima, che ci siamo dedicati a predicare il Vangelo e a fare delle visite nei paesi dove si parlava la lingua dei denka. In effetti costatammo che questa lingua era molto diffusa nell'Africa Centrale poiché era parlata nelle seguenti contrade:
A destra del Fiume Bianco:
1¼ Le tribù dei denka tra il 9¼ e il 12¼ L. N. a Settentrione del fiume Sobat
2¼ La tribù dei Bors tra il 6¼ e il 7¼ L. N.
3¼ La tribù dei Tuit a Nord dei Bor
4¼ La tribù dei Donghiol
5¼ La tribù dei Agnarkuei
6¼ La tribù dei Abuiò
7¼ La tribù dei Agher
8¼ La tribù dei Abialagn.
A sinistra del Fiume Bianco:
9¼ La tribù degli Eliab al disotto del 6¼ L. N.
10¼ La tribù dei Kich tra il 6¼ e l'8¼ L. N.
11¼ La tribù degli Atuot a Sud-Ovest dei Kich
12¼ La tribù dei Gogh a Nord-Ovest degli Atuot
13¼ La tribù degli Arols al Nord dei Ghogh
14¼ La tribù dei Gianghe che abitano la riva sinistra dei Scelluk e si estende molto all'interno.
15¼ La grande tribù dei Nuer al Nord dei Kich si estende largamente dalle due coste del Fiume Bianco e parla una lingua propria, ma conosce e parla anche il denka.
Relazione storica sul vicariato - 15.2.1870
16¼ La potente e formidabile tribù dei Scelluk tra il 9¼ e il 12¼ L. N. parla una propria lingua, ma conosce e usa anche la lingua dei denka.
17¼ Le tribù situate nell'interno della penisola di Sennar al parallelo dei Monte Berta parlano il denka:
a) la tribù dei Ghiel
b) La tribù dei Yom
c) La tribù dei Beer
18¼ Molte altre tribù situate nella parte superiore del Fiume Sobat e del Bahr-el-Ghazal parlano anche il Denka. Mi avevano assicurato che questa lingua era parlata ancora da altre tribù dell'interno verso il Lago Ciad e il vasto impero di Bornù, ma ne ignoro completamente i nomi.
Ciò che c'era di positivo era che l'infaticabile Don Beltrame, dopo il suo ritorno in Europa, aveva molto studiato e corretto ciò che aveva scritto su questa lingua e aveva corretto bene la grammatica e il dizionario. Ma chi rese un immenso servizio alle Missioni dellìAfrica Centrale è l'illustre Mitterrutzner. Questo celebre poliglotta, con la sua profonda scienza filologica, con gli scritti dei Missionari e con l'aiuto di due ragazzi denka e Bari, pubblicò due opere molto importanti su queste due lingue, le più necessarie per la Missione dell'Africa Centrale:

Die Dinka-Sprache in Central-Afrika
von J.C. Mitterrutzner; Brixen, 1866
poi:
Die Sprache der Bari in Central-Afrika
Grammatik, Text und Wšrterbuch
von J.C. Mitterrutzner, Brixen, 1867.

2147
Dopo le nostre lunghe e interessanti indagini e dopo enormi fatiche e penose malattie, ci affrettammo per ritornare a Khartum. Arrivati di fronte a Denab, che noi giudicavamo con Kotschy capitale degli Scelluk, ci era stato annunciato che il re era stato strangolato dai capi suoi parenti perché tra gli Scelluk era viltà e vergogna morire di morte naturale. Egli era ancora chiuso nella sua capanna e non era ancora, dopo due mesi, stato sepolto, perché il suo successore, che doveva essere il figlio di suo fratello di nome Gheu, non era ancora stato eletto.
L'elezione doveva dipendere dal popolo e solamente dopo l'istallazione del suo successore il re defunto sarebbe stato sotterrato. Ci fu assicurato che il re riceve come imposta e come retribuzione la terza parte degli oggetti strappati agli stranieri dal brigantaggio e ruberie dei suoi sudditi. Di conseguenza bisogna dire che tra gli Scelluk il brigantaggio e il latrocinio è favorito e incoraggiato dal re. E' la sola tribù dei neri che ha questa legge.
2148
Mi sembra che il motivo di ciò è perché gli Scelluk sono il popolo più esposto alle irruzioni barbare dei Nubiani che confinano con essi. I Nubiani, i Dongolesi si precipitano soprattutto sui Scelluk per strappare i ragazzi e le ragazze nere per farne l'infame commercio degli schiavi. Le orribilii violenze dei giallaba nubiani hanno talmente irritato gli Scelluk che sono diventati crudeli essi stessi contro gli stranieri.
Dopo molte pene arrivammo a Khartum, dove il nostro caro compagno, Don Angelo Melotto, che era stato l'angelo di consiglio e di prudenza della nostra piccola società, spossato dalle febbri e dalle fatiche, spirò nelle nostre braccia il 26 maggio 1859 all'età di 31 anni.
2149
Il Provicario Apostolico, Don Matteo Kirchner, arrivò a Khartum risoluto a mettere in esecuzione le nuove disposizioni sulla maniera di spiegare l'attività futura dei Missionari, sulle quali egli era d'accordo con la Propaganda. Mentre egli si sarebbe recato in Egitto per implorare da S. A. il Vicerè un terreno a Scellal per costruire la nuova Stazione, Don Beltrame fu incaricato dal Provicario di recarsi sul Fiume Bianco per richiamare i Missionari, prendere gli alunni neri che la prudenza avrebbe consigliato e asportare dalle Stazioni tutti gli oggetti che si credevano utili per trasportarli nella nuova casa.
Il primo dicembre Don Beltrame partì con la Stella Mattutina e tre barche da Khartum. Arrivato a Santa Croce egli incaricò Kaufmann di preparare tutti gli oggetti da trasportare a Scellal, mentre lui e Don Giuseppe Lanz si recavano presso i Bari. A Gondokoro essi trovarono che il pio e zelante Don Vichweider, dopo due mesi di febbri intermittenti che si cambiarono in perniciosa, era morto il 3 agosto del 1859.
In pochi giorni le tre barche furono caricate di oggetti della Missione e, avendo affidato la casa a uno dei capi più fedeli di nome Medi, i Missionari ritornarono a Santa Croce ove tutto era pronto per essere imbarcato.
Quando i Kich si accorsero che i Missionari partivano ci fu un rammarico generale da parte di tutti. Essi dicevano: "Se voi ci abbandonate chi ci difenderà dai soldati dongolesi quando verranno a ucciderci e a rubare i nostri bambini e il nostro bestiame? Voi siete stati finora i nostri padri, voi avete istruito i nostri bambini e ci avete insegnato la via del Cielo, voi avete alleviato i nostri poveri e curato i nostri malati. Chi verrà a consolarci e a ristabilirci in salute?" I Kich per quanto sospettosi per natura, tuttavia avevano ben distinto tra i Missionari che venivano tra loro per far loro del bene e i turchi e i negozianti che andavano a casa loro per rubare il loro bestiame, il loro avorio, strappare le loro donne e i loro bambini e a ucciderli. Essi si tranquillizzarono solamente dopo la promessa che i Missionari sarebbero ritornati l'anno seguente.
Relazione storica sul vicariato - 15.2.1870
Le quattro barche arrivarono con i quattro Missionari a Khartum e dopo poco tempo il pio e zelante Don Giuseppe Lanz, dopo quattro anni di laborioso apostolato, rese l'anima al suo Creatore.
Nel frattempo il Provicario Apostolico si era recato al Cairo e aveva ottenuto da S. A. Sad Pascià un bel terreno a Scellal e vi aveva incominciato la costruzione che in poco tempo fu terminata. Già i Missionari del Fiume Bianco e di Khartum si vi erano istallati e la Stella Mattutina, guidata attraverso le cateratte, dopo molti ostacoli, gettò l'àncora al Cairo, dove il Vicerè d'Egitto diede loro una bella somma di molte migliaia di scudi per accomodare la casa, ciò che fu fatto nell'aprile 1961.
Il Provicario, affranto per le nuove perdite di Missionari e preoccupato dell'avvenire della Missione, desiderando ardentemente la salvezza degli indigeni, risolse di mettere in esecuzione l'idea che aveva concepito da un po' di tempo di affidare la Missione a un Ordine religioso colossale, che poteva intraprendere e condurre a dei buoni risultati questa opera così importante e difficile. Mediante l'interessamento di S. E. il Card. Barnabò egli si rivolse al R.mo Padre Bernardino da Montefranco, generale dei Francescani, uomo di eminente saggezza e carità che era stato dal 1850 al 1856 Custode di Terra Santa. Il Padre generale, ben disposto a concorrere a questa grande impresa, degna del suo glorioso Ordine che ha dato alla Chiesa migliaia di apostoli e di martiri, avendo visto i preparativi e le speranze delle Opere per i neri fondate a Napoli da quel prodigio di carità che era il R.do P. Lodovico da Casoria, ricevette con soddisfazione la domanda del Kirchner.
2153
Per assecondare il desiderio dell'Alto Comitato di Vienna che aveva espresso al Card. Prefetto di Propaganda il desiderio che i tedeschi fossero preferiti per il motivo che le offerte per la Missione venivano dall'Austria, indirizzò da Roma in data 1 giugno 1861 una Circolare a tutte le province francescane della Germania per riunire un bel numero di Missionari del suo Ordine allo scopo di inviarli nell'Africa Centrale.
Ecco la Circolare: [Traduzione dal latino]
Fra Bernardino da Montefranco
dell'Osservanza Regolare S. P. N. Francesco, ecc. ecc.
Ministro generale dell'Ordine dei Minori ecc. ecc.
2154
Ai Superiori e ai sudditi religiosi sacerdoti e a noi grandissimamente cari, delle nostre province germaniche, salute e serafica benedizione nel Signore.
Essendo l'istituzione del nostro Ordine Serafico nata dal supremo ardore dell'inclito Fondatore S. P. Francesco, non solo per richiamare dal fango dei peccati e dei vizi alla grazia della salvezza, ma anzi e più per la conversione delle genti ancora sedenti nelle tenebre di un errore mortale, perciò noi emulando lo zelo del Santo Padre e dei santi successori suoi figli e dei nostri maggiori, appena che fummo eletti, benché indegni, alla direzione di tutto l'Ordine, spesso con non poche lettere, ci siamo impegnati a eccitare i nostri giovani sacerdoti specialmente delle province italiane a questo spirito di vera carità.
Ora pertanto l'Ill.mo Matteo Kirchner, Provicario Apostolico, avendoci dal Gran Cairo scritto affinché gli potessimo dare una mano attraverso i nostri giovani sacerdoti, specialmente delle province germaniche, a coltivare quella mistica nuova vigna del Signore che giace finora oppressa di triboli e spine, noi desideriamo venirgli incontro; con questa nostra breve lettera esortiamo i nostri giovani figli sacerdoti delle suddette province, affinché se qualcuno di loro si sentirà chiamato a questa grande opera di pietà, si affretti a scriverci e immediatamente gli manderemo le lettere di obbedienza, purché abbiamo costatato in lui i necessari requisiti per esercitare un così grande compito, attraverso le lettere testimoniali che i rispettivi Ministri provinciali ci devono mandare insieme con la richiesta.
Frattanto esortiamo i Rev.mi Ministri Provinciali affinché non tenti-no di impedire in alcun modo tali giovani che hanno conosciuto ripie-ni di vero spirito di carità per le anime, di donarsi a questo compito.
Dato a Roma ad Ara Coeli il 1 giugno 1861.
Fra Bernardino, Ministro Generale.
Relazione storica sul vicariato - 15.2.1870
Alla risposta favorevole del R.mo Padre generale dell'Ordine Serafico, il Procivario Kirchner si recò a Roma nel mese di agosto con il P. Reinthaller, dove dopo il consenso della Propaganda, egli affidò definitivamente il Vicariato dell'Africa Centrale all'Ordine Serafico e il R.do Padre Reinthaller era stato eletto Superiore della Missione.
Dopo il permesso del R.mo Padre generale, il nuovo capo dell'Africa Centrale, munito di una trentina di lettere d'obbedienza firmate dal Generale in favore dei Religiosi che desideravano consacrarsi all'apostolato tra i neri, il P. Reinthaller percorse le province del Veneto e dell'Austria e riuscì a riunire una numerosa falange di 34 Missionari tra preti e laici. Nel mese di novembre 1862 arrivò a Scellal nella nuova Stazione.
Una volta installati nel Vicariato dell'Africa Centrale i R.di Padri Francescani, tutti i Missionari della Germania e di Verona abbandonarono la Missione e ritornarono in Europa.
Il P. Reinthaller, dopo aver lasciato qualche Padre e Fratello alla Stazione di Scellal, attraversò il deserto con tutti gli altri e arrivò a Khartum, dove una parte di Missionari restò, mentre la maggior parte di essi andò con il Provicario verso il Sud. Qualche confratello era morto durante il viaggio. Nella tribù dei Scelluk il P. Reinthaller si ammalò pericolosamente; per questo egli ritornò a Khartum, mentre altri Padri si installarono a Santa Croce presso i Kich dove ricevettero nel grembo della Chiesa qualche bambino africano.
Nel 1862 un'altra carovana di Figli di S. Francesco si diresse verso Scellal, circa 24, tra i quali si trovavano tre fratelli del R.do P. Lodovico da Casoria di Napoli (nella spedizione del 1861 ve ne erano cinque). Questi si spaventarono nel sentire le notizie del R.do Padre Superiore Reinthaller che, ridotto a una estrema debolezza per le febbri, si era recato a Berber, dove dopo aver sopportato grandi dolori, rese l'anima al suo Creatore.
Molti altri gli succedettero nell'eternità; altri o ritornarono in Europa o furono ricevuti con una particolare bontà nella missione dei Padri di Terra Santa.
In pari circostanze bisognò abbandonare le Stazioni di Gondokoro e di Santa Croce che erano distanti e si decise di occupare solamente le Stazioni di Khartum e di Scellal. La S. C. di Propaganda, dopo la morte di Reinthaller, affidò provvisoriamente la direzione del Vicariato dell'Africa Centrale, dal 1862, al Vicario Apostolico d'Egitto. In poco tempo la Missione di Scellal era stata chiusa e quella di Khartum occupata da due soli Francescani dei quali il Superiore era il R.do P. Fabiano Pfeifer di Eggenthal nel Tirolo e un fratello laico.
2159
Dopo questo periodo il Card. Prefetto incaricò Mons. Pasquale Vuicic, Vescovo di Anfitello e Vicario Apostolico dell'Egitto, di intraprendere un viaggio nell'Africa Centrale per visitare la Missione e informare la Propaganda sull'opportunità e il piano di ristabilire, in quelle contrade, l'apostolato cattolico. Ma i gravi e importanti affari della Missione d'Egitto non gli permisero mai di disporre di molti mesi, che sono necessari, per ben adempiere gli ordini di Propaganda.
2160
Il P. Lodovico da Casoria, degno figlio di S. Francesco d'Assisi, animato da grande zelo per la salvezza dei poveri neri, fondò a Napoli nel 1854 due istituti per i neri dei due sessi, di cui il maschile era diretto dai suoi Fratelli Bigi del Terz'Ordine che egli aveva istituito per intraprendere le sue ammirabili opere di carità create da lui in favore dei poveri di questa capitale. Il femminile era diretto dalle Suore Stimmatine, terziarie, di Toscana, che aveva chiamate a Napoli per condurre e sviluppare altre opere di carità che aveva appena fondato per le povere ragazze del popolo.
L'istituto maschile era composto da 60 neri che aveva fatto istruire, secondo l'inclinazione di ciascuno, nelle scienze e nelle arti con lo scopo di trasportarli più tardi nel centro dell'Africa e renderli utili ai loro connazionali. Tutti, grandi e piccoli, erano vestiti con la divisa dei Fratelli Bigi del Terz'Ordine di Napoli. Il medesimo scopo e lo stesso sistema regolava l'istituto femminile che ebbe fino a 120 nere. Ora nel 1865, il R.do P. Lodovico, essendo stato informato che la casa di Scellal era stata abbandonata e vedendo che la sua opera abbastanza sviluppata per essere nella possibilità di inviare in Africa qualche soggetto nero, domandò, con la mediazione del R.mo Generale del suo Ordine, la casa di Scellal per il suo istituto africano di Napoli. Il Card. Barnabò, sempre desideroso di assecondare le opere che hanno per fine la conversione degli infedeli, concesse la casa di Scellal al Padre Generale dei Francescani consentendone che costui l'affidasse all'istituto del Padre Lodovico.
2161
Nel mese di giugno dello stesso anno Don Nicola Mazza informato perfettamente della condizione nella quale si trovavano gli affari dell'Africa Centrale, mi inviò a Roma munito di una petizione firmata da lui stesso, per domandare alla Propaganda una Missione nella Nigrizia per il suo Istituto in conseguenza al suo piano di cui abbiamo parlato.
Fu allora che il Card. Prefetto epresse la sua volontà di dividere il Vicariato in due parti; la prima sarebbe stata affidata all'Ordine Francescano e la seconda all'Istituto Mazza.
Alla domanda di Sua Eminenza, dopo le istruzione del mio Superiore, presentai alla Propaganda questo progetto di divisione:
1¼ Missione del Nilo Occidentale per essere affidata all'Ordine Serafico con i seguenti confini:
Al Nord il Vicariato dell'Egitto,
All'Est il Nilo e il Fiume Bianco,
Al Sud l'Equatore,
All'Ovest.... in infinitum
2¼ Missione del Nilo Orientale per essere affidata all'Istituto Mazza con i seguenti confini:
Al Nord il Tropico del Cancro,
All'Est i Vicariati di Abissinia e dei Galla,
Al Sud l'Equatore,
All'Ovest il Nilo e il Fiume Bianco.

Relazione storica sul vicariato - 15.2.1870
Il Card. Barnabò ricevendo questo progetto di divisione con molto interesse, si riservò di comunicare direttamente con il mio Superiore e il R.mo Padre Generale dei Francescani per constatare formalmente se le due Istituzioni possedessero gli elementi necessari e se avevano i mezzi finanziari per sobbarcarsi queste Missioni, dopo gli articoli del progetto di sottomettere l'affare per essere esaminato da tutta la Congregazione e avrebbe in seguito provocato i Decreti Apostolici per l'erezione delle due nuove Missioni.
Mentre attendevo, nella città eterna, il risultato di queste pratiche burocratiche, l'illustre Fondatore del mio Istituto, Don Nicola Mazza, rendeva il suo spirito a Dio a Verona all'età di 75 anni e il rispettabile Definitore di Ara Coeli dichiarò al Card. Barnabò che non poteva approvare per il momento alcun progetto di divisione, perché poteva darsi che egli non conoscesse a fondo il terreno sul quale era posta la questione e non aveva abbastanza indicazioni e dettagli ri-guardo al Vicariato dell'Africa Centrale, per essere al punto di ce-derne una parte a un'altra Istituzione.
Dopo questi giusti motivi dei venerabili Padri Francescani, S. E. il Card. Prefetto giudicò opportuno di non emettere alcuna decisione sul piano della divisione proposta, ma stabilì, nella sua grande saggezza, che il P. Lodovico, come rappresentante dell'Ordine Serafico e io, come rappresentante dell'Istituto Mazza, dovessimo intraprendere un viaggio nell'Africa Centrale per studiare ed esaminare l'affare sul posto stesso e, dopo aver sottomesso le nostre idee al consiglio e al giudizio del Vicario Apostolico d'Egitto, che era il capo del Vicariato, si sarebbe potuto meglio riuscire a formare un piano di divisione giusto e opportuno per le due parti, che in seguito sarebbe stato presentato alla S. C. di Propaganda.
Questa determinazione di Sua Eminenza era molto saggia, prerché durante il tempo che noi avremmo impiegato in Africa, la Direzione del mio Istituto, che si era vista obbligata a limitare le sue opere a causa della morte del Fondatore, avrebbe avuto il tempo sufficiente per determinare così la sua nuova posizione nell'accettare o no la Missione. Nel medesimo tempo il Padre Lodovico avrebbe potuto condurre in Africa i primi soggetti del suo istituto e prendere possesso della Stazione di Scellal.
2166
La nostra partenza per l'Africa era stata fissata per il novembre prossimo e S. Em.za il Card. Prefetto mi aveva concesso una piccola somma di denaro per il mio viaggio in Africa. Nell'ottobre precedente il P. Lodovico con me e tre Fratelli neri, tra il quali si trovava il P. Bonaventura di Khartum, volle visitare la capitale dell'Austria per implorare dalla Società di Maria dei soccorsi per Scellal. Passammo per Bressanone al fine di consultare l'illustre professor Mitterrutzner su un nuovo piano di divisione del Vicariato dell'Africa Centrale, da presentare a Roma al nostro ritorno in Europa, perché il P. Lodovico non era soddisfatto di quello che era stato presentato alla Propaganda.
L'illustre professore, con molta saggezza, ci provò che il miglior progetto di divisione sarebbe stato di dividere il Vicariato dal Nord al Sud, al posto di dividerlo dall'Oriente all'Occidente, cioè sarebbe stato bene affidare ai Francescani le regioni dell'Egitto fino alle prime tribù nere al 12¼ L. N. e all'Istituto Mazza da questo punto fino all'Equatore. Tutto ciò per importanti motivi che sono espressi nella lettera latina indirizzata da Mitterrutzner al P. Lodovico a Vienna il 29 ottobre 1865.
2167
Le pratiche fatte a Vienna in favore della Stazione di Scellal, non erano state inutili poiché il Comitato cedette al P. Lodovico l'uso di tutta la mobilia della Missione, della cappella e dei laboratori delle diverse arti. Il Comitato dichiarò poi che le risorse dell'Associazione bastavano appena per la Stazione di Khartum, di cui unicamente poteva occuparsi.
Tuttavia tre mesi più tardi, dopo la mediazione del Card. Prefetto, l'Alto Comitato assegnò ai Fratelli di P. Lodovico residenti a Scellal, la somma di 1200 franchi per anno.
2168
Il 6 gennaio, festa dell'Epifania, del 1866, arrivammo a Scellal e il Padre Lodovico prese possesso di questa Stazione cattolica. Tre giorni dopo, in seguito a lettere urgenti che aveva ricevuto, il P. Lodovico lasciò la Missione per ritornare a Napoli. In questo modo lo scopo principale del nostro viaggio nell'Africa Centrale si arenò e due mesi dopo anch'io rientrai in Europa.
I Fratelli del P. Lodovico da Casoria restarono nella casa di Scellal per otto mesi, poi, per mancanza di risorse, questa Stazione fu chiusa e i Religiosi si misero sotto la direzione e al servizio della Terra Santa.
2169
A Khartum il P. Fabiano rimase solo per quattro anni, aiutato da un Fratello laico. Nel 1868 arrivò in suo aiuto il R.do P. Dismas Stadelmeyr di Innsbruk con il Fratello laico Gerardo Keller. Nel mese di dicembre 1869 passò dal Cairo il R.do P. Ilario Schlatter del Tirolo, Minore Riformato, che era diretto a Khartum in aiuto al P. Dismas, eletto superiore della casa, dopo il ritorno in Europa del P. Fabiano Pfeifer.
Dopo ciò che ho esposto in questo piccolo Rapporto bisogna domandarsi:
1¼ Quali sono i risultati che si erano ottenuti e il bene che era stato fatto nel Vicariato dell'Africa Centrale dopo la sua fondazione dal 1846 al 1867?
2¼ Perché l'Ordine colossale dei venerabili Figli di S. Francesco non ottenne i risultati che si speravano dalla sua azione cattolica?
3¼ Qual'è il sistema più opportuno e il piano più efficace per intraprendere con successo l'apostolato dell'Africa Centrale?
Relazione storica sul vicariato - 15.2.1870

Rispondo dicendo:
Innanzi tutto bisogna pur confessare che l'iniziamento di un Apostolato cattolico nel seno di un popolo straniero ha generalmente dei risultati, la cui importanza rare volte si può con giusta misura apprezzare. Le conquiste evangeliche effettuansi ben assai diversamente delle conquiste politiche. L'Apostolo suda non per sé, ma per l'eternità; non cerca altrimenti la sua, ma la felicità dei suoi simili, sa che l'opera sua con lui non muore, che la sua tomba è una culla di nuovi apostoli: e perciò misura i suoi passi non sempre coi suoi desideri, ma sempre colla necessaria prudenza di assicurare l'esito della redentrice impresa. I risultati di un primo apostolato sono massimi, ma per lo più anche segreti: il tempo si riserva di rilevarne alcuni; ma i più li conosce Dio solo. Il che se è vero generalmente di tutti, lo è molto di più di quello dell'Africa centrale. Lanciati quei primi eroi della carità apostolica dalla volontà di Dio sulle equatoriali regioni della Nigrizia, qualificata dall'antico proverbio pella Madre che divora i suoi figli, dessi trovaronsi troppo letteralmente soli in mezzo ad una spaventosa novità.
Dove non osarono mai di penetrare cogli agguerriti loro eserciti i celebri conquistatori dell'antichità, si trovarono essi pochi ed inermi, ignari dei paesi e dei linguaggi, stranieri ai popoli e ai loro costumi, esposti alla fierezza di un clima implacabile con mille bisogni senza poterli soddisfare, nello sconforto di non poter riscontrare intorno a sé non dirò già le abitudini, le civili forme almeno capitali del vivere sociale, ma neppure le più ovvie somiglianze della natura umana, dubbiosi di dover trattare con uomini degradati. Se essi da questo loro primo incontro non avessero riportato che di conoscere il paese e tracciare la via per cui entrarvi, di verificare la natura umana degli indigeni e la loro posizione morale e politica, di accertare i mezzi più atti a conseguire l'intento di rigenerali, e riconoscere le difficoltà principali che vi avrebbe incontrato l'apostolato, certamente essi avrebbero fatto moltissimo, e avrebbero troppo bene spesa la loro vita.
2173
Ma in fatto assai più ha conseguito la Missione dell'Africa centrale nel suo primo periodo. Dessa ottenne di percorrere e conoscere sopra il 15¼. grado verso l'Equatore buona parte di quella immensa regione, che fino agli ultimi anni sulle Carte geografiche era segnata con nome di REGIONI INCOGNITE; potè avvicinare e piantare delle stazioni fra quelle tribù, che la tradizione di molti secoli addietro avea dipinto come antropofaghe; penetrò nel seno delle famiglie di quei nomadi, e ne scoprì le superstizioni, ne rilevò le speranze, ne ricercò la storia, ne studiò i costumi; appresso, costituitasi loro benefattrice, le iniziò a distinguere l'apostolo dall'avventuriere, e ottenne per quello il loro rispetto, la loro stima e la loro benevolenza, e quasi non dissi le loro simpatie e il loro affetto; e giunse perfino a impadronirsi dei loro principali linguaggi, che consegnò a sudati volumi, preparando così i primi e più essenziali elementi all'azione efficace dell'apostolato futuro, e suscitando in Europa il primo palpito della speranza alla rigenerazione dell'infelice Nigrizia.
2174
Che se questa speranza fu purtroppo una crudele illusione nel secondo periodo della Missione, quando fu questa affidata all'inclito Ordine Serafico, ciò avvenne per molte cause indipendenti dalla volontà degli operai evangelici; e fu uno di quei episod dolorosi che Iddio talvolta permette così per provare i suoi servi, come per ammaestrarli, affinché l'opera sua riesca non pel momento, ma per la perpetuità nel vero interesse dei popoli rigenerandi. L'Ordine Serafico era nuovo anch'egli nell'Africa centrale; ed era prevedibile che anch'egli sul principio vi avrebbe dovuto fare le sue esperienze e forse a prezzo di non poche vittime. Ma se esso fosse stato libero nella scelta dei soggetti da spedirsi, certamente non sarebbe stato tanto nuovo, come lo fu, né alla lingua, né ai costumi, né ai popoli, né al clima dell'Africa centrale. Nella Palestina e nell'Egitto egli avea dei vecchi e distinti Missionari, la cui esperienza ed abituazione ad un clima più elevato di quello di Germania, avrebbe più prudentemente diretto i passi, e risparmiato non pochi dei danni toccati alla Missione.
Ma si volle imporre, e certe Società benefattrici richiesero la preferenza pei missionari della loro nazione, e di questa guisa in un momento critico, in cui di molto erano diminuite le caritatevoli contribuzioni dei pietosi fedeli così a causa delle politiche vicende, come pei gravi sopravvenuti bisogni della Religione minacciata in Europa, l'Ordine Serafico si trovò obbligato di avventurare la direzione della Missione ad un personale fornito bensì delle migliori intenzioni del mondo, di generoso ed eccellente spirito apostolico, ma inesperto e malpratico di simili imprese, e troppo inopportuno per la severa posizione della Nigrizia. E qual meraviglia che sia stato obbligato di ritirarsi?
A dir il vero, troppo importanza fu data a questo insuccesso, perché si volle argomentarne una impossibilità assoluta della missione, quando era forse meglio da sentenziare contro il modo per attuarla. L'inclito Ordine Serafico non ha certamente bisogno dei miei conforti: la storia di sei secoli di glorioso apostolato fra cento infedeli nazioni dell'uno e dell'altro emisfero è monumento immortale della sua potenza e delle sue conquiste: laonde mi sia lecito di esternare le mie più ferme speranze nel suo ritorno più efficace all'impresa, col nuovo sistema di azione, che le passate vicende e la storia della Missione consigliano come il più opportuno e prudente per riuscire a rigenerar la Nigrizia centrale.
E qui mi si conceda di esporre umilmente anche la mia opinione sull'argomento, compendiando l'idea ragionata nel mio Piano per la Rigenerazione dell'Africa già stampato fin dal 1864, che ebbe l'onore d'incontrare l'approvazione dei distintissimi personaggi e Capi principali di varie Missioni che circondano la Nigrizia. E' dal 1857 che mi sono prefisso il quesito, ed ho voluto studiarlo fra le tribù medesime dei neri, e a fianco di quei primi generosi apostoli di questa difficile missione. Per tanto a me pare che non sia già più da avventurare inutilmente la vita dei Missionari europei alla sproporzionata differenza del clima equatoriale, e alla isolata privazione di tutti gli agi conservatori della vita: oltre le ingenti spese di queste apostoliche immigrazioni resta sempre sospesa e dubbiosa coll'esistenza del Missionario quella della Missione. Oltre di che il personale di quest'Opera redentrice sarà sempre poco e insufficiente ai gravi e urgenti bisogni dell'infelice Nigrizia; e i frutti della rigenerazione chi sa da quale età sarebbero raccolti.
Relazione storica sul vicariato - 15.2.1870
Quindi io opino che sia più utile invocare l'azione dei missionari europei all'educazione dei piccoli neri d'ambo i sessi in varii Istituti maschili e femminili da stabilirsi sulle frontiere della Nigrizia in località salubri e sotto un clima medio tra l'europeo e l'equatoriale. Questa educazione deve prefiggersi lo scopo di preparare negli allievi stessi i futuri apostoli della Nigrizia, in cui rimpatrieranno un dì sotto forme di colonie evangelizzatrici, maestri ai loro connazionali delle arti e delle scienze più necessarie, e più della fede e morale dell'Evangelo sotto la immediata direzione dei loro Istitutori, già acclimatizzati per buona parte agli ardori africani. Questi Istitutori e Missionari europei dovranno mutarsi e succedersi a vicenda nel governo immediato delle missioni dell'interno più o meno di frequente, secondo che potranno più o meno sopportare le fatiche apostoliche e il clima di quelle contrade
Con questo sistema si ottiene di perpetuare ed accrescere l'apostolato rigeneratore della Nigrizia in modo più efficace e meno fatale; di affrettarne praticamente la civilizzazione colle arti e scienze principali, collo sviluppo di un necessario commercio, e coll'in-troduzione di costumi più miti e sociali; di minorare i bisogni dellla missione, e di assicurare i passi e i progressi collo stabilimento delle colonie; e in fine di abilitare fra non molto l'Africa stessa a rigenerare se medesima. Quello che per le altre missioni cattoliche è uno dei frutti più dolci delle fatiche dell'apostolato, per quella dell'Africa centrale per mio avviso, è il mezzo più necessario e prudente per attivare efficacemente l'apostolato medesimo. Né è a dire che sia indifferente educare allo scopo i neri anche in Europa, perché l'esperienza ha provato che questo è un lavorare a nulla; il clima e le agiatezze d'Europa sono non meno fatali al nero; il clima e le privazioni dell'Africa centrale al Missionario.
2180
Il suesposto sistema di azione fu giudicato da taluni un magico ideale; ma è già più di due anni che io ho preso a realizzarlo nei miei piccoli Istituti dei neri in Egitto, e la prova di questo tempo mi conferna nella mia opinione, che il mio piano tracciato per la rigenerazione della Nigrizia, sia dei più opportuni ed efficaci, come forse potrò in altro tempo dimostrare. Ho poi il conforto di sapere, che adottato in altre località al medesimo scopo, ha generato nei missionari le stesse mie convinzioni d'una felice riuscita. Favorevoli circostanze sorte di questi dì senza essere state previste, pare vogliano assicurarci da parte della Provvidenza che l'ora della salute è suonata anche pella povera Nigrizia.
2181
Non rimane adunque che rimettere con più coraggio la mano all'impresa, perché Dio è con noi. Giovani Sacerdoti, cui la sublime vocazione, lo zelo delle anime, e lo spirito di sacrificio determina
a farvi con Cristo rigeneratori dei vostri infelici fratelli, eccovi
cento milioni di negri, abbandonati, che domandano l'opera vostra. Gli Ordini e Congregazioni religiose, che sono la milizia eletta
della Chiesa, accorrano anch'essi a mietere allori su questo vastissimo campo, dove Satana tiene schierata tutta la sua potenza.
E voi, cui gli obblighi dello stato ritengono in patria, non ne-
gateci né le vostre quotidiane preghiere, né l'obolo della vostra carità.
2182
Lavoriamo tutti senz'altra emulazione che quella di guadagnare più anime a Cristo: diamoci tutti a vicenda la mano: uno sia il voto, uno lo scopo, uno l'impegno di tutti coloro che amano Gesù Cristo, quello di conquistargli l'infelice Nigrizia.

Laus Deo, Deiparae, et Divo Paulo Ap.lo.

Dato al Cairo in Egitto il 15 febbraio 1870
D. Daniel Comboni
Miss. Ap.lico dell'Africa Centrale

(1) Annali della Propagazione della Fede, T. 20, N¼ 121, p. 5935.
(2) Proceeding of the R. Geog. Society V. X. N. 1, p. 6 etc.
The Albert N'yanza Great Bassin of the Nile, and Explanations of the Nile Sources by Samuel Baker, M. A. F. R. G. etc. London 1867.
(3) D.r Ignace Knoblecher... Eine Lebensskizze von D.r J. C. Mitterrutzner.
(4) Zweiter Jahresbericht de Marienvereins. Wien.
(5) I capi e i neri non escono mai dalle loro capanne senza avere la lancia e le frecce avvelenate.
(6) Dr. Ignace Knoblecher Apostolicher Provicar der Katholischen Mission in Central-Afrika Eine Lebensskizze von D.r J. C. Mitterrutzner.

Traduzione dal francese.


347 (325) - A MONS. LUIGI DI CANOSSA
ACR, A, c. 14/73

Cairo, 15/2 70
A Mons. Luigi di Canossa - 15.2.1870tc "A Mons. Luigi di Canossa - 15.2.1870" \l 1
Lod. J. M. in et. e c. s.
Eccellenza R.ma,

Per non fare e spedire due lettere separate, mando a V. E. l'inclusa diretta a Mgr. Delegato, pregandola di leggerla, e poi spedirla a S. Bartolomeo all'Isola. E' l'ultimo foglio di chiusa del mio rapporto scritto in francese sulla Missione dell'Africa Centrale dal 1847 al 1867. Questo Respondeo dicendum è la conclusione dei 21 fogli che già spedii a Roma, e la risposta a tre quesiti
1¼. Quali risultati ottenne la missione?
2¼. Perché non riuscirono i francescani in essa?
3¼. Qual sarebbe il miglior sistema per un buon successo?
Farò un altro Rapporto sui due anni della nostra Missione, cioè fino ad oggi. Tutto ciò per Mgre, e Lione.
Spero che partirò da Alessandria al 1¼. di marzo, ed all'8 sarò a Roma.
Ora che si sta discutendo sugli Affari del Rito Orientale e quindi delle Missioni Cattoliche, non sarebbe la circostanza opportuna perché Ella si mettesse d'accordo col Card. Barnabò e con Mgr. Delegato per alzare la voce in Concilio in favore dell'Africa Centrale, di 100 milioni di negri, che giacciono sepolti nelle ombre di morte? Non sarebbe un affare di gran rilevanza il proporre e discutere sul modo di conquistare alla Chiesa la decima parte dell'Umanità, che tanti sforzi di 18 secoli non hanno potuto guadagnare a Cristo? Non sarebbe questo il momento di fare un colpo di stato, e d'invocare i lumi della Chiesa, e l'appoggio di tutti i cattolici del mondo rappresentati dai Vescovi del Concilio, per avere in poco tempo e uomini e denaro da stringere d'assedio la Nigrizia? Ah! Monsignore e Padre mio! Mi sembra che sarebbe questo un argomento degno del Concilio.
2185
L'E. V. alzi la voce in Concilio, e dica a Pio Nono: "Emitte, Beatissime Pater, vocem tuam, et renovabitur facies Africae". Una parola del Santo Padre in Concilio, un'adesione dei Vescovi, farebbero venire le convulsioni a tutti i cattolici del mondo, e butterebbero quattrini per l'Africa, e sorgerebbero Apostoli per la Nigrizia. Si degni, Monsignore di riflettere a questo pensiero, e abbia il coraggio di insistere, di pregare, di seccare tutti i R.mi padri e soprattutto il Cardinale nostro Prefetto; e non li lasci fino a che non ha ottenuto l'intento. La Sacra Famiglia, spero, farà questa grazia a me, ai miei compagni, ai nostri Istituti, che pregano per questo scopo quotidianamente.
2186
Si tratta che missionari protestanti e musulmani seguono ora l'Inglese Baker (che arrivò a Chartum con 2600 uomini), e vanno a predicare, ove noi abbiamo predicato sul Fiume Bianco. Da Gondokoro (4¼. grado) il Governo d'Egitto fa una strada fino al Niamza, ove si metterà un vapore: e da Suakim fino a Berber si fa una strada ferrata, e così si facilitano le comunicazioni col cuore dell'Africa. Gli acattolici vanno avanti, e noi resteremo qui neghittosi a perderci in un cucchiaio d'acqua? Noi preghiamo il Dio delle misericordie perché il Concilio si occupi della Nigrizia. Mille ossequi a Mgr. Delegato

Suo Um.o afflitt.mo figlio
D. Daniele Comboni


N. 348 (326) - AL CARD. ALESSANDRO BARNABO'
AP SC Afr. C., v. 7, ff. 1372-1373

W.J.M.J.
Cairo, 17 febbraio 1870
E.mo Principe,

2187
Pieno di riconoscenza pei sentimenti e voti che l'E. V. si degnò esprimermi nell'ossequiato suo foglio 11 gennaio p.p., per la benevola raccomandazione che ha fatto in mio favore a codesta Opera Apostolica, mi permetto di notificarle come il Sig.r Baker è giunto in Chartum, ove sta organizzando una forte spedizione per conquistare a nome del Vicerè d'Egitto tutta la linea del Fiume Bianco fino alle sorgenti del Nilo al di là dell'Equatore. Da fonti quasi ufficiali ho potuto rilevare il piano di azione dello stesso Baker (Ho qualche diffidenza sulle pretese intenzioni umanitarie del Kedive). Da Chartum fino ai Bari sopra una linea di 11 gradi egli fissa delle Stazioni, ove lascia un capitano con certo numero di soldati bene agguerriti, i quali pigliano possesso del paese, e vegliano sulla tratta dei negri. Da queste Stazioni si diramano a poco a poco ad occupare i villaggi interni. Ogni turba di schiavi sorpresa dai soldati cade in potere del capitano, il quale punisce i delinquenti, e distribuisce agli schiavi dei tratti di terreno da coltivare. I soldati poi proteggono gli abitanti della stabilita Provincia, e li difendono dai nemici, che oserebbero turbarli.
Al Card. Alessandro Barnabò - 17.2.1870
I punti trascelti sono i più importanti del Fiume Bianco, cioè, gli Hassanieh, Mokhada el Kelb, Hella-el Kaka, il Sobat, l'Imboccatura del Bahar el Ghazal, ai Nuer, Kich, Eliab, Gondokoro. Da Gondokoro al N'Yamza Albert si praticherà con facilità una strada carrozzabile; e sul N'Yanza Albert (2¼. L. sud) Baker trasporta un piccolo piroscafo, i cui pezzi s'imbarcarono al Cairo sotto gli occhi del Kedive. La spedizione è munita di oggetti meccanici, di artisti, coloni, medici e tutto. Di più vi sono missionari protestanti, e mufti per musulmanizzare gli indigeni. Anzi Baker vuol dare una lezione ai Bari, perché l'anno scorso ammazzarono due missionari protestanti.
Si dice ancora che è prossima l'attuazione di una via di ferro fra Suakim sul Mar Rosso e Berber sul Nilo. Se ciò avvenisse, arriverebbe un tempo che col piroscafo si andrebbe da Alessandria a Suakim, colla ferrata da Suakim a Berber, et col piroscafo da Berber a Gondokoro (4¼. 40' L. N.), e in carrozza dai Bari alle sorgenti del Nilo. Sottopongo queste nozioni alla saviezza di V. E. Cosa ne avverrà da tutto questo?... Forse la Provvidenza ne trarrà del bene, agevolando la via al cattolico banditore per portarvi la fede... Ma se la gente di Baker infierisce contro i negri, potrebbe succedere il caso dei negri dell'Africa occidentale al tempo in cui la Spagna ed altre potenze estraevano colla violenza gli schiavi per trasportarli alle miniere ed ai terreni d'America. Dio vegli sui poveri neri!
Quanto a me, espongo un semplice pensiero. Ora che si discute sugli Affari dei Riti Orientali e sulle Missioni, non sarebbe opportuno di trattare la causa dell'infelice Nigrizia, e proporre ai padri del Concilio di studiare sul modo di guadagnare alla Chiesa cento milioni di negri che giacciono sepolti nelle ombre di morte? Non sarebbe questo il momento d'invocare i lumi della Chiesa, e l'appoggio dei cattolici di tutto il mondo rappresentati dai Vescovi che siedono al Concilio per richiamare a vita la decima parte dell'Umanit?.... Se dalla bocca del Pontefice uscisse una parola di eccitamento in favore di un'impresa sì capitale, se risuonasse in Concilio la voce de Vescovi dell'Orbe cattolico in favore della Nigrizia, non sorgerebbero apostoli, mezzi pecuniari, ed opere organizzate per raggiungerne lo scopo di sì grande importanza?
2191
Perdoni, o E.mo Principe, se la mia picciolezza osa sottometterle un tale pensiero, e scongiurarla a prendere considerazione di un tale concetto, nella certezza che tale argomento è degno del venerando Consesso, che publicum rei Christianae bonum vere respicit (B.lla Multiplices II). Fino dal 8 Dic.e p.p. ho ordinato e si fanno nei miei Istituti preghiere speciali perché il Santo Padre ed i Vescovi in Concilio si occupino anche della Nigrizia, dal che ne dee derivare del bene. Vorrei che alcuni Vescovi dopo l'invocazione dello Spirito Santo: Adsumus Domine etc. sorgessero in Concilio, e dicessero al glorioso nostro Santo Padre Pio IX:
"Emitte, Beatissime Pater, vocem tuam; et renovabitur
facies Africae"
2192
I miei piccoli Istituti camminano assai bene: la picciola infermeria per le more abbandonate ha mandato in cielo due anime anche in questa settimana; una di 16 anni l'avea battezzata dieci ore prima.
Terminati gli Spirituali Esercizi delle Monache, secondo che mi scrisse Mgr. Vescovo di Verona d'accordo con V. Em., e credo col venerat.mo Delegato Ap.lico, e rassettati bene i miei affari, verrò in codesta dominante.
Si degni l'E. V. di ricevere gli omaggi dei miei cari compagni e delle mie Suore. Mi sembra che la madre Generale Emilie m'abbia concessa una Superiora veramente buona e brava.
Ho l'onore di baciarle la sacra porpora, e di protestarmi con tutto l'ossequio

di V. E. R.ma um.o obbl.o ind.mo figlio
D. Daniele Comboni


N. 349 (327) - A MONS. LUIGI DI CANOSSA
ACR, A, c. 14/72

Lod. G. e M. In et. c. s.
Cairo, 25 febbraio 1870
(Venerdì Gnocolaro)
Eccellenza R.ma,

2193
Stamane si terminarono i Santi Esercizi pelle Monache col solenne Te Deum, Comunione generale preceduta dalla chiusa. Si tratta che il nostro P. Girelli fece 68 prediche fra meditazioni e Istruzioni negli Esercizi pelle more e Monache; e nessuna predica fu meno di un'ora, ed alcune di due. Mia cugina Faustina Stampais fece tutti e due i corsi, e sarebbe beata di vivere sempre di silenzio ed esercizi spiri-tuali. Sembra che il P. Girelli (che è scrupoloso) sia stato contento e delle Suore e delle morette.
Come le scrissi col vapore francese, dietro le osservazioni del veneratissimo nostro Provicario Ap.lico P. Elia, ho giudicato prudente di aspettare il permesso formale del Cardinale, per recarmi in Roma. Dunque porti pazienza, Monsignore, e voli dal Cardinale, ed ottenga una riga di suo pugno, che io possa presentare al R.mo Provicario, ed io volo subito a Roma. Desidererei che fosse subito perché se si aspettasse sotto Pasqua, sono giorni inopportuni per trattare affari.
Per carità promuova in Concilio la questione, e parli sulla Nigrizia, e sulla maniera di guadagnare a Cristo cento milioni di anime africane: dica che non mancano mai nella chiesa gli operai evangelici che sospirano il martirio come la più cara e soave ricompensa delle più ardue fatiche; e tutti noi quattro siamo tutti disposti di sostenere a piè fermo la morte col più atroce dei martiri anche per salvare un'anima sola della Nigrizia: per noi i calori dell'Africa sono come uno zeffiro in Italia al più buon Parroco veronese. Se poi il Santo Padre, o il Concilio avessero ad alzare la voce in favore della Nigrizia, ed a rivolgersi ai cattolici, etc.... noi moriamo dalla consolazione.......
Al Padre Luigi Artini - 24.3.1870tc "Al Padre Luigi Artini - 24.3.1870" \l 1
Avrei da scrivere anche a Monsignor Delegato: ma se non mando subito alla posta, non parte nemmeno questa. Mille ossequi da parte di noi tutti e tutte, e del P. Pietro da Taggia e Girelli, e le bacia la mano in uno a D. Vincenzo, Giovanni e suoi teologi.
Suo ubb. figlio
D. Daniele Com.


N. 350 (328) - AL PADRE LUIGI ARTINI
APCV, 1458/246

Roma, 24 marzo 1870
Piazza del Gesù, 47.
Mio amatissimo e venerato Padre,

Mi limito a spedirle una lettera del P. Bernardino, che dimenticai di spedirle dall'Egitto. Quando sarò un po' quieto le scriverò a lungo. Intanto accetti i miei più filiali ossequi e affettuosi saluti. Il P. Stanislao è il mio Rappresentante in Egitto in tutto, e gliene rilasciai ampla Procura. Ho veduto e parlato a lungo col P. Guardi e con Tezza. Furono gentilissimi. Vedremo ai fatti cosa si giungerà a fare. Stanislao e Franceschini sono due apostoli dell'Africa, hanno carattere costanza e vero zelo. Fu buonissimo il Card. Barnabò: ma non credo che ai fatti: noi lavoriamo per Gesù unicamente. La via ci si renderà più piana se i Superiori supremi ci aiuteranno colla loro influenza. Mgr. Vescovo di Verona è un vero angelo per l'Africa: confido assai nel suo zelo. Egli porta come meritano i due suoi figli. Guai a chi li tocca! Barnabò mi disse una parola sul più giovane: gli saltai negli occhi come un ibis: godette nel sentir belle cose di lui. Non ho che una sola cosa che nessuno mi può rubare: la coscienza. Roma sa che io parlo con coscienza.
2196
Sono restato d'accordo col P. Stanislao che io le scriva per pregarla ad espormi con confidenza e chiaro l'affare delle Case riscattate al Paradiso etc. S. Giuliano. Conti sull'assistenza di Dio sul mio silenzio, prudenza etc. Abbiamo il Cuor di Gesù e S. Camillo che ci guida, e S. Giuseppe. Il P. Zanoni non vidi, né cerco di vedere: solo prego per lui. Del P. Bernardino Girelli nulla speranza di ritorno per ora. E' più francescano che i Francescani. Fu molto allegro presso di noi, e vi stette oltre 20 giorni.
Le bacio le mani: quando vado dal S. Padre chiederò una benedizione speciale per lei e P. Tomelleri. Mille ossequi al venerando P. C. Bresciani.

Tutto suo in Gesù
D. Daniele Comboni


N. 351 (329) - AL PADRE LUGI ARTINI
APCV, 1458/247

Roma, 25/3 70

M. R. e Colend.mo Padre,

2197
Le domando una grazia specialissima, e bisogna che me la faccia. A posta corrente la prego di spedirmi a Roma il Rapporto che il P. Stanislao le mandò col mezzo di Bachit, che tratta sull'Apostolato dei Neri in Egitto e sull'andamento del 2¼. anno della nostra Opera.
Siccome entro una settimana devo presentare un Rapporto alla Propaganda sull'economia, e sull'andamento dell'Opera, così quel Rapporto mi può aiutare. L'ho lasciato in Egitto perché il P. Stanislao sulla base di questo e di quel stampato a Torino deve stenderne uno per la Propagazione della Fede di Lione e di Parigi. Quando questo sarà stampato, allora si stamperà quel che mi manda a Torino: i francesi sono gelosissimi. Appena me ne sarò servito o glielo manderò pella posta, o glielo porterò io stesso, anche se durante la mia dimora in Roma lo farò io o lei stampare sul Museo. Ogni giorno dunque, andrò alla posta, finché l'avrò ricevuto, perché necessariamente mi occorre, e mi aiuta.
2198
Vidi stamane Tezza: desidera ardentemente il Cairo. Il fratel Giuseppe mi disse che il Cardinale in carrozza gli parlò in buon senso.
Oggi ricevetti lunghissima lettera dal P. Stanislao in data 18 corr.te. Di questo impareggiabile suo figlio si parla con grande edificazione in Roma. Mgr. Canossa ne va pazzo: è un vero padre e Capo dell'Opera: vedrà che entro l'anno si faran delle cose, e S. Camillo farà tante grazie.
Fiducia in Dio; ridersi degli uomini, e dei santi che mangiano: la Chiesa, il Papa, Roma, lo zelo della gloria di Dio e una buona coscienza: il resto, tutto e tutti sotto i piedi.
Le bacio ossequioso le mani, mentre con tutto il rispetto e l'affezione filiale mi dico

suo um.o e dev.
D. Daniele Comboni


N. 352 (330) - AL CARD. ALESSANDRO BARNABO'
AP SC Afr. C., v. 7, f. 1360

W.J.M.J.
Roma, marzo 1870
E.mo Principe,

Al card. A. Barnabò - 3.1.1870; al P. L. Artini - 10.4.1870
Siccome ignoro l'attuale dimora nell'eterna città del nostro veneratissimo Vicario Ap.lico, mi permetto d'indirizzare all'Em.za V. R.ma l'incluso lavoro sul Vicariato Ap.lico dell'Africa Centrale, che tanto m'ha raccomandato il medesimo Prelato mio Superiore. L'E. V. R.ma è tanto piena di carità, che vorrà perdonarmi se io oso pregarla a farglielo pervenire con suo comodo.
Mentre le offro i miei profondi ossequi, le bacio la Sacra Porpora, e mi dichiaro

di V. Em.za R.ma um.o e dev.o figlio
D. Daniele Comboni


N. 353 (331) - AL PADRE LUIGI ARTINI
APCV, 1458/254

J.M.J.
Roma, 10 aprile 1870
M. R. e carissimo Padre,

La ringrazio infinitamente dei rapporti inviatimi che ho ricevuto in perfetto ordine. Furono letti qui in Roma da molti distinti personaggi, i quali ammirarono un figlio sì degno di S. Camillo qual è il P. Stanislao. Nel Rapporto che ho fatto alla S. Congr. di Propaganda Fide mi sono sentito in dovere di dichiarare i grandi servigi che il P. Stanislao rende alla missione e gli ho consacrato una pagina in sua laude come meritava, ed il Cardinale ne farà calcolo assai. Il Cardinale sembra assai mutato da quel che mostrava prima. Il Cardinale avea mille ragioni di sentir male (non già di chiacchierare), perché da inimico homine e per mezzo di questo da diversi gli era stata talmente discreditata la missione, che doveva certo temere. Ma quando quattro Vescovi andarono a dirgli le cose come sono; quando molti altri che son testimoni di veduta, gli significarono la verità, il Cardinale mi espresse che egli è lieto che le cose vadano bene, e secondo quello che vedrà chiaro dal mio Rapporto, vi metterà la sua mano.
2202
Sia lode al Signore, che mortificat et vivificat etc. Le auguro mille felicitazioni per le S. Feste Pasquali, così pure al degniss.mo P. Tomelleri e a tutti, e al fratel Bonzanini che corsi a salutare a S. Vincenzo ed Anastasio, e invece trovai che era il Fr. Bonomini che era sagrestano al Paradiso.
2203
Il fratel Bertoli sta in Roma, e noi al Cairo per parte nostra l'abbiamo accettato, ma ci vuole la sanzione del Vescovo, il quale sta in bilico. Monsig. Cavriani me ne fa grandi elogi, e me lo raccomandò; ma io bramerei sentire il di lei giudizio. Se Ella approva la sua vocazione all'Apostolato, penso io a risolvere la controversia. Dunque la prego di espormi coscienziosamente il suo giudizio per mia norma.
Venerdì fui dal Papa con Mgr. Vescovo, e mi accolse da padre, mi accennò al terribile incidente del monastero, ove stavano le morette e dell'ex-Vicegerente Arciv.o di Petra etc. etc., Poi mi espresse la sua consolazione del buon andamento delle morette e della missione, e poi disse: che il Signore moltiplichi la santa opera: che moltiplichi e lo ripetè quattro volte etc. etc.
2204
Venne a trovarmi il P. Zanoni. Fu meco tre ore: parlammo di cose indifferenti; poi voleva farmi progetti di andare a Tripoli e penetrare di là nell'Africa Centrale, di maritare le morette etc. Gli ho risposto che non ho bisogno dei suoi consigli, e che ho altri personaggi da consigliarmi. Poi disse: Il P. Stanislao ha fatto giudizio? Gli risposi secco che una tale domanda era indizio che egli (il P. Z.) non avea fatto giudizio" Poi mi disse: "perché non avete risposto alle mie lettere?" perché, risposi, non doveva rispondere; se voi sapeste tutto quello che io so, e vi foste trovato nei miei panni, voi stesso non avrete risposto." Voleva continuare, ma gli troncai il discorso. Se ha qualche cosa vada o dal Papa, o dalla Propaganda, o dal Vescovo di Verona, o anche dal Suo generale; e là darò risposte necessarie; con lui non mi degno di ragionare, se non per tirarlo sulla retta via, confessarsi, e far penitenza de' suoi peccati.
I due nostri di Cairo scrissero una magnifica lettera ciascuno al P. Guardi, lettera da veri figli e religiosi. La portai tosto nelle mani del P. Guardi, che le lesse con impazienza. Ma a dirle il vero l'altro giorno il Vescovo lo trovò molo molo. Per cui non capisco niente. Le parole del P. Guardi e del P. Tezza sono belle: ma io non faccio assegno sulla loro sincerità; e sto in guardia, perché non veggo chiaro in nessuno dei due. L'esperienza di molti anni mi ha istruito ed educato ad una massima cautela. Non trovo in questi il caro P. Stanislao e Franceschini: questi sono due veri religiosi. Io sono avvezzo a camminare con lealtà. Mi si vuol far credere che il P. Tezza est cor unum et anima una col P. Zanoni, il quale vive a sé qui in Roma alla Maddalena, e va a passeggio spesso solo. Si vede che anche qui usano tutta la prudenza con questi, e fanno bene. Venne a trovarmi il Sig.r Girard redattore della Terre Sainte (che il Vescovo avea fatto suo Rappresentante in Francia); mi disse essere noi discreditati in Francia, e che alcune lettere del P. Zanoni aveano dichiarato essere l'opera nostra caduta per immoralità. E mi disse potermi mostrare le lettere che ha a Grenoble. Gli risposi essere egli pazzo in un con chi gli scrisse lettere.
Al Padre Luigi Artini - 10.4.1870
In Francia siamo in auge, riceviamo soccorsi in denaro ed oggetti: l'opera delle Scuole d'Oriente mi dà denaro: la Propagazione della Fede di Lione, che mi diede 10,000 franchi, mi scrisse ieri una lettera stupenda e magnifica; e spero che se riesco in Propaganda mi darà belle somme. Tiene pronto il mio Rapporto: e scrissi che ne arriverà un altro del P. Stanislao, (a cui ordinai di fare uno della sostanza dei due, il primo stampato a Torino, il 2. quello che ella mi mandò). Ho scoperto qui in Roma due trame nuove per distruggerci. L'una la dirò a voce, l'altra ecco in breve. Il redattore della Terre Sainte (a cui a Parigi avea espresso il mio avviso sul suo giornale che sparla troppo dei Francescani ed esagera sugli Orientali) veggendo che gli avea proibito fino a tempo opportuno di parlare sulla nostra Opera (perché la Prop.n della Fede e l'Opera delle Scuole d'Oriente son contrarie a quest'uomo e alla sua Terre Sainte) disse di distruggerci. Il suo piano era di installare al Cairo i Trinitari e le Trinitarie di Francia e sbalzar noi e le Suore di S. Giuseppe. (Il Zanoni sparlò assai delle Suore di S. Giuseppe, disse non essere buone a nulla etc. Io però non posso asserir nulla di vero e positivo se in Francia abbia scritto contro le Suore).
Il Provinciale dei Trinitari stampò un proclama dove disse essere egli unito con D. Comboni per la rigenerazione dell'Africa, e disse il Comboni segue la sua idea di piantare in Cairo etc., perciò chiede elemosine per fondare una Casa centrale a Cerfroids, vicino a Parigi e fabbricare il Convento di S. Felice di Valois. Di tutto questo nulla sapeva io, e solo credetti quando lessi coi miei occhi il Programma. Il fatto è che il Padre si buscò molte elemosine e presto fabbricherà il suo Convento, anche con denari dati agli Istituti dei neri in Egitto. Transeat. Pare che Sig. Girard scrisse al Vescovo di Verona dicendo: D. Comboni è zelante, pieno di slancio (??); ma la sua prudenza... l'ordine... etc. non ce n'è troppa: egli propose che l'unico uomo da mettere più tardi alla testa sarebbe il P. Callisto... Capo dei Trinitari.
2208
Il Vescovo ne fece calcolo.... ma quando parlò a Roma col galantuomo di M.r Girard.... gli cadde d'opinione, e non se ne parla più. Il P. Callisto poi fece come i pifferi di montagna e fu sonato. Il Generale dei Trinitari qui lo lasciò fare purché esponesse il nome di chi non è Trinitario; ma ha l'intenzione confinarlo in un convento e viva da frate. M.r Girard cascò dalle nuvole quando gli dissi che io tendo a me, e non mi voglio impicciare coi Trinitari, che io ho due santi e buoni Camilliani..... "Come, disse?, non mi furon dette gran belle cose di questi." Allora conchiusi che non me ne voglio impicciare né coi Trinitari, né con M.r Girard, il quale è uomo di gran zelo, buon cuore, ma la sua testa è pericolosa. Rimase mortificato, e mi pregò di indurre il Vescovo a scrivere una lettera pel suo Giornale: ma non lo farò mai.
2209
Noi confidiamo in Dio, stiamo attaccati alla Propaganda; il Vescovo di Verona è zelantissimo, e a lui, come bene ella mi disse, stiamo attaccati; Il Vescovo ha fatto un bel elogio al Papa dei due Cam. di Cairo, e il Papa ne godette assai: ma il Vescovo confida poco nel P. Guardi. Io sospendo il giudizio, e sto in guardia. Sono lieto invece di comunicare con Lei, mio Padre, a cui credo più che a tutti i Camilliani di Roma, perché Ella ama davvero le missioni. Io non ho mai dubitato di Lei, del quale ho sempre avuto una profonda venerazione fin da quando veniva a S. Carlo a darvi gli Esercizi. Ciò che ha fatto, furono le circostanze: ma io fui sempre verso di Lei il medesimo. Noi a Verona siam più sinceri che quei di Roma. Vale più un'unghia del P. Stanislao, che tutti i padri di Roma: quegli è vero religioso.
2210
Dunque io confido in Dio, e fo gran calcolo dei nostri di Cairo e di Lei. Il Vescovo la saluta di cuore, e buone feste anche al P. Bresciani. Io prego per Lei ogni giorno. Stanislao mi scrisse ieri in data 1¼. aprile. Stanno tutti bene al Cairo, e spero tutto. Benedica il suo povero
D. Daniele


N. 354 (332) - A DON GIOACCHINO TOMBA
AMV, Cart. "Missione Africana"

Roma, 18 aprile 1870
Mio amatissimo D. Gioacchino,

2211
Colgo questa propizia occasione per inviarle i miei saluti ed ossequi e augurare a lei e a tutti i membri dei due Istituti le buone Feste. Venni a Roma pegli interessi della mia Opera. Ho preparato un Postulatum al Concilio per richiamare l'attenzione della Chiesa sul modo di aprire le porte della Chiesa all'infelice Nigrizia, ed ho parecchi Arciv.i e Vescovi che ne parleranno a suo tempo in Concilio. In Cairo i miei tre Istituti camminano assai bene, ed ho nelle tre case 14 catecumeni dai 15 ai 38 anni. Ricevo ora dal Cairo gli auguri delle nostre morette da trasmettersi a Lei e a tutte dell'Istituto. Tutte, abque ecceptione, fanno bene e sono animate dallo spirito della loro missione e da un grande affetto per l'Istituto che le allevò.
A Don Gioacchino Tomba - 18.4.1870
Sono stato dal Papa col nostro Vescovo, il quale chiese a S. S. di mettere un cartello sotto ai nostri paramenti esposti all'Esposizione Romana, che indicasse che questi stupendi lavori furono eseguiti dalle povere giovani dell'Istituto Mazza in Verona. Il Papa annuì, e quel giorno istesso il Vescovo portò il cartello all'esposizione; ed
io diedi avviso di ciò a molte Altezza reali ed Imperiali che so-
no in Roma ad ammirare quei lavori eseguiti per le LL. MM. di Praga.
Siccome il Vescovo nulla me ne disse (e me lo avrebbe detto), perciò, se è lecito darle un consiglio, sarei d'avviso che Ella scrivesse una riga di ringraziamento al Vescovo, molto più che fu egli che diede ragguagli al Giornale dell'esposizione per far l'elogio dei lavori e delle lavoratrici. Dico ciò, perché non mi consta. Il Vescovo mi mostrò una buona quantità di lettere ricevute da diversi Istituti di Verona per augurargli buone Feste, ma nulla intesi dell'Istituto, se non qualche elogio dell'individuo A, o B o C.
Riceva i miei affettuosi ossequi. Mi saluti i preti, Maestre e Betta, e cose mille a D. Cavattoni da mia parte. Vi furono screzi tremendi fra i padri sull'infallibilità, e qualche poco edificante fatto da parte degli antinfallibilisti. La morale è che i Vescovi d'Italia sono i più radicalmente attaccati alla S. Sede; poi gli Spagnoli, poi gli Americani, poi gli Irlandesi e Inglesi etc et.. Gli ultimi sono i t..... schi......, molti dei quali però sono strenui difensori del Papato e Infallibilità. Il Giuseppinismo, il Cesarismo, e il gallicanismo ne sono l'origine.
Queste contese hanno ridotto al punto che la definizione dell'infallibilità è necessaria, altrimenti nessuno vi crederebbe.
Siamo zoppi un po' coi Vescovi orientali, che stentano a cedere al loro preteso diritto, che la nomina dei loro vescovi sia d'ora innanzi devoluta alla S. Sede. Vi sarà qualche defezione, perché i Consolati e le Rappresentanze europee favoriscono lo scisma. Ma confidiamo in Dio.

Suo aff.mo [.....]
D. Daniele Comboni
N. 355 (333) - AL CARD. ALESSANDRO BARNABO'
AP SC Afr. C., v. 7, ff. 1378-1392

Roma, aprile 1870
RAPPORTO
alla S. C. di Propaganda Fide
sulla nascente Opera
della Rigenerazione dell'Africa coll'Africa stessa

E.mo Principe,

2214
Se fino ad ora non ho giudicato opportuno di esporre a V. Em. R.ma il quadro generale sul movimento dell'Opera presieduta dall'Ill.mo e R.mo Monsig. Luigi Marchese di Canossa Vescovo di Verona, del quale io benché indegnissimo esercito le funzioni di Rappresentante, si fu perché dinanzi al tribunale supremo della Propaganda non bisogna presentarsi con semplici progetti, sieno essi lodevolissimi; sebbene l'esperienza mi ha istruito che è d'uopo venirvi con fatti reali e con cose positive. La fondazione di un Istituto, il suo Regolamento, la sua azione apostolica, le sue risorse, la sua stabilità è d'uopo che sia provata, esperimentata, assicurata; ciò che non si effettua che col tempo e colla maturità necessaria. Allora i capi supremi possono calcolare sul solido, deliberare con sicurezza, e disporre con fondamento senza compromettere l'autorità e dignità della Chiesa. Egli è per questo che, dopo aversi iniziata questa santa Opera, dopo fattene l'esperienza e la prova sufficienti a concepirne fondate speranze di buona riuscita, mi presento all'E. V. colla logica dei fatti, e con un serio fondamento.
2215
Quello che si è fatto sinora, fu compiuto attraverso a gravi ostacoli e difficoltà, malgrado gli scabrosissimi tempi che corrono, e militando il prudente riserbo della Propaganda, che nella sua saviezza giudicò opportuno di non prestarvi direttamente il suo morale e formale appoggio, per essere l'Opera in via di solo esperimento. La costante fermezza dei due zelantissimi Prelati che la presiedono in Verona ed in Egitto, e la felice corrispondenza dei membri degli Istituti sostennero coll'aiuto della grazia energicamente la santa Opera, la quale, confido, otterrà quindi innanzi l'appoggio tanto sospirato della S. C. di Prop.da Fide.
2216
Per dare un'idea del movimento di quest'Opera, che ha per fine di piantare stabilmente la fede nell'Africa Centrale, e condurre all'ovile di Cristo l'infelice Nigrizia, io parlerò:
I¼. Sui nascenti Istituti d'Egitto, che sorsero sotto i provvidi au-
spici di Monsig. Ciurcia.
II¼. Sulle piccole Opere di Verona presiedute da Mgr. Canossa.
III¼. Sulla necessità che le nascenti Opere d'Egitto e di Verona camminino e prosperino simultaneamente, affine di raggiungere a poco a poco lo scopo a cui mirano.

I. Gli Istituti dei Neri in Egitto

E innanzi tratto debbo dichiarare che, dopo ottenuta formalmente l'autorizzazione, con lettera autografa del Vicario Ap.lico al Vescovo di Verona in data 2 agosto 1867, di piantare nell'Egitto degli Istituti dei neri, sarebbe stato conveniente che pria di trasportare in Cairo missionar, suore e morette, com'era mia prima intenzione, io solo mi recassi colà per assicurarvi due case; e poi tornato in Europa conducessi la carovana in Egitto, e la installassi nelle due case preparate. Ma l'episodio inaspettato, e le vicissitudini incalzanti ch'ebbi a sostenere col passato Vicegerente Mgr. Castellacci, com'è noto a V. E., per togliermi a funeste conseguenze che avrebbero potuto compromettere per sempre la mia persona e l'opera stessa, mi costrinsero a gettarmi in braccio alla Provvidenza, e a condurre tutta la carovana in Egitto. Spese straordinarie sostenute da me, sia in Roma per non aver potuto ricevere a tempo debito tutte le morette dal Monastero Viperesche, sia a Marsiglia per mantenervi per 40 giorni una parte della carovana ch'erasi colà trasportata, m'hanno impedito di prendere in Cairo due Case situate a considerevole distanza.
Al Card. Alessandro Barnabò - 4.1870
Invece sull'esempio di molti Istituti di Francia, ho preso a pigione il Convento dei Maroniti in Cairo Vecchio, che è composto di tre Ca-se separate; vi collocai in una i maschi, nella seconda le femmine, a-vendo riserbato la terza per sé i Padri Maroniti. Diedi severo ed opportuno regolamento alle due Case, le quali benché provate da lunghe e fiere malattie, camminarono abbastanza bene; e nulla vi sareb-be stato a ridire, se non avesse avuto luogo il doloroso incidente del quinquagenario P. Zanoni Camilliano, a cui per gravi e prudenti mo-tivi, che ho spiegati a V. E. con mia lettera 22 sett. 1868 da Parigi, avea affidata l'ispezione immediata dell'Ist.o femminile. La Provvi-denza vegliò con amorosa sollecitudine sui poveri Istituti; giacché, mercé la divina grazia, una vigilanza accuratissima, e la ben ferma e radicata virtù delle morette, non avvenne alcuno di quegli inconve-nienti che provocato avea quell'incauto religioso. Piuttosto fu per noi tutti una solenne lezione, un avviso salutare per istar bene in guardia di noi stessi, diffidare di tutto, e camminare con somma cautela in avvenire.
S. E. Mgr. Vicario Ap.lico avendo nella sua paterna saviezza deputato a rappresentarlo a riguardo di noi il M. R. Parroco di Cairo Vecchio, il P. Pietro da Taggia, vecchio ed esperto missionario francescano di singolare pietà e zelo apostolico, incaricandolo di sorvegliarci ed assisterci col suo senno ed autorità, d'intelligenza con questi ho preso un vasto casamento vicino al Nilo, e fatta colla sua approvazione e sotto a' suoi occhi una conveniente divisione, vi installai in due reparti separati i due piccoli Istituti, e vi stabilii un opportuno regolamento, che fu diligentemente praticato. Tale installazione non dovea essere che provvisoria, poiché ritornato dall'Europa, ove m'era condotto coll'autorizzazione del Vicario Ap.lico, ricercai una novella Casa pei missionar; né per umilianti e replicate ripulse che m'ebbi dai turchi ed eretici, che o me la negavano o mi chiedevano fino a 9000 franchi di annua pigione, mai non mi arrestai finché non la rinvenni situata a 12 minuti dalla prima; e in essa installai l'Ist.o maschile. Allora vi promulgai il Regolamento Allegato A., la cui sostanza erasi bastevolmente osservata fin dai primordi della fondazione.
2220
Le Regole fisse di un Istituto sono sempre il frutto di lunghe osservazioni dell'esperienza. Le norme da me tracciate non sono che il sunto sostanziale della forma di condotta da seguirsi dai missionar, avendo io ferma la massima e la determinazione di maturare con la pratica e lunga esperienza il più acconcio Regolamento dell'Istituto da sottomettersi alla S. C. per la suprema sansione della Santa sede.
Fin da principio rilevai perfettamente la delicata mia posizione sia riguardo all'esterno, come rispetto all'interno de' miei piccoli Istituti.
2221
Quanto all'esterno contemplai me e gli Ist.ti sotto gli sguardi paterni e le provvide osservazioni del sagacissimo Rappresentante della Santa Sede, del quale intravidi e penetrai bene la delicata posizione in quell'importante e difficile apostolato, che abbraccia tanti e sì diversi elementi. Mi contemplai in faccia ai Reverendi Padri Francescani e agli altri corpi morali della Missione, come pure a fronte del Governo egiziano, alle autorità Consolari di Francia, Austria ed Italia, al Clero dei diversi riti orientali, alle sette protestanti ed eretiche, ai musulmani, e alla dominante framassoneria. Il capo di un nuovo Stabilimento deve aver l'occhio vigile ed attento su tutto questo e camminare coi calzari di piombo.
2222
Non tardai a comprendere altresì la mia delicata posizione in faccia agli individui componenti gli Istituti, dei quali mi vidi alla testa: religiosi Camilliani, la cui forma di istituzione non è identica a quella dei sacerdoti secolari, Suore francesi ed italiane, e morette riscattate da diversi benefattori, ed educate con norme differenti da diversi Istituti; tutti elementi eterogenei, che io dovea mettere in perfetta armonia, e ridurre colla prudenza ad un solo pensiero sotto una sola bandiera. Studiai quindi con diligente accuratezza il carattere, le tendenze, il grado di virtù e capacità di ciascuno affine di ben regolarlo, e servirmene di quelli che mi poteano giovare pel buon andamento dell'Opera.
2223
Fra questi studiai a fondo il P. Stanislao Carcereri, e trovai essere un uomo di coscienza, di carattere, di ordine e di fermezza, profondo conoscitore del Piano dell'Opera, zelantissimo e capace di regolar bene un Istituto. E siccome tutta la responsabilità degli Stabilimenti pesa sovra di me, siccome la malizia del mondo è somma e la perfidia del demonio suscita nemici fino dall'aria che si respira, e siccome io posso morire da un giorno all'altro, così ho creato questo degno Religioso Vice Superiore degli Istituti, e l'ho eletto a testimonio del mio operare, in guisa che ho praticata sempre la massima di comunicare tutte le mie cose di qualche importanza, ora al P. Carcereri, ora al degnissimo Rappresentante del Vic.o Ap.co, il M. R. P. Pietro, del consiglio dei quali ho profittato.
Non trascurai di sottomettere anche al giudizio degli altri compagni sacerdoti molte cose di rilievo riguardanti gli Istituti, anche collo scopo di avviare ciascuno alla conoscenza ed alla pratica degli affari dell'Opera (ciò che tornerà molto utile in avvenire quando l'Opera piglierà maggiore sviluppo): per cui ogni passo, ogni azione, ogni cosa riguardante gli Ist.ti fu sempre prima da me ponderatamente meditata e riflessa, diligentemente consultata e discussa, e nel nome del Signore maturatamente da me risoluta e decisa. A questa provvida e salutare misura io debbo, dopo Dio e la rettitudine de' miei compagni, quell'unanimità, obbedienza, buon ordine ed armonia (pari a qualunque regolare Istituto d'Europa), che regna nel mio stabilimento: a questo debbo il vantaggio che i miei compagni sarebbero capaci di dirigere un Istituto. Io padroneggio l'intelletto ed il cuore dei miei compagni; ed essi posseggono tutta la mia stima ed affezione. Tutti siamo di un solo pensiero, disposti ed ardenti di sacrificare la nostra vita per amore di Dio, della Chiesa, e dell'infelice Nigrizia.
Siamo tutti disposti, o Eminenza, di morire anche martiri della Fede; ma vogliamo morire con giudizio, e con sommo giudizio, cioè coll'operare saviamente per la salvezza dell'anime le più derelitte della terra, ed esporci per esse ai più grandi pericoli della vita con quella prudenza, discrezione, e magnanimità, che si addice ai veri apostoli e martiri di Gesù Cristo.
Al Card. Alessandro Barnabò - 4.1870
Premesse queste nozioni generali, vengo ora al particolare degli Istituti, ed ai loro mezzi di sussistenza.
Sono tre le piccole Case dell'Opera in Egitto, cioè:
1¼. L'Istituto maschile.
2¼. L'Istituto femminile.
3¼. La Scuola femminile di Cairo Vecchio.

1¼. Istituto del S. Cuor di Gesù
per la Rigenerazione dell'Africa.

Così ho chiamato l'Istituto maschile, il cui Orario è esposto Allegato B.
Scopo primario di questo Istituto è il seguente:
1¼. Educazione religiosa, morale, intellettuale ed artistica dei negri, affine d'informarli nella fede, morale, scienze ed arti, che sono necessarie nell'Africa centrale, affinché compiuta la loro educazione, ritornino fra le tribù della Nigrizia, per essere apostoli di fede e civiltà ai popoli negri sotto la direzione dei missionari europei.
2227
2¼. Acclimatizzare i missionari e fratelli coadiutori europei, affinché si rendano più capaci di sostenere il clima e le fatiche apostoliche nella Nigrizia.
2228
3¼. I missionari europei studiano l'arabo, le lingue dei negri, e gli altri idiomi necessari alla missione, pigliano conoscenza dei costumi orientali e delle abitudini dei musulmani, con cui avran sempre da trattare anche nella Nigrizia, si addestrano alla maniera di trattare col mondo guasto e corrotto, colle autorità governative e consolari, apprendono un po' di medicina e d'arti di prima necessità, e soprattutto studiano i mezzi più acconci e la pratica di guadagnar anime a Dio. In una parola l'Istituto è pel Sacerdote una scuola di esperienza e di prova per imparar bene a fare il missionario, per esercitarne convenientemente le funzioni e il ministero nell'Africa Centrale.
2229
4¼. L'Istituto è una specie di tirocinio per assicurarsi se i missionari ed i fratelli coadiutori da inviarsi nella Nigrizia sieno forniti di quell'alto grado di castità a tutta prova, di quella fede, umiltà, abnegazione, costanza, carità, e di quelle virtù apostoliche, che sono necessarie per cimentarsi alle ardue e perigliose missioni dell'Africa centrale, affinché non corrano il rischio di essere convertiti.... invece di convertire.. ne cum aliis praedicaverint, ipsi reprobi efficiantur.
2230
Scopo secondario dell'Istituto è l'evangelizzazione della razza etiope dimorante in Egitto, che, secondo l'Annuario Ufficiale 1869-70 di Levernay, comprende nel solo Cairo 25000 individui. Di più l'Istituto presta il suo ministero nell'Egitto a misura dell'autoriz-zazione e facoltà che riceve dal Vic.o Apostolico in pro' della Colonia Europea o degli indigeni di qualunque rito e credenza.
2231
Quanto ai negri d'Egitto noi ci siamo finora limitati a procurare la conversione di quelli che sono nelle famiglie cattoliche, lasciando da una parte finora i negri degli eretici e musulmani, dei quali non siamo andati in cerca; ma solo giovammo a quelli che la Provvidenza ha guidati nei nostri Stabilimenti, o per essere infermi od abbandonati.
2232
I negri esistenti nelle famiglie cattoliche son quasi tutti o musulmani o pagani. Il motivo di questa piaga che nell'Egitto colpisce la razza etiope anche all'ombra del cattolicesimo è la secolare e tradizionale negligenza dei padroni cattolici, i quali, o non si curano punto della eterna salvezza della loro servitù etiope che riguardano come cosa, o non vogliono assolutamente che essa diventi cattolica; e ciò per due principali motivi, cioè, 1¼. perché i neri fatti cattolici diventano liberi; e quindi temono che abbiano a sottrarsi dal loro servizio. E noi provammo invece col fatto che i neri fatti cattolici diventano più fedeli ai loro padroni; 2¼. perché diventando cattolici, se i padroni si determinano a disfarsene per qualsiasi motivo, non possono venderli ai musulmani, per cavarne denaro. Ma su questo parziale apostolato del nostro Istituto mi farò un dovere di presentarle fra poco uno speciale e coscienzioso Rapporto, dal quale V. E. rileverà la condizione infelice della razza etiopie in Egitto, anche dei negri delle famiglie cattoliche di qualunque rito; comprenderà quali pene ed ostacoli v'incontri il più industre ed oculato ministero Sacerdotale, quanta prudenza e riserbatezza vi abbisogni per trarne vantaggio, e quali risultati positivi possa ottenerne la Chiesa; ne conchiuderà infine come l'apostolato dei neri in Egitto, che non forma che lo scopo secondario dell'Istituto, costituisce da sé solo un importante missione.
Al Card. Alessandro Barnabò - 4.1870
L'Ist.o maschile comprende in piccolo:
1¼. Il Corpo dei missionar;
2¼. Il corpo dei fratelli coadiutori;
3¼. Il catecumenato e l'educandato dei neri;
4¼. Una piccola infermeria pei neri.
Ecco in breve il modo con cui vivono i missionari. La vita del missionario che ha rotto in modo assoluto e perentorio tutte le relazioni col mondo e colle cose più care secondo natura, deve essere una vita di spirito e di fede. Consacrato per sentimento di fede e di carità alla conversione dell'anime, è d'uopo che in lui, oltre ad un solido e schietto zelo, puro amore e timore di Dio e padronanza ben sicura delle proprie passioni, domini patentemente il fervore per le cose spirituali, e lo studio della vita interiore e della perfezione. Quindi è che sono prescritte ai missionari dell'Istituto dei neri le seguenti pratiche per l'acquisto della propria santificazione:
1¼.ÊOsservanza esatta del Regolamento ed Orario.
2¼.ÊMessa e divino ufficio quotidiano, e Confessione settimanale.
3¼.ÊOrazioni vocali mattina e sera in comune e Rosario.
4¼.ÊMeditazione mattutina in comune, un'ora.
5¼.ÊEsami di coscienza, Lezione spirituale, Visita al SS.mo Sacramento o alla cappella, e Comunione spirituale in privato.
6¼. Atto di Consacrazione ad Iesum Apostolum delle proprie fatiche e della propria vita, che si fa in comune mattina e sera.
7¼. Lezione quotidiana a tavola del Nuovo Testamento, e delle vite dei Martiri e dei Santi, o di celebri e distinti missionari.
8¼. Esercizi Spirituali annuali di 10 giorni in Quaresima, e ritiro mensile il venerdì dopo la prima Domenica di ciascun mese.
9¼. Mesi di marzo e di maggio con pratiche di pietà ogni sera, Novene, Ottavari, Tridui, sovente con prediche e panegirici al SS.mo Sacramento, a Gesù Bambino, al S. Cuor di Gesù, alla S. Famiglia, all'Imm.ta Concezione, ai VII Dolori, al S. Cuor di Maria, ai SS. Apostoli e Martiri, a' SS. Pietro e Paolo, a S. Giuseppe, a S. Francesco Saverio, a S. Fr. d'Assisi, a S. Antonio di Padova, a S. Luigi Gonzaga, a S. Camillo, a S. Teresa, ai Santi Africani, alla B. Alacoque, per la Chiesa, pel Sommo Pontefice, per la Prop.n della Fede, e soprattutto per la Rigenerazione dell'Africa.
10¼. Esercizi particolari di pietà di ciascuno.

2235
Circa lo studio della santificazione dell'anime sono prescritti ai missionari i seguenti articoli.
1¼. Studio frequente della S. Scrittura, Teologia Dogmatica, Morale, Canonica, Catechismo, storia della Chiesa, delle Missioni, e Controversia.
La Controversia forma uno studio speciale dei missionari, e versa:
a) sulle cose di prima necessità ed attualità del loro ministero Sacerdotale.
b) sugli errori e superstizioni pagane dell'Africa centrale.
c) sugli errori e superstizioni dell'islamismo in generale, e sui particolari dei musulmani d'Egitto, della Nubia, e degli arabi nomadi dell'Africa centrale.
d) sugli errori degli eretici e scismatici di tutte le specie e riti in generale, e sui particolari che esistono fra gli eretici e scismatici d'Egitto, cioè copti, greci, armeni, anglicani e protestanti etc.
e) sui perniciosi pregiudizi che dominano presso i cattolici di Egitto, anche Monaci orientali; pregiudizi che ponno essere di ostacolo al progresso del vero cattolicesimo di Roma.
f) sulle tendenze perniciose e sui vizi che dominano fra i cattolici d'Egitto.
Da questo studio accurato e coscienzioso se ne determina e stabilisce a poco a poco un sistema pratico, col quale procurare colla grazia di Dio e con tutta prudenza la salute dell'anime.
2¼. Studio accurato della lingua araba, francese, e dinka, che è la più estesa dell'Africa centrale.
3¼. Studio della storia, geografia, agraria, e costumanze della Nigrizia.
4¼. Studio della medicina, flebotomia, botanica, farmaceutica ed altre scienze ed arti necessarie per la Nigrizia.
5¼. Pratica di assistere spiritualmente e corporalmente gli infermi.
6¼. Esercizio di predicazione, ed amministrazione dei Sacramenti negli istituti dei negri.
2236
La direzione generale degli Istituti in omnibus et quoad omnia, e la pertrattazione degli affari esterni, specialmente coi Consolati e col Governo egiziano, e la corrispondenza coll'Europa e Società benefattrici, l'ho riserbata a me solo. La sorveglianza immediata dell'Ist.o maschile, in mia assenza, è devoluta al P. Carcereri a cui ho pure affidato l'economia particolare delle tre Case, e l'amministrazione dei Sacramenti alle Suore e morette, che sanno l'italiano. D. Bortolo Rolleri, uomo di gran pietà, esattezza, ordine, sodo criterio, ed ottimo spirito, è incaricato della scuola di 4 ore al giorno ai moretti, la cui sorveglianza fuori di scuola è ripartita fra lui, il P. Franceschini, il fratel Rossi e l'ottimo moro quarantenne Domenico. Al P. Franceschini è devoluta la cura della cappella, l'economia minuta dell'Istituto maschile, le spese generali, e la scuola delle arti e mestieri ai moretti. Franceschini è giovane missionario di belle speranze. A lui fa scuola di S. Teologia il P. Carcereri. Il P. Pietro Parroco fa scuola di arabo ai missionari, ed io la fo di francese e di dinka.
L'Ist.o maschile assiste alla parrocchia di Cairo Vecchio in tutte quelle cose che vengono ingiunte dal degnissimo Rappresentante del nostro veneratissimo Mgr. Vic.o Ap.co, il P. Pietro da Taggia, al quale siam debitori della più caritatevole e paterna sollecitudine. I caritatevoli e buoni Padri di Terra Santa altresì usano molte attenzioni per noi, e specialmente il Guardiano di Cairo, uomo di consiglio, di molto senno e prudenza; e quello di Alessandria ci è prodigo di molta carità e di generosa affezione.
Al Card. Alessandro Barnabò - 4.1870
La Casa dell'Ist.o maschile è l'intero Convento dei Maroniti, composto di tre reparti separati ed una Chiesa la più vasta e bella di Cairo Vecchio; l'ho presa ad affitto per tre anni al prezzo di 700 franchi all'anno, coll'obbligo di qualche riparazione. Dista circa dieci minuti dai due Istituti femminili, i quali egualmente son situati a dieci minuti di distanza l'uno dall'altro.

2¼. Istituto del S. Cuor di Maria

Così ho chiamato l'Ist.o delle morette affidato alle Suore di S. Giuseppe dell'Apparizione, il cui Orario è esposto all'Allegato C.
Tanto lo scopo primario di questo Ist.o come il secondario è conforme a quello dell'Ist.o maschile, salve quelle variazioni che spettano alla natura e alla missione speciale della donna cattolica destinata a coadiuvare l'Apostolato delle povere morette sia nell'Egitto, sia nella Nigrizia.
2240
Questo Ist.o comprende:
1¼. Il Corpo delle Suore:
2¼. Il Corpo delle morette Missionarie.
3¼. " " " aspiranti a missionarie ed assistenti.
4¼. Catecumenato.
5¼. Piccolo ospitale pelle nere.
Siccome le Suore nostre e le missionarie nere per adempiere al loro apostolato sono esposte a grandi pericoli, così ho ferma in cuore la massima di porre ogni studio perché lo spirito di esse sia fornito di tutte le virtù che sono proprie di ciascuna specie d'Ordine regolare di perfetta osservanza; cioè, per l'attività esse debbono essere altrettante perfette figlie di S. Vincenzo de Paoli, per l'orazione e distacco altrettante Salesiane, per l'istruzione altrettante Orsoline e figlie del S. Cuore. A poco a poco si riuscirà a questo.
2241
Ad ottenere la propria santificazione, le Suore, di cui io sono il Superiore ordinario, sono tenute ad osservare esattamente le Regole del proprio Istituto.
Oltrediché esse dirigono ed assistono le morette di qualsiasi classe, e specialmente le missionarie, nelle seguenti pratiche, che tendono a procurare la propria santificazione:
1¼. Osservanza esatta del Regolamento.
2¼. Orazioni vocali (di cui una parte sono composte da noi in ordine alla missione) in comune la mattina, fra il giorno, e la sera.
3¼. Meditazione in comune alla mattina, mezz'ora.
4¼. Esami di coscienza, Visita al SS.mo Sacramento o alla cappella, Comunione spirituale, lezione spirituale tra il giorno ed a tavola a colazione, pranzo e cena. Tutto ciò in comune. Poi il Silenzio a certe ore determinate.
5¼.Confessione settimanale, e Comunione ad arbitrio del Confessore.
6¼. Spiegazione del Vangelo in Chiesa alla mattina, e catechismo al dopopranzo delle domeniche e feste di tutto l'anno fatta da un Sacerdote.
7¼. Un'ora di pubblica adorazione al SS.mo Sacramento ogni mercoledì con messa pro conversione Nigritiae.
8¼. Esercizi spirituali annuali dal 10 marzo alla Festa di S. Giuseppe, e ritiro mensile all'ultimo giovedì del mese.
9¼. Pratica del mese di marzo e di maggio con predica ogni sera, preghiere speciali, ed esposizione della Pisside.
10¼. Pratica della Guardia d'onore del S. Cuor di Gesù con predica il primo venerdì del mese.
11¼. Novene, Ottavari, e Tridui al divin Salvatore, alla S. Famiglia, alla B. Vergine Maria etc. ed ai Santi di special divozione dell'Opera, come sopra ho enunciato.
12¼. Pratiche di pietà di ciascuna secondo la particolare divozione.
2242
Le Suore e morette procurano la salute dell'anime, e si preparano all'Apostolato della Nigrizia colle seguenti pratiche:
1¼. Studio amplo del catechismo. A questa scuola presiede di tanto in tanto un missionario, che espone le idee e gli argomenti di prova, che si sono già discussi e triturati nell'Ist.o maschile. A seconda delle materie v'ha una scuola di piccola controversia, in cui si insegna alle Suore e morette missionarie la maniera più efficace di convertire le morette di qualunque credenza, e si accennano i motivi e le similitudini più pratiche e piane per combattere e distruggere gli errori e le superstizioni delle donne pagane e musulmane.
2¼. La morette missionarie istruiscono le assistenti e le malate nelle cose della fede e morale cristiana, e preparano le catecumene al santo battesimo.
3¼. Studio delle lingue araba e dinka.
4¼. Esercizio pratico sul modo di assistere spiritualmente e corporalmente le inferme, e un po' d'istruzione di medicina, di farmaceutica, applicare rimedi, preparare medicamenti etc.
5¼. Scuola di lavori femminili di prima necessità, cucire, tessere, pratica di guardaroba etc. etc.
6¼. Esercizio di cucina, far pane, confezionare vivande con elementi e prodotti, che si ponno avere nella Nigrizia coll'industria agricola locale, o da introdurvisi.
Del resto le Suore presiedono alle morette nei lavori di finezza e valore commissionati dagli esterni e specialmente da magazzini europei, come pure pei vestiti e biancheria degli Istituti. Gli uffici di cucina, bucato e infermeria, sono disimpegnati dalle morette settimanalmente per turno.
Al Card. Alessandro Barnabò - 4.1870
L'istruzione a domicilio in qualche famiglia cattolica di provata riputazione ov'è qualche catecumena, si effettua sempre da due morette acccompagnate da una Suora.
Tanto il medico che il missionario fanno visita delle inferme nel piccolo Ospedale dell'Ist.o accompagnati sempre dalla moretta infermiera, e dalla Superiora o da una Suora.
Il piccolo Ospedale è provveduto di una piccola farmacia di 2000 franchi, che somministra medicamenti alle altre Case, ed ai poveri.
Fra le more missionarie ve ne sono 10 di provata moralità e capacità, che sarebbero pronte ad esercitare convenientemente il loro ministero nell'Africa centrale, e sarebbero mature per l'apostolato della Nigrizia. Tutte poi le morette missionarie sono abilissime nell'arte e maniera di tirar negre sia pagane sia musulmane al cattolicesimo. Un gran numero di pagane e musulmane avrebber potuto essere guadagnate alla fede, se la prudenza non ci avesse guidato ad esser cauti coi padroni, che sono contrarii alla conversione dei negri.
L'esperienza ci ha convinti che la presenza di un Istituto di negre è un importante elemento di apostolato in favore della razza etiope in Egitto. Dal conversare insieme colle nostre morette, dal vederle pregare e dal sentirle cantare, moltissime altre pagane e musulmane s'invogliarono di farsi cattoliche. Tutte le morette e moretti convertiti fino ad ora si conservarono fedeli alla fede, nessuna eccettuata, tanto quelle che rimasero nell'Ist.o, come quelle che furono collocate in oneste famiglie cattoliche. Taluna ha conservato, si può dire, l'innocenza battesimale, da essere bell'esempio alle altre.
Le Suore sono di provato spirito e moralità. Non si è nulla trascurato da noi per renderle tali, ed uniformarle allo spirito della nostra ardua ed importante missione. La Superiora è Suor Veronica Petti-nati ed è veramente all'altezza della sua missione.
2247
Fino ad ora ho tenuto io l'amministrazione di questo Ist.o, mandandogli il necessario in ogni cosa, e accordando alla Superiora l'economia minuta della Casa. Ciò fu un'esperienza per constatare i bisogni dell'Istituto, ed il tornaconto dell'Opera. Dal gennaio p.p. ho convenuto colla S.ra Euphrasie Assistente Generale di sbarazzarmi di questo impiccio, e di cedere l'amministrazione totale alle Suore sulle basi del Contratto Allegato D; ciò che darà maggiore impegno alla C. di S. Giuseppe di assistere l'Opera. Ma finora la Madre Generale non si è ancor pronunciata, aspettando di venire a Roma per la conclusione. La Casa di questo Ist.o è un vasto locale con piccolo giardino e cappella, che ho preso ad affitto dal Sig.r Bahhari Abut greco cattolico al prezzo di 1600 franchi all'anno. E' a dieci passi dal Nilo.

2248
3¼. Casa della Sacra Famiglia
ossia Scuola femminile della Parrocchia di Cairo V.

Questa piccola Casa fu aperta nel giugno 1869 dietro speciale mandato di S. E. il Vic.o Ap.co, che me ne ha incaricato col seguente Documento emanato da Alessandria il 23 maggio precedente in seguito a mia domanda, e desiderio di quel M. R. Parroco:
N. 110
"M. R. D. Comboni,
Preso in considerazione quanto Ella mi esponeva col suo foglio 10 corr. trovo di autorizzarla ad aprire in via di esperimento una Scuola Succursale nel Vecchio Cairo affidandone la direzione a Sr. Maria Caterina Rosa Valerio Terziaria Franc.na di Verona, in modo che sempre restino salvi i diritti di quel M. R. Curato, al quale scrivo contemporaneamente per invitarlo a prendere tutta la maggior possibile cura onde si ottengano i desiderati effetti.
Non potendo, almeno per ora, essere disponibili i locali dell'antica Scuola, sarà di Lei cura pensare ad un altro, che riunisca possibilmente le richieste condizioni.
C F. Luigi Arciv.o Vic.o Ap.lico

2249
Questa Scuola è tenuta esclusivamente dalle morette missionarie sotto la direzione di Sr. Valerio, che io condussi da Verona, ove fu Maestra delle Novizie del soppresso Monastero delle Terziare francescane. Vi si insegna la fede e la Morale cattolica, gli elementi d'istruzione primaria, le lingue araba, italiana, francese e tedesca, oltre ai lavori femminili di ogni genere dalla calzetta al ricamo in seta ed oro.
2250
L'Orario speciale è esposto all'Allegato E. La scuola è frequentata ordinariamente da 20 a 30 allieve orientali e da tre europee tedesche. Causa di numero sì limitato è il divieto che il testè defunto Patriarca Copto Scismatico fece alle fanciulle e ragazzi suoi correligionari di frequentare le scuole cattoliche. Molte sono le famiglie copte ere-tiche in Cairo Vecchio.
Questa Casa è come un piccolo tirocinio per le morette missionarie. Essa è situata accanto alla Chiesa Parrocchiale.
La Casa della S. Famiglia, o Scuola, mi è affittata da Terra Santa per tre anni al prezzo di 360 franchi all'anno.
L'Elenco personale dei tre piccoli Istituti dei neri in Egitto dall'epoca della loro fondazione in dicembre 1867 fino al marzo 1870 è all'Allegato F.

Risulta da questo che
1¼. I Neofiti degli Ist.ti sono N¼. 19
2¼. " Catecumeni attuali sono " 15
3¼. " Totale del personale " 72
L'attual personale degli Ist.i è il seguente:
1¼. Ist.o del S.C. di G. N¼. 1
2¼. " " " " " M. " 26
3¼. Casa della S. Famiglia " 9
Totale 46

Economia e mezzi di sussistenza
degli Ist.i d'Egitto.

Al Card. Alessandro Barnabò - 4.1870
Venendo ora ai mezzi pecuniari e materiali per sostenere i nascenti Ist.ti d'Egitto, ho mille motivi di ringraziare la Provvidenza, perché quantunque sieno scabrosissimi i tempi che corrono, e fierissime sieno state le procelle, a cui per disposizione adorabile della Provvidenza l'Opera soggiacque, benché abbiasi ristretta a piccola sfera la sollecitudine dell'economia, tuttavolta gli Istituti non hanno mai mancato del necessario, e furono in molte cose anche provveduti dell'utile e del comodo.
Un grave inconveniente dell'Opera in Egitto è il non possedere almeno una casa propria. Ma coll'aiuto di Dio, e qualora vi intervenga l'appoggio della Propaganda, non tarderò a fare l'acquisto di una Casa in Cairo; al quale oggetto la Società di Colonia mi destinò 10,000 franchi con lettera Allegato G., il cui contenuto mostra quale impegno nutra questa pia Associazione per aiutare con generose oblazioni le piccole opere attuali dell'Egitto, e le future dell'Africa Centrale.
La spesa necessaria a mantenere le tre piccole Case d'Egitto col numero degli individui che attualmente le compongono, come risulta dall'esperienza dei due primi anni, è da circa quindicimila a sedicimila franchi.
La rendita di cui gli Istituti ponno disporre annualmente, oltrepassa la somma di 20,000 franchi. Le fonti da cui zampillano tali sussidi, son le seguenti:
1¼. Società di Colonia pei neri Fr. 10,000
2¼. Propagazion della Fede di L. " 7,000
3¼. Elemosine di messe dei miss.ri " 2,000
4¼. Opera delle Scuole d'Oriente " 500
5¼. Offerte agli Ist.i e lavori delle morette 3,000
Totale 22,500
Le tre Case sono attualmente fornite di oltre a 25,000 franchi in biancheria, letti, mobilie, medicinali, oggetti di culto, arnesi domestici, di arti e mestieri etc. Posso esibire nota di tutti e singoli gli oggetti a richiesta di V. E.

Risorse ed attivo degl'Ist.ti
nei due primi anni della lor fondazione.

In denaro
1¼. Società di Colonia pei neri Fr. 28,300
2¼. Propagazione della F. di Lione e Parigi " 12,000
3¼. Ludwigverein di Monaco " 1,500
4¼. Società dell'Imm.ta Concezione a Vienna " 1,000
5¼. Opera delle Scuole d'Oriente " 700
6¼. Società del S. Sepolcro di Colonia " 500
7¼. Ist.o delle Cisterciensi di Landshut " 2,000
8¼. Ist.o delle Salesiane di Beuerberg " 1,260
9¼. Duca di Modena " 800
10¼ Ricavato dei lavori delle more,
ed offerte agli Ist.i in Cairo " 3,000
11¼. Elemosine di Messe ai Missionari " 4,000
12¼. Elemosine di insigni e ordinari benefattori
privati dell'Opera, tra cui delle Maestà e
Altezze etc. come le LL. MM. l'Imp.re
Ferdinando
e l'Imp.ce Marianna d'Austria, il Principe
Giorgio di Sassonia, il Principe
di Lšwenstein, Barone di Havelt,
predicazioni etc. in Francia etc. " 17,000
72,060
Somma retro F r.chi 72,060

In oggetti e provvigioni
1¼. M.me Maurin Bié, Dephies, Berthod et. a Lione
in camicie, vestiti etc. del Valore 500
2¼. Famiglia del Missionario Rolleri
in grano, commest.li etc. 350
3¼. Mio padre Luigi Comboni 9 barili d'olio 750
4¼. Da molti in cacio, vino, zucchero,
commestibili e comb.li 3,500
Risparmi straordinari procurati coll'industrie e relazioni particolari
1¼. Per viaggi fino al Cairo di morette e fratelli laici,
per trasporti gratuiti di 274 colli da Marsiglia
ad Alessandria (Il Governo francese non accorda il
gratis che ai missionari e Suore, e anche questo non
sempre) ottenuti dal Ministero degli affari Esteri di
Parigi e dal Governo egiziano 12,000
2¼. M.r Talabot, Rotschild, Pointu e Capi di diverse
Società ferroviarie, mi accordarono il gratis sulle
Str. Ferr. di Francia, Germania, ed Italia per
diversi viaggi 1,600
Totale 90,760

Spese e Passivo degli Istituti
Al Card. Alessandro Barnabò - 4.1870
nei due primi anni della loro fondazione.

1. Spese di viaggi di 30 individui e trasporti
di colli dall'Europa al Cairo Fr. 15,000
2. Miei viaggi in l'Europa " 2,000
3. Affitto di tre Case, e piccole riparazioni 5,500
4. Posta, ricevere e spedire " 1,500
5. Spese di culto, candele, olio, vino, farina,
panche, etc. " 2,000
6. Farmacia, medici, piccolo Ospitale,
infermeria et. " 4,000
7. Vitto, vestito, carriaggi, carrozze, asini,
barche, cammelli etc. compera
di qualche moro e mora, elem.ne 30,000
8. Letti, biancheria, mobilie,
arti e mestieri, culto etc. 25,000
Totale Fr. 85,000
2256

Ho un debito di 5000 franchi coll'onesta famiglia A. Laurent di Marsiglia negoziante per molte Case Religiose, che restituirò solo a poco a poco dopo fondati gl'Istituti, o quando potrò, secondo i patti.

Restano in Cassa attualmente

1. nelle mani del P. Carcereri Fr. 2000
2. nelle mie mani 1000
3. Sig.r Zachman mio Banchiere di C.ro 1500
4. Complemento del 1869 della Propagaz.ne
della Fede 5600
5. Crediti esigibili 800
Totale Fr. 10,900

Dunque
Attivo
Risorse ricevute Franchi 90,760

Passivo Spese fatte fr. 85,000
Cassa attuale 10,900
Totale 95,900
Debito Laurent 5,000
90,900

2257
II. - Piccole Opere di Verona.

Affinché gli Ist.ti d'Egitto e le opere che si fonderanno nella Nigrizia abbiano il sigillo della stabilità, S. E. R.ma Monsig. Canossa aperse in Verona un piccolo Seminario per allevarvi dei Sacerdoti, e provvedere di missionari e fratelli coadiutori gl'Istituti d'Egitto e le missioni dell'Africa centrale, e gli diede l'impronta canonica per mezzo del Documento Allegato M, preponendovi a Direttore il pio e dotto D. Alessandro Dalbosco, che fu già mio compagno nell'Africa Centrale.
2258
Ma siccome nei tempi che corrono non si può calcolare sopra rilevanti risorse di grandi benefattori, perché i redditi degli enti morali che appartengono alla Chiesa sono sempre minacciati dalle violenze e dagli incameramenti delle autorità laicali, così si è pensato di appoggiare il Seminario sulla carità cattolica, e sul diritto di Associazione riconosciuto da tutte le forme di governi anche rivoluzionari; e perciò si è eretta canonicamente la pia Associazione del B. Pastore, che ha per oggetto di provvedere di mezzi pecuniari il detto Seminario, e quelli che si fonderebbero coll'aiuto di Dio in altri centri della Cattolicità. Quest'Opera, alla quale il Vescovo di Verona accordò 40 giorni d'Indulgenza, venne in seguito arricchita da S. S. di 6 Indulgenze Plenarie Allegato N, mediante un Autografo Rescritto Pontificio, che io ebbi l'onore di mostrare a V. E. R.ma il giorno dopo ottenuta la grazia.
2259
Quest'Opera avea cominciato a camminare assai bene, ed era favorita da molti Vescovi d'Italia e fuori, che ne aveano approvato lo stabilimento nelle rispettive Diocesi, ed aveano assicurato Monsig. Canossa della loro protezione con lettere speciali, di cui potrei esibir copia a V. E. Col prodotto del primo anno si potè iniziare il piccolo Seminario, e provarvi la vocazione al Sacerdote D. Rolleri, ed al fratel laico Rossi, che fin dal principio del 1869 condussi meco in Cairo.
2260
Una circostanza permessa da Dio arenò alquanto la santa Opera. Nel luglio del 1868 essendomi io recato a Lione con ispecial Com-mendatizia del Vic.o Ap.co per implorare soccorsi dalla Propagazion della Fede, ho presentato a quel Consiglio, dietro sua dimanda, un quadro delle piccole Opere d'Egitto e di Verona, tra cui l'Associa-zione del B. Pastore. M.r Meynis Seg.rio del Consiglio di Lione non comprendendo bene, o mostrando di non comprendere l'Opera, cre-dette che l'Associazione del B. Pastore avesse per oggetto di rac-cogliere elemosine per gl'Ist.i d'Egitto, e che quindi portasse nocu-mento alla Prop. della Fede. Il perché riferì a quel Presidente ch'era d'uopo di scriverne in proposito alla S. C. di Prop.da Fide. In se-guito a tale comunicazione V. E. R.ma giudicò nella sua saviezza di dare alla nostra Associazione di Verona la medesima interpretazione, e quindi nel Settembre del 1868 emanò una Circolare ai Vescovi d'Italia, in cui vietava di ammettere nelle loro Diocesi qualsiasi Associazione tendente a soccorrere una speciale Missione, eccetto la Propagazione della Fede. Il Vescovo di Verona ebbe qualche timore che una tal circolare colpisse indirettamente l'Opera del B. P.
Al Card. Alessandro Barnabò - 4.1870
Ignorando io questo fatto, e forte della pontificia approvazione, cercai di fondare a Parigi un Consiglio dell'O.B.P. Io giudicai di basarmi sul solido consultando prima ed invocando l'appoggio della Prop. della Fede. Il perché rivoltomi a parecchi membri del Consiglio di Parigi, spiegai loro la natura della novella associazione, che ha per oggetto di mantenere un Seminario in Verona, e non una missione speciale in partibus infidelium, e che quindi non è della natura dell'Opera generale della Prop. della Fede, la quale assiste direttamente le missioni straniere: aggiunsi come in seguito al buon avviamento della medesima si avrebbe iniziato col tempo un piccolo Seminario nella stessa Parigi per formar missionari pella Nigrizia sulle basi di quel di Verona. L'illustre Nicolas fu l'interprete delle mie idee nel Consiglio.
Il Sig.r Baudon Presidente generale delle Conferenze di S. Vincenzo di Paoli e Consigliere della pia Associazione del B. P. mi disse: "Si tratta di circa 50,000 franchi all'anno che occorrono per mantenere questo Seminario, ove si formerebbero missionari per l'Africa; do il mio nome, ed accetto di essere membro del Consiglio diocesano di Parigi dell'Opera del B. P." Senz'altro intrapresi e riuscii a costituire un Consiglio Diocesano della pia Associazione, ed ottenni di farvi entrare come Consiglieri dodici dei più illustri personaggi di quella capitale, fra i quali quattro dei più attivi Consiglieri della Prop. della Fede. Coll'autorizzazione del Vescovo di Verona vi stabilii altresì un Comitato di Dame patrocinatrici delle più ricche ed illustri di Parigi.
Sennonché alcuni giorni pria di tenere la prima seduta del Consiglio Diocesano già invocata nei saloni del Barone di Havelt, ricevetti da Verona l'annunzio della Circolare di V. E. R.ma. Quantunque questa Circolare non colpisse niente affatto le Asso-ciazioni speciali che hanno per iscopo un bene locale di una Diocesi d'Italia, e per conseguenza non colpisse l'Opera del B. P. destinata a soccorrere il piccolo Seminario di Verona, tuttavia leggendo nel cuore di V. E., per sommissione e rispetto al Capo supremo delle Sante Missioni, ho deciso di sospendere tutto fino a nuovo ordine; mi accomiatai con rossore dai membri del novello Consiglio di Parigi, annunziando loro che dovendo partir per l'Egitto avea deciso di sospendere ad tempus l'azione dell'Opera del B. Pastore in Parigi; e ciò dopo aver esposto schiettamente ai membri più importanti il fatto e la realtà della causa.
2264
Quindi lasciai la Francia rassegnato alle disposizioni della Provvidenza, e pieno della fiducia, che più tardi il Signore avrebbe avviato l'Opera santa. Incurvando la fronte alle venerate intenzioni di V. E., si procedette a passo misurato altresì in Italia; e Mgr. Canossa giudicò prudente di non ammettere nuovi soggetti nel piccolo Seminario; e l'Opera in Verona rimase stazionaria.
2265
Aspettammo con impazienza l'epoca del Concilio Vaticano per presentarsi dinanzi a V. E. e pregarla caldamente a coprire collo scu-do della sua protezione tutta l'Opera. Un Seminario in Europa che formi missionari pella Nigrizia è di assoluta necessità. Una pia As-sociazione ben organizzata è il mezzo più sicuro per sostenerlo e per-petuarlo nei tempi nostri. D'altro lato questa Associazione, che ha per unico oggetto di aiutare lo Stabilimento di Verona, non offende, né ha alcun contatto coll'Opera della Prop. della Fede di Lione e Pa-rigi, le cui risorse hanno per oggetto di aiutare le missioni in partibus infidelium. Di questo ne sono convinti i membri dei Consiglio cen-trali di Lione e Parigi, molti dei quali vedono anzi che l'Opera del B. P. sarà utile alla Prop. della Fede, la quale avrà maggiore incremento dai buoni risultati delle missioni dell'Africa centrale, che sarebbero le più interessanti, essi dicono, perché rigenerano popoli nuovi.
2266
Se non esistesse il Seminario delle Missioni Estere di Parigi, vi sarebbero forse nell'Asia ventidue Vicariati, e due Prefetture Apostoliche, tutti sostenuti e condotti da quel celebre Seminario? Ora una tale Associazione (del B. P.) mantenendo il Seminario di Verona per l'Africa Centrale, dà missionari alla Nigrizia, e promuove l'incremento della fede in quelle infocate regioni, sulle quali pesa ancora tremendo l'anatema di Canaam. Dunque io supplico umil.te la S. C. di Propaganda a secondare i desideri santissimi di Mgr. Vescovo di Verona, ed a esser larga e generosa del suo prezioso appoggio in favore di questa Associazione, la quale tende a dare apostoli all'infelice Nigrizia.
2267
Il Signore avendo chiamato a sé il zelante missionario D. Ales. Dalbosco, Mgr. Vescovo Canossa nominò il pio e zelante D. Tommaso Toffaloni (1) a Capo del piccolo Seminario, che è degno dell'importante ministero, a cui è chiamato; e ciò fino a tanto che ci sia dato di destinarvi uno, che sia stato già missionario nell'Africa Centrale, essendo noi profondamente convinti che quando il Seminario abbia preso durevole consistenza, e conti già molti anni di esercizio di missione, è opportunissimo che il Superiore ed i direttori di spirito sieno prescelti fra gli allievi stessi, cioè, richiamando in Europa alcuni dei più provetti e più meritevoli soggetti che siansi distinti nel sacro ministero in missione, ai quali tale incarico gioverà ad onorato riposo, nel tempo che la loro opera tornerà a maggior vantaggio ed istruzione dei novelli aspiranti all'apostolato della Nigrizia.

Al Card. Alessandro Barnabò - 4.1870
III. - Armonia delle Opere di Egitto e Verona

Dall'esposto deesi conchiudere come necessaria illazione, che è di somma necessità che i nascenti Istituti d'Egitto e le piccole Opere di Verona si dieno la mano e camminino e prosperino simultaneamente, aiutandosi l'una l'altra reciprocamente, affine di raggiungere lo scopo ultimo, che è di piantare stabilmente la fede nell'Africa Centrale. Io parto dal principio giustissimo e basato sulla pratica esperienza, che come nell'ordine temporale quattrini fan quattrini, così nell'ordine spirituale opera fa opera. Se le piccole Opere di Verona prospereranno, esse daranno agl'Istituti d'Egitto e della Nigrizia dei buoni e valenti operai evangelici, i quali installati nel campo della loro azione apostolica, coll'aiuto divino opereranno delle conversioni, e faran prosperare gl'Ist.i d'Egitto e le missioni della Nigrizia. Prosperando questi sotto l'egida della Propaganda, si animerà lo zelo dei generosi cattolici d'Europa, che concorrerano allo sviluppo ed incremento dell'Opera del B. Pastore, la quale si renderà forte, e potrà promuovere vocazioni e mantenere maggior numero di candidati nel Seminario di Verona. In tal guisa queste sante Opere raggiungeranno il loro ultimo fine, cioè, la fondazione stabile ed il trionfo della Fede nella Nigrizia, ove non brillò giammai né si piantò il glorioso vessillo della Croce.

Conclusione
Nella mia picciolezza e indegnità imploro caldamente l'Apostolica carità di V. E. a coprire collo scudo della sua protezione la nascente Opera della Rigenerazione della Nigrizia. L'Em. V. non abbia nessun riguardo alla costanza e tante pene e sacrifizi sostenuti per la Nigrizia dal povero sottoscritto, il quale non altro domanda per sé che la misericordia di Dio per l'anima sua, che è, e sarà sempre come il servo più inutile della Chiesa: ma abbia a cuore soltanto la condizione infelice di tanti milioni di anime che vanno a perdersi. I protestanti Baker, Livingstone, Selim musulmano e tanti altri s'avanzano coraggiosi nel cuore dell'Africa per un bene materale, e forse per abbrutirla di più: e il cattolicesimo l'abbandonerà, e non si muoverà per salvarla?..
Io confido che la nascente Opera della Rigenerazione della Nigrizia piglierà ferme radici, e riuscirà al suo scopo, ove intervenga l'appoggio immediato della S. Congregazione. Fino a che nessuno corre a salvare i negri dell'Africa centrale, essi andranno in perdizione...
2271
Io non ho che la vita per consacrare alla salute di quell'anime: ne vorrei aver mille per consumarle a tale scopo. Dunque non cesserò mai fino all'ultimo respiro di supplicare l'E. V. e questa Cattedra di Pietro, ove ha sede la verità, la carità, e la preziosa eredità dell'adorato nostro G. C. Salvatore del genere umano, a rivolgere pietoso lo sguardo sopra cento milioni d'anime che popolano le immense regioni dell'Africa centrale, e sulle quali pesa ancora il terribile anatema........... Nel caso che avessi omesso dei punti importanti in questo Rapporto, e l'E. V. credesse di fare delle osservazioni in proposito, mi esibisco pronto a rispondere a tutto. La sapienza e perspicacia dell'E. V. comprende bene le gravi e molteplici difficoltà sostenute, e la somma importanza della Santa Opera, che tende all'apostolato della parte del mondo la più derelitta la cui buona riuscita dipende dall'appoggio prezioso della S. C. di Propaganda Fide.

D. Daniele Comboni
(1) Toffaloni introdusse in tutte le Diocesi del Veneto l'Opera della Propagazione della Fede, ed educò missionari, fra i quali il def.to R.mo Ambrosi Procuratore della S. C. a Hong Kong.


N. 356 (334) - CONTRATTO CON LE SUORE DI S. GIUSEPPE
AP SC Afr. C., v. 7, ff. 1376-1377

Allegato D pag.15
Roma, aprile 1870
CONTRATTO
tra il Religioso Istituto delle R.de Suore di S. Giuseppe dell'Apparizione ed il M. R. Sig.r D. Daniele Comboni
Miss.io Ap.o dell'Africa Centrale fondat.e e Sup.e
degli Istit.i dei Neri in Egitto

2272
Dopo due anni e più di reciproco esperimento volendo il M. R. Sig.r D. Daniele Comboni Mis. Ap. d. Afr.a Cent.e Fondatore ed attual superiore gen.le degli Istituti dei neri esistenti in Egitto, perpetuare allo scopo del suo "Piano per la Rigenerazione dell'Africa" l'esistenza del suo Istituto Femminile di educazione delle giovani Nere attualmente posto in Cairo-Vecchio di Egitto: e il Religioso Istituto delle R.de Suore di S. Giuseppe dell'Apparizione trovandosi disposto di assumerne definitivamente la direzione responsabile in tutto - i sottoscritti per sé e loro successori nella superiorità rispettiva, convengono all'uopo sugli Articoli singoli del presente Contratto, il quale però, non diventerà obbligatorio per le parti, se non quando abbia conseguito l'approvazione di S. Em.za il Card.e Prefetto della S. C. di Propaganda Fide e delle LL. EE. Ill.me e Rev.me M.r Vicario Ap.lico dell'Egitto e M.r Vescovo di Verona.
Art. 1¼. Il M. R. Sig.r D. Daniele Comboni si obbliga di dare gratuitamente il locale di abitazione pelle Suore Direttrici e pelle alunne nere da sé designate ad appartenere al detto Istituto di educazione.
Art. 2¼. Si obbliga eziandio di provvedere gratis il Cappellano e Direttore ordinario in uno dei Sacerdoti Missionari dell'Istituto Maschile, dietro l'approvazione e designazione dell'Ordinario Superiore Ecclesiastico.
Art. 3¼. Cede pure ad uso e proprietà del personale componente pro tempore il suddetto Istituto femminile delle nere tutti i mobili, vestiari, lingerie, utensili, commestibili e combustibili ecc. attualmente esistenti e destinati a loro uso nella casa da esse presentemente abitata.
Contratto con le suore di S. Giuseppe - 4.1870
Art. 4¼. Sulle annuali contribuzioni che le Cattoliche Società d'Europa si sono impegnate di elargire allo scopo generale dell'Opera di rigenerazione della Nigrizia, assegna un'annua pensione di Fr. 400 (quattrocento) per ciascuna Suora e di Fr. 200 (duecento) per ogni allieva da sé destinata ad appartenere all'Istituto delle nere sotto qualsiasi aspetto anche di malattia o di ricovero. Detta pensione verrà contribuita in ragione della qualità, numero e tempo di dimora nel detto Istituto delle persone addette al medesimo, e sarà pagata perciò in quattro rate posticipate di tre in tre mesi. Sono libere le Suore direttrici di ammettere delle nere particolari a far parte dell'Istituto, ma a condizione che sieno in tutto a carico loro. Sono egualmente libere di ricorrere ad altri benefattori, sempre inteso però che le limosine devono coscienziosamente impiegarsi al vantaggio dell'Istituto delle povere nere, a meno che non fossero date ad personam e indipendentemente dall'idea dell'Istituto che dirigono o determinate espressamente ad altro scopo particolare.
Art. 5¼. Contribuendosi gli effetti e la pensione detta, si dichiara l'esonero per parte del Superiore generale da qualsiasi altra obbligazione, sia per viaggi, come per medicinali, visite delle autorità competenti, servigio necessario od altro. L'assegno è fatto in comune e le Suore devono indistintamente provvedere a sé ed alle giovani allieve ed appartenenti pro tempore all'Istituto - tale essendo l'inten-zione dei benefattori - rimangono a carico del Superiore gen.le solo i viaggi delle nere che destina ad entrare nell'Istituto o ad uscirne per altra destinazione.
Art. 6¼. L'Istituto maschile dei neri e l'Istituto femminile delle nere finché si troveranno nella medesima città si presteranno a vicenda quei mutui servigi che saranno in loro potere - sul che converranno insieme i direttori locali dei medesimi - vietata sempre ogni relazione particolare degli individui di entrambi.
2278
Art. 7¼. Il ricavato dei lavori femminili delle nere e i doni particolari che ricevessero, costituirà per metà la cassa della loro futura dotazione nelle mani del Superiore generale, o suo incaricato - e l'altra metà sarà disponibile a loro vantaggio in mano della Direttrice locale.
2279
Art. 8¼. Le Rev.de Suore di S. Giuseppe dell'Apparizione si obbligano alla direzione responsabile dell'Istituto delle nere a norma del Piano pella rigenerazione dell'Africa ed all'amministrazione finanziaria del medesimo in tutto.
2280
Art. 9¼. Siccome l'Istituto delle nere ha il doppio fine di preparare nelle giovani un elemento di apostolato religioso e sociale indigeno alla infelice Nigrizia e di prestare ogni possibile soccorso alle gravi miserie delle povere nere trasferite violentemente in Egitto, così le dette Suore s'incaricano della educazione apostolica delle une e della cura caritatevole delle altre, e si obbligano di attuare gradatamente le scuole di istruzione letteraria, religiosa e civile e dei lavori femminili atti a rendere le alunne maestre di religione e di civiltà e donne di famiglia nel loro paese nativo - e di provvedere alla cura delle inferme, orfane, esposte, pericolanti, traviate ed abbandonate sempre ed unicamente nella classe delle nere. Queste opere però svilupperannosi gradatamente e dietro l'accordo e le istruzioni del Superiore generale dell'Opera.
2281
Art. 10¼. Il numero quindi delle Suore Direttrici non può determinarsi che a misura dello sviluppo dei diversi rami di azione suesposti: perciò l'Istituto Religioso delle Suore si obbliga di rispondere alle dimande del Superiore generale degli Istituti dei neri sia pelle concessioni, come pelle remozioni delle Suore stesse, quando prudentemente si conoscessero necessarie allo scopo dell'Opera.
2282
Art. 11¼. Tutte e singole le giovani allieve dell'Istituto sono a libera disposizione del Superiore generale pei vantaggi della Missione: può quindi metterle, levarle, e trasferirle quando, come e dove crede più opportuno senza opposizione di sorta - e le Suore non potranno licenziare o lasciar partire dall'Istituto nessuna e per nessun motivo neppure di monacarsi, senza l'espresso consenso del medesimo Superiore Generale.
2283
Art. 12¼. In tutto il rimanente, le Suore hanno sopra le allieve ogni materna autorità, le terranno occupate e sorvegliate e non permetteranno relazioni esterne - potranno giovarsene pel disimpegno delle faccende domestiche e specialmente per l'istruzione delle loro consorelle minori e procureranno di renderle praticamente abili quan-to meglio e più presto possono allo scopo della sublime loro vocazione. Sulla scelta dello stato le lasceranno affatto libere di consigliarsi con Dio e col loro padre spirituale, né le accetteranno a vestire il loro abito senza il consenso del Superiore Generale. Ogni anno faranno dar loro un corso di Spirituali Esercizi, ed ogni mese faranno fare ad esse un giorno di Spirituale Ritiro, e cercheranno di promuovere tra loro la frequenza ai SS.mi Sacramenti e gli esercizi della cristiana pietà, secondo i consigli e gli ordini del Direttore Spirituale ordinario: ed ogni anno eziandio le disporranno ad un saggio sul loro profitto letterario ed artistico.
Art. 13¼. Le sole povere nere devono essere l'oggetto delle loro materne sollecitudini, tale essendo lo scopo dell'Istituto, e quindi anche per cessare perniciose gare o gelosie si obbligano a interdirsi qualunque altro esercizio di carità pelle bianche, a meno che non vi siano chiamate formalmente dalla Autorità ecclesiastica locale.
Art. 14¼. Terranno i consueti libri di registro tanto economici che personali, disposte sempre a rispondere sopra di essi e sull'osser-vanza dei presenti Articoli ad ogni legittima inchiesta.
A Don Felice Perlato - 6.6.1870 tc "A Don Felice Perlato - 6.6.1870 " \l 1
Art. 15¼. Nella speranza che il medesimo Istituto delle nere pervenga un dì a percepire dalla carità dei fedeli o da particolari beneficenze quei mezzi che in tutto o in parte possano bastare ai suoi bisogni economici, per non defraudare le intenzioni delle Società benefattrici d'Europa che tendono a soccorrere non già ad arricchire le istituzioni apostoliche tra gli infedeli, si conviene che dall'annua pensione asegnata si detrarrà al principio di ogni anno quel tanto che dai registri apparirà sopravvanzare.
Così hanno convenuto e a tanto si obbligano entrambi le parti, apponendo la loro firma e il loro sigillo al presente Contratto.

D. Daniele Comboni

N. 357 (335) - A DON FELICE PERLATO
BCV, sez. Carteggi, b. 131, (Netti-Perlato)

Roma, 6 giugno 1870
Mio carissimo Sig.r Rettore,

Domani a sera Madama di Villeneuve parte da Roma. Dunque le raccomando caldamente di far sollecitare da D. Corsi o suo fratello le Reliquie, perché Madama verrà a riceverle da Lei alla Scala. Essa porterà altresì un Rescritto pel Marchese Fumanelli per le messe del santo Natale valevole ad triennium.
Le chieggo ancora il favore di far tenere l'inclusa alla pia M.lla Maria Kessler di Sassonia, mia protestante, che è cameriera presso la Contessa Ravignani e che, credo, si confessa al P. Perez. Bramo che la riceva subito, perché la prego di accompagnare la mia benefattrice parigina a vedere in una giornata la meraviglia della Regina dell'Adige.
Mi raccomandi alla B. V. Addolorata, mi saluti tutto il suo clero, e sacrestano etc.
Suo aff.mo
D. Daniele


N. 358 (336) - AL PADRE LUIGI ARTINI
APCV, 1458/270

Roma, 22/6 = 70
Mio caris.mo e R.mo Padre,

2289
Affogato da mille occupazioni non posso scrivere per ora. Ma colgo quest'occasione per spedirle il Postulatum. Fu combinato fra me e il P. Stanislao in Cairo. IL P. Stanislao estese il succo di tutto: fu cambiato ben 20 volte a Roma, perché invece di ammetterlo al Concilio, si rimandò alla Propaganda. Finalmente dopo molte fatiche, coll'aiuto del Cardinale Barnabò, che mi fu vera guida, si rattoppò tale e quale è stampato, ed è sottoscritto da 65 fra Patriarchi, Vescovi e Arciv.i. Siccome poi mi portava troppo lungo tempo il trattenermi coi Vescovi per la sottoscrizione, così ho stampato la lettera ai Vescovi. Spero che riuscirà. Ella preghi e ripreghi.
2290
Il nostro carissimo Stanislao e Beppi furono un po' ammalati. Ora stan bene. Avrà da loro buonissime notizie. Sono due perle. Il P. Zanoni in qualità di Superiore assieme al P. Vigeto andò a Parigi ad aprire una casa camilliana. Così mi si disse alla Maddalena. Rifletta a questo, e poi conchiuda......
2291
Ella aveva ben ragione a pensare come mi scrisse: ma preghiamo che ciò sia meglio per l'anima sua; forse nella mente del P. Guardi sarà che il povero si converta... A me però non pare convertito, e parlai più volte: ma l'uomo è quel di prima. Mi pare però che il P. Guardi faccia poco calcolo delle lettere del P. Stanislao, che è uomo di coscienza.
Io verrò a Verona col Vescovo nell'agosto. Io sono riconoscentis-simo al paterno suo cuore, ed è probabile che approfitti della sua bontà.
2292
Sembra che il Postulatum di S. Giuseppe come Protettore della Chiesa Universale sia rigettato; così pure quello dell'Assunzione della Madonna. Così mi disse l'altro giorno il Patriarca Greco, che è della Commissione esaminatrice dei Postulatum. Sono andati i Vescovi un po' avanti, mi fu detto, perché si voleva dichiararlo il maggior Santo dopo la Madonna. Lo sarà; ma il Concilio non se ne occuperà.
2293
Sono 40 giorni che non vedo Tezza. Io fui più volte a trovarlo: ma è occupato.
Mi riverisca il P. Tomelleri e Bonzanini e tutti. Preghi per l'Africa e pel povero prete che le scrive. Io agisco per avere una Stazione: vedremo il S. Padre ed anche il Cardinale. Sono buoni. Quanto sarei contento di appagare i desideri nostri, che è di sviluppare viemaggiormente l'Apostolato dell'Africa. Avrà ricevuto la fotografia dei Camillianetti mori. Preghi pel
Suo affez.mo e devotissimo
D. Daniele Comboni
Mille e mille Auguri pel suo onomastico. Ieri la festa al Collegio Romano fu splendidissima. Si è pregato assai per Lei.


N. 359 (337) - LETTERA CIRCOLARE AI PADRI CONCILIARI
AP SC Afr. C., v. 7, f. 1323v

Roma, 24 giugno 1870
Eminentissimi e revendissimi Padri,

Lettera circolare ai Padri conciliari - 24.6.1870tc "Lettera circolare ai Padri conciliari - 24.6.1870" \l 1
E' un avvenimento solenne, di buon auspicio e di grandissima gioia, reverendissimi Padri, il fatto che al vostro attuale Concilio, certamente più splendido di quanti furono celebrati nei secoli scorsi, siano presenti tanti vescovi, provenienti da regioni lontane del mondo, per rendere testimonianza della diffusione del Regno di Cristo e della meravigliosa fecondità della sua Chiesa.
Quali Padri e Pastori ora si rallegrano portando esultanti i loro manipoli, mentre un giorno dovettero spargere il loro seme del pianto.
Eccoli presso di voi interpreti di una grande moltitudine di neofiti: mentre vi annunziano che in tutto il mondo nazioni e popoli si sono ormai sottomessi a Cristo, essi ne manifestano le aspettative, la devozione e la fiducia nel Sacro Concilio Ecumenico.
Sono presenti, infatti, i Cinesi, gli Indiani, i Giapponesi, gli Australiani, gli abitanti delle isole di tutti gli Oceani, di tutt'e due le Americhe, del Polo Sud e del Polo Nord, come pure gli indigeni delle quattro estremità dell'Africa.
Quasi tutti dopo il Concilio Tridentino si affidarono a Cristo e alla Chiesa per essere ammaestrati ed educati nei precetti della divina Sapienza. Oggi poi, nella persona dei propri Pastori, devotissimi al loro Capo supremo, ciascuno di loro attende da Lui e da Voi, con devozione e gioia, parole di vita e di felicità eterna insieme con tutti gli altri loro fratelli diventati cristiani prima di loro.
Fra tutti i popoli però ne rimane uno che è del tutto privato di così grande fortuna e che ancora neppure la conosce. Si tratta del Popolo degli Etiopi o dei Neri dell'Africa Interiore, di quelle regioni cioè dell'Africa cosiddetta Centrale che anche ora sono quasi inesplorate, vaste più del doppio di tutta l'Europa, con più di 100 milioni di abitanti, ossia la decima parte di tutto il genere umano. Essa purtroppo siede nelle tenebre, soggetta alla morte e al dominio crudele del demonio.
Senza dubbio per salvare gli Africani occorre affrontare uno sforzo grandissimo. Come tutti sanno, la S. Congregazione per la Propagazione della Fede, ispirata dalla Sapienza e dall'amore di Dio, ha sempre avuto un incredibile zelo nello spingere a questa impresa i figli della Chiesa sia nell'istituire nobili opere di Apostolato per soccorrere gli infelici popoli dell'Africa. La Santa Madre Chiesa desiderava certo ardentemente salvarli e rigenerarli a una nuova vita. Tuttavia (cosa da far piangere chiunque) volgete, vi prego, il vostro sguardo a quelle popolose tribù che si stendono su regioni quasi sconfinate. Ancor oggi sono oppresse dalle tenebre profonde dello spirito, si degradano nel culto sacrilego dei demoni e nel fango vergognoso dei vizi. Ora mi domando se c'è mai qualcuno al mondo che con gran pianto cerca di farvi conoscere i sentimenti di tante migliaia di figli della Nigrizia. C'è qualcuno presso di voi che faccia da padre per i Neri, una voce che faccia da interprete per tanti figli di Cam? Ditelo Voi, Eccellentissimi Padri, e dillo pure tu, Roma fedele.
2300
E' tuttavia di grande conforto per me il pensare e ripensare che essi già da diciotto secoli sono stati liberati, per mezzo del sangue di Cristo, dalla maledizione del padre e che con il suo stesso sangue Cristo li ha acquistati come propria eredità, lui per il quale è stato detto: Dominerà dall'uno all'altro mare, e dal fiume fino all'estremità della terra: dinnanzi a Lui si prostreranno gli Etiopi. (Salmo 71)
2301
Or dunque, perché mai, Eminentissimi e Reverendissimi Padri, soltanto la Nigrizia dell'interno si trova ancora nelle tenebre e nell'ombra della morte, senza Pastore, senza Apostoli, senza Chiesa, senza Fede? Perché, fra tutte le nazioni del mondo, essa sola non è ancora sottomessa al dominio di Cristo? Giammai nessuna maledizione ha infierito con più danno e più a lungo sul genere umano di quella severissima e tristissima con cui i popoli infelici dell'Africa sono stati esclusi dal beneficio della redenzione, pare che siano specialmente tre: la gravità delle fatiche e delle difficoltà che ostacolano quelli che affrontano quelle sante spedizioni in Africa, sia per la grande inclemenza del clima, sia per gli ostacoli frapposti, empiamente dai nemici scellerati della Religione Cattolica.
2302
(In secondo luogo) la mancanza degli apostoli la cui bocca do-vrebbe diffondere la verità. Infatti la fede viene dall'ascolto. L'ascolto per mezzo della Parola di Cristo; ma come potranno ascoltare senza chi predica? (Rm X)
In fine la mancanza di denaro che, come tutti capiscono, è assolutamente necessario in quelle importanti imprese.
2303
E' da molti anni che io mi sono consacrato a quest'opera difficile e quasi disperata. Per salvare gli Africani dalla schiavitù ho deciso, con i miei valorosi compagni di fatiche, di affrontare la fame, la sete, il caldo e i pericoli della vita. Ora che voi, Padri Eminentissimi e Reverendissimi, siete qui convenuti davanti al Vicario Santissimo di Cristo formando una venerabile e fitta corona, sono persuaso di aver colto un'occasione meravigliosa per presentarmi dinanzi a voi e abbracciare i vostri piedi raccomandando a voi che siete i Padri e Maestri di tutti i popoli, la causa gravissima dei neri e scongiurando la vostra protezione e misericordia in favore dei popoli dell'Africa i quali sono i più infelici di tutti e da tutti abbandonati.
2304
Lettera circolare ai Padri conciliari - 24.6.1870
Ecco dunque, Eccellentissimi Padri, dinanzi a voi questa infelicissima Nigrizia la quale, immersa nelle tenebre cade smarrita nei precipizi, senza guida, senza luce, senza fede, senza Dio. Si tratta della salvezza di tutta l'Africa Centrale la quale, come ho già detto una volta, comprende la decima parte di tutto il genere umano. Se voi non deciderete con grande benevolenza qualche rimedio, se questo momento passerà portando con sé un'occasione così propizia (al solo pensarci mi sento opprimere dal dolore), quanti secoli passeranno forse prima che cessi la rovina degli Africani? Orsù, Santissimi Padri, per le viscere di Gesù Cristo prendete su di voi quest'opera e nella vostra saggezza esaminate come e con quali mezzi si possono salvare questi popoli.
2305
Se mi è permesso esprimere senza presunzione quello che penso io, vi supplico di far risuonare più fortemente la vostra voce apostolica nel Sacrosanto Concilio Vaticano per sostenere efficacemente la causa dei Neri dell'Africa Centrale, per suscitare nella Chiesa di Dio lo spirito dell'Apostolato, per invitare la Nigrizia alla fede, attirarla e quasi costringerla con la forza di una eloquenza piena di bontà e per sollecitare l'aiuto opportuno di tutto il popolo di Dio nel realizzare la sua rigenerazione con più alacrità e prontezza. E quando alla fine del Concilio Ecumenico la maggior parte di voi tornerà a casa, fate in modo, vi prego, che alcuni fra i sacerdoti più giovani delle vostre diocesi, che sono animati dallo spirito di Dio, si uniscano a noi per conquistare la Nigrizia a Cristo. Fate che gli altri fedeli, che si sentono animati dall'amore di Cristo, diano il loro aiuto per questa nobilissima opera di redenzione, con le preghiere, le opere e il denaro.
2306
Chi abbraccia l'Apostolato fra quelle genti dovrà affrontare certamente grandi fatiche e gravi difficoltà. Tuttavia per quelli che amano Dio il sudore e le lacrime con cui lo loro opere sono irrigate, saranno di gioia e di soddisfazione. Purtroppo vi furono e ci sono ancora oggi, con grande vostro sdegno e profondo dolore dei buoni, dei nemici del nome cattolico i quali, senza nessuna paura dei pericoli, percorrono arditamente quelle aride e sconfinate regioni, spinti dal desiderio della gloria umana e dall'avidità del guadagno. Quanto è più conveniente che gli operai cattolici affrontino le stesse fatiche per educare alla fede di Cristo le infelicissime tribù di quelle terre e provvedere così alla loro salvezza eterna.
2307
Pertanto io vi scongiuro, Reverendissimi Padri, affinché dopo di essere convenuti a questa sede del Beato Pietro per raccogliere tutte le genti del mondo nell'unico ovile e nell'unico regno di Cristo, abbiate pietà specialmente dei popoli dell'Africa Centrale suscitando con le vostre parole e con i vostri voti una speranza di redenzione e di vita e facendo sì con il vostro interessamento che si possa dire davvero che il Nilo ha finalmente rivelato le sue sorgenti affinché i popoli confinanti siano purificati dal Santo Battesimo con le sue acque.
2308
Si deve dunque fare ogni sforzo perché la Nigrizia si unisca alla Chiesa Cattolica. Questo infatti è richiesto dall'onore e dalla gloria di Nostro Signore Gesù Cristo al cui impero, dopo tanto tempo, l'Africa Centrale non è ancora soggetta, benché Egli abbia sparso il suo sangue per la sua rigenerazione. Questo lo esige la promessa fatta dallo stesso Signore Nostro alla Santa Madre Chiesa: "Si farà un solo ovile e un solo pastore" (Gv 10). Questo lo richiede pure l'ufficio del ministero affidato a voi che lo Spirito Santo ha posto come Vescovi per reggere la Chiesa di Dio (Atti, 20). A questo infine mira la speranza, non ancora realizzata, di questo popolo al quale è stato detto per mezzo di Sofonia: "Da oltre i fiumi dell'Etiopia, verranno i miei adoratori" (Sof 3).
2309
Perciò, Eminentissimi e Reverendissimi Padri, considerando la vostra grandezza d'animo e l'ardente sollecitudine del vostro Sacerdozio per la salvezza delle anime, vi supplico e vi scongiuro, con grande fervore e umiltà, che vi degnate sottoscrivere questo Postulato per i Neri dell'Africa Centrale, che forse è l'ultimo a essere proposto a questo sacro Concilio, così come l'infelice popolo dei Neri è certamente l'ultimo di tutte le nazioni.
Umilmente prostrato ai vostri piedi, Padri di questo Sacrosanto Concilio, vi raccomanda ardentemente questa causa e vi bacia la mano il servo ossequentissimo delle Eminenze ed Eccellenze Vostre

Daniele Comboni
Missionario Apostolico dell'Africa Centrale
Superiore degli Istituti dei Neri in Egitto
Festa del Cuore Santissimo di Gesù

Traduzione dal Latino.
N. 360 (338) - POSTULATO PER I NERI DELL'AFRICA CENTRALE
AP SC Afr. C., v. 7, f. 1324
Roma, 24 giugno 1870
POSTULATO
AL SACRO CONCILIO ECUMENICO VATICANO
PER I NERI DELL'AFRICA CENTRALE

2310
I Padri sottoscritti, con grande umiltà e fervide suppliche, implorano il Sacro Concilio Ecumenico Vaticano che, mentre guarda con attenzione tutto il mondo, impietosito dalle necessità di tutti, si degni di rivolgere almeno uno sguardo di compassione all'Africa Centrale. Essa infatti è oppressa da mali gravissimi, supera in estensione più di due volte la superficie di tutta l'Europa e abbraccia cento milioni e più di figli di Cam, cioè, la decima parte di tutta l'umanità.
2311
Postulato per i neri dellÕAfrica Centrale - 24.6.1870
L'Apostolato cattolico ha fatto ripetutamente in ogni tempo degli sforzi grandissimi per far entrare l'Africa nella vera Chiesa di Gesù Cristo. Infatti gran parte delle sue coste fu occupata da molti Vicariati e Prefetture Apostoliche e da alcune Diocesi. Ma il Centro dell'Africa è ancora quasi del tutto inesplorato e sconosciuto e, benché la Sacra Congregazione di Propaganda Fide, specialmente nei tempi più recenti, abbia ravvivato la sua sollecitudine per tale causa, tuttavia queste regioni dell'Africa Centrale languiscono ancora quasi abbandonate nella loro miseria, senza Pastore, senza Apostoli, senza Chiesa e senza Fede.
2312
Di fronte a questa realtà, i Padri sottoscritti pregano con grande insistenza il Sacro Concilio Ecumenico che si degni di persuadere i Vescovi, con una cortese esortazione e con un accordo, a procurare degni operai del Vangelo o qualunque altro aiuto a questa vigna abbandonata del Signore. E, se lo giudicherà opportuno, inviti con la sua solenne autorità tutto il mondo cattolico a soccorrerla, raccomandando la celeste e santa impresa e domandando l'aiuto efficace di tutto il popolo cristiano perché possa rifiorire.

Ragioni del presente Postulato

2313
1. Sul capo infelice dei figli di Cam pesa ancora la più antica delle maledizioni che siano mai state lanciate contro un popolo. E le infocate regioni dell'Africa Centrale sentono nel modo più terribile la forza malefica di questa maledizione. Infatti, benché la Santa Madre Chiesa abbia tentato tutto per allontanarla, sia per numero di sforzi fatti che per grandiosità di imprese, tuttavia l'infelice Nigrizia giace ancora sotto il dominio spaventoso di Satana.
2314
2. Poiché fu decretato che la solenne benedizione del Nuovo Testamento debba cancellare tutte le maledizioni dell'Antico, sarà una gloria nobilissima per il Concilio Ecumenico Vaticano l'aver affrettato il compimento di questa realtà.
Possa l'Africa Centrale partecipare alla gioia solenne del prossimo trionfo della Chiesa.
Che nel diadema ornato di gemme celesti, di cui è cinto il capo augusto della Vittoriosa e Immacolata Madre di Dio, risplenda il popolo dei Neri, ormai conquistato a Cristo, come una perla bruna.

[Seguono le firme degli Em.mi e Rev.mi Padri Conciliari]

Traduzione dal latino.


N. 361 (339) - A DON GIOVANNI BOSCO
ASR, S. 1261

W. il SS. Cuore di G. W. M.
Roma, 3 luglio 1870
Mio carissimo e venerat.mo D. Giovanni,

2315
Comprendendo a fondo il suo cuore e le sue sante intenzioni, senz'altro preambolo, vengo a farle una domanda, che richiede una risposta il più presto che può.
Sarebbe ella disposta a mettere insieme due o tre giovani sacerdoti de' suoi con quattro o cinque de' suoi probatissimi artigiani e catechisti da mettere a mia disposizione perché io li possa condurre in Cairo d'Egitto nel mio Ist.o maschile, ove c'è casa e chiesa comodissima preparata? Questi farebbero parte del mio Istituto sotto la mia giurisdizione, a cui penserei tutto io per viaggio, vitto, vestito, istruzione di lingue e tutto: ma al tempo stesso darei loro una conveniente autonomia, in modo che col tempo aiutati ed accresciuti da altri del suo Istituto di Torino, il mio Istituto di Cairo li condurrebbe al punto di potere a suo tempo dirigere una missione speciale nella Nigrizia Centrale, da affidarsi esclusivamente all'Istituto Bosco di Torino.
2316
Capisce? Vorrei che il suo santo Istituto con una parte dei mezzi che Dio mi ha dato si innestasse a poco a poco nell'Africa centrale. Ma siccome da solo subito troverebbe ostacoli da parte del vasto ordine che ha la giurisdizione dell'Egitto, è necessario che subito comparisca come facente parte del mio, che è già innestato nell'Egitto, ed al quale sarà fra poco affidata una grande missione nell'Africa Centrale.
2317
Se ella pel settembre prossimo potesse mettere a mia disposizione questi due o tre preti, e meglio anche più, co' rispettivi laici, mi scriva subito, che io col Vescovo di Verona (che è un vero angelo per l'Africa) tratteremo ed ultimeremo le trattative necessarie qui a Roma. A tutto pensiamo noi: ella pensi a preparare i soggetti indicati, che io verrò a levare da Torino e condurli in Egitto, a pochi passi, ove la Sacra Famiglia dimorò esule per sette anni nella terra dei Faraoni.
Aspetto una risposta, la quale se è come spero affermativa, col-l'autorizzazione del Vescovo di Verona etc. faremo le scritture necessarie, e nel nome di Dio daremo principio all'opera concepita.
I miei tre Istituti d'Egitto vanno benissimo: sono 55 i membri: moltissime le anime cavate dal paganesimo, e ridotte all'ovile di Cristo.
Nei SS. Cuori di Gesù e di Maria passo a segnarmi con tutto l'affetto

Suo u.mo ed aff. amico
D. Daniele Comboni
Spero avrà ricevuto il mio Postulatum al Concilio pro Nigris Africae Centralis.


N. 362 (340) - ALLA SIG.ra ANGELINA FRIGOTTO
ACR, A, c. 15/161

Roma, 18/7 70
Rispettabilissima Sig.ra Angelina,

2318
Alla sign.na Angelina Frigotto - 18.7.1870tc "Alla sign.na Angelina Frigotto - 18.7.1870" \l 1
Mi fu cara oltremodo la sua gentilissima letterina, e le farei una risposta adeguata parlandole dell'andamento delle mie piccole Opere se non fossi occupatissimo, ed avessi un po' di tempo. Ma siccome conto nel prossimo mese, od al più tardi nel settembre di venire a Lonigo, così mi riservo a dirle tutto a viva voce, e vedrà che quantunque avvezzo a parlare molto in lingue straniere, avrò la lingua abbastanza lunga da spifferarle le mie notizie in buon vernacolo veronese. Le dirò solo che ho in Cairo tre Istituti, uno maschile e due femminili, che ogni settimana guadagnano a Cristo delle anime sedenti all'ombra della morte, e che nell'anno venturo pianterò due altre case a 1400 miglia dal Cairo verso il centro dell'Africa, che ogni giorno che vedo il sole mi sono indispensabili 125 franchi, che bisogna assolutamente che batta fuori dalle muraglie, senza calcolare altre spese, viaggi etc. che il piccolo Ospedale pei neri ammalati che ho aperto in Cairo vecchio fa andare in paradiso molte anime, che altrimenti andrebbero all'inferno, che ho dovuto lottare con formidabili ostacoli, e che grazie a Dio la barca cammina a buoni passi. Come ho dichiarato a tutti in Roma e fuori, non voglio nemmeno sentir parlare di difficoltà od impossibilità. Pigliai del pazzo e mel piglierò per l'avvenire; tutto di simil genere mi fa l'angolo d'incidenza eguale a quello di riflessione; io voglio andare avanti nella mia opera, voglio piantare stabilmente la fede nell'Africa Centrale, caschi l'universo. Dunque ella preghi, e faccia pregare in questo senso, e Dio la ricompenserà.
2319
Sono molto lieto di aver sentito sì belle notizie della sua famiglia. Cospetto! Se andiamo di questo passo la petite diventa madre di una tribù. Me la saluti tanto, assieme al mio caro Sig.r Dottore, ed al marito de la petite.
Quanto mi hanno consolato le notizie della sua famiglia, altrettanto mi ha addolorato la novella du cancer di sua Mamma. Gran fatto che il dottore non le pigli la volta, fino a far sì che con tutta l'arte si possa estrarre. Ho veduto delle guarigioni di questa malattia. Nella mia debolezza pregherò il Signore, e pria di partire da Roma, chiederò al Papa una novella Benedizione speciale per la mamma.
Oggi v'è la solenne definizione dell'Infallibilità. Alle 8 vo' io pure in Vaticano, come teologo Conciliare del V.o. Sarà uno spettacolo!
2320
Dica a D. Luciano che non ho tempo di scrivergli, ma che penso a lui e gli voglio gran bene. Sono poverissimo; ma mando una piccolissima memoria cioè una piccola medaglia del Concilio Vaticano benedetta da Pio IX a lei, a notre chère petite, alle due spose di casa Rosa, a Gigia di Legnago ed Agata Bronzini, che mi saluterà tanto, ed un piccolo crocifisso a sua mamma, ed una medaglia conciliare a D. Luciano. Di più il fraticello Melotto mi diede due Crocifissi, che io feci benedire da S. S., per suo Padre, ed a questi ne aggiungo uno io per il medesimo vecchio Melotto, perché il frate mi disse che nessuno dei due è per Lui.
Mi saluti e riverisca tutti i miei conoscenti di Lonigo, che frequentano casa Rosa e la sua, faccia pregare per la Conversione dei negri e per me. Ho spedito il mio Postulatum Italiano a Lonigo; lo legga e preghi, soprattutto pel

povero africano Suo aff.mo
D. Daniele Comboni
2 pom.) Assistetti oggi alla IV Sessione del Concilio Vaticano come teologo. Tutti, meno due Vescovi, uno di 37 anni americano, l'altro di 53 anni napoletano, dissero sì. 102 mancavano, parte ammalati, e parte per non dare il sì. Fu uno spettacolo!
2321
Le mando la fotografia di due delle mie Suore di Egitto. Suor Maddalena armena mi scrisse ora pel mio onomastico, e mi pregò di portarle la vita di S. Luigi Gonzaga ed una reliquia di S. Agnese e soggiunge: "Papà, se mi porta queste due cose, le prometto di far di tutto per farmi santa coll'aiuto di Mamman." Questa all'età di 25 anni sarà una gran missionaria. Le manderei il ritratto della mia Superiora; ma non l'ho più.

N. 363 (341) - A MADDALENA GIRELLI
ACR, A, c. 14/135

Verona, Seminario 22/9 70
Gentilissima Signora,

2322
La sua lettera 8 corr.te mi giunse in tempo dei Santi Esercizi, e la lessi al 18 appena finiti i medesimi. Io sono grato infinitamente a lei ed alla piissima sua sorella Elisa pei sentimenti pieni di carità e di spirito divino che essa contiene tanto a mio riguardo come per ciò che spetta alla salvezza dell'anime, al quale oggetto s'appuntano le nostre brame. Le confesso ingenuamente che a Brescia provai sommo piacere nel far loro una visita, e fui sommamente edificato di ambedue; e fra quel che udii a Brescia, e quel che lessi nello svolgimento e spiegazione della Regola di S. Angela, ho concepito una sublime idea dell'Opera eminentemente cattolica e pia, alla quale sono consacrate, che certo spanderà il santo fuoco di quest'inclita nostra concittadina, onore della nostra patria, anche nelle aduste regioni dell'Africa centrale, ove regna ancora la superstizione e l'errore, e vi domina Satanasso.
2323
E' d'uopo che noi facciamo una sacra lega di preghiera, ed il Cuore Sacratissimo di Gesù sia il centro di comunicazione fra noi, fra Brescia e la Nigrizia. Noi pregheremo incessantemente in comune negli Istituti d'Africa per tutte loro; e le generose figlie di S. Angela Merici capitanate dalle due sorelle innalzino fervide preci all'Altissimo per la conversione dei negri. Questa unione di preghiera sarà una fortissima operazione di assedio, con cui si affronterà l'impero delle tenebre che opprime l'infelice stirpe di Cam, e dalla patria di S. Angela partirà quella benefica luce, che brillerà sulle erranti e tenebrose tribù della Nigrizia, per guadagnarle a Cristo.
Oggi ricevo lettere consolantissime dal Cairo. Anche questa settimana furono guadagnate a Dio molte anime, fra cui una mora di 25 anni, che morì un'ora dopo ricevuto il santo Battesimo.
2324
A Maddalena Girelli - 22.9.1870
Affinché sia efficace la nostra preghiera cerchiamo il tesoro della Croce. La sapienza di Dio non si è giammai disvelata con maggiore splendore che nel creare la Croce.
2325
Il Figliuolo di Dio non potea rivelarci più luminosamente l'infinita sua sapienza che nel fabbricare la Croce. Le grandi Opere di Dio non nascono che appiè del Calvario. Io le sarò molto tenuto se pregherà il Cuor di Gesù che mi mandi gran copia di croci: sarà segno che saran seguite da un gran numero di anime conquistate alla fede.
2326
Io pure pregherò Gesù che le mandi delle crocette non poche. In paradiso conosceremo profondamente la filosofia della Croce. Dunque all'armi: percorriamo a passi da gigante la via della carità e della Croce, ed arrestiamoci appena in paradiso.
Io desidero che mi mandino spesso loro notizie: io pure farò altrettanto. Spero che non tarderò molto a vederle a Brescia. Intanto preghiamo pel nostro Santo Padre Pio IX. E' questa l'ora della podestà delle tenebre. Dopo le tenebre verrà la luce, e si inizierà il trionfo della Chiesa.
2327
Le mando la fotografia inclusa. La prima è Faustina Stampais. La 2. è Suor Maria Bertholon di Lione; la 3. è Caterina Zenab figlia di un re negro, che io vestii la prima volta alla tribù dei Kic nel Fiume Bianco in Africa Centrale, condussi in Europa e trasportai in Egitto. E' una gran missionaria abilissima.
Io le abbandono ambedue nel SS. Cuor di Gesù e di Maria, e si ricordino di questo povero servo dei neri e loro
D.mo servitore
D. Daniele Comboni M. A.


N. 364 (342) - AL PADRE LUIGI ARTINI
APCV, 1458/273

Verona, settembre 1870
R.mo e caro P. Artini,

2328
Avrei dovuto abbandonar tutto per venire a trovarla e parlare lungo dell'affare importante che si discute fra me e il P. Stanislao; ma oggimai non mi resta tempo fino a compiuti i SS. Esercizi. Tutti e due mi scrivono dal Cairo che stanno bene, specialmente il P. Franceschini, che è guarito bene coi bagni d'Alessandria: mi scrive anche il P. Bern. Girelli etc. che manda mille saluti.
2329
Ecco l'affare: il P. Stanislao vuole che io ceda all'Ordine di S. Camillo tutto l'Ist.o Maschile e Femminile delle Suore come suo sussidiario, e vuole che i miei missionari sieno come ospiti in dozzina al Cairo. Io invece son disposto a dare una delle case del Convento Maronita e la metà dei giovani, e fare una casa Camilliana distruggendo la mia. Se non cedo definitivamente l'Ist.o maschile ai Camilliani, immediatamente e Beppi e Stanislao abbandonano l'Egitto e vengono in Europa. Suppongo che scherzerà: ma questa è una poesia del mio caro Stanislao, che amo più che me stesso e stimo. Io offro una delle due case maschili che abbiamo ai 2 Camilliani finché sono due: solo quando verranno altri Camilliani darò e uno e due palazzi. P. Stanislao vuole che io tratti, come se avessi a vedere in Cairo 15 padri Camilliani. E' poeta. Sul medesimo tono mi scrisse Beppi. Insomma le mando in confidenza la lettera, di cui deve tenere rigoroso il segreto; e la prego di rimettermela per domani a sera per mezzo di Bertoli. Io voglio che si pianti non solo una Casa ma una Missione grande Camilliana in Africa, ed io fornisco il mantenimento: ma non voglio piantarla col distruggere me stesso, e il mio Istituto di missionari secolari.
Finiti gli esercizi, io verrò da Lei per sentire il suo parere e il suo consiglio, e stia certo che l'apprezzerò sommamente: ma il silenzio.

Suo affez.mo Con-figlio
D. Daniele Comboni



N. 365 (343) - AL PADRE LUIGI ARTINI
APCV, 1458/274

Verona, settembre 1870
Molto R.do Padre,

2330
Al P. L. Ardini - 9.1870; al card. A. Barnabò 12.10.1870tc "Al P. L. Ardini - 9.1870; al card. A. Barnabò 12.10.1870" \l 1
Le accludo le due ultime del P. Stanislao, perché Ella possa portare quel giudizio completo che merita l'affare con quel carissimo figlio di S. Camillo. Il giudizio di V. P. è per me di tutto peso. Ella ha mente e cuore e può consigliare e me e il P. Stanislao. Ciò che non posso bere è che il P. Stanislao crede o vuol credere che io abbia impedito in Roma l'accordo, che il P. Guardi era disposto a fare. Il P. Guardi e Tezza sanno e conoscono a fondo l'affare. Insomma Ella, a cui ho sempre creduto e che ho sempre venerato, faccia in modo che il P. Stanislao resti in missione ad aspettare tempi migliori, e per la Chiesa e per le risorse della missione, perché Stanislao a' suoi difetti unisce qualità sublimi. Con tutto il cuore

Suo aff.mo
D. Daniele Comboni
Conservi le due lettere del P. Stanislao, che verrò a prendere io venendo a trovarla.



N. 366 (344) - AL CARD. ALESSANDRO BARNABO'
AP SC Afr. C., v. 7, f. 1409v

W.J.M.
Seminario di Verona 12 ott.e 1870
E.mo Principe,

2331
Secondando il savio consiglio e desiderio di V. E. R.ma, ho posto mano a stabilire, d'accordo con Mgr. Canossa, il Collegio delle Missioni Africane in Verona. A tale oggetto ho preso un'ampia Casa annessa al Seminario Vescovile, che prima di sei mesi sarà totalmente pagata, la quale per mille riguardi è opportunissima allo scopo. Mercé poi l'aiuto del savissimo Rettore del Seminario Vescovile Dio mi concesse un ottimo ecclesiastico Veronese per mettere alla testa del suddetto Collegio. E siccome bramerei che costui fosse solidamente formato alle inspirazioni dei più distinti Stabilimenti delle Missioni Estere, ed allo spirito della Propaganda, della quale il Collegio di Verona deve essere figlio e proprietà, così sarebbe ottima cosa che il novello Rettore passasse un anno o più entro i recinti del Collegio Urbano di Prop. Fide, ove gli sarebbe dato d'imbeversi delle massime e del sistema il più opportuno di educazione apostolica, per recarne i tesori nell'Istituto di Verona, e nello stesso tempo verrebbe a conoscer bene i suoi futuri rapporti colla S. C. di P. F. Ciò s'intende mercé la debita contribuzione da parte nostra. Mi sembra che il magnanimo cuore di V. E. potrebbe accordare questa grazia all'epoca che crede più opportuna. Per ora ho meco due ottimi ecclesiastici, uno dei quali ha 30 anni, ed è Canonico, che diresse per quattro anni con somma laude una parrocchia di oltre 20,000 anime, guadagnato alla Nigrizia da Dio e dal mio Postulato al Concilio. Altri tre giovani Sacerdoti chieggono istantemente la medesima grazia; ma non ne abbiamo ancora assunte tutte le informazioni.
2332
Non le posso a parole esprimere il mio dolore pel delitto enorme testè perpetrato contro l'adorato nostro SS.mo Padre e la Santa Sede Ap.lica per parte dei più fieri nemici del Papato. Io depongo ai piedi di V. E. R.ma l'atto della mia più profonda condoglianza, affinché, se crede, si degni umiliarlo al trono di S. S. anche a nome de' miei piccoli Istituti d'Egitto, e fo voti perché Colui che ha in mano il cuore dei Re e di tutte le creature, abbia quanto prima a liberare il nostro Santo Padre e l'Eterna Città dalle mani dei nemici di Cristo; e segni l'era sospirata del gran trionfo della Chiesa. Io sarei beato se mi fosse dato di alleviare col sacrificio della mia vita le pene, e tergere una sola lagrima al Santo nostro Pontefice-Re, e mi offro all'E. V. in anima e corpo a questo scopo, felice di poter soffrire e morire pel Vicario di G. C.
Dal movimento cattolico che si sta iniziando, e dal complesso di molte cose, mi si risveglia la più ferma speranza che è vicino il momento, in cui, dopo una nube di passeggera tribolazione, il cuore del S. Padre sarà consolato, e la Provvidenza segnerà la fine della terribil lotta fra la rivoluzione ed il Papato, e la voce dell'Eterno farà nel mondo risuonare quella grande parola: feci iudicium meum et causam meam... et periit impius.... Vicit Leo de tribu Juda.
Accolga gli ossequi di Mons. Vescovo di Verona, e si degni ricevere i sensi della mia perfetta obbedienza, e profonda venerazione e gratitudine, coi quali mi segno per sempre

di V. Em. R.ma um.o ubb.mo dev.mo figlio
D. Daniele Comboni
N. 367 (345) - A JEAN FRANOIS DES GARETS
APFL

Seminario di Verona 23/10 = 70
Signor Presidente,

2333
Appena ho letto sui giornali che per il primo novembre prossimo vengono cambiati i francobolli in Francia, mi permetto di inviarle un bel numero di francobolli che possiedo, perché possano essere utili per la corrispondenza della Propagazione della Fede in questi pochi giorni di ottobre.
Annuncerò fra qualche giorno la partenza di cinque Missionari per i miei Istituti d'Egitto.
Dio conservi questa nobile nazione che ha creato l'Opera ammirevole della Propagazione della Fede
2334
Porga, signor Presidente, i miei ossequi più rispettosi alla sua pia famiglia, al sig. Abate Des Georges, al sig. Abate Laverriere, al sig. Maynis e preghi per i poveri neri e per il suo

devotissimo servo
Don Daniele Comboni M. A.
A J. F. Des Gardes - 23.10.1870; mons. L. Ciurcia - 18.11.1870tc "A J. F. Des Gardes - 23.10.1870; mons. L. Ciurcia - 18.11.1870" \l 1
La mia partenza è fissata al prossimo sabato.
Il francobolli sono del valore di 108 pezzi di 4 soldi.
Esprimo gli auguri ardenti per l'Opera delle mie Missioni, l'Opera per eccellenza della Propagazione della Fede e che Dio la conservi per lungo tempo.

Traduzione dal francese.


N. 368 (346) - ALLA SIGNORA ROSA FIORE
ASC, c. 1869-1871
Limone, 23 ottobre 1870
Dedica.


N. 369 (347) - A MONS. LUIGI CIURCIA
AVAE, c. 23

W.J.M.J.
Dal Seminario di Verona, 18 nov. 1870
Eccellenza R.ma,

2335
Finalmente mi è dato di sapere che l'E. V. si trova sul campo del suo sublime apostolato. Io spero che avrà perfettamente ricuperato la sua preziosa salute, e che l'Egitto e la Nigrizia avran riguadagnato per lunghi anni il loro veneratissimo Padre. Io, benché indegno suo figlio, grandemente ne esulto. Ora le esporrò in poche linee il sunto delle cose mie dalla sua partenza da Roma fino ad oggi, sottomettendomi in tutto a V. E., e professandole in ogni cosa fedele obbedienza.
Il Postulatum sottoscritto da centinaia di Prelati fu accolto in generale con grande interesse non solo dai Vescovi, ma altresì dagli E.mi Cardinali e da S. S.; e dopo aver ottenuta l'approvazione della commissione destinata ad esaminare le proposte dei Padri, fu sottoscritto dal S. Padre la sera 18 Luglio, e da alcuni Vescovi ne fu inserito un brevissimo cenno nello Schema Constitutionis super Missionibus Apostolicis a pag. 19 linea 3. Inutile il dirle come quasi tutti i Vescovi ebbero la bontà di ricevermi, e fui lieto di raccomandar loro il Postulatum, e la loro cooperazione in fornire qualche buon soggetto alla Nigrizia.
2336
Nei lunghi e frequenti colloqui ch'io m'ebbi con S. Em. il Card. Prefetto, mi fu caldamente raccomandato di attivar bene il Collegio delle Missioni Africane in Verona; raccomandazione che fu instantemente ripetuta a Mgr. Canossa da S. Em.; ed a ragione perché altrimenti nell'Africa si fabbricherebbe sull'arena senza l'appoggio d'un Ist.o in Europa. Il nostro lepidissimo Cardinale mi fece risuonare più d'una volta all'orecchio queste frasi: "O portami un attestato che mi assicuri che tu vivrai 35 anni, oppure stabiliscimi bene il Collegio in Verona: in ciascuno di questi due casi io ti darò una missione nell'Africa Centrale: altrimenti se tu non mi fai il Collegio, e ti capita un accidente che ti porta all'altro mondo, la tua Opera v'ha timore che finisca con te"
2337
Ora siccome non ho trovato nessun Santo che mi assicuri la vita dall'oggi al domani, così è d'uopo stabilir bene il Collegio. Ora benché io sia profondamente convinto del servus inutilis sum, perché non son buono che a fare pasticci, tuttavia trovo giustissimo il principio di S. Em.za. Quindi ritornato ai 12 di agosto con Mons. Vescovo a Verona, abbiamo fatto acquisto di una vasta Casa annessa al Seminario di Verona, che per mille motivi si presta opportunissima al nostro scopo; ed a quest'ora non mancano che 13,600 franchi per pagarla. Coll'aiuto dello stimabilissimo Rettore del Seminario potemmo trovare un ottimo Sacerdote veronese per Direttore del Collegio, che nel prossimo marzo entrerà in posto, per consacrarsi a tutt'uomo all'educazione dei candidati africani. Intanto il Postulatum produce dei buoni frutti, stantecché da molte Diocesi ci giungono domande di buoni sacerdoti che bramano consecrarsi all'Opera, e finora ne abbiamo accettati quattro, che entreranno in Collegio nel Marzo, epoca in cui la Casa sarà sgombra da tutti gl'inquilini. In tal guisa io spero in poco tempo di attivare discretamente il Collegio. Avrei bramato di collocare in Propaganda per qualche tempo il novello Direttore del Collegio: ma S. Em. il Card. Barnabò non lo giudicando hic et nunc espediente, così mi scriveva agli 11 del corrente da Roma:"
2338
"Sono lieto che Ella sia riuscita a cominciare costì l'Opera delle Missioni africane collocando alcuni giovani sotto la direzione del buon Sacerdote che nomina. Vede però Ella medesima come in questi momenti di tribolazione e di lutto non sia possibile pensare a far venire a Roma il d.o Sacerdote secondoché propone V. S., ma convenga contentarsi di quello che si può fare costì. Si conforti intanto nel bene, e metta nelle mani di Dio la causa delle Missioni Africane per cui Ella da tanto tempo si adopera. Intanto le auguro etc.... Barnabò."
2339
Intanto nella speranza che l'Ist.o di Cairo Vecchio non abbia bisogno di me, Mons. Canossa mi ritenne in Verona, donde farò delle gite qua e colà per ragione pecuniaria. Tuttavia in ogni caso che l'E. V. giudicasse opportuno che io mi recassi in Egitto, mi basterà un solo suo cenno, sapendo bene che l'E. V. ha a cuore, e nella sua saviezza comprende e vede più di me il modo e le vie di giovar meglio all'Opera, a cui son consacrato. M.r Des Georges mi scrisse pien di trepidazione sull'avvenire della Prop. della Fede, attese le luttuose sventure della Francia. Io sono infinitamente grato a V. E. pel generoso soccorso erogatomi in quest'anno.
2340
Ora io vengo a sottomettere all'E. V. un affare più che serio che pende fra me e il P. Carcereri, e che mi è cagione di profonda afflizione.
Io domando al Signore ogni giorno 1¼. delle croci, che son necessarie per piantar bene e fecondare le opere di Dio; 2¼. personale maschile e femminile investito dello spirito di G. C.; 3¼. mezzi pecuniari e materiali per mantenere l'Opera sua. La bontà divina è sommamente amorosa nell'accordarmi specialmente la prima grazia.
2341
A Mons. Luigi Ciurcia - 18.11.1870
Fin da quando codesti due Camilliani muniti del Rescritto Pontificio vennero in Egitto, mi manifestarono il desiderio che col tempo si aprisse una Casa Camilliana in Africa in aiuto delle missioni della Nigrizia ed in servigio della mia Opera. Io fin da principio e sempre desiderai di rispondere alle loro brame; e ciò pel vero bene dei poveri negri; ma sempre bramai che ciò si realizzasse dopo che fosse ben piantato e discretamente provveduto il mio Istituto di missionari secolari, e quando io potessi disporre di mezzi sufficienti per fondare la Casa Camilliana, ben intesi previo l'assenso di Prop.da, del Vic.o Ap.co dell'Egitto, del Vescovo di Verona, e del Generale dei Camilliani.
2342
Succedendo poi che col tempo si accordasse al mio Ist.o una Missione nella Nigrizia, sarebbe stata mia intenzione di assegnare una o più tribù ai Camilliani che avessero fatto parte del mio Ist.o in Egitto, anche qualora, ingrossando i soggetti di S. Camillo, bramassero di avere a sé una missione, senza dipendere da noi. Questo fu sempre il linguaggio da me tenuto, sinceramente bramando di contribuire in tal guisa al bene di quell'anime, sempre però colla condizione che l'autorità superiore sancisse il progetto.
2343
Il buon P. Carcereri durante il mio soggiorno in Roma seguitò a pressarmi con lettere di supplicare il suo generale a dare il suo consenso alla fondazione di una casa Camilliana in Cairo, e finì coll'instare che si cedesse ai Camilliani il mio Ist.o maschile di Cairo Vecchio, e la direzione del femminile, rimanendo i miei preti secolari come in dozzina dai Camilliani e soggetti alle Regole e Superiore Camilliano. Io capii bene a che mirava il P. Carcereri; e siccome questo affare dipendeva dall'E. V. e da Propaganda più che da me, mi limitai a chiedere al P. Guardi che benedisse ai due Camilliani d'Egitto, permettesse loro di star nel mio Ist.o fino a che io fossi in caso di disporre di mezzi per aprire una casa Camilliana in aiuto dei negri.
2344
Il P. Guardi mi ripetè sempre tornargli impossibile di disporre di nessun soggetto, di che difettava assai; ed interrogato più volte da me il P. Artini suo Provinciale nel Veneto, mi rispose sempre non avere nemmeno un soggetto per l'Africa. Sicché m'avvidi che i soli Camilliani di cui potrà disporre quell'Ordine si riducevano ai soli Carcereri e Franceschini. Come mai debbo io espormi al progetto di formare una casa di due Camilliani, uno dei quali, il P. Franceschini, era allora spedito qual tisico secondoché mi scrivea Carcereri? Tuttavia per non contrariare all'insistenza sempre crescente di quest'ultimo, nel timore di perdere altrimenti sì buon soggetto per la Nigrizia, offersi al P. Generale pei due Camilliani d'Egitto N¼. 3000 franchi all'anno, ed una delle due piccole case dei Maroniti in Cairo Vecchio con la Chiesa comune, previo l'assenso di V. E. R.ma, benché nel mio cuore fossi convinto essere un tal passo ancor prematuro; e pregai il P. Guardi a scrivere ai due suoi figli di Cairo e consolarli con affettuoso e paterne espressioni.
2345
Io non so cosa scrisse in Cairo il P. Generale: so solo che venti giorni dopo il P. Carcereri mi diresse a Verona una lettera virulenta e minacciosa, che mi rimproverava acerbamente di non aver nulla voluto conchiudere col P. Guardi, di aver tradito le sue speranze, e di averlo ingannato; e mi intimava che, se a posta corrente io non gli avessi spedito un Documento, con cui io cedeva ai Camilliani il mio Ist.o maschile, egli col Franceschini avrebbero di colpo abbandonato Cairo, e sarebbe ritornato in Europa.
2346
Un tale spirito che poco sa di umiltà e religioso rispetto verso il suo Superiore immediato creò nella mia anima una dolorosa impressione. Accettai con calma questa croce, ed invitai il P. Stanislao a spedirmi i nomi e cognomi dei sacerdoti Camilliani di cui poteva disporre, ed a stendermi in iscritto la sostanza e le condizioni della proposta cessione del mio Ist.o maschile, bramando così di pigliar tempo, e maturare le offertemi proposte, per poi sottoporle all'E. V. e al Vescovo di Verona qualora fossero ragionevoli. Ecco la copia ad Litteram del Contratto che il P. Stanislao ebbe il coraggio di presentarmi sotto la comminatoria di abbandonare subito l'Egitto, ove non vi dessi il mio formale assenso. Difatti avendogli io risposto che è impossibile in quest'epoca dolorosissima per l'Europa e per la Propagazione della Fede di accedere alle sue dimande, prese da me commiato con sua lettera 21 7bre, che fu l'ultima che mi scrisse, eccetto due righe l'ultimo vapore piene di malcontento e poco buono spirito. Ecco il Contratto.
2347
Schema
A Mons. Luigi Ciurcia - 18.11.1870
del Contratto di concessione dell'Ist.o maschile dei neri in Cairo Vecchio all'Ordine de CC. RR. Ministri degli Infermi per parte di D. Comboni
Il M. R. Sig.r D. Comboni come fondatore del med.o Ist.o per sé e successori nel governo della Missione Centrale che la S. C. di Propaganda affiderà in riguardo al detto Ist.o, ed il R.mo P. Camillo Guardi come attuale Vic.o Gen.le dell'Ordine religioso enunciato per sé e successori nel Generalato del med.o Ordine, si obbligano reciprocamente alle condizioni seguenti, costitutive del Contratto di concessione come sopra.
2348
1¼. L'Ordine dei Ministri degli Infermi assume a) tutta la responsabilità, b) l'obbligo dell'educazione ai moretti dietro le norme tracciate dal Piano per la Rigenerazione dell'Africa, c) l'amministrazione libera, d) e s'incarica dello scopo dell'Ist.o maschile dei negri in Cairo.
2349
2¼. Assume egualmente la direzione spirituale e religiosa dell'Istituto femminile delle nere, in quanto solo riguarda la parte religiosa e morale, e il servigio religioso del medesimo, sia riguardo alla celebrazione o amministrazione dei S. Misteri, come riguardo alle inferme e defunte e simili.
2350
3¼. Il Sig. D. Comboni si riserva di poter disporre dei due padri Carcereri e Franceschini pel bene generale della missione fino alla scadenza del quinquennio stabilito dal Rescritto Pontificio del 5 luglio del 1867.
2351
4¼. Si riserva egualmente di poter liberamente disporre dei moretti allievi dell'Ist.o secondo i bisogni speciali e generali della missione. Ma l'Ordine non accetta la responsabilità dell'educazione se non di quelli a cui rilascerà un certificato in questo senso; e ciò riguardo agli studi non meno che alle arti. Questa clausula riguarda quelli che fossero levati dall'Ist.o prima di aver compiuto il periodo necessario da stabilirsi per l'educazione.
2352
5¼. Si riserva finalmente di poter collocare ad tempus nel detto Ist.o gli allievi secolari del suo Seminario, così per climatizzarli, come per iniziarli alla Missione centrale e allo studio delle lingue. Ma durante il tempo di questa loro permanenza nell'Ist.o di Cairo saranno omninamente soggetti alle regole generali del medesimo, e ne riguarderanno il Direttore come loro proprio Superiore, e s'impie-gheranno richiesti a servire l'Ist.o come gli altri Religiosi con cui vivranno in vita comune.
2353
6¼. L'Ordine detto si obbliga di non dare o permettere agli allievi destinazione alcuna diversa dal piano generale dell'Opera senza partecipazione e consenso del med.o D. Comboni. Si riserva perciò di accettare e disporre di quelli che mantenesse a spese proprie.
2354
7¼. Il Sig.r D. Comboni si obbliga di provvedere pei Religiosi ed allievi la conveniente abitazione con chiesa e cappella propria, e procurerà che essa sia possibilmente in vicinanza della capitale, e con giardino o campagna coltivabile per la istruzione agricola agli allievi.
2355
8¼. Concede ad uso e consumo dei medesimi Religiosi ed allievi quanto v'ha attualmente nell'Ist.o di mobili, arredi, lingerie, commestibili e combustibili.
2356
9¼. Le riparazioni o modificazioni riconosciute necessarie nell'abitazione saranno a carico pure di D. Comboni e suoi successori dovendo queste essere sempre proprietà della Missione.
2357
10¼. Si obbliga egualmente il med.o Sig.r D. Comboni di contribuire sulle limosine che riceve, a titolo di vitto e vestito e come dotazione pel numero richiesto dalle leggi canoniche di dodici Religiosi, l'annua somma di Franchi 6000 seimila, la metà anticipata in gennaio, e l'altra metà sempre anticipata in luglio. Qualunque numero maggiore di 12 resta a carico dell'Ordine Religioso.
2358
11¼. Di questa somma è garante per 10 anni la Società dei poveri negri stabilita in Colonia: ed in questo frattempo il det.o R.do Sig.r D. Comboni si obbliga di realizzare in beni immobili il capitale corrispondente (e se, come dice S. Em. un accidente porta D. Comboni all'altro mondo?!!), continuando però i Religiosi a percepire solo il frutto del medesimo nelle proporzioni stabilite dall'Art. 1¼., e ritenendo la missione la proprietà del capitale - a meno di speciali ulteriori convenzioni.
2359
12¼. Contribuisce egualmente a titolo di vitto, vestito, educazione Fr. 300 annui per ogni allievo che fa educare nell'Ist.o, come Missionari secolari, neri, abbandonati od infermi raccolti. Ritenendo che i Sacerdoti ospiti applicheranno anche la messa pro Ist.o secondo le intenzioni del Direttore Camilliano. Le dette pensioni si calcolano in quadrimestri. Chi entra od esce quando il quadrimestre è cominciato paga la quota del medesimo per intero.
2360
13¼. Queste pensioni si pagano posticipate di sei mesi in sei mesi complessivamente, cioè, in gennaio ed in luglio egualmente.
2361
14¼. Con queste contribuzioni l'Ordine resta obbligato di provvedere ai Religiosi allievi ed ospitati il vitto, il vestito, i medicinali, i libri e le arti necessarie, la biancheria, e quanto è necessario per la Chiesa e casa. Libero sempre di accattare limosine aliunde ed accattarne.
2362
15¼. Il vitto pegli allievi è determinato a tre pasti al giorno con un piatto oltre la minestra a pranzo, senza obbligo di vino e frutti. Quello dei missionari sarà il medesimo dei Religiosi in omnibus.
2363
16¼. Questo contratto sarà obbligatorio ed inscindibile per ambe le parti dal giorno della sottoscrizione del medesimo. Prima però dovrà approvarsi formalmente dalla S. Cong. di Prop. F. da S. E. Mgr. Vic. Ap. e dalla benemerita Società di Colonia, per ciò che a ciascuno di essi compete nell'attuale Contratto.
2364
17¼. Finalmente il contratto stesso tanto pelle contribuzioni, come per l'attuazione comincerà definitivamente col primo gennaio dell'anno p.v. 1871.
Stanislao Carcereri
Cairo, 15 sett. 1870

2365
A Mons. Luigi Ciurcia - 18.11.1870
E' questo il Contratto propostomi dal P. Carcereri. Come ben vede l'E. V., se hic et nunc nelle luttuose circostanze in cui si trova la Francia e l'Europa e Roma io presentassi all'E.mo Card. Barnabò un simile contratto per l'approvazione, ei ci farebbe una solenne e sgangheratissima risata, e come pazzo da 28 catene mi manderebbe in S. Servolo a Venezia. E' una speciale Provvidenza di Dio se in quest'anno si riuscirà a mantenere convenientemente le piccole case di Cairo e il novello Collegio di Verona. E' chiaro che pria debbo pensare a consolidare il mio Ist.o maschile con buoni e veri missionari, che partano dal Collegio di Verona. D'altro lato mentre detto Collegio ha un bell'avvenire, mentre molti sacerdoti buoni ed atti chieggono di entrarvi, e si moltiplicheranno sempre più dopo il Concilio; mentre il povero Ordine Camilliano è ben sciattato (l'E. V. può bene informarsi dal P. Bernardino Girelli); stantecché delle 4 oppur 5 Province di cui consta, secondo il linguaggio del P. Carcereri, la sola Provincia Veneta e Romana è qualche cosa. Ora il P. Artini Provinciale del Veneto mi assicurò che qui non ve n'ha neppure uno che intenda consacrarsi all'Africa; e lo stesso mi ripetè più volte il P. Guardi pella Provincia Romana.
2366
Che io mi sappia, il solo P. Tezza a Roma coi tre o quattro Novizi che ha sarebbero in grado di venire; ma con tutto questo mi par chiaro, che, attese le circostanze attuali dell'Europa, di Roma, dell'Ordine Camilliano, e del mio Ist.o, sia meglio lasciare le cose in statu quo, e tirare innanzi così per qualche anno, finché le cose si sgroppano fuori e si aggiustano, e si vegga più chiaro.
2367
Né dica il P. Stanislao che i cinque anni del Rescritto scadono fra 20 mesi. Tanto il P. Guardi che il Vescovo di Verona son ragionevoli. In questi venti mesi che mancano alla scadenza del Rescritto si potrà vedere se è fattibile il progetto di piantare una Casa Camilliana; ed in caso affermativo, come spero, si prolungherà il Rescritto, e si faran le cose con calma e proposito. Ma che hic et nunc si ceda l'Istituto maschile e femminile a due Camilliani, e che mi esponga al pericolo di essere abbandonato dai miei preti secolari, con pericolo che se ne asciughi la sorgente, non mi par cosa utile e vantaggiosa né per l'Opera né per l'interesse del mio Istituto, e nemmeno mi pare uno splendido affare pell'Ordine Camilliano. Io amo molto e sospiro di veder fondata una Casa Camilliana in aiuto dei negri; ma non amo per questa veder distrutta la mia: desidero far prosperare il mio Ist.o maschile di Cairo coi miei preti secolari, e nello stesso tempo aver in missione il P. Stanislao, che a certi difetti unisce delle bellissime qualità, e vedere anche una e più case Camilliane.
2368
Ho esposto il mio parere e le mie vedute, pronto però a modificarle e cangiarle del tutto secondo il savio e profondo giudizio di V. E. R.ma, Capo della mia Opera in Egitto, e Padre dei miei poveri Is-tituti. Io non saprei far cosa contro il mio vedere e coscienza, se non nel caso che sembri altrimenti ai miei Superiori, e specialmente all'E. V. R.ma che vede nel fondo delle cose, ed è in grado di prevederne le conseguenze. Ciò che molto mi sta a cuore è di conservare nella missione il P. Stanislao. Egli ha i suoi difetti; e ci vuole somma pru-denza e cautela a contrariarlo in certe cose, attesa la facilità che ha di irritarsi; e soventi volte perde il rispetto ai Superiori, coll'intimar loro la sua volontà, come fece ora con Mgr. Vescovo di Verona, al quale, quantunque Visitatore Ap.lico del suo Ordine nel Veneto e suo Su-periore mediato pel Rescritto Pontificio e per altri titoli, pure ebbe il coraggio di scrivere in questo senso or son 15 giorni: "Se V. E. non mi promette con lettera che quanto prima si cederà l'Istituto dei neri ai Camilliani, e se il mio Gen. Guardi non mi scriverà che l'E. V. ha fatto una tale promessa, io ritornerò subito con Franceschini in Europa."
2369
Questo è il sunto della lunga lettera al Vescovo, il quale n'è assai dolente. Ha, dicea, dei difetti il P. Carcereri, prodotti, credo, più dalla pericardite, o mal fisico che ha. Ma ha tali belle qualità, virtù, costanza, positività ed abnegazione che sarebbe per me un gran dolo-re il perderlo per la Nigrizia. Dunque mi rivolgo con calde istanze al cuore magnanimo di V. E.ma, che è padre di ambedue, e la prego quanto so e posso a conservarmi il P. Stanislao, e a vedere che pazienti ancora un po' di tempo, ché Dio ammirabile nella sua Provvi-denza, appagherà certo i suoi ed i miei voti. Fino a un mese fa nes-suno sapeva di una tale vertenza fra me e lui eccetto Franceschini e Rolleri: ma avendo io di tutto informato il P. Pietro (non sapendo ove fosse l'E. V.), oggi anche il P. Pietro sa tutto. Anzi il P. Pietro e D. Rolleri trovano giuste le esigenze di Carcereri: ma son certo che ove sentissero la mia campana, troverebbero giusti i miei motivi, co-me li trovarono giusti i due nuovi venuti Can. Fiore e Ravignani, non che Pietro Bertoli, che fu 10 anni Camilliano. Io però tutto rimetto al Sup.re legittimo e inspirato da Dio per virtù della sua missione, cioè, l'E. V. R.ma.
2370
Finalmente le apro il mio cuore sovra un altro punto, ed è l'attuale mia permanenza momentanea in Europa.
Tanto il P. Pietro come le Superiore dell'Istituto e altri mi assicurano che gli Istituti camminano bene in Cairo Vecchio: corrispondenze private di membri dell'Ist.o mi fanno conoscere che va tutto bene nelle mie case, quando non manchi il denaro. D'altro lato è necessario avviar bene il Collegio delle missioni Africane di Verona, provvederlo di mezzi e di soggetti di spirito. A questo Collegio il Cardin. Prefetto annette la specialissima importanza dell'Opera mia; ed ha ragione, perché ne è il perno principale. La mia cooperazione essendo quindi più necessaria pel Collegio di Verona più che pel Cairo, abbastanza provveduto di soggetti, pensai, dietro anche il consiglio di Mgr. Canossa, di rimanere qui. Ma il primo che coman-da alla mia persona, e il primo che ha diritto di dirigere i miei passi, è l'E. V. R.ma qual Superiore primario de' miei Istituti di Cairo, che solo esistono e hanno il potere di esistere per sua volontà e per nutum di V. E. R.ma.
2371
Dunque è a Lei, che spetta decidere se posso restare, o tornare in Egitto. Io per le suaccennate ragioni bramerei di restare fino a Pasqua, perché in questo frattempo vo' a Vienna e a Praga per operazioni pecuniarie, e sistemo nel Veneto l'Opera del B. Pastore, e poi avvio il Collegio. Ma se l'E. V. non valutando questi motivi (anche S. Em.za mi raccomandò caldamente il Collegio di Verona) trova opportuno o brama che io mi restituisca al mio posto in Cairo, senz'altro ragionare che sulla volontà di Dio, io vengo in Cairo, e fo il suo volere, che certo è quello di Dio. Il Vescovo di Verona è di poca salute e pieno di triboli e spine, e offre all'E. V. i suoi ossequi, e Le raccomanda caldamente il Cairo Vecchio.
A Elisabetta Girelli - 22.11.1870tc "A Elisabetta Girelli - 22.11.1870" \l 1
Per ora basta. Mille scuse, e la sua benedizione, e i miei ossequi al P. Elia, Giulio, Belga, e baciandole con affettuoso filiale ossequio la destra mi dichiaro
dell'E. V. R.ma um.o ubb.mo e ind.mo figlio
D. Dan. Comboni

N. 370 (348) - A ELISABETTA GIRELLI
AAB

Seminario di Verona, 22/11 70
Gentilissima Signora,

2372
Le molteplici mie occupazioni m'hanno impedito di fare una gita a Brescia e a Guzzago: ma pria ch'io parta per la Germania spero che ci rivedremo a Brescia. Ho imbarcato ai 29 p.p. quattro missionari sul Saturno a Trieste per l'Egitto, e sono felicemente arrivati al Gran Cairo. Fra questi v'era un ottimo Canonico dell'Arcidiocesi di Trani d'anni 3O che fu già parroco di 32,000 anime, e che fece prodigi in due terribili colera morbus, che rapiva alla sua vasta parrocchia di Corato 150 vittime al giorno. E' una conquista fatta quest'anno al Pontificale di S. Pietro a Roma. Mentre il S. Padre stava al Pater noster il detto Canonico che stava fra me e alcuni Vescovi orientali a 10 passi dal Sommo Pontefice, si offeriva a me per l'Africa; e nel medesimo istante l'Arcivescovo di Trani lo offeriva al Vescovo di Verona per l'Africa. Era la prima volta che io lo vedeva e sentiva il suo nome.
L'aneddoto interessante con cui c'incontrammo la prima volta a quel pontificale, lo racconterò a viva voce. Chiamato da me a Verona nel dì del Rosario, si gettò a' miei piedi colla rinuncia del Canonicato dicendomi: "Vi giuro perpetua obbedienza da questo punto fino alla morte; adoperatemi come un pezzo di legno." E' un santarello che salverà migliaia di anime.
2373
Io non ho mai tralasciato di pregare ogni giorno, anche alla messa per lei, sua sorella e sua figlia. Ma desidero che ella preghi per noi e per l'Africa sempre. Noi siamo uniti nel Sacratissimo Cuore di Gesù sulla terra, per poi unirsi in Paradiso per sempre.
2374
Preghi il divin Cuore per questi tre motivi: 1¼. perché mi con-
ceda una gran quantità di Croci e spine da poter appena respi-
rare, perché senza Croci non si piantano opere di Dio. 2¼. perché mi conceda un personale vestito dello spirito di G. C. e animato
della sua carità tanto maschile che femminile per l'Opera. 3¼. gran copia di mezzi pecuniari e materiali, affinché si mantengano le nostre Opere.
2375
E' d'uopo correre a gran passi nelle vie di Dio e nella santità, per non arrestarsi che in paradiso.
Offra i miei saluti al mio carissimo P. Marino Rodolfi, a cui scriverò fra breve. Intanto gli mando invece della lettera l'inclusa fotografia del mio Canonico che ho dovuto fare per sua Madre, che me n'ha caldamente pregato. Offra i miei ossequi a S. Angela Merici, a sua sorella, e mi creda nei SS. Cuori di G. e
di M.

Suo um.o e dev.o ser.
D. Daniele Comboni M. A.

La prego di raccomandare al P. Marino Confortola.



N. 371 (349) - A PADRE LUIGI ARTINI
APCV, 1458/283
Seminario Verona, 2/12 70
R.mo Padre,

2376
Mi sembra che vi sia un po' di calma nel P. Stanislao: ma poca umiltà, perché non vuole avere sbagliato, e sostiene che egli parlava di cose da avverarsi cogli anni ed a tempi migliori, mentre in tutte le sue lettere parlava di cose pronte, e specialmente l'Artic. 17 del Suo proposto contratto dove dice:
"Artic. 17 = Finalmente il contratto stesso tanto pelle contribuzioni tanto per l'attuazione comincerà definitivamente col primo gennaio dell'anno 1871 p.v." Il P. Stanislao stette 52 giorni senza scrivermi: subito che arrivarono i novelli missionari etc. mi scrisse agli 8 p.p. poi al 18, che le mando. V'è una lettera del Canonico ricevuta ieri. Tanto Ravignani come il Canonico mi scrissero mirabilia del P. Stanislao, e assai bene di Franceschini: così pure il Parroco francescano P. Pietro, e ne son consolato: ma io dal P. Stanislao non ricevetti un argomento immaginabile di umiltà, capo primo di ogni cosa. Io però sempre gli scrissi ogni 8 giorni, meno due volte.
2377
Egli scrisse a Mgr. Vescovo assai male di me, parlò assai male ad un alto personaggio di me, dicendo che l'ho calunniato, l'ho tradito, e che non si può fidare di me, e che io non sono positivo. Io tutto gli perdono, perché ha meriti grandissimi verso la missione e me etc. meno ciò che fa per effetto del suo temperamento irritante etc. In-somma, dirò con Lei, il P. Stanislao è terribile: però è un gran galan-tuomo, e per questo faremo sforzi per conservarcelo, e sforzi sovraumani.
Al P. L. Ardini - 2.12.1870; a mons. di Canossa - 17.12.1870tc "Al P. L. Ardini - 2.12.1870; a mons. di Canossa - 17.12.1870" \l 1
La riverisco. Verrò io stesso a prendere le lettere incluse domenica.
D. Comboni


N. 372 (350) - A MONS. LUIGI DI CANOSSA
ACR, A, c. 14/74

Verona, 17 dicembre 1870
Eccellenza R.ma,

2378
La prevengo in segreto che la settimana ventura verrà dall'E. V. la Commissione di S. Nicolò per presentarle un progetto in schizzetto per mettere S. Giuseppe in gloria nella funzione di marzo. Ecco lo schizzetto. La SS. Trinità in alto, S. Gius. più basso in atto di pregarla per la Chiesa, la Fede da un lato e la Carità dall'altro; più sotto una barca in mezzo ai flutti simbolo della Chiesa. Osservi l'E. V. che forse nella barca non vi sarà Pio IX, o un Papa. Chiesa senza Papa non esiste. Dunque oso metterle innanzi la mia povera opinione, cioè, bisognerebbe che nella barca vi fosse il Papa. Ubi est Petrus ibi Ecclesia. Vediamo dappertutto Garibaldi, e come non metteremo noi il Papa in Chiesa? A N. D. des Victoires a Parigi sull'altare vi è la Chiesa con Pio IX, il Card. Antonelli, il Card. Patrizi, e Monsig.r Pacca.
2379
In questo punto ricevo lettera da D. Ravignani. Dice che i due Camilliani si adattano a qualunque cosa, purché restino in Missione. Mi sembra che se l'E. V. scriverà al P. St. Carcereri, sarebbe opportuno che lo assicurasse, che qualunque sia il nembo delle faccende politiche d'Europa da impedire di aver mezzi per far cose grandi, l'E. V. farà di tutto presso il Papa, e il Suo Generale per prolungare il Rescritto di altri 5 anni etc. etc.
Colla sublime benedizione ducat, reducat et producat, spero di trovar ducati, e le bacia le mani il
Suo indeg.mo figlio
D. D. Comboni


N. 373 (351) - ALLA SOCIETA' DI COLONIA
"Jahresbericht..." 18 (1870), pp. 71-74
1870
Relazione ricavata da lettere del Comboni


N. 374 (352) - ESTRATTO DAGLI ANNALI DI COLONIA
ACR, A, c. 18/4 n.1
1870
Testimonianza Episcopale


N. 375 (353) - NOTA IN CALCE
all'INVENTARIO Generale Istituti d'Egitto
ACR, A, c. 29/10
1870


N. 376 (354) - POSTILLA AD UNA TRADUZIONE
DAL TEDESCO
ACR, A, c.35/1
1870


N. 377 (355) -AUTOGRAFO SU FOTO
AFV, Versailles
1870
N. 378 (356) - ALLE SORELLE GIRELLI
ACR, sez. Fotografie
1870
Documenti vari
Autografo su foto


N. 379 (357) - FIRME DELLE MESSE CELEBRATE
NELLA CHIESA DEGLI ISTITUTI DI CAIRO
ACR, A, c. 24/1
1870

N. 380 (1204) - FIRME DELLE MESSE CELEBRATE
NELLA CHIESA DI CAIRO
ACR, A, c. 24/1
1870


Documenti vari
N. 381 (1154) - FIRMA DELLA MESSA CELEBRATA
IN S. CATERINA AD ALESSANDRIA D'EGITTO
ASCA, Registro Messe
1870

SCRIVICI



newsletter

iscriviti